Tuttavia questa scelta di comportamento, per qualche profonda ragione, risulta difficilmente intuitiva, complicatissima da spiegare e soprattutto poco praticata.
La società umana, in genere, ha fatto progessi ogni volta che questo atteggiamento ha dominato, generando un gioco a somma non zero (ovvero un gioco dove tutti vincono e non necessariamente uno perde ed uno vince). Al di là del macroesempio (che si può banalizzare così: se Israele e Palestina si fossero accordati 10 anni fa, rinunciando a qualcosa, oggi avrebbero molto di più di quanto hanno) l'intero sviluppo della Rete, artefatto sociale senza governo e coordinamento, si è centrato sui momenti in cui questo accadeva. A livello micro, il gioco a guadagno condiviso è il primo imperativo del progettista di applicazioni sociali e di chi cerca di costruire un business sul web. Come abbiamo visto con la ricerca -purtroppo mai portata a vera definizione- "progettare la collaborazione" fatta con lo SmartLab, é il cardine progettuale di piattaforme (anche competitive, come i MMORPG) in cui la scelta collaborativa viene disegnata come la più plausibile, tra tutte quelle disponibili. Ed è il fulcro dell'etica della conversazione in Rete, il nodo che si scioglie quando due o più intelligenze, invece di opporsi o disputarsi un po' di visbilità, producono qualcosa di buono. Che fa crescere loro più del conflitto e più della ricerca di visibilità, ma produce in genere anche del capitale sociale condiviso.
Ora, per quanto sono capace di smontare questa analisi ad oggi, questo tipo di comportamento si costruisce su due assi complementari. Il primo è quello del metodo: occorre essere culturalmente capaci di pensare in maniera utile per creare soluzioni a somma non zero. E questo, poichè razionalmente porta un vantaggio osservabile, potrebbe essere facile.
Il secondo invece è un livello profondo dell'essere, ma soprattutto della comunicazione. Il punto è che, se analizziamo le conversazioni umane, ci rendiamo immediatamente conto che riusciamo a spiegarci se siamo in sincrono su taglio, impostazione e registro. Ci riusciamo meno, ma con un po' di sforzo ci possiamo riuscire se arriviamo da background culturali diversi. E non ci riusciamo mai quando, pur coincidendo nel metodo di analisi, abbiamo valori differenti. Si può argomentare e discutere su tutto, ma non sui valori. Sui valori non comunichiamo, non siamo capaci di confrontarci davvero. Eppure, ci aiuterebbe.
Questo scoglio si supera attraverso scelte di tolleranza, di apprezzamento della diversità e di efficacia. Di efficacia perchè due persone in disaccordo, se esasperano il disaccordo probabilmente si tolgono uno sfizio ma ottengono un risultato funzionale molto più modesto. Ma il resto, dicevamo è complicatissimo da spiegare e ci hanno provato in molti. Machado parlava di otredad, io uso "guardare il mondo con gli occhi degli altri". E proprio questa quasi-coincidenza lessicale mi ha portato a comprare e leggere Con gli occhi del nemico di David Grossman. Come dire, speravo in una formulazione convincente, ed utile per aiutarmi a spiegare questa cosa complessa.
In realtà le argomentazioni di Grossman poggiamo su un assunto molto fragile: non riuscirei a scrivere dei miei personaggi se non mi identificassi in loro, ergo se ci identifichiamo col nemico lo capiamo. L'analisi, più profonda, esamina il "carburante", come lo chiama lo scrittore israeliano, della mancata comprensione. Disperazione e, soprattutto, "ottusità funzionale". Quando ognuno di noi si sente attaccato (verbalmente, o sui valori, o fisicamente), diventa "prigioniero del conflitto" e
smorza la propria vitalità, il proprio battito emotivo, la propria coscienza, e si circonda di una serie di barriere difensive
fino a rimanerne soffocato.
[...] il mondo diventa più angusto. E lo diventa anche il linguaggio con cui lo si descrive. Per esperienza posso dire che il lessico con cui i cittadini del conflitto descrivono la loro condizione si impoverisce quanto più il conflitto si prolunga, trasformandosi gradatamente in un'accozzaglia di slogan e di luoghi comuni, a cominciare dal linguaggio usato dalle varie istituzioni che si occupano direttamente del conflitto, per passare rapidamente ai mezzi di comunicazione di massa chene fanno la cronaca, e inventano un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più facile da digerire per il loro pubblico. Alla fine tale processo filtra anche nel linguaggio privato, intimo, dei cittadini (nonostante loro neghino fermamente).
