I am Klout

Forse conviene dirlo subito: io sono sempre stato vagamente diffidente sui sistemi che misurano l’autorevolezza, almeno quelli visti finora.
Klout non fa eccezione: per me resta poco più di un giochino (ho creato solo oggi il mio profilo) e il titolo del post è una leggerezza ispirata al nome di questa band inglese.

Però, soprattutto oltreoceano, ha fatto molto notizia la storia di Sam Fiorella, un marketer con un buon curriculum che, nonostante tutto, ha perso un’occasione di lavoro perché il suo punteggio su Klout è stato giudicato troppo basso. La racconta Wired: What Your Klout Score Really Means.

Ora, non credo ci siano dubbi sul fatto che la nostra presenza sui social media sia una miniera di informazioni su di noi, quando ci valutano per un lavoro. Probabilmente è il modo migliore che abbiamo noi di presentarci. Ed é un ottimo strumento che ha chi valuta per conoscerci, in modo più profondo rispetto al vecchio tradizionale curriculum.

E sicuramente il caso di Klout è un caso limite. È un sistema che consente di autoalimentare il proprio score e che si presta facilmente a forzature, quindi difficile da prendere troppo sul serio.
Inoltre la qualità delle relazioni e la qualità dell’ascolto (che poi sono il senso ultimo dell’autorevolezza) non sono misurabili quantitativamente. Non ancora almeno.

Ma -come spesso accade- la discussione che ne è nata intorno vale i pochi minuti necessari per le letture. Così, se hai voglia, puoi partire da un post di Jeremiah Owiyang che si intitola, in modo significativo: How Social Profiling Will Work In The Real World.

O, se ti avanza qualche minuto, un pezzo di Ben Popper che in chiusura pone qualche domanda che mi pare corretta: Its terrifying how important your Klout score has become.

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