Prendendo spunto da un post di Vittorio che analizza lucidamente l'eventuale futuro a pagamento dei giornali online, Massimo mette il dito nell'occhio al web 2.0 e propone uno spunto interessante.
Io non ho mai amato la definione di web 2.0 (che serve ai venditori di picconi per venderli ai cercatori d'oro) così come non ho mai creduto al senso del blog aziendale tout court, ovvero come soluzione semplice fuori da strategie più profonde (anche organizzative). Ma secondo me il senso della "conversazione", che Massimo giudica innecessaria per i giornali, non va interpretato in modo umanizzato, come chiacchera o come dialogo. Piuttosto come senso di ascolto, di attenzione per la rete come spazio pubblico, per quanto vi accade, per quanto diventa notiziabile, per alcune forme collaborative nella creazione di informazione che a volte sono possibili e utili.
Moltissime grandi testate, in questi anni, hanno cominciato a "conversare", facendolo nella loro logica specifica e partendo dal loro ruolo e dalla loro funzione. Io, personalmente, credo che il modello abbia ancora molte possibilità di sviluppo e di innovazione. E non rinuncerei a questa strada. Che è quella di senso esteso per cui ho sempre creduto fosse plausibile anche il discorso del Cluetrain Manifesto quando afferma che i mercati sono conversazioni.
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