Giornalismo in bottiglia

Marco Bardazzi, che è uno degli italiani con le migliori letture sul tema, ha un interessante post intitolato Il Futuro del giornalismo? L’acqua in bottiglia. La tesi (originata da Betsey Reinsborough e condivisa almeno in parte da Marco) regge su una similitudine: fino ad alcuni anni fa sarebbe stato impossibile mettere a pagamento un prodotto che tutti avevano gratis aprendo il rubinetto. E il giornalismo potrebbe far così.

Io, personalmente, trovo affascinante la similitudine ma credo che che regga solo fino a un certo punto. E che sicuramente non sia una soluzione, non certo una soluzione che basti da sola. Perchè non è solo una questione di qualità (che in rete è un concetto già di per sè molto scivoloso e andrebbe declinato su diversi gradi di preferenze individuali). E’ anche un problema di incrocio di differenti altri fattori.

Metti il paywall e aumenti i ricavi da contenuto, ma diminuisci la diffusione (e quindi la pubblicità). Mentre basta che uno solo dei tuoi vicini metta la sua qualità disponibile gratuitamente e tutti smetteranno di cercare la tua qualità. Insomma, la parte un po’ sottovalutata dell’analisi è che la rete è un mercato dell’acqua in cui qualcuno può darti le bottiglie di minerale gratis ma con un logo sopra. Oppure in cui mille piccoli produttori ti danno una goccia a testa per assemblarti la tua bottiglia. Solo per fare qualche esempio.

In fondo, con qualche variazione, è lo stesso problema che ha avuto l’industria musicale (che ha esplorato spesso le stesse soluzioni, come far pagare chi vendeva la banda o ha scagliato strali contro i “pirati” come gli editori contro Google). Lì hanno sperimentato molto, in questo tempo, ma ancora non ne sono venuti a capo. E tra qualche anno toccherà ai libri, appena andrà in crisi la struttura tradizionale di ricavo.
La mia sensazione è che sarà necessario cambiare radicalmente. Non basterà spostare sul retro l’ingresso o ridipingere la stessa facciata. (Ma spero di sbagliarmi).

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