Chi ha paura di Twitter?

Quasi tutti, ormai, abbiamo osservato che ieri -forse per la prima volta in Italia- la rete è stata decisiva nel decidere quello che succedeva durante l’elezione del Presente della Repubblica.

Il primo a osservarlo è stato Luca, con una moderazione che condivido. «Proprio per questo», scriveva ieri, «ci ho pensato bene prima di accettare che probabilmente quello che è successo oggi con la candidatura Marini non sarebbe successo senza internet e i social network».

E bisogna riflettere anche sulla similitudine efficace che usa: «Io credo che in queste 24 ore il parlamento abbia giocato come allo stadio: col pubblico di casa del centrosinistra che faceva il tifo, e che facendo il tifo ha fatto vincere il suo desiderio di far saltare Marini. Lo so che fa paura, perché oggi quel pubblico di casa aveva sacrosante ragioni e domani chissà (il M5S si muove già molto dentro questo chissà). Ma le riflessioni su cosa è buono e cosa cattivo sono complicate, e a me interessa soprattutto il cambiamento, se c’è».

Oggi ne parlano Cesare Martinetti (in un editoriale su La Stampa, intitolato Twitter, il tam tam che insidia la politica) e -sempre su La Stampa- Alberto Infelise con un pezzo dal titolo che non lascia dubbi: Su Twitter debutta la rivolta in diretta degli elettori del Partito Democratico.

A me viene solo da aggiungere una riflessione. Come è già stato in altri casi, Twitter -e la rete in genere, persino le mail- non sono un sistema a parte, svincolato dalla realtà fisica. Piuttosto, ne sono il sistema nervoso.

Un sistema nervoso tutto nuovo, con cui buona parte della nostra classe dirigente (formatasi in un’altra epoca, che non c’è più) sta facendo i conti.

Strumenti come Twitter aiutano a rendere esplicito -e quindi pubblico, con un impatto sulle scelte- ciò che accade nella realtà e che non sarebbe pubblico in una società a informazione più rarefatta, come ad esempio quella analogica cui eravamo abituati.

Anche perché gli stessi mass-media (dai giornali ai telegiornali) svolgono un ruolo di amplificazione.

Dietro quello che abbiamo visto su Twitter, ci sono persone, movimenti, idee che altrimenti non vedremmo. E «gambe che si muovono», come quelle dei militanti del Pd che hanno occupato le sedi del partito.

 

Pensavamo che fosse bastato Grillo ad insegnare alle vecchie dirigenze politiche che c’è più domanda di partecipazione e che i burocrati di partito non vivono più protetti sulle loro torri d’avorio.

Ma, nel caso non fosse bastato, forse ieri abbiamo avuto un’altra lezione.

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