[...] Ciò che rimane, alla fine, sono i soliti scambi di accuse tra nemici, o fra avversari politici all'interno del paese. Rimanongono i cliché con cui descriviamo il nemico, e noi stessi. In altre parole, abbozzi di pregiudizi, paure mitiche e generalizzazioni volgari in cui imprigioniamo noi stessi ed entro i quali intrappoliamo i nostri nemici. Il mondo, in effetti, diventa sempre più angusto.
Al contrario, chi è capace di esercitare la capacità di ascolto, anche confrontandosi con la differenza (o con il nemico, come lo chiama non solo parlando di guerra Grossman):
[...] il mondo diventa più angusto. E lo diventa anche il linguaggio con cui lo si descrive. Per esperienza posso dire che il lessico con cui i cittadini del conflitto descrivono la loro condizione si impoverisce quanto più il conflitto si prolunga, trasformandosi gradatamente in un'accozzaglia di slogan e di luoghi comuni, a cominciare dal linguaggio usato dalle varie istituzioni che si occupano direttamente del conflitto, per passare rapidamente ai mezzi di comunicazione di massa chene fanno la cronaca, e inventano un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più facile da digerire per il loro pubblico. Alla fine tale processo filtra anche nel linguaggio privato, intimo, dei cittadini (nonostante loro neghino fermamente).
[...] Ciò che rimane, alla fine, sono i soliti scambi di accuse tra nemici, o fra avversari politici all'interno del paese. Rimanongono i cliché con cui descriviamo il nemico, e noi stessi. In altre parole, abbozzi di pregiudizi, paure mitiche e generalizzazioni volgari in cui imprigioniamo noi stessi ed entro i quali intrappoliamo i nostri nemici. Il mondo, in effetti, diventa sempre più angusto.
Chi assume questo atteggiamento di ascolto e attenzione si impegna in sostanza a tenere sempre presente un fatto semplice, banale, che però risulta facile da dimenticare, da rimuovere: il fatto, cioè, che dentro quell'armatura c'è una persona. Dentro la nostra armatura e anche dentro quella del nostro nemico.
[...] Infatti, la natura e la sostanza della condizione violenta è il desiderio di provare a rendere le persone senza volto, a trasformarle in una massa indistinta e priva di volontà. Guerre, eserciti, regimi totalitari e religioni fondamentaliste tentano continuamente di cancellare quelle sfumature che creano l'individualità, la peculiarità di ciascuno, il miracolo irripetibile che ogni individuo rappresenta, cercando di trasformare le persone in un gruppo, in una massa, decisamente più congeniale ai loro scopi.
Quindi, per sintetizzare brutalmente Grossman, dovremmo culturalmente educarci a "una considerazione pacata e gentile della persona intrappolata nel conflitto, sia con noi sia contro di noi". Dovremmo educarci alle "sfumature composite dei rapporti tra
persone e gruppi diversi", alla precisione delle parole e all'elasticità di pensiero. Ad esercitare, ogni tanto, la capacità e il coraggio di "cambiare la prospettiva in cui siamo bloccati".
[...] Infatti, la natura e la sostanza della condizione violenta è il desiderio di provare a rendere le persone senza volto, a trasformarle in una massa indistinta e priva di volontà. Guerre, eserciti, regimi totalitari e religioni fondamentaliste tentano continuamente di cancellare quelle sfumature che creano l'individualità, la peculiarità di ciascuno, il miracolo irripetibile che ogni individuo rappresenta, cercando di trasformare le persone in un gruppo, in una massa, decisamente più congeniale ai loro scopi.
Allora potremo forse arrivare in quel luogo in cui è ammesso che esistano insieme -senza cancellarsi a vicenda, senza negarsi l'una al cospetto dell'altra, le storie assolutamente antitetiche di persone diverse, popoli diversi, e persino di nemici giurati. Solo se raggiungeremo quel luogo -e solo se lo raggiungerà anche il nemico- riusciremo alla fine a comprendere che in una vera trattativa politica le nostre aspettative dovranno inevitabilmente incontrare quelle del nemico, e ammetterne le ragioni, la
legittimità, essendo esse legittime e consapevoli.
Ecco, secondo me il nodo è proprio nel punto in cui si ragiona sul "raggiungere quel luogo, se lo raggiunge anche il nemico". Quel "se" lo raggiunge anche il nemico, spesso ci sembra un rischio troppo grande per avviarci per primi, indicare la strada, dare un esempio.










