Dice Reporters Sans Frontieres che l'Italia - fresca di retrocessione al
quarantanovesimo
posto in fatto di libertà di stampa - ha «problemi ricorrenti, come l'accesso alla professione, che resta sempre molto
regolamentato. In Italia, per diventare giornalista, occorre vincere un concorso e iscriversi obbligatoriamente a un ordine professionale». A parte l'imprecisione sostanziale del concorso (che invece è un esame), la fotografia della situazione nazionale è venuta forse un po' mossa. Perché paradossalmente da quando l'accesso alla professione può passare anche per
un percorso di specializzazione universitaria abbiamo più
giornalisti patentati di quanti le aziende editoriali siano in grado di assimilare. Professionisti in teoria prima ancora di esserlo in pratica: nel 2009 il problema non è tanto diventare giornalisti, ma essere
giornalisti. Più che l'Ordine, insomma, è semmai il mercato a frenare l'accesso alla professione. L'anacronistico Ordine dei giornalisti ha semmai un'altra colpa, storicamente più grave: grazie ai ranghi ristretti
e alle regole ferree, questa corporazione così anomala avrebbe dovuto assicurare eccellenza e rigoroso rispetto della deontologia nell'informazione professionale italiana. Ha prodotto invece uno dei giornalismi
più sciatti e superficiali della contemporaneità. Passare oggi per intralcio alla libertà di stampa è forse il contrappasso che merita.