Gastrofisica, o di come il gusto per il cibo sia tutto nel nostro cervello (e non nel palato)

gastrophysics In 140 caratteri: «Cosa accade quando scriviamo una recensione di un ristorante? Cosa ricordiamo del cibo che abbiamo mangiato?» Tweet this!

«Le patatine sono più buone se il sacchetto che le contiene è più frusciante», raccontava Repubblica alcuni giorni fa, senza omettere di ricordare che il risultato di questa ricerca è stato insignito del premio «Ig Nobel, quello che si conferisce alle ricerche più bizzarre».

L’idea del cibo, non il cibo
A molti di noi parrà abbastanza ovvio, ma non è così scontato. Viviamo nell’epoca in cui condividiamo le foto di quanto mangiamo o cuciniamo, e la sola immagine (unita magari a una sapiente didascalia à la Tombolini) è in grado di suscitare commenti netti («Buono!»).

È chiaro, empiricamente, che questa percezione ha luogo nel cervello di chi osserva, instaurando un rapporto a distanza con il piatto.

Ma cosa accade quando invece scriviamo una recensione di un ristorante? Cosa ricordiamo del cibo che abbiamo mangiato?
Molto spesso la nostra percezione si costruisce sull’antipasto (cosa su cui si focalizzano molti ristoratori, perché è la prima impressione) e sulla sensazione finale. Tralasciando, come mostra questo video di Business Insider, ciò che viene nel mezzo, come se fosse stato tagliato con le forbici.

Ci sono alcuni suggerimenti su come i ristoratori possono usare strategie interessanti per avere recensioni migliori (o lasciare il ricordo di un’esperienza migliore). Ad esempio facendo iniziare il pasto con qualcosa che il cliente non si aspetta: Top restaurants use these simple techniques to leave you thinking about their food

Tutti i sensi e non solo il palato
«Nel mio esperimento le persone che mangiavano con forchette e coltelli di un certo peso erano pronte a pagare per il medesimo piatto molto più denaro rispetto a quelle che avevano cenato con stoviglie più leggere», cita Repubblica, «Il peso – sia nel packaging che nei piatti e decorazioni da tavola – viene percepito come sinonimo di sostanza, quindi di qualità».

Ma contano anche odori, suoni, emozioni. «”Se litighi con il tuo partner e poi vai a magiare nel ristorante migliore del mondo il cibo non ti colpirà particolarmente”, riflette Spence.

“L’umore e le emozioni contano moltissimo. Alcuni locali mettono sui tavoli carte con barzellette, per ben disporli. Altri usano internet, Facebook, per esempio, per scoprire qualcosa dei commensali e poi cercano di personalizzare il menu o di offrire qualcosa che ricordi l’infanzia, ovvero che venga associato a ricordi felici. Sullo stesso principio adesso Starbucks o la Coca Cola scrivono il nostro nome su bicchieri e bottigliette. Tutti amiamo qualcosa di personalizzato, che sembra fatto appositamente per noi”».

Se vuoi approfondire, il pezzo si intitola: Cibo, non solo l’occhio vuole la sua parte: così i 5 sensi decidono cosa ci piace (o meno)

Perché sono curioso di leggere il libro
Repubblica lo tratta -anche con ironia- come curioso argomento di costume, e specifica che l’autore è spesso finanziato dal marketing dell’industria gastronomica.

Ma è un tema che poi in fondo riguarda da vicino sia chi si occupa professionalmente della comunicazione del food, sia chi con i piatti ci gioca o semplicemente li assapora e li valuta.

Personalmente, cercando altre informazioni, mi sono imbattuto in riflessioni che mi hanno divertito e interessato, come l’articolo del Guardian.

E mi sono convinto -poi ti dirò- che possa essere una lettura utile per provare ad avere una maggiore consapevolezza (o anche solo a esercitare un po’ di sano pensiero laterale) sul nuovo comportamento sociale e sul rapporto quotidiano che abbiamo con il cibo.

Il libro lo trovi qui: Gastrophysics: The New Science of Eating

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