La blogosfera molle

Del racconto di Sergio, in

missione al Personal Democracy Forum, mi ha colpito soprattutto un passaggio. Quello in cui, raccontando la relazione

di Anthony Hamelle di Linkfluence, evidenzia come la blogosfera italiana «appaia molto isolata,

rinchiusa in se stessa, sostanzialmente disinteressata

rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche.».

Non è una considerazione nuova. Fa parte dell’esperienza di tutti noi, con maggior chiarezza dell’esperienza di chi si è occupato per periodi più o meno

lunghi di monitorarla in maniera sistematica, come nel caso di Netmonitor.

Ed appare evidente anche lavorando sul Filtr, che quotidianamente

cerca tra i blog dei «miglioramenti all’informazione tradizionale» che il più delle volte non ci sono. Mentre abbondano

ironie e commenti brevi ma non circostanziati.

Ovviamente parlo di seguire l’attualità, specie quella politica, nel senso in cui lo

intendeva persino Obama.

Ci sono settori tematici che funzionano meglio di altri: internet, la tecnologia, la cucina e il gusto, i libri, la musica. Ma sul fronte

attualità e politica scontiamo e subiamo le repliche d’agenzia che costituiscono l’80% dell’informazione online in lingua

italiana. E di rado esercitamo riflessione strutturata, in grado di innescare circoli virtuosi.

La cosa interessante, visto che il dato è sotto gli occhi di tutti, è indagare le cause. Un’ipotesi che ho sentito circolare spesso

(e che in parte ho fatto mia per un certo periodo) è che in Italia non siano emerse personalità di spicco, come ad esempio

nella blogosfera anglofona. Ma non so quanto sia soddisfacente, da sola, a spiegare la situazione. così, al momento,

propendo per una serie di concause, che metto sul tavolo per il vostro emendamento.

a) massa critica. I lettori italiani sono pochi (in senso assoluto) e poco alfabetizzati nel senso dell’information literacy.

Cliccano poco sui link (una percentuale bassissima anche quando il contenuto che hanno di fronte è solo un link)

e come altrove solo una piccola porzione scrive, distribuisce e ripubblica contenuti.

Poichè c’è una correlazione diretta tra quantità di idee in circolo e qualità delle idee, questo è già un pesante limite.

b) clima culturale. In Italia viviamo un giornalismo caratterizzato dal titolo di guerra e da un’assertività spinta, che

riconosciamo nella stampa e nella tv del nostro quotidiano. Non è un caso che (a tutto vantaggio del berlusconismo) anche nella

blogosfera si tenda ad andare nella stessa direzione. Un antropologo lo chiamerebbe imprinting.

Funziona bene, se vuoi avere lettori o generare link. Ma non funziona per gli aspetti su cui stiamo riflettendo ora.

c) Friendfeed: quei pochi (in senso assoluto) italiani che scrivono e ripubblicano attivamente, sono per la maggior parte

concentati su Friendfeed. Qui il discorso si fa complicato e richiederebbe una lunga argomentazione a parte, ma la sensazione è

che Friendfeed (strumento potentissimo) finisca per costruire appagamento soprattutto sul contenuto relazionale, il cui movente

spesso è lo sharing ma che -per regole implicite dello strumento- finisca per non generare discussione se non

da bar e tagliata con l’accetta (il che spiega la deriva flame orami -temo-irreversibile).

Il mio non è un argomento contro il cazzeggio (tra l’altro – da quanto ho letto- sdoganato oggi sociologicamente da Giovanni a

Reti Socievoli), ma un punto nella logica di questo post

(che non è una valutazione assoluta di Friendfeed). Resta il fatto che Friendfeed evidenzia molto i «bar» in cui la

diversità di pensiero è poco tollerata, e -poichè l’appagamento relazionale è il movente maggiore, altrimenti si starebbe altrove- crea

branchi o tende a crearli. E se è facile identificarli (coi tormentoni, i balletti di reciproca accettazione, l’adozione di schemi

comunicativi, i riferimenti culturali), bisogna considerare che il branco non è esattamente il miglior amico del pensiero aperto e costruttivo.

E’ in compenso una buona soluzione per

farci sentire accettati.

d) Cultura politica: è probabilmente una conseguenza del punto b). Vado a misurazioni spannometriche, ma il 90% dei commenti

politici è sulla persona non sulle idee o sullo scenario. La cui conseguenza è self evident: il 90% dei giudizi è costruito su simpatie, antipatie

de panza, che fanno sempre il gioco della semplificazione del linguaggio della cultura politica dominante. Attacchi, ironie,

battute salaci non spostano opinioni, al massimo toccano chi già la pensa come te e allontanano chi non ha un’opinione precisa. E soprattutto

non fanno crescere il livello del dibattito.

Queste -dicevo- sono le mie ipotesi, più in modalità brainstorming che altro. E magari da verificare meglio. Ma mi riprometto di rifletterci ancora e sono pronto a leggere

i tuoi emendamenti.

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