In fondo non siamo un Paese laico e di sinistra

Come accade ciclicamente da qualche anno, ci sono dei momenti in cui la pressione sulle libertà personali ci fa sentire

un po’ schiacchiati e fa covare una forte voglia di reazione. Come in questi giorni, grazie a diversi segnali. La

vicenda di Eluana, che apre un panorama non rassicurante sulle molte scelte etiche che ci aspettano in questi anni

di convergenza tra genetica, biotecnologia e digitale. O come lo scontro istituzionale che ne è derivato, anche se oggi

ci si guarda intorno stupiti e si nega che sia mai successo. Oppure come piccole ingenuità disinformate (ma non per questo meno

pericolose) simili alla storiella

del 50 bis.

Così, qualche giorno fa, un amico mi diceva che forse è il momento in cui tutti noi, a livello personale, dobbiamo

fare qualcosa. E mi chiedeva, per confrontarsi non certo per avere da me una risposta migliore delle sue, come possiamo

liberaci di Berlusconi, o arginarlo. In questa conversazione (ma anche sui media o nell’immaginario della sinistra)

Berlusconi era ovviamente una metonimia, un

simbolo dei tempi, un catalizzatore che ha

provocato certe reazioni. Nulla di personale nei suoi confronti, solo un modo per identificare un’Italia in cui

alcuni di noi faticano a riconoscersi.

La mia risposta non deve essere apparsa rassicurante: «finchè la salute lo sorregge, rimarrà dov’è.»

Il mio non è certo un forecast

su cui scommetterei denaro, ma è la migliore ipotesi che ho. E le mie ragioni non sono tutte omogenee tra loro. Molte non sono nemmeno politiche, ma derivano

da un’osservazione mediale, che se vogliamo ha molto a che fare con il modo in cui le opinioni si diffondono e trovano consenso in un Paese. Questo, forse,

è persino un vantaggio: l’unica cosa certa della politica di questi anni è che non può essere descritta con argomenti solo politici.

Così, più che altro per mettere ordine nei miei pensieri e per convidere, provo a enumerarle. In ordine sparso.

Numeri che fanno un paese. Io sono legato a valori laici, di tolleranza, di apertura all’innovazione. Un tempo si sarebbe

detto progressista ma non guerrigliero. A dirlo così sembra figo, ma spesso noi tutti commettiamo l’errore di traslare i nostri

valori alle esigenze di un Paese. Se ci pensiamo bene è l’errore di prospettiva che ha fatto il bushismo cercando di esportare la democrazia in Iraq («Io so

che è meglio e ve la impongo, la democrazia»). Il dato reale invece è che l’Italia è un paese un po’ conservatore, tradizionalista, diffidente

verso l’innovazione (almeno finchè non ingrossa il portafogli) e abbastanza spaventato dal cambiamento sociale. Lo dicono i numeri. E la prova del nove è che

da noi gli elettori di sinistra sono meno del 30% ottenuto dal PD alle scorse politiche. Infatti il Pd ha pescato anche tra i cattocoservatori e i

teocon.

Non è un male, beninteso. E’ solo un dato che conviene non dimenticare, se ci si professa democratici. La migliore definizione di democrazia l’ha data

Kenneth Galbraith e diceva più o meno così: «Democrazia è quando

più della metà delle persone ha ragione più della metà delle volte.» Siamo di meno, quindi hanno ragione loro. Almeno finchè non saremo di più.

Essere di più. Per essere di più a condividere certi valori e spostare i numeri occorre creare consenso. Ma consenso stabile, su un progetto, su

un modo di vedere il mondo. Il che assomiglia molto a lavorare

sula cambiamento del clima culturale di un Paese. Cosa che notoriamente richiede tempi sociali molto lunghi e un investimento coraggioso e a lungo termine.

Ma la politica è incapace, quasi per definizione, di lavorare a lungo termine. Quindi per fare numeri pesca a sinistra (esperienza Ulivo) o al centro, qualsiasi

centro (persino la Binetti).

La lezione dei giochi di strategia. Chiunque abbia mai giocato ad un gioco di strategia sa benissimo che per vincere basta fare accumulo e non

attaccare all’inizio. A quel punto il nostro insediamento produrrà risorse più velocemente e avrà sempre qualcosa in più da giocare per battere gli altri. In questi

anni, Berlusconi (la cui abilità politica è stata molto sottovalutata, oscurata dal suo apparire ruspante) ha fatto un lavoro di questo tipo. Soprattutto entrando nella

cultura disponibile in Italia e agendo su di essa con i messaggi più facili, più immediati. E’ oggi un albero secolare con radici profondissime nel terreno, attaccato da

cespugli di piante diverse (le più o meno sedicimila linee politiche del centro sinistra). Non faccio il tifo per lui, anzi, ma riconosco il valore dell’avversario che

gioca terribilmente bene le sue carte.

Il Grande Sottovalutato. Non so se ci avete fatto caso, ma in Italia (e persino all’estero) è difficilissimo fare informazione seria su Berlusconi. L’informazione

seria, infatti, andrebbe distinta dalla satira, ma ormai quasi nessuno (al centro o a sinistra) riesce più a scrivere qualcosa su Berlusconi senza infilarci quache forma di ironia o di dileggio. Questo,

credo, è imputabile ad una differenza di percezione che spesso trascuriamo e che ci fa sbagliare il giudizio. Noi partiamo (a volte incosciamente, proiettando le aspirazioni)

dalla considerazione che il lavoro della politica sia produrre il bene comune. Ma è sbagliato, come è sbagliato credere che il lavoro dei news media sia fare informazione. Il lavoro dei

grandi editori è produrre fatturato, senza il quale non si avrebbero le notizie e l’informazione. E il lavoro della politica è gestire e controllare il potere.

