De-googling Italy

E’ complicato farsi un’idea precisa della “sentenza Google” in attesa delle motivazioni, ma se vuoi leggere qualche ragionamento misurato (gli unici ragionamenti utili) puoi partire da Giovanni, Luca e Carlo Felice.

Intanto il pimo effetto collaterale è che l’immagine dell’Italia, all’estero, si sta rafforzando nelle sue similitudini con i Paesi del terzo mondo. La notizia ha fatto il giro della rete velocemente, regalandoci toni molto sarcastici e critiche abbastanza pesanti. Un esempio a caso è qui, e conviene leggere anche i commenti per farci un’idea della percezione diffusa che stiamo autorizzando: TechDirt, Incredible: Google Execs Found Guilty Because Of YouTube Video; Given Six Month Suspended Sentences.

Persino il compassato New York Times ha un articolo molto duro: «La sentenza può avere enormi implicazioni mondiali per la libertà di Internet, perchè suggerisce il principio secondo cui Google non è uno strumento ma una media company come i giornali e le televisioni».

E, dopo aver descritto senza mezzi termini il «ritardo italiano» nella comprensione del digitale, aggiunge: «In Italia, Paese in cui il primo ministro Berlusconi possiede molte televisioni private e controlla indirettamente le televisioni pubbliche, c’è una grossa spinta per regolare Internet in maniera molto più profonda che altrove». Seguono casi ed esempi: New York Times, Larger Threat Is Seen in Google Case.

Ora ci sarebbero due considerazioni da fare, in attesa di saperne di più. La prima, a livello macro, è che stiamo assistendo ad un ennesimo scontro tra concetti che si ridisegnano in maniera diversa dal XX secolo al XXI. Il primo di questi prende la forma di un vuoto giuridico in una cultura che ancora non sa bene come regolamentare il mutamento sociale e dei media. E che reagisce in base alle visioni del mondo (quindi non stupisce che da noi prenda spesso la forma di restaurazione). Ma c’è anche il conflitto in corso tra la privacy (spazio personale) e l’overshare. E’ un problema molto complesso, soprattutto perchè la privacy è un «evento collettivo» e non controllabile solo dall’individuo che deve difenderla, poichè dipende in buona parte dalla sensibilità dei suoi vicini. Lo stesso Facebook, in un post sul blog ufficiale, tempo fa cercava di ricordare che quando condividiamo qualcosa che parla di qualcun altro dovremmo considerare anche il punto di vista di questo qualcuno. E qui serve educazione, consapevolezza e con buona probabilità delle prassi molto diverse dalle attuali.

La seconda considerazione invece è micro, e riguarda l’Italia, piccola e insignificante periferia dell’ìmpero digitale. Se il momento è delicato, a quanto pare la nostra classe dirigente continua a dimostrarsi sempre meno avvertita e culturalmente meno pronta rispetto ai nostri colleghi occidentali. E forse il problema, se problema c’è, è proprio qui.

(update: qui trovi un ottimo commento tecnico di Elvira)

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