Dice il ministro Maroni che diffondere il filmato dell'omicidio di Napoli
è stato un errore e che sarebbe bastato isolarne un fotogramma.
Anche la scelta della famiglia Cucchi di
distribuire le foto del figlio Stefano, morto misteriosamente in carcere, viene criticata da quanti
credono che l'atrocità dei mezzi superi l'urgenza dei fini. Un destino mediatico estremo, quello di Cucchi, che era già toccato in malaugurata
sorte a
Federico Aldrovandi,
a
Neda Agha-Soltani, a
Carlo Giuliani.
Il pericolo,
dicono i perplessi, è che l'opinione pubblica finisca per assuefarsi
all'orrore e a reagire soltanto di fronte ai fatti platealmente visibili, quelli in grado di colpire sempre un po' più a fondo l'immaginario collettivo.
È un rischio concreto, rispetto al quale è doveroso confrontare i punti di vista; ma che ha il difetto di essere rilanciato soprattutto quando si ritiene
di dover censurare la realtà. Il paradosso della società dell'immagine è che all'aumentare dell'esposizione alle mediazioni di massa non è corrisposto nel
tempo pari impegno (e interesse) nella formazione delle persone. Ancora oggi, per esempio, le scuole non prevedono percorsi di educazione ai media che
non siano estemporanei e affidati alla buona volontà dei singoli docenti. Il risultato è che una quota significativa della società oggi non governa in
modo del tutto consapevole il racconto mediato della realtà (e tanto meno quello disintermediato attraverso la rete). Se avessimo a cuore la salute e
la sensibilità dell'opinione pubblica forse varrebbe la pena ricominciare da qui. Il velo sulla foto agghiacciante è solo una scorciatoia.