Leggendo la recensione di Giorgio al libro di Clay Shirky, mi ha colpito -ancora una volta- l'accenno a una "visione ottimistica". E mi è tornato in mente un passaggio del libro in cui Shirky ricorda con molta chiarezza che un sistema come quello dei network deve vivere per forza su un alto tasso di fallimento. Ma cresce ogni volta che c'è un successo.
Magari sbaglio ma, se al livello del progettista i fallimenti sono importanti quanto le storie di successo (perchè aiutano a capire cosa funziona e cosa no), a livello di scenario in questi 15 anni non ricordo un solo libro "costruito sull'apologia dei fallimenti" che sia soprovvissuto nelle bibliografie (se non come oggetto eccentrico). Questo non vuol dire che non vi siano nuovi problemi nè che si debba ignorarli. Ma, forse, può insegnarci che in un modello a rete (senza un disegno nè un disegnatore) sono le cose che funzionano a fare la differenza e a far da base per le altre che verranno. Mentre di quelle che falliscono non resta traccia se non negli argomenti di chi la vede brutta.
Certo ottimismo e pessimismo non sono, alla fine, categorie dell'analisi ma rapporti tra uno scenario e le nostre aspirazioni o la nostra visione del mondo o le nostre esperienze personali passate. Probabilmente per uno che amava il suo ruolo di gatekeeper, beato tra i pochi, il libro di Shirky non è ottimista ma assomiglia a una martellata sui denti e gli descrive un mondo da cui scapperebbe volentieri.
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