Istruzioni per abitare la rete, tra «selfie» e «oversharing»

selfie «La parola selfie», scrive Hak Niedzwiecki sul Globe and Mail, «è entrata nell’Oxford Dictionary».
Ne avrai sentito parlare, in questi giorni. Descrive la tendenza a scattare e condividere foto di se stessi. E qualche tempo fa è stata associata anche a Papa Francesco.

Selfie, oversharing e la Peep Culture
Il pezzo di Hak (che non sono sicuro di condividere in toto) ha qualche punto di interesse. Il primo: ribadisce, cosa buona e giusta, che «il termine selfie non contiene più un giudizio». Prima era in qualche modo una descrizione di atteggiamenti valutati tra il negativo e il derisorio. Oggi racconta una tendenza tutto sommato neutra, che in alcuni casi è diventata espressione artistica o oggetto di mostre.
È ormai semplicemente un fenomeno interessante che va osservato con attenzione e che ciascuno interpreta con la propria sensibilità.
Risponde, io credo, al bisogno di esserci ma anche al bisogno degli altri di avere «più umanità» nelle relazioni mediate dalla tecnologia.
Ogni relazione, infatti, ha bisogno di almeno due persone. E il selfie aiuta a costruire una percezione più personale in un contesto con un gap sensoriale importante rispetto a quello del mondo fisico.

A differenza del termine selfie, aggiunge Hak, «l’idea di oversharing ha ancora una connotazione un po’ negativa». La nostra tendenza a «condividere troppo» è innescata e favorita da ambienti come Facebook e porta con sé un «gentile biasimo».
«Io la chiamo», scrive, «Peep Culture». Ovvero la cultura pop di guardare gli altri, innescata da Internet.
Ma leggiti tutto il pezzo: Why the selfie boom takes oversharing a step too far.
E cerca un tuo equilibrio tra esserci poco ed esserci troppo (senza considerare nemmeno l’ipotesi di «non esserci»).

Personal branding (o semplicemente «esserci»)
Gli anglofoni lo chiamano personal branding, sottolineando in maniera forse esagerata l’approccio di marketing. Io ne ho una visione un po’ più laica e mi piacerebbe una parola che indicasse in modo efficace la necessità (personale o professionale) di avere una presenza in rete. E di farne una corretta manutenzione, dato che è il nostro modo naturale di occupare uno spazio online.

Così può interessarti l’articolo di Rebecca Wabber che raccoglie con buona lucidità gli errori che facciamo quando gestiamo la nostra presenza in rete.
È utile soprattutto guardare -secondo me- il punto due. Rebecca parla di overpromoting (che è in qualche modo il tentativo di «esserci troppo») e del suo contrario, esserci troppo poco. Ma soprattutto suggerisce la necessità di avere cura del modo in cui abitiamo la rete.
Il titolo è: 6 Personal Branding Mistakes That Are Holding You Back.

Questa voce è stata pubblicata in Digital literacy, Education. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

I commenti sono stati chiusi.