Istruzioni per avere un blog, oggi

librini

In 140 caratteri: «Perché dobbiamo aggiornarci alla nuova grammatica della rete, se produciamo contenuti»
Tweet this!

Stavo raccogliendo un po’ di consigli per gli studenti di quest’anno, poi ho pensato che magari poteva essere utile metterli qui.

Ad alcuni di voi potrebbe sembrare un post molto basic.

Ma la ragione forse non è peregrina. In questi undici o dodici anni il concetto di blog è sempre lo stesso, tuttavia sono cambiate diverse cose.
Dalle dinamiche di relazione, al modo in cui pensiamo i post, alla maniera in cui li leggiamo, alle forme di distribuzione dei contenuti.
Questi sono alcuni dei punti più importanti secondo me. E in qualche caso la regola è: fate come dico e non fate come faccio.

Cose che non sono cambiate
Il blog (dallo standard di WordPress alla frontiera di Medium) resta l’approdo principale per pubblicare i contenuti, per stabilire una propria presenza in rete, mentre i social network tendono sempre più a fare il lavoro di distribuzione.
Prima c’era la vecchia battuta americana («Se non lo blogghi, non esiste») che raccontava come fossero importanti la ricercabilità, l’accesso, l’affezione dei lettori a una «voce» o a una «tematica». Oggi preferisco citare il New York Times che ha in qualche modo sfumato la differenza tra post e articolo, affermando che anche in una redazione «tutto è blog».

Se vuoi costruirti una prospettiva un po’ più a lungo termine, c’è un post assai ponderoso di Nathan B. Weller che merita la lettura. E se vuoi merita anche qualche riflessione critica: The Future of Blogging.

Cose che invece sono cambiate
È un vecchio mantra di chi segue le cose di rete. Per anni lo abbiamo detto ai giornali e ai giornalisti (prima che adottassero i blog): «non sono i giornali che cambiano, stanno i cambiando i lettori». E il giornalismo deve adeguarsi, aggiungevamo. Anche il blogging lo sta facendo in fretta.

C’era questa cosa antica dell’information overload che all’epoca terrorizzava molti. L’idea era quella di limitare i contenuti (palesemente antistorica, infatti non è sopravvissuta). Oggi si parla di content shock (anche perché siamo tutti editori ormai, persino il pizzaiolo sotto casa). Ma la prospettiva è diversa: ora la descrizione del problema è: «come mi faccio trovare»?

Mamma mi è cambiato il lettore
C’è molta letteratura sugli effetti collaterali del content shock. Tutti sono d’accordo che l’attenzione di un potenziale lettore va conquistata in un numero molto limitato di secondi. Le varie opinioni oscillano dal pessimista «3 secondi» all’ottimista «15 secondi». E dicevamo ieri, una volta che hai il lettore sulla pagina, non è detto che ti legga.

I trucchetti per scrivere in questo contesto sono abbastanza noti (ma non per questo facili). Il primo è il tradizionale hook, che raccoglie l’idea classica dell’incipit. La soluzione che sembra funzionare meglio è quella di iniziare un post con un attacco emozionale più che uno descrittivo.
Io ho scelto, come forma accessoria, di mettere un occhiello twittabile che riassuma in 140 battute l’idea generale, per i lettori pigri. A guardare come i lettori lo usano, sembra funzionare.

Il lettore scanner
Il secondo hot tip è la formattazione del post. La maggioranza dei tuoi lettori arriverà probabilmente via mobile o mentre ha seicentoquattordici finestre del browser aperte. Darà un’occhiata trasversale e pretenderà di capire bene all’istante di cosa parli. Quindi deciderà se leggerti o se passare ad altro.

In questo caso il trucco è suddividere il testo in brevi paragrafi che consentano di osservare a volo d’uccello i vari pezzi del ragionamento. Qui la racconto un po’ meglio, con qualche riflessione anche sui link: Istruzioni per scrivere in rete (e per abitarla) .

Tecnicaglie utili
I lettori arriveranno sempre più da app (come Flipoard, Zite, Prismatic, Paper) o da algoritmi e posti che decidono cosa è importante per loro. Quindi va fatta una riflessione sul design del post e del blog, perché il modo in cui il post appare nei vari luoghi deriva da alcune scelte tecniche.
L’immagine diventa sempre più importante, perché quasi tutte queste nuove forme di aggregazione puntano molto sull’impatto visivo. E spesso, come Fliboard, hanno delle policy che bisogna conoscere.

Lo stesso ragionamento vale per le Twitter cards e per un po’ di reverse engineering su come funziona -ad esempio- l’algoritmo di Facebook.

Questo perché, come abbiamo detto, la vita del post inizia dopo che lo hai pubblicato e la «distribuzione» è parte del destino del contenuto.

Il titolo, uno e trino
In questa logica il titolo è uno degli aspetti strategici. Non tutti nasciamo titolisti, ma un buon titolo sono tre titoli insieme. Il primo livello è quello emozionale (spesso la gente retwitta senza leggere solo perché il titolo è figo).

Il secondo livello che un titolo deve includere è quello del SEO: deve contenere le parole chiave che saranno usate per trovare il pezzo attraverso i motori di ricerca. Un titolo affascinante che non le contenga, potrebbe restare invisibile a zio Google o a creature evanescenti come Bing (mi risulta che qualcuno lo usi).

Il terzo livello è che il titolo può essere due titoli diversi: uno che appare sul post (costruito per il SEO) e uno che appare -ad esempio- quando la gente clicca sui pulsanti di condivisione.

Un po’ di risorse
Questo post non è un post vero, lo dicevamo, è principalmente una compilation di piccoli consigli per gli studenti. Che devono studiare un pochino e soprattutto sperimentare. Quindi:

a. Scenario

b. Design

c. Buone prassi

d. Costume

Questa voce è stata pubblicata in Digital literacy, Education, Journalism, Publishing, Storytelling, Writing. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

2 Responses to Istruzioni per avere un blog, oggi

  1. Pingback: Perché (forse) leggerai tutto questo post » Giuseppe Granieri

  2. Pingback: Tutte le cose che non devi fare se vuoi che io ti legga sul web » Giuseppe Granieri

I commenti sono stati chiusi.