Come cambia il nostro modo di leggere. Strumenti digitali per la complessità digitale

Digital In 140 caratteri: «Siamo costretti a imparare e a provare nuovi strumenti continuamente. Anche qui, il rischio è l’irrilevanza»
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Viviamo, e lo diciamo spesso, in tempi di content-shock (espressione felice coniata per descrivere rapidamente l’abbondanza di contenuto).
Per molti di noi si tratta solo di eccedenza di informazioni, ma per chi -come tanti altri di noi- lavora sull’intelligenza e si alimenta dell’intelligenza che viene espressa in giro, è un fatto importante. Perché gli input e le idee degli altri ti consentono di restare competitivo, di lavorare meglio, di farti un’idea del mondo anche con lo sguardo degli altri, che è spesso migliore del tuo.

Ma è un tema che ha anche applicazioni pratiche, soprattutto se scrivi (e vuoi essere letto da chi è interessato a ciò che scrivi), se lavori nella comunicazione (dalle PR alla cara vecchia editoria libraria), o anche solo semplicemente se vuoi esistere in rete (e l’unico modo per farlo è pubblicare contenuto).

Pensare analogico per il digitale
A volte mi sento come la proverbiale lingua che batte dove il dente duole. Io credo e ripeto, da anni, che il tema del content-shock (o dell’information overload, come lo sentivamo chiamare negli anni novanta noi dinosauri del web) sia un errore logico.
Un errore che non ci permette di affrontare la complessità con gli strumenti giusti. Se ragioniamo in maniera analogica (la famosa “cultura della carta che purtroppo ancora insegnano a scuola), semplicemente non possiamo affrontare l’aumento di scala della complessità del digitale.

I più avvertiti di noi utilizzano strumenti che già usano la potenza del digitale (da Prismatic ai tool di social media monitoring), ma io credo che siano ancora oggetti nella loro prima infanzia di sviluppo. E trovo interessante provare a immaginare cosa c’è dietro la curva.

Lo sviluppo è veloce, anche se va per per errori e tentativi. Ma comunque ci impone due imperativi. Il primo è capire che il nostro cervello e la nostra cognizione si adeguano agli strumenti che usiamo (e chi rimane indietro, quindi, continuerà a pensare analogico).

Il secondo è che siamo costretti a imparare e a provare nuovi strumenti continuamente. Anche qui, il rischio è l’irrilevanza in un mondo che corre veloce e che -in rete- ci identifica con l’intelligenza che siamo capaci di esprimere.

Pensare digitale per il digitale
Da diversi anni il mio modo di scrivere in rete si appoggia sull’acume degli altri, quindi anche in questo caso ti lascio dei link da studiare (perché ne vale la pena).

Il primo riguarda la recensione di un’app che non ho ancora provato, ma che ho lanciato su Twitter con una frase chiara: «Non ho più bisogno di leggere le notizie, perché i miei amici le leggono per me». Menziono anche la risposta di Gianluca, perché pone un problema che potrebbe appassionare qualcuno: «@gg la “automatic content curation” non soddisferà mai completamente le aspettative. La parte manuale è necessaria, anche con un algoritmo».

Io mi ritengo molto laico sulla questione «algoritmo vs. umano», ma intanto l’app si chiama Nuzzel e Jim Edwards ce la racconta: I gave up reading the news because this amazing new app just does it for me.

Cosa c’è dietro la curva
Tre letture impegnative (ma conosci letture illuminanti che non siano impegnative?). La prima ha un titolo che la dice tutta e che dovrebbe incuriosirti di per sé: This article was written specifically for you (well, someday it will be).

La seconda riguarda Twitter e come potrebbe essere ridisegnato per essere più rilevante nel mondo del content-shock: Re-imagining Twitter.

E l’ultima è un post di David Weinberger che la mette giù precisa sull’alfebitazione digitale: Obviously digital literacy is first about values and only then about mechanics

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