L'articolo di cui ho parlato nel post precedente mi ha fatto tornare in mente un vecchio tarlo che, ogni volta, si sveglia ascoltando le paroline magiche "nuova economia" e "rivoluzione". Di solito questo tarlo mi si risveglia in ufficio e allora il povero malcapitato che le ha pronunciate si deve beccare tutta la tirata (maledicendo il giorno in cui mi ha incontrato). Oggi, per fortuna, ci sono i blog. Nuova economia. Le hanno provate tutte. Il primo cavallo di battaglia è stato il principio della "disintermediazione", ovvero della possibilità di raggiungere milioni di consumatori, nel mondo, senza una rete di vendita. I primi avventurieri dovettero saltare un po' di muretti: normative nazionali, tasse doganali, spese di trasporto (che incidevano sul prezzo, limando la competitività dell'acquisto in rete), enormi costi organizzativi. Ma, dopo tanti saltelli, tutti hanno finito per sbattere il grugno sul muro più alto: per portare sul proprio sito un "potenziale cliente" ci vogliono dai 5 ai 7 euro. E pure questi, naturalmente, sono costi (alla voce marketing) che incidono sul prezzo e che si devono affrontare prima di cominciare ad incassare, con una logica di investimento. Come direbbe Bush, sono "spese preventive". Certo, Amazon ce l'