Il futuro si fa, non si subisce

anto In 140 caratteri: «Dobbiamo chiedere alla nostra classe dirigente una maggiore comprensione del contemporaneo»
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È una cosa su cui insisto spesso. Dobbiamo chiedere alla nostra classe dirigente una maggiore comprensione del contemporaneo.
Su L’Espresso in edicola questa settimana (il Non Solo Cyber toccava a me), un paio di spunti. Ne incollo un frammento.

Linguaggi nuovi per un secolo nuovo
«E le nuove invenzioni portano, certo, sempre nuove soluzioni. Ma anche nuovi problemi. Alcuni di questi sono di carattere etico, sociale, culturale e persino umano. Un esempio su tutti potrebbe essere quello del complicato rapporto tra sicurezza (controllo dei dati) e libertà personale (difesa dei dati e degli spazi personali)
Ma il vero problema, ancora più a monte, è che probabilmente la nostra classe dirigente non è pronta ad affrontare tutto questo. Siamo ancora tutti ancorati a temi che appartenevano -e ancora appartengono, anche come linguaggio- al secolo precedente. Anche su aspetti strategici, come quelli del lavoro e della promozione dello sviluppo, come della crescita economica.
Così forse dovremmo essere noi cittadini a mettere in agenda la necessità di aggiornarci, per essere pronti. E spingere con forza la richiesta, a chi ci governa, di entrare culturalmente in questo secolo. Perché le tecnologie che oggi sono immature, domattina avranno cambiato il mondo. E noi potremmo trovarci a subirle, invece di scegliere con consapevolezza qual è la società che vogliamo. E forse potremmo provare a pretendere di avere, per noi, quel senso di futuro che la politica attuale sembra trascurare con pesante leggerezza».

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