Dialoghi divergenti. Re: Audience Got Voice

Parlo ogni giorno – in multitasking, nessuno dica che io non lavoro perché gli faccio causa – lunghe ore con Giuseppe Granieri usando, io, un notissimo messenger leggero e bianco bianco. Lui usa delle follie da macchintoshista. Parlo poi…

Sarebbe meglio dire che abbiamo un pacato litigio protratto.

Ruota sempre attorno alle stesse cose: come si cambiano i media – il suo pallino, la mente dei media. Come si cambia la discussione: il mio pallino – la mente, l’antropologia degli internauti.

E’ come se fossimo d’accordo sui punti ma assegnassimo “pesi” diversi alle questioni chiave: per me conta la maturazione dell’utente internet che sappia diventare media riconoscendo l’altro, per lui è focale il cambiamento dei media (che io auspico peraltro e sul quale lavoro ogni giorno alla mia scrivania) che debbono cambiare coprendosi di cenere il capino arrogante.

[Zetavu, Dialoghi divergenti. Audience Got Voice]

Come racconta lui stesso, con Vittorio ci confrontiamo molto, a volte anche duramente su alcuni temi. Spesso vengono fuori delle discussioni interessanti, che magari è bene allargare perchè tanti occhi vedono meglio di quattro e sicuramente molti di voi potranno contribuire ad ampliare il punto di vista. Per questa ragione mi piace molto la sua idea di spostare i nostri dialoghi divergenti sul blog. A partire da questi post di riepilogo.

A mio modo di vedere la divergenza tra me e Vittorio ruota su due punti fondamentali, che non sono la mente dei media o l’antropologia degli internauti; o meglio: non sono esattamente quelli.

Io, ad un livello di discussione diverso (quello di sistema), con un ragionamento basato sull’auto-organizzazione, i processi emergenti e la storia degli ultimi dieci anni di Internet, teorizzo davvero una mente sociale della Rete, ma questo è un altro discorso. Al livello della discussione con Vittorio, che è quello dell’oggi e delle scelte da fare nel contesto in cui ci muoviamo, io sostengo fondamentalmente due cose:

a) la Rete è una infrastruttura di comunicazione che dà voce a tutti e che rende pubblica tale voce. Questo è un punto di partenza molto banale, ma ha una serie di implicazioni spesso fortissime. Se n’è accorto il mercato, che essendo pura informazione oggi fa i conti con un nuovo soggetto che può intervenire (i consumatori); se n’è accorta la cultura; se ne accorgerà la politica. Ma prima ancora ce ne stiamo accorgendo noi: i network digitali rendono ogni individuo un individuo pubblico.

Non è importante, secondo me, che sia spesso un individuo pubblco per sole 15 persone, come sostiene un commentatore chez Vittorio. La misura quantitativa ha senso se continuiamo ad ostinarci a misurare la rete seguendo il vecchio modello del broadcast e dei mass media. Ma sul web si segue una grammatica completamente diversa. Nei media tradizionali (con il messaggio vincolato ad un qui ed ora in cui deve esserci sincronia -e, più importante ancora, attenzione- perchè il messaggio sia ricevuto) ha ancora un certo senso misurare i contatti per capire quanto è stato distribuito il messaggio. In Rete il messaggio permane e spesso è redistribuito quindi una formula per valutarne un impatto quantitativo dovrebbe passare per una soluzione simile:

(contatti del testo originale*[contatti di chi ripubblica])*tempo di esistenza del messaggio

Questa soluzione, in qualche modo iperbolica, serve solo a dirci che siamo fuori strada se sottovalutiamo il messaggio in base a pregiudizi di diffusione. Se qualcuno oggi scrive di me sul suo blog, la sua opinione rimane agli atti ed è ricercabile anche tra anni. Questo vale per chi non ha una esposizione su altri media così come per chi inizia oggi a scrivere solo in Rete. In questo senso il mio audience got voice è una presa d’atto. I giudizi su di noi oggi da un lato aumentano (perchè Internet è uno spazio pubblico che condividiamo con milioni di persone), dall’altro sono pubblici. Se prima un giornalista non aveva molti feedback su un suo articolo era solo per un limite funzionale dell’ecosistema dei media: le persone si facevano una opinione dell’articolo, ma se ne parlavano con gli amici al bar il giornalista non poteva saperlo. Oggi possono parlarne pubblicamente (e, per regola grammaticale dell’ambiente stesso) esporre le proprie opinioni al feedback di chi legge loro. E’ un dato inevitabile. C’est le reseau, direbbero i francesi.

A questo punto della considerazione arriva la prima divergenza tra me e Zetavù. Lui è portatore di una abitudine specialistica e si chiede sempre che titolo possa avere un dato individuo per giudicare il lavoro di un professionista o per fare (uso una sua espressione) il media watcher. E’ una tentazione che tutti abbiamo e che riconosciamo nella nostra esperienza: se qualcuno scrive di noi cose che non condividiamo, la prima cosa che osserviamo è che “forse non ha capito”. La seconda cosa che ci viene in mente è “che è in malafede”. Ma non è l’approccio corretto, o forse è corretto solo in parte.

Io credo invece che tutti noi dobbiamo semplicemente abituarci ad un livello di complessità sociale molto superiore a quello dei media di massa. I dati di fatto sono semplici: se facciamo cose pubbliche, il giudizio che ne otterremo sarà pubblico. Questa cosa non è più eludibile: sta a noi abituarci al confronto con la diversità, perchè non saremo sempre giudicati da persone con il nostro background culturale, con idee simili alle nostre, eccetera. Di conseguenza dobbiamo aumentare la nostra capacità di tolleranza e di dialogo. E’ un processo che secondo me la Rete aiuterà col tempo: oggi siamo ancora un po’ troppo rissosi e predisposti all’intolleranza, ma lentamente -io credo- prevarrà l’abitudine a confrontarci con la diversità e finiremo per trovarlo normale. E’ un processo che, con i tempi sociali (a volte anni), potrebbe persino portare ad una cultura più tollerante ed aperta.

