Come la nuova fotografia sta cambiando noi e gli oggetti di uso quotidiano

Instagram Food Porn In 140 caratteri: «La fotografia e la condivisione istantanea ci mettono al centro del racconto della nostra vita»
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La notizia di qualche giorno fa è quella del danno ingenuo di due turisti che per farsi un selfie rovinano una statua a Cremona.
Se tralasciamo l’occhiello dell’articolo su La Provincia di Cremona («Stupidità e non vandalismo probabilmente all’origine del danneggiamento»), la cosa interessante è che la notizia ha circolato in tutto il mondo, con titoli più o meno forti (Selfie-Taking Idiots Destroy Priceless Italian Statue). O con paragoni più o meno velati all’ISIS, come nel pezzo di Yahoo! Travel.

L’albero che cade
È chiaro che fa più notizia l’albero che cade di quanto non faccia la foresta che cresce. Io ho spesso scritto in difesa del selfie («ha un ruolo nella nostra vita sociale online. Abbiamo bisogno di vedere i volti degli altri») e sono convinto di quello che dicevamo anni fa (su Wired, la fotografia diventa condivisione istantanea di esperienza e non più momento da ricordare).

Così non mi stupisco per nulla quando, girando nella Milano dell’Expo, vedo continuamente gente farsi dei selfie. Vicino la mela di fronte al Duomo, sulle tartarughe ai navigli, persino all’idroscalo. O due ragazze che si fanno fotografare davanti alle vetrine del quadrilatero della moda e davanti al negozio di Dolce & Gabbana la madre chiede: «devo inquadrare anche l’insegna?» e loro rispondono «sisi».

Per semplici ragioni di scala, basta passeggiare in una grande città e osservare: si contano decine di selfie.
Anche quando ci sembrano banali e ci chiediamo «Ma perché lo fa?». La risposta è sempre semplice. Si fa perché stiamo mettendo noi stessi «dentro» la narrazione della nostra vita.

Il racconto pubblico (o pubblicare il racconto)
La fotografia ha sempre cambiato il nostro rapporto con la realtà, e con il modo in cui percepiamo noi stessi. Anni fa Derrick -in un libro visionario- raccontava di come la prima foto della terra fatta dallo spazio avesse segnato un punto di svolta nella nostra maniera di pensarci come umani (piccoli, di fronte al Cosmo).

Oggi il digitale ci consente di pensare diversamente la Storia (abbiamo documentazioni enormi anche sulle singole vite private) e di attivare una narrazione di noi stessi che va ben oltre la sincronia e la partecipazione fisica. E non è una barbarie dei nostri tempi. È la contemporaneità, e va capita e accettata.
Anche se in casi probabilisticamente irrilevanti fa danni (come la statua) o sfiora l’eccezione (vedi Selfish).

Io concordo con la visione laica di John Montesi, quando dice che i selfie non sono una roba da ragazzini, ma che «se le generazioni precedenti avessero avuto a disposizione la tecnologia, avrebbero fatto lo stesso numero di selfie».
Il pezzo racconta anche delle tendenze di marketing (hai presente di sicuro le pubblicità tipo «fatti un selfie col nostro prodotto») e si intitola: No Selfies Required When Marketing to Millennials

Il mondo fisico al servizio della condivisione
E poi trovo molto interessante che l’integrazione tra mondo fisico e mondo online proceda a volte con tratti di genio. Al di là del selfie stick, questi piatti disegnati apposta per chi ama fotografare il cibo che mangia, sono a loro modo illuminanti. Se fossi un ristoratore li adotterei.

Uno lo vedi qui nella foto (clicca per ingrandire), ma se vuoi l’originale e altri esempi, ne parla Fast Company: The Perfect Plate For Obnoxious Foodie Instagrams.

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