Weblog di Giuseppe Granieri
Noi li chiamiamo "bulli". Ma è un'etichetta inventata da noi adulti per far credere che abbiamo compreso il fenomeno. Invece è probabile che non abbiamo capito un bel niente.
Adulti e ragazzi condividono gli stessi spazi, ma vivono in mondi diversi. Quello dei ragazzi, come nel Ponte per Terabithia, film sul bullismo sotto un velo di fantasy, è popolato da figure spaventose che gli adulti non vedono, tranne quando un video irrompe su YouTube, e allora il mondo dei grandi esplode d'indignazione o di fastidio...
Dovremmo invece essere grati ai cellulari. I video violenti e disgustosi, palpazioni di natiche docenti, sberle ai disabili, astucci contundenti, sono almeno feritoie che ci permettono di sbirciare in un mondo altrimenti invisibile. I cui protagonisti sono tre: i carnefici; le vittime; e l'audience.
[Michele Smargiassi, Repubblica]
La scuola, com'è raccontata in questo bel pezzo di Michele Smargiassi, assomiglia molto alla scuola come me la ricordo io.
Certo, vent'anni fa, quando sono uscito dal liceo classico, non c'erano tecnologie. Ma le classi erano comunque dei gruppi o dei gruppi di gruppi. E all'interno dei gruppi esistevano valori gerarchizzanti (che non sempre corrispondevano a quelli di buon senso).
Nella mia c'era il gruppo dei "tifosi" (trasversale a molte classi e sezioni, quindi potente come una mafia) in cui le gerarchie erano stabilite in base a: massa fisica, capacità di arroganza, punteggio per scherzi ai più deboli e (in genere) inadeguatezza all'espressione orale.

Poi c'era il gruppo dei "vorrei ma non posso", quello in cui ero io. Non avevamo abbastanza denaro per essere paninari e, all'epoca, se non eri paninaro nemmeno i tifosi ti facevano entrare in curva. Non avevamo abbastanza disciplina (o abilità mimetica) per sembrare secchioni e questo era un problema: con i professori di allora proprio questa "apparenza" ti inseriva in un range di voti, tipo tra 4 e 6 o tra 6 e 8. A quel punto con la tua capacità e lo studio potevi intervenire solo all'interno del range. Ma spesso non valeva la pena darsi la briga, visto che il destino scolastico era già scritto.
Insomma, per non essere invisibili dovevamo cercarci un posizionamento con tecnica euristica: si provava l'heavy metal, la politica, gli sport di nicchia (io tiravo di scherma), l'esercizio di pensiero diverso. Alla fine ci si rinunciava. Si metteva una pietra sopra all'idea di "essere inseriti" a scuola e si andava a cercar fortuna in altri ambienti (io mi scelsi una radio privata). E in classe si tirava a campare.

Ma c'era anche il gruppo dei "siamo perbene", che però non era molto ambito. Lì si faceva una vita di stenti: sempre composti nel banco, tante ore nei libri, perfetta adesione con il pensiero stereotipato. E poi ci volevano doti non simulabili, tipo arrossire alla prima espressione colorita usata dal nostro amichetto o riuscire a non ridere mai quando succedeva qulcosa. E lì spesso ci si arenava :)
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Posted by g.g. | # | Scritture | 04/04/2007




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