Il potere che spiega se stesso

Sintesi per i più pigri..

E’ un post lungo. Per i più pigri può bastare questo capoverso di sintesi: nel testo che segue parlo di Al Capolinea. Controstoria del Partito Democratico. Normalmente non scrivo mai delle cose che non mi piacciono, ma il mio giudizio su questo libro rientra in una serie di mie osservazioni più generali sulla nascita del Partito Democratico, che mi interessa osservare da un punto di vista di sistema.

Di fatto il libro mi pare vecchio e prescindibile, scritto in un italiano involuto (che è purtroppo la lingua ufficiale della politica patria) e privo

di argomenti convincenti se non si è interessati all’archologia politica spacciata come dibattito attuale. Mi pare inoltre abbastanza scollegato dalla realtà del mondo civile e piuttosto carente di senso reale di futuro. Quindi, se devo assumermi la responsabilità di consigliarlo, lo consiglio solo ai frequentatori delle ortodossie di partito. E solo perchè potrebbero trovarsi ad affrontare pigramente il tema in qualche conversazione. Ma il primo consiglio è naturalmente quello di non fidarvi troppo del mio giudizio e di leggerlo per farvene uno vostro ;)

Dichiarazione di valori.

A differenza di quanto si fa sui giornali, in Rete prima di presentare una propria opinione ci si concede il lusso di chiarire la posizione personale sullo scenario. Gli yankee la chiamano disclosure

(spesso in riferimento a potenziali conflitti di interesse), i sociologi la definiscono “dichiarazione di valori”, ma alla fine è una semplice pratica di trasparenza che a me piace molto. Quindi, anche se per qualcuno che passa spesso da queste parti è già cosa nota, prima di commentare il libro di Macaluso

chiarisco che qui si fa il tifo per il Partito Democratico, ma senza disconnettere in alcun modo il giudizio critico. Anzi, poichè mi appassiono alle letture di sistema e nonostante sia tifoso, ho dei miei personali motivi di scetticismo sull’efficacia politica del nuovo partito. E proprio per questa ragione (prima di esprimere le mie in un prossimo post) sto studiando le ragioni degli altri.

L’aria che tira

Ho avuto spesso occasione di parlare del partito Democratico in questi ultimi due mesi. Con interlocutori diversi: persone con un ruolo istituzionale, persone pensanti e persino con quelle che io definisco saracinesche chiuse alla politica (ovvero elettori televisivi che guardano la politica incidentalmente con la visione laterale). Se escludiamo i gruppuscoli che sono in fila per salire (lecitamente) sul trenino, mi sembra che con argomenti diversi, più o meno razionalizzati o motivati, ci sia una certa tendenza all’assuefazione da cambiamento senza cambiamento reale. Sì, stanno cambiando nome. Sì, sciolgono Margherita e DS, ma sempre loro sono. Sì, si mettono l’abito da sera ma non si sono lavati le ascelle (l’ho sentita davvero, questa).

Io personalmente non voglio cedere a posizioni di contrapposizione netta tra società civile e classe politica, perchè mi rendo perfettamente conto che è la stessa teoria politica a definire la politica agita come “lotta per il controllo e il mantenimento del potere”. Evito quindi di scandalizzarmi e di tracciare giudizi frettolosi, e cerco di farmi un’idea. Sebbene stia coltivando ragioni mie sulla necessità di cambiare un po’ i processi politici per aumentare l’efficacia e il consenso.

Però certe volte è dura

Leggendo Al Capolinea. Controstoria del Partito Democratico (che ha in lettura anche Veltroni)

confesso di aver provato una leggera insofferenza fin dalle prime pagine. A pagina 57 ho smesso di leggere ed ho sorvolato i

paragrafi per vedere se ci fosse, per legge dei grandi numeri, qualcosa di interessante o anche solo di contemporaneo. Non c’era.

E’ (come spesso capita a molti saggi) un libro costruito intorno a una sola idea. Che più o meno si potrebbe sintetizzare con: non mi piace il PD e faccio sfoggio di cultura politica per dirvelo in oltre 100 pagine.

Le 133 pagine pescano tra storia della politica italiana, autocelebrazione (l’autore a tratti parla di sè in terza persona), biografia implicita da “io c’ero nelle stanze del potere” e qualche idea politica affidata agli onnipresenti -ismi. Anzi, è un vero e proprio trattato -ismologico in cui ogni concetto si esprime attraverso il suffisso, fino a vette innovative come il blairismo. E’ una vecchia storia: queste parole, su cui non esiste nemmeno accordo convenzionale sul significato, secondo la visione dell’attuale classe dirigente dovrebbero spiegare qualcosa. Come se ad intellettuali e società civile bastasse ricevere etichette di correnti di pensiero per capire come spiegarci il mondo e farci rimaere affascinati da una politica vuota di contenuti veri. (Per un’idea introduttiva sull’-ismologia si guardi la mozione Fassino per il PD, come esempio).

Poi ci lamentiamo che non c’è una cultura di sinistra e una cultura riformista. Come se potesse esserci una cultura viva, se la sinistra si esprime così. Il linguaggio, non bisogna dimenticarlo, ci dice molto su come interpretiamo la realtà. Non è solo forma, è il modo che scegliamo per comunicare una visione del mondo.

Il paradosso della classe dirigente.

