Democrazia disintermediata

Se uno non si lascia distrarre dalla comunicazione politica, epifenomeno facilmente visibile ma portatore di

interesse momentaneo, può cominciare ad osservare segnali interessanti nel modo in cui i network stanno lentamente rimettendo in discussione alcuni meccanismi democratici

tradizionali.

Alcuni mesi fa (giugno 2008), nello spazietto del Non Solo Cyber sull’Espresso, avevo proposto un ragionamento. Lo trascrivo qui per evitarmi una parafrasi:

Qualche giorno fa, al Festival dell’Economia di Trento, discutendo della rete come spazio pubblico, quindi dei potenziali mutamenti della democrazia dopo questo innesto,

è emerso un dato plausibile: la politica non ha alcun interesse a rivedere il proprio rapporto con l’elettorato. Certo, nella situazione italiana, a partire dall’ultima

legge elettorale, tutto sembrerebbe confermare questa lettura. Persino i manuali concordano nel definire la politica come lotta per la conquista e la gestione del potere,

descrivendo un sistema difensivo, privo di interesse a cambiare.

Tuttavia una valutazione più approfondita, sebbene meno intuitiva, potrebbe portare a considerazioni diverse. Persino un politico cinico, ma cosciente dello spirito dei tempi,

troverebbe utili modalità più efficaci per perseguire il suo interesse. Organizzandosi per ascoltare i propri rappresentati, anche durante il mandato (che attualmente è

considerato una cambiale in bianco fino alle elezioni successive), otterrebbe una serie di benefici a cascata. Un rapporto di fiducia più solido, dati importanti su come

raggiungere il consenso e, in caso di operazioni ben strutturate, la possibilità di prendere o suggerire decisioni informate. Il tutto, almeno all’inizio, costituirebbe

inoltre una grande innovazione di processo nella politica, ovviamente notiziabile. Se questo ancora non si fa è perché la capacità tecnologica individuale media della

nostra classe dirigente eccede di rado l’uso degli sms e quindi non può arrivare a farci pensare ad una politica in grado di progettare i suoi strumenti per sfruttare

la rete. Nel migliore dei casi, oggi, qualche consulente suggerisce per imitazione (blog, social network) ma la politica ancora non presidia questo spazio pubblico, e

Grillo ne è la conferma più evidente. Forse un giorno qualche spirito avveduto capirà che occorre pensare in modo diverso e darà per primo l’esempio.

Costruendo per sé un vantaggio competitivo e avviando per noi, se siamo fortunati, il cambiamento.

Oggi, e sembrano passate ere lunghissime, il Presidente degli Stati Uniti interpreta molto bene questo atteggiamento e possiamo osservare nei fatti come avvengono gli attriti tra

pratiche nuove e pratiche considerate. Il Blackberry

di Obama, cui persino il TG1 delle 20:00 ha dedicato un servizio, non è solo un gadget che appassiona i Nerd: è uno strumento che tecnicamente consente al Presidente di

avere comunicazioni non filtrate dal suo staff, di mantenere un canale

attraverso cui è raggiungibile personalmente. Ma non solo: in prospettiva più generale, il rapporto diretto tra Obama (e il suo team) con milioni di elettori sta

bypassando i media tradizionali.

Il New York Times, parlando di YouTube

Presidency, analizza i problemi procedurali (pare che la Casa Bianca non possa diffondere la newsletter ai 13 milioni di iscritti e lo stesso Blackberry ha richiesto una lotta

con i servizi segreti per essere mantenuto) ma soprattutto registra la preoccupazione dei news media. Bill Kovach, chairman del

Committee of Concerned Journalists, lo dice senza mezzi termini:

Stanno cominciando a crearsi il loro proprio giornalismo, la propria descrizione degli eventi, ma la loro non è una voce indipendente.

Da noi Mario Tedeschini, arrivandoci da un altro punto di vista, scrive:

Obama e il suo staff sono notoriamente all’avanguardia nell’uso degli strumenti di comunicazione web.

Cioè sono all’avanguardia nella comunicazione disintermediata – quella che fa a meno dell’Associated Press,

come del New York Times. Evidentemente è meno a suo agio con la comunicazione mediata da professionisti.

Ovviamente è bene che un politico sappia comunicare con i suoi elettori. Altrettanto bene che i suoi elettori

possano comunicare con lui e ottenerne una qualche reazione. Ma occorre anche capire che nella comunicazione

diretta e disintermediata ci sono elementi di propaganda (attenzione: la propaganda non è necessariamente

una cosa brutta o cattiva, è semplicemente una comunicazione non disinteressata). Storicamente il giornalismo

(quando è libero di agire) è stato sempre visto come un male necessario dal potere e se improvvisamente non

diventa più necessario e si pensa che sia possibile fare a meno anche del male che porta con sé

(cioè le critiche, le informazioni sgradite, ecc.)?

[Mario Tedeschini]

Ci sono dei precedenti, ugualmente controversi, sulla disintermediazione nel nome della trasparenza (parola chiave nei programmi di Obama). Anche da noi. Qualche anno fa

Di Pietro provò a raccontare le sedute del Consiglio dei Ministri su YouTube e fu stoppato al volo: il Consiglio dei Ministri doveva avere solo un racconto istituzionale.

Poi, recentemente, la Direzione Nazionale del PD in diretta Tv: si è discusso molto

sulla necessità o meno di far svolgere certi eventi a porte chiuse.

Non c’è dubbio che -anche e soprattutto grazie al carisma di Obama- sia iniziata la dialettica tra un modo tradizionale di pensare l’ecosistema

democratico e forme nuove di interpretarlo. E, a livello politologico, più che fare il tifo, ci sarà moltissimo

da imparare ed elaborare nei prossimi anni. Ricordando magari, come scriveva

recentemente Kevin Kelly, che la cosa più affascinante del cambiamento in corso è il modo

in cui cambia il cambiamento.

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