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Bruce Sterling: «Il futuro, se sai dove guardare, di rado arriva come novità scioccante e assoluta»

In 140 caratteri: «Probabilmente non useremo più il termine privacy. Inventeremo una parola nuova, coerente con il mondo di oggi» Tweet this! #TheMakingOfaNewBook #1. Prossima conversazione: Kevin Kelly (Se non vuoi perdere le successive, Iscriviti). Bruce Sterling: Bio | Twitter … Continua a leggere

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Quattro argomenti contro. E uno forse a favore.

È molto interessante il dibattito che si sta costruendo intorno al ruolo della rete nella prima giornata di votazione per il Presidente della Repubblica.

Io ne ho scritto qui ieri (Chi ha paura di Twitter?) e Massimo -tra gli altri che ne hanno parlato- ha postato poi Tre argomenti contro. Da leggere.

Il quarto argomento contro è un lungo post di Fabio che si intitola Twitter, il Colle e i tecnoschiavi. Merita il tempo dell’approfondimento.

Io credo che si possa aggiungere qualcosa. Tra le tante sensate interpretazioni che possiamo dare di quanto accaduto, ce n’è una che non comprende la «quantità» di gente che usa Twitter e la rete in generale. E che non riguarda né i numeri né il fatto che la politica davvero ascolti.

Quello che a me è sembrato -e magari sbaglio- è che Twitter abbia fatto emergere un dissenso della base del PD -ma anche di suoi esponenti di un certo rilievo, come nel tweet della foto.

Questo dissenso si è trasformato in una call to action, come l’occupazione delle sedi del Pd. E si è trasformato in un segnale forte che è arrivato ben chiaro dentro l’aula, tra dissenso di insider, giornalisti e voci ascoltate.

Ora a me continua a piacere la similitudine di Luca sul tifo e sullo stadio. Secondo me il tifo si è sentito e ha esercitato -almeno su molti del Pd che hanno scelto di seguire la coscienza- una sorta di moral suasion. Si sono sentiti i fischi del pubblico.

Ora, c’è un tema spesso implicito, quando si parla di queste cose, su cui spesso ci avvitiamo. Il tifo allo stadio non determina il risultato. Ma abilita degli effetti (incoraggiamento o tensione, ad esempio). Condiziona la squadra. O meglio, può condizionare la squadra.

Allo stesso modo, certe tecnologie non determinano nulla. Abilitano.

Twitter non è stato importante perché si è sentita la folla. È stato importante perché ha fatto guardare fuori chi stava dentro.
E senza i social media, forse, quella moral suasion non ci sarebbe stata. Perché all’interno dell’aula in molti non avrebbero sentito il polso delle voci cui guardano per regolarsi.

Voci che non sono quelle dei cittadini che la politica non ascolta, o ascolta a spruzzo. Ma sono, piuttosto, le voci che la politica ascolta per capire che aria tira. E che possono -in momenti di crisi- indurla a prendere decisioni.

Ma infine, hai quattro ragioni contro e una forse a favore. Decidi tu che idea farti.

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Chi ha paura di Twitter?

Quasi tutti, ormai, abbiamo osservato che ieri -forse per la prima volta in Italia- la rete è stata decisiva nel decidere quello che succedeva durante l’elezione del Presente della Repubblica.

Il primo a osservarlo è stato Luca, con una moderazione che condivido. «Proprio per questo», scriveva ieri, «ci ho pensato bene prima di accettare che probabilmente quello che è successo oggi con la candidatura Marini non sarebbe successo senza internet e i social network».

E bisogna riflettere anche sulla similitudine efficace che usa: «Io credo che in queste 24 ore il parlamento abbia giocato come allo stadio: col pubblico di casa del centrosinistra che faceva il tifo, e che facendo il tifo ha fatto vincere il suo desiderio di far saltare Marini. Lo so che fa paura, perché oggi quel pubblico di casa aveva sacrosante ragioni e domani chissà (il M5S si muove già molto dentro questo chissà). Ma le riflessioni su cosa è buono e cosa cattivo sono complicate, e a me interessa soprattutto il cambiamento, se c’è».

Oggi ne parlano Cesare Martinetti (in un editoriale su La Stampa, intitolato Twitter, il tam tam che insidia la politica) e -sempre su La Stampa- Alberto Infelise con un pezzo dal titolo che non lascia dubbi: Su Twitter debutta la rivolta in diretta degli elettori del Partito Democratico.

A me viene solo da aggiungere una riflessione. Come è già stato in altri casi, Twitter -e la rete in genere, persino le mail- non sono un sistema a parte, svincolato dalla realtà fisica. Piuttosto, ne sono il sistema nervoso.

Un sistema nervoso tutto nuovo, con cui buona parte della nostra classe dirigente (formatasi in un’altra epoca, che non c’è più) sta facendo i conti.

Strumenti come Twitter aiutano a rendere esplicito -e quindi pubblico, con un impatto sulle scelte- ciò che accade nella realtà e che non sarebbe pubblico in una società a informazione più rarefatta, come ad esempio quella analogica cui eravamo abituati.

Anche perché gli stessi mass-media (dai giornali ai telegiornali) svolgono un ruolo di amplificazione.

Dietro quello che abbiamo visto su Twitter, ci sono persone, movimenti, idee che altrimenti non vedremmo. E «gambe che si muovono», come quelle dei militanti del Pd che hanno occupato le sedi del partito.

Pensavamo che fosse bastato Grillo ad insegnare alle vecchie dirigenze politiche che c’è più domanda di partecipazione e che i burocrati di partito non vivono più protetti sulle loro torri d’avorio.

Ma, nel caso non fosse bastato, forse ieri abbiamo avuto un’altra lezione.

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