Uno degli effetti di questa situazione è, a mio modo di vedere, molto importante. Raccontavo qualche giorno fa dell’importanza di alcune teorie filosofiche per comprendere la rete di oggi. Tra queste, quelle che riguardano il concetto di bene pubblico. Uno degli esempi classici sul bene pubblico è quello del pascolo comune, in cui ogni pastore controlla l’operato dei vicini per evitare che il pascolo venga troppo sfruttato e deperisca, divenendo inutilizzabile per tutti. Il continuo feedback sulle nostre idee (e sui nostri comportamenti) è molto simile al controllo dei pastori. Poichè, anche volendo, non possiamo sopprimere il feedback, e poichè non serve postulare una crescita qualitativa del feedback e della responsabilità nel giudizio (che avverrà, verosimilmente, ma negli anni), l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

E, soprattutto, usare il feedback per vedere le cose anche da altri punti di vista. E imparare. E migliorare.

b) Qui veniamo all’altro punto divergente nei miei discorsi con Vittorio. Tutti sappiamo (chi per bene, chi intuitivamente) che i media sono organizzazioni e che le organizzazioni non sono la somma delle intelligenze individuali, ma solo la loro area di intersezione. Le organizzazioni hanno maggiore lentezza a cambiare, a capire, a regolarsi di conseguenza. Ma la velocità di adattamento al mondo dipende spesso dalla direzione: se continuiamo a considerare “un nemico” chi ci critica, secondo me stiamo optando per una scelta di lentezza, ma soprattutto ci stiamo concentrando sul sintomo e non sulla causa. E’ come se pretendessimo di curare il raffreddore solo soffiandoci il naso. Non è quello che dicono di noi ad essere importante, quanto il fatto stesso che accade. Questo perchè l’audience got voice e tutto sta cambiando molto velocemente.

Mi spiego. La continua interazione dei feedback di migliaia di lettori sta cambiando i lettori più di quanto cambi i giornali. E’ un processo molto simile a quello delle comunità di pratiche. L’attività stessa del blogging è molto simile ad un processo redazionale, compiuto da migliaia di persone. In Rete nessuno legge più solo Repubblica.it o corriere.it. Si leggono diverse fonti, si comparano, si leggono le opinioni dei lettori commentatori. E questo aumento di offerta cambia le aspettative del pubblico. Il che dovrebbe essere la ragione principe per i media che vogliono stare sul mercato e che devono, per forza, guardare già oggi oltre la punta del naso.

Faccio un esempio pratico. Io leggo sempre in parallelo sia i pezzi del corriere.it sia quelli di repubblica.it. Molto spesso la coincidenza tra le due fonti arriva all’utilizzo di stesse forme sintattiche (ne ho mostrato un paio di esempi a Vittorio, tempo fa) il che mi fa facilmente risalire alla supposizione di un archetipo comune. E’ solo un esemipio, naturalmente, e date le condizioni il risultato ci sta tutto; ma io come lettore mi aspetto di meglio. Il limite organizzativo, direbbe uno spagnolo, “no es mi problema, es tu problema”. E’ questa la logica di un lettore, sul mercato e con abbondanza di offerta.

Spesso il risultato mi lascia perplesso (e non parlo di Repubblica, ma in generale), perchè è qualitativamente basso, o fatto di fretta. Io conosco i problemi reali (redazioni diverse tra web e carta, risorse relativamente limitate, ecc.) e comprendo, apprezzo persino il risultato ottenuto. Ma questo non soddisfa le mie aspettative da lettore. E sebbene si possa obiettare che io non sia esattamente un lettore medio (faccio questa operazione in maniera sistematica), è un processo con cui tutti i lettori, magari occasionalmente o grazie a segnalazioni altrui, si scontrano. Poi ci sarebbero da fare altre considerazioni (impaginazione, navigabilità, ecc.) ma non mettiamo altra carne a cuocere.

Con questo -ripeto- non voglio dire che i nostri quotidiani online ci diano un brutto servizio. Anzi, dati i mezzi ed il contesto, fanno un lavoro a volte persino eroico. Però la loro gestione non può non passare attraverso la logica di controllo del pascolo. Le pressioni dei lettori sono destinate ad aumentare, così come le loro aspettative, espresse o inespresse.

Quello delle aspettative dei lettori è un mondo molto più veloce di quello delle organizzazioni dei media, perchè stimolato continuamente dalla creatività di milioni di persone che -quotidianamente- ci mettono in contatto con idee e innovazioni, proposte e possibilità. E nel caso dei media, che non producono bicchieri ma che hanno storicamente il ruolo di coordinare la cornice sociale a mio parere si tratta di una doppia battaglia: da un lato quella di offrire un servizio adeguato alle attese del pubblico, dall’altro -ancora più importante- l’esigenza intrinseca di tirare l’innovazione invece di inseguirla. E’ un obiettivo di ruolo.

E qui torniamo al problema della guida. La guida di una organizzazione è quella che stimola la ricerca, la sperimentazione. O la rallenta. Ma l’innovazione è possibile ed è persino una strada obbligata, come altri grandi gruppi (la BBC in testa) stanno dimostrando. Certo, non tutte le strade porteranno a Roma, ma questo non si potrà sapere se non si comincia a provare qualche sentiero un po’ diverso da quelli tradizionali.

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