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Un milione di copie, chiusa per crisi

Storia di una rivista di enorme successo, travolta dalla riorganizzazione di Condé Nast
Quelli del Los Angeles Times erano stati i primi a dare la notizia bomba: la Condé Nast, la più grande casa editrice del lusso, aveva deciso di chiudere Gourmet. Per alcuni giorni si era parlato di importanti tagli di budget in tutte le redazioni delle principali riviste del gruppo, ma poi era arrivata la notizia vera. Una notizia incredibile perché "La Regina", come Gourmet era chiamata nel settore, vendeva 980.000 copie e aveva un prestigio e un primato culturale e qualitativo insuperabili. Ma la crisi negli Stati Uniti aveva bussato a tutte le porte e quindi anche in casa Condé Nast, dove mesi prima era stata assoldata la McKinsey per fare un'analisi dello stato di salute delle sue decine di pubblicazioni.

E il responso era stato incredibile: a parte il taglio del budget di Vogue Usa, già di per sé una notizia, McKinsey suggeriva di chiudere Gourmet e due altre testate di minore rilevanza e puntare tutto, per quel che riguardava cibo e stili di vita, su Bon Appétit, altro mensile del gruppo con target per un pubblico medio e una diffusione di 1.300.000 copie. Non che non ci fossero dei buoni motivi per essere preoccupati per i conti di Gourmet, dal momento che il numero di pagine di pubblicità era crollato, ma di qui al decidere la chiusura, tutti pensavano che ce ne passasse.

Gourmet è/era un mensile fondato nel 1941 ed entrato nel dopoguerra nella scuderia Condé Nast: un classico, una rivista sempre più virata verso un target medio alto, una rivista con i migliori fotografi, i migliori stilisti di food, i migliori grafici e costi di gestione sempre più elevati. Ma tutto era compensato dagli introiti pubblicitari perché la pagina di Gourmet costava 100.000 dollari e negli Usa non si pratica la politica degli sconti del 90% come in Italia. Certo, il costo pagina era altrettanto impressionante e oscillava tra i 7.000 e i 10.000 dollari perché, come abbiamo visto, quelli che ci lavoravano erano i migliori e le trasferte in giro per il mondo erano costosissime.

L'ultima direttrice, Ruth Richl, era stata per anni il critico gastronomico del New York Times, il posto forse più ambito del mondo dai giornalisti del settore, perché il titolare dispone di un budget di 300.000 dollari annui per spese di ristoranti e viaggi. Con la crisi anche questo trono verrà ridimensionato, ma questa era la storia da cui lei proveniva.

Sotto la sua direzione la rivista era cresciuta in qualità e in taglio letterario e giornalistico e il sito di Gourmet era diventato il più bel sito di cucina e stile di vita di tutta la rete. Il modo con cui la Condé Nast ha gestito la vicenda è incredibile: la notizia della chiusura è apparsa sul Los Angeles Times ed è rimbalzata su tutti i media americani. Ruth Richl non era stata avvisata e lo ha saputo dai giornali mentre rientrava a New York da Los Angeles. Due giorni dopo i locali del magazine erano già stati svuotati e tutti i dipendenti o passati a altre riviste della Condé Nast o licenziati. Oggi i giornali americani si chiedono chi sostituirà La Regina: si parla di Saveur, di Bon Appètit, di Food&Wine e di altre testate, ma un mensile come Gourmet penso proprio che non ci sarà più.




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