La crisi della democrazia è di carattere qualitativo [...]
Mentre la democrazia formale, elettorale, si espandeva con grande rapidità in tutto il mondo, nei paesi tradizionali, roccaforti della democrazia liberale, cresceva la disaffezione. Essa si manifestava con tutta una serie di sintomi, calo dell'affluenza alle urne, calo del tesseramento nei partiti, perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche e nella classe politica in generale.
[...] Le cause dello scontento sono molteplici e recentemente sono state più volte oggetto di attenzione scientifica. In questa sede intendo concentrarmi su un certo numero di cause di fondo. La prima è sempre stata implicità nella democrazia rappresentativa, ma ha assunto ora carattere drammaticamente esplicito: la delega della politica a una sfera separata, abitata dai professionisti, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e in vastissima misura impermeabile alla generalità del pubblico.
Mentre la democrazia formale, elettorale, si espandeva con grande rapidità in tutto il mondo, nei paesi tradizionali, roccaforti della democrazia liberale, cresceva la disaffezione. Essa si manifestava con tutta una serie di sintomi, calo dell'affluenza alle urne, calo del tesseramento nei partiti, perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche e nella classe politica in generale.
[...] Le cause dello scontento sono molteplici e recentemente sono state più volte oggetto di attenzione scientifica. In questa sede intendo concentrarmi su un certo numero di cause di fondo. La prima è sempre stata implicità nella democrazia rappresentativa, ma ha assunto ora carattere drammaticamente esplicito: la delega della politica a una sfera separata, abitata dai professionisti, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e in vastissima misura impermeabile alla generalità del pubblico.
Lascio il ragionamento di Ginsborg agli interessati che abbiano voglia di sfogliare le 150 pagine. E' interessante, tra l'altro, l'ennesima conferma al contributo della televisione nella passività democratica. Manca, tuttavia, qualche osservazione significativa sui network, che riportano nella sfera pubblica dei comportamenti politici attivi (e che ribalterebbero gli argomenti sull'effetto del piccolo schermo).
Le conclusioni, dopo aver osservato da diversi punti di vista il cambiamento del mondo contemporaneo (inclusa la centralità di entità nuove che ancora non si sa come configurare, tipo l'Unione Europea), sono:
E' quindi necessaria una radicale evoluzione del pensiero democratico, una nuova capacità nel connettere efficacemente i cittadini europei alle loro istituzioni. In assenza di un simile processo riformatore, disaffezione non possono che persistere.
E, ancora:
E' invece necessario che l'Unione faccia propria una teoria di democrazia combinata che intrecci in maniera significativa rappresentazione e partecipazione. Potrebbe in seguito iniziare a inventare sistemi per tradurre quella teoria in realtà, facendosi promotrice di un progetto fortemente originale. Facilitazione in questo contesto significherebbe ricerca, sperimentazione di democrazia combinata in diverse parti dell'Unione, investimenti nell'informazione e in altre risorse che consentirebbero ai cittadini di sperimentare forme diverse di autogoverno. Il "gigante addormentato" potrebbe animarsi e reinventare parzialmente se stesso. Le sue immense risorse potrebbero essere quindi impiegate, almeno in piccola parte, per incoraggiare la creazione di circoli virtuosi di partecipazione democratica, invece di creare un distacco sempre maggiore in un modello di democrazia rappresentativa in decadenza.
La cosa interessante, a mio parere, è che a prescindere dall'approccio (chi parte dai media, chi da una prospettiva sociologica, chi -persino- da una antropologica) tutti ci stiamo rendendo conto che il mondo sta cambiando i suoi paradigmi, ovvero i principi di sistema attraverso cui funziona.
Tutti, in qualche modo, ci rendiamo conto che in una società in cui sono sempre meno le pertinenze che rimangono dentro i confini nazionali, e in cui l'immissione di informazioni è aumentata di diversi gradi, la "vecchia" teoria politica sta cominciando a mostrarsi inadeguata. In un sistema politico in cui il fallimento di una finanziaria a Taiwan obbliga il Presidente USA ad un discorso pubblico, forse qualcosa nei modelli tradizionali va rivisto. In un assetto geopolitico in cui uno dei tre grandi attori (l'Europa) è un soggetto politico completamente nuovo nella Storia, forse c'è qualche concetto cardine da ammodernare. Come il "concetto di rappresentanza", che nel suo assetto non può prescindere dalla capacità di una società di elaborare informazioni.
Il vero problema, a mio parere, è che -come si è visto con le beghe condominiali in occasione della Costituzione Europea- oggi la discussione su questi temi avviene a livello politico (il livello in cui l'obiettivo è partecipare alla lotta politica e all'esercizio del potere) e non politologico (ovvero il livello in cui si prendono le distanze dai "problemi tattici" della politica agita).
Su questo, sarebbe stimolante fare un ragionamento. Ma visto che domani -spero- un po' se ne parlerà, magari lo facciamo quando torno.











