Facebook per nonni

nonni La tendenza potrebbe essere raccontata così, come una storiella.
Quando alcuni di noi (early-adopter per professione o per sindrome di Ulisse) entrarono su Facebook, era difficile capirne la logica. Era il 2007 e c’eravamo solo noi, relativamente pochi italiani. Poi, qualche anno dopo è arrivata la prima ondata. Sono arrivati i «nostri amici», quelli del presente e queli del passato. È stata la fase in cui riappariva il compagno delle elementari o il salumiere che non vedevi da 20 anni.
Oggi, grazie agli smartphone e ai tablet sempre più accessibili (puoi comprarne uno per 39 euro, a giudicare da una pubblicità vista ieri), siamo nel mezzo di una fase nuova: stanno entrando su Facebook i «genitori dei nostri amici».

La normalizzazione dei social network
C’è un altro modo per raccontarla. Stanno cambiando le cosiddette «demografiche». E non solo su Facebook: su Twitter, ad esempio, la fascia d’età a maggior crescita è quella tra i 55 e i 64 anni. È una cosa importante, di cui devi tenere conto se in qualche modo lavori con i social.
Puoi fartene un’idea qui: 10 Surprising Social Media Statistics That Will Make You Rethink Your Social Strategy

E se vuoi guardarla da un altro punto di vista, c’è una buona analisi di Jonathan Saragossi che riflette su quanto sia importante questa tendenza e su come provare a immaginare il social network del futuro.
Il pezzo si intitola, non a caso, Facebook is for grandparents: What we need in a next-gen social network.

Effetti collaterali interessanti.
Il senso comune (o forse l’affezione a pensare il contemporaneo in maniera analogica) troppe volte ci porta ad ascoltare gente che racconta di come la rete ci crei disturbi di attenzione o ci renda «più stupidi». L’evidenza scientifica racconta il contrario, ma è un pensiero complesso su cui ancora bisogna fare divulgazione.
Tuttavia, come racconto spesso, il digitale (il web, il mobile, ecc.) ci fa leggere e scrivere come non abbiamo mai fatto.
Ed è utile dare un’occhiata a questo articolo di Andrew Simmons sull’Atlantic. La posizione di Andrew va abbastanza contro i luoghi comuni e suggerisce un’ipotesi interessante: Facebook Has Transformed My Students’ Writing—for the Better.

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