Il grado Xerox della scrittura

Prima Goldkorn, in un pezzo intitolato ‘Blog e Verità’:

“Ogni volta che scrivo un testo per il mio blog faccio uno sforzo per sporcare il linguaggio, per renderlo piu’ parlato e meno scritto. Il blog e’ come una conversazione attorno a un tavolo. Non sopporta la perfezione del linguaggio, deve essere un po’ sporco e molto spetinato. Atrimenti non e’ credibile ne’ convincente. Diventa un pezzo scritto: ossia l’opposto di un blog.

[..]

E’ vero, i nostri blog (qui a L’espresso) presentano qualche problema. A differenza della maggior parte degli altri blog, espressione dello spirito anarchico e individualista della rete e dei tempi, i nostri sono ”emanazione” di un giornale. ”Istituzionali” un po’, dunque.

E c’e’ un fattore in piu’. I blog nascono nei paesi anglosassoni. Li usavano (tra i primi) giornalisti di testate affermate. Come mai loro erano piu’ sciolti di noi de L’espresso?

La risposta sta nella retorica. Quella anglosassone trae le sue origini nella Bibbia e nella retorica ebraica. Dove l’importante e’ la testimonianza diretta, il racconto in prima persona. Nel Talmud ad esempio si citano sempre tutte le varie versioni della verita’: sono equipollenti. I giornalisti inglesi e americani, spesso usano la prima persona, diccono: penso che… Ho avuto l’impressione…

In Italia prevale invece la retorica cattolica, barocca. Chi parla, anzi scrive, lo fa ex cathedra: per stabilire una verita’ universale. Di conseguenza osiamo meno esporci in prima persona: con i nostri sentimenti e la nostra soggettivita’”

Poi Cotroneo:

“Forse non uso abbastanza un linguaggio da blogger? Bene, non voglio usarlo. Forse non uso un italiano volutamente sporco (come assai erroneamente vorrebbe fare Goldkorn nel suo “Contaminazioni”)? Non so usare i linguaggi sporchi, non mi interessano e io scrivo in italiano. Punto. Se i miei lettori preferiscono gli slangucci alla moda, se ne vadano in giro per la rete, e troveranno pane per i loro denti.”

Io, personalmente, temo che non sia solo un problema di forma. Anzi, credo che l’analisi formale sia ‘solo’ un alibi perfetto. E ho la sensazione che il problema non riguardi esclusivamente i blog, ma tutte le forme di produzione dell’immaginario (a partire dall’espressione letteraria giovane e contemporanea, che oggi ci appare arrotolata nella sua ricerca di improbabili pozzi artesiani dell’emotivo).

Queste considerazioni mi fanno tornare in mente un articolo di Raffaele La Capria intitolato “Il conformismo della forma” (in Letteratura e salti mortali). E quando qualcuno dice ciò che pensi meglio di come lo diresti tu, rimane solo la citazione:

“Ma per restare nell’ambito letterario è evidente che in una cultura che formalizza persino l’articolo e il titolo di giornale (lenzuola d’oro, baby stupro), la scelta, l’invenzione e la collocazione delle parole nel discorso si è fatta insinunante, astuta, soprattutto astuta, e riguarda sia le parole morte e desuete sia quelle prelevate dal dialetto o da altre zone, perchè tutte possano contribuire a formare quella scrittura tipo cassata alla siciliana dove ora trovi una noce ora un confettino e ora un pinolo; o quella specie di swahili colto, sopranazionale e di buona marca, che funziona comunque e dovunque utilizzando lo spot stilistico, la sintassi fulminante, la citazione eccitante, la coppia di aggettivi scoppiettante, l’understatement supponente, la parafrasi pavoneggiante, lo scoop del punto di vista insolito che capovolge quello assodato, la negazione euforica di tutto e di tutti, e quella biblica dell’universo in blocco.”

E poi, ancora:

“Solo pochi ingenui e bistrattati contenutisti osservano che bisognerebbe far avanzare insieme con il linguaggio anche l’idea del mondo, insieme col modo anche anche la cosa, atrimenti a quale stampella le appoggiamo tutte queste belle scritture? Possono starsene lì, sospese nel vuoto?.”

Far avanzare con il linguaggio anche l’idea del mondo è (imho) una condizione necessaria all’espressione. In fondo, come direbbe Borges, un classico (io oggi parlerei di testo ) è un libro che generazioni di uomini, con l’urgenza di diverse ragioni, leggono con anticipato fervore e con una misteriosa lealtà.

Note:

1. ‘Il grado Xerox della scrittura’ è una provocazione di Baudrillard che parafrasava Barthes.

2. La citazione di Borges proviene da un pezzo intitolato ‘Sobre los clasicos’ (1965), inserito nel volume ‘Otras inquisiciones’. La traduzione è mia.

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