Fumarsi l’iPhone

Sull’Espresso in edicola questa settimana (il NonSoloCyber toccava a me) propongo una piccola riflessione sull’idea di dipendenza dal digitale su cui ogni tanto si esercita qualche allarmismo.
Lo spunto è una ricerca che, qualche settimana fa, paragonava il nostro rapporto con i device (dallo smartphone all’iPad) al vizio del fumo.

Trascrivo un brano per raccontare come la vedo io: «Ma la narrazione di queste piccole attività ormai consuete forse non merita di essere costruita con le caratteristiche dell’addiction, del vizio di cui siamo schiavi. Noi non abbiamo un rapporto diretto con lo schermo, o con il pezzo di tecnologia che teniamo in mano. Piuttosto, abbiamo un rapporto con il mondo che quell’aggeggio ci apre. Senza l’accesso a “quanto conosce il web” siamo meno intelligenti, senza quei dispositivi -piccoli e grandi- non abbiamo accesso a parti importanti della nostra vita. Pensiamo alla porzione di lavoro che passa per il mondo immateriale dei network. O pensiamo ai mille modi nuovi che oggi abbiamo per restare in contatto con i nostri amici (o per conoscerne di nuovi).

La tecnologia ci consente facilmente di impostare un interruttore su “on” come su “off”. Se centinaia di milioni di persone decidono di utilizzarla, probabilmente non è perché ci sia una qualche forma di mistica dipendenza di massa. È più facile che la spinta venga da un sistema di gratificazioni (culturali, sociali, professionali) che, alla fine, diventano una componente importante delle nostre vite.»

L’Espresso, “Il Web non va in fumo” (non online).

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