Il giornalismo salvato dagli antropologi

Quando cambia il mondo, non puoi semplicemente adeguare un vecchio contenitore (il giornale, idea ormai logora e inattuale) ad un sistema e a supporti nuovi. Qui si ripete da tempo, in diverse salse, che se si vuole ricostruire un modello di ricavi bisogna pensare in modo differente, superando le vecchie abitudini specialistiche. E bisogna attingere a competenze nuove, con idee nuove, capaci di disegnare un contesto che produca motivazione all’acquisto dell’informazione

Qualcuno, per la verità, lo fa (o almeno ci prova). L’Associated Press già nel 2008 aveva commissionato una ricerca a degli antropologi, per migliorare i propri servizi. E oggi, per la seconda volta, assolda degli antropologi per produre uno studio su come costruire engagement con i lettori. E il risultato è che questi ultimi -lontani dal soffrire l’information overload- sembrano preferire una comunicazione bidirezionale piuttosto che il «bombardamento di notizie a direzione unica». E questa comunicazione deve essere trasparente e onesta.
«I lettori vogliono costruire con il giornalismo una relazione reciproca, fatta di scambi a due vie, costruita sulla fiducia e non semplicemente sul valore del contenuto o della pubblicità»

La conclusione, almeno per chi non è un conservatore del giornalismo, sfonda una porta aperta: «Devi essere capace di socializzare il tuo spazio prima di poterlo monetizzare. La soluzione non è costruire contenuti capaci di fidelizzare i lettori, piuttosto è progettare ambienti migliori e maggiormente in grado di facilitare la fidelizzazione con i contenuti».

Se vuoi capirne di più, anche sul concetto di communitas che viene citato, puoi andare sulla home della ricerca (Clearing the Clutter) e poi leggere il bel pezzo di Antropologi.Info (The end of one-way communication – Anthropologists help news providers and advertisers).

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