Ogni tanto per farlo serve consenso

e quindi è necessario pensare al bene pubblico. Quando questo accade, le nostre società crescono. Ma più spesso, e qui è maestro Berlusconi, occorre creare consenso a prescindere, dire quello che si

sa che che altri vogliono ascoltare. Che poi si faccia o meno è irrilevante.

Così, se pensiamo al bene pubblico, ci stupiscono molte cose di Berlusconi. Se pensiamo al modo in cui interpreta la politica come gestione e conservazione del potere appare un gigante. Che

non sarà mai nemmeno scalfito da dileggi o ironie. I suoi messaggi (anche se non sono necessariamente veri o plausibili) sono più semplici ed efficaci. E chi percepisce i suoi messaggi non si

convince certo se qualcuno lo prende in giro. Anzi, al massimo si adopera per rassicurarsi e difendere Berlusconi.

Non sparate su Veltroni. PDL e PD giocano la stessa partita, ma con regole differenti. Il primo assomiglia ad un’azienda, verticistica, organizzata, quasi militarizzata. Le scelte

politiche vengono determinate tramite una mappa degli interessi tra le varie parti e il consenso interno è un asset aziendale. Ogni tanto

si legge in giro di qualche polemica tra i leader, ma fa solo parte della necessità elettorale di parlare ciascuno alla propria base. Poi, se notate, le cose si ricompongono immediatamente, seguendo il

fortunatissimo principio dei panni sporchi che si lavano in famiglia.

Il Pd invece gioca con le regole tradizionali della politica e della democrazia. Si discute all’interno, si dà spazio alle discussioni, si fanno estenuanti votazioni. La differenza tra i due modelli

(aziendale e democratico) ci insinua una percezione subdola, facendoci apparire i signori di centro sinistra particolarmente rissosi e disorganizzati. E molto meno efficaci. Ma se ci pensiamo bene

è solo una differenza profonda di approccio. E non so quanti di noi vorrebbero un centro sinistra organizzato in maniera aziendale, anche se forse funzionerebbe meglio.

Il risultato però è che il Pd appare (nella percezione sommaria) molto più debole di quello che è. Da mesi non si legge nemmeno sulla stampa schierata una parola positiva su Veltroni, come se

fosse colpa sua. Il problema del leader, tuttavia, è solo una speranza consolatoria. Possiamo cambiare allenatore tante volte quante vogliamo, ma giocheremo sempre con regole differenti. E la debolezza della

sinistra resta principalmente dov’è: nei numeri. Che obbligano a dialogare di qua o di là, mediando posizioni e annacquando prospettive. C’è poco da fare, tocca prenderne atto. Un leader di

carisma soprannaturale potrebbe forse portare il PD ad apparire democratico ma maggiormente unito anche giocando con regole differenti. Ma leader

come Obana nascono ogni 50 anni (forse) e non in tutte le nazioni. E rimarrebbe il problema di aggregare cattolici (litigando sui temi etici) o sinistra radicale (litigando sul costume da bagno di Marx).

No way.

La superstizione delle televisioni. Non sono certo un sostenitore dell’eliminazione di norme che puniscano il conflitto di interessi, ma credo che anche questo sia un finto

problema consolatorio. A parità di minuti in televisione, Berlusconi e i suoi stracciano tutti. Perchè sanno usare meglio il loro tempo e possono farlo con le regole del populismo, o con quelle che a noi

appaiono tali (il che non vuol dire): se hanno presa, in democrazia hanno ragione loro. Sanno a chi parlano,

sanno cosa c’è voglia di sentirsi dire, utilizzano sempre l’argomento più facile. Conoscono le (ciniche) regole

della comunicazione di massa. Il problema, per come la vedo io, non è tanto a livello di controllo dei media quanto di controllo dei messaggi. A sinistra parlano a una cultura di minoranza, a destra

intercettano quello che la maggioranza trova tranquillizzante. Io a volte penso che se fosse stata la sinistra, in questi anni, a controllare sei reti televisive, dieci milioni di italiani in più avrebbero

votato PDL a furia di sognare di notte il faccione in bianco e nero e dilatato di Enrico Ghezzi che racconta

la corazzata Potemikin o un qualche esoterico film congolese degli anni 50.

Dobbiamo rassegnarci? Non lo so. Ma forse dovremmo essere più indulgenti con quello che abbiamo, considerato questo ragionamento (e le alternative realmente disponibili). Certo, spesso

ci pare che ci siano errori evidenti, ma molte volte dipende dal fatto che fare è sempre molto

più difficile che prendere per i fondelli o ironizzare su chi fa. Se l’Italia è davvero un paese un po’ conservatore e tradizionalista, e se ci stanno a cuore le libertà personali e l’innovazione,

forse dovremmo cominciare a tener conto del fatto che siamo una minoranza. Una minoranza con tutte le sue buoni ragioni, ma non con la Ragione in senso assoluto, non in democrazia (che è dialogo e confronto e rispetto delle

posizioni altrui). Siamo una minoranza che può creare consenso sulle sue ragioni

solo imparando a comunicarle, a farle attecchire, a creare lentamente un clima culturale diverso. Una minoranza che deve essere in grado di produrre esempi e alternative al pensiero della maggioranza.

A partire dai media e da chi fa informazione, per arrivare a chi ogni giorno sul suo

blog si racconta e racconta il mondo che vede. Non è facile e non ci vorranno pochi anni. Certo, poi, la politica è tutta un’altra cosa. Ma proviamo a chiederci se è il Paese che

viene determinato dalla politica o se è la Politica che viene espressa da un Paese.

Noi, che dite, ci siamo?

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