Istruzioni per pubblicare un libro nel 2013

Ci pensavo l’altro giorno, quando una mia amica mi ha detto di aver comprato uno dei miei libri.

Mi è sembrato buffo, come se in realtà quei libri (i miei libri) appartenessero a un’altra vita. E mi sono chiesto perché. E forse sono pure riuscito a spiegarmelo.

Sono diversi anni che non scrivo un libro e per una serie di circostanze non credo che ne scriverò mai più uno, a meno che non mi metta a scrivere romanzi (cosa possibile, certo, ma abbastanza improbabile).

In questo tempo che è passato dall’ultima «pubblicazione», sono cambiate tante cose nell’editoria. E mi è capitato di viverle in prima persona. Due soprattutto.

La prima è stata seguire (e raccontare per La Stampa e altri) il grande cambiamento che sta vivendo l’editoria nel suo passaggio al digitale.

La seconda è stata l’esperienza di tre anni da direttore editoriale con 40k e la familiarità con il concetto che poi Amazon avrebbe semplificato bene lanciando i singles: «idee alla loro lunghezza naturale».

Così se oggi dovessi scrivere un altro saggio, non penserei a farlo di carta perchè probabilmente circolerebbe meno del digitale (per una serie di ragioni). E quando scrivi un saggio la cosa che ti interessa di più è regalare il miglior destino possibile alle tue idee. E farle circolare, aprirci una conversazione intorno. Magari emendarle e migliorarle con il contributo dei commenti.

Ma soprattutto, se dovessi farlo, non userei un editore. Posso farlo perché -da buon dinosauro che usa Internet da 17 anni- ho una platform discreta in rete, un sistema di networking che funziona decentemente e saprei come procurarmi in proprio le competenze di squadra necessarie per realizzare un prodotto di buona qualità editoriale (dall’editing al proofreading, alla cover art).

Questa scelta mi consentirebbe di avere controllo sul mio lavoro, così come sui ricavi (Amazon paga il 70% contro la media del 25% dei migliori editori). E mi consentirebbe di non essere obbligato a scrivere un certo numero di pagine per far fronte agli obblighi di foliazione di un libro. Idee alla loro lunghezza naturale.

Però, soprattutto, c’è un soprattutto.

Razionalizzare queste cose mi ha aiutato a rendermi conto che essere stato sulla frontiera dell’editoria in questi anni ha modificato molto la mia idea di cosa significa essere «autore» e la mia idea di cosa sia un «libro». E non riesco più a convincermi che i due concetti siano correlati.

L’autore oggi è sempre più una persona che fa circolare idee che altri ricordano. E lo fa a prescindere dal medium su cui le veicola. Medium che può essere un blog, un giornale, un social network dove si apre un dibattito.

In un mondo con i costi di pubblicazione e di distribuzione che tendono a zero, almeno per la saggistica, sono le idee (e non il supporto) a fare l’autore.

Ovviamente non pretendo che tu mi condivida. È una scelta che dipende da tante variabili: obiettivi, aspirazioni, predisposizione, gusto per la sperimentazione.

Ma nell’universo anglofono il percorso di cambiamento di prospettiva che ti sto raccontando, quello mio personale, lo hanno fatto in tanti. E il «nuovo modo di stare al mondo» per gli autori è sempre più codificato.

Così, per farti un’idea, puoi partire da un bel post di Guy Kawasaki che fornisce un sacco di spunti.

Il più importante, se vuoi entrare in questa logica, secondo me è il punto numero 4: «comincia a costruire la tua platform in rete molto prima di scrivere il libro». Ma nota anche che la prospettiva di Guy è molto disegnata per le dimensioni del mercato americano (infatti suggerisce di investire almeno 10.000 dollari in una campagna di marketing e PR).

In Italia va rivisto un po’ il contesto. Ma il problema vero non è più «pubblicare» o «distribuire», quanto far conoscere l’esistenza del libro a chi potenzialmente è interessato.

C’è poi la considerazione sul fatto di fare anche un’edizione di carta. Guy consiglia di farla, io personalmente -guardando a come funzionano da noi le cose- credo che serva sempre meno. Soprattutto se vuoi far circolare le tue idee. La carta è difficile da distribuire e in Italia se non sei Vespa (o qualcuno dei pochi altri) il numero di copie vendute in media per un saggio non giustifica l’impresa.

Ma anche qui, sono probabilmente preferenze personali e «vizi da frontiera».

In ogni caso il post è una buona lettura: The Top Ten Mistakes Writers Make When Self-Publishing a Book.

Potresti poi leggere, per completare una panoramica, un bel pezzo di Damien Walter sul Guardian che riflette sul concetto di «autore artigiano» e suggerisce che il «self-publishing sta diventando la norma per una nuova generazione di scrittori».

Si intitola: Piracy is yesterday’s worry for today’s ‘artisan authors’.

E merita anche la risposta che lo stesso Guardian dà a Damien, avvisando che il self-publishing potrebbe non essere così facile come sembra. E non lo è: far conoscere il tuo libro è sempre più difficile.

Ma il pezzo -che si intitola appunto Attention ‘artisan authors’: digital self-publishing is harder than it looks- si conclude in un modo che mi piace: «Il futuro non sta arrivando. È già qui da un po’».

Twitter: @gg.

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