Ho cercato di analizzare la mia insofferenza durante la lettura e ne spiego le ragioni in modo che magari qualcuno possa confutarle e farmi capire dove sbaglio. A parte il linguaggio involuto, mi è sembrato di riconoscerne le cause in diversi punti:

  • La classe dirigente sono gli altri. A pagina 13, la prima pagina scritta da Macaluso, ho cominciato ad aspettarmi di leggere una cosa che ho puntualmente letto a pagina 46. Era solo questione di tempo, lo sapevo. Con una teatrale modifica del tono, che dal burocratese politico passa all’ammiccamento confidenziale (“diciamo come stanno le cose”), l’autore ci mette a parte di un improvviso slancio di franchezza:

    Diciamo come stanno le cose. Lo svolgimento della lotta politica e i ritardi complessivi accusati dal paese in tutti i campi hanno messo in evidenza una preoccupante crisi della classe dirigente.

    Io lo chiamo il “paradosso della classe dirigente”. Tutti i membri della classe dirigente, sparano sulla classe dirigente come se loro invece fossero lì per caso. E’ evidentemente un argomento retorico usato per differenziarsi e creare complicità con il lettore. Il messaggio implicito è “conta su di me per cambiare le cose”, anche se ormai non credo ci caschi più nessuno. Ma spesso è addirittura una deresponsabilizzazione in buona fede: a quanto pare i dirigenti italiani non si sentono classe dirigente. :)

    Ora, sebbene Macaluso faccia frequenti accenni alla necessità di cambiare i processi politici (dente che duole su cui non smetteremo mai di far battere la lingua) e insista canonicamente sulla necessità di un pensiero politico strategico e non semplicemente tattico, ha scritto un libro improntato (a mio parere) sull’assenza totale di senso di futuro.

  • Sulle spalle dei giganti. Come ho avuto modo di scrivere più volte, ho la sensazione che negli ultimi 20 anni il mondo sia cambiato in maniera abbastanza radicale, diventando molto più complesso. E la nostra classe dirigente si è formata ed ha costruito il suo potere in un periodo differente, cui cerca di far aderire forzatamente la realtà di oggi.

    Macaluso cita en passant le posizioni di Cacciari e Polito sulla necessità di non perdere tempo a parlare per -ismi e dimenticare un po’ il passato, il che significa, per me, magari cominciare ad elaborare una visione del mondo non fondata su formule ormai vuote (che non interessano certo i cittadini e che non muovono la realtà). Ma i suoi argomenti sono tutti storici. Sale sulle spalle dei giganti del passato, cita statisti e movimenti, traccia una storia delle decisioni politiche.

    Si sa, salendo sulle spalle dei Giganti (dice il luogo comune) si vedono meglio le vite degli uomini. Ma la mia sensazione è che il signor Macaluso si sia accomodato dalla parte sbagliata e, guardando all’indietro, non fornisca alternative utili sulla strada da percorrere.

  • La politica spiegata dalla politica. Ci sono poche cose che mi sembrano sterili come la politica che spiega se stessa guardando le cose dall’interno. E’ esattamente questa, credo, la ragione dell’assenza di cambiamento e del ritardo. Lo stesso Macaluso muove questa accusa ad altri (Fassino, D’alema, ecc.) ma alla fine adotta il principio del vaccino: ci inietta una dose forte dello stesso atteggiamento sperando forse di metterci al riparo dall’infezione.

    Nel suo libro la prima cosa che si nota è che manca la gente, manca il Paese, manca la capacità di pensare la politica in funzione dell’interesse collettivo e del bene comune. Il massimo di accenno alla società civile è un’allusione “al mondo come lo raccontano i giornali”. Quasi che avere un contatto diretto con la società, che pure si rappresenta in Parlamento, sia una forma di contagio.

    Non è populismo il mio. Capisco bene come funziona il mandato di rappresentanza nelle democrazie attuali. Tuttavia coltivo il sogno di dare delega ad una classe politica in grado di leggere i “segnali deboli” che arrivano dal mondo civile e che permettono di costruire ipotesi sulla direzione che sta prendendo la nostra società, per governarla meglio. E’, a mio modo di vedere, un criterio di efficacia della politica, che paradossalmente significherebbe anche maggior consenso per i politici capaci di sostenere lo sforzo di comprensione. E’ uno dei paradossi del Partito Democratico, che postula (invece di “partire da”) un bisogno dell’elettorato e si costruisce solo a livello politico (ovvero interno). Come se non esistesse un livello politologico, in cui è necessario tenere conto di relazioni precise e di sistema con elettorato e processi di opinione. Ma di questo vorrei scrivere in futuro.

    Di fatto Al Capolinea mi sembra un libro che racconta il potere come fine a se stesso e come interesse di bottega, parlando ai bottegai nella loro lingua corporativa. Un’espressione di pensiero politico assai simile all’arte del pittore senza scopo di Baricco, quello che dipingeva il mare con l’acqua di mare. La politica, a mio parere, non può bastare a spiegare se stessa. Deve guardarsi e riconoscersi negli occhi dei cittadini. E imparare ad uscire fuori dall’ortodossia sedimentata e quasi cospiratoria che insegna anche ai suoi giovani adepti.

  • La buona notizia.

    Ho cercato di razionalizzare la mia inquietudine durante la lettura. Trattandosi di inquietudine, non potevano venirne fuori ragioni positive e me ne dispiace (prima di tutto con l’autore) perchè avrei preferito costruire un racconto entusiasta su slanci di pensiero illuminante.

    Tuttavia, per chi spera che cambino processi politici e linguaggio della sinistra (che è l’unico modo per costruire un elettorato e un consenso alternativo alla destra, senza il quale i nuovi partiti che fanno le vecchie cose non servono), c’è una buona notizia: Macaluso non aderirà al partito democratico e noi avremo qualche -ismo di meno. E forse un posto libero per po’ di modernità in più :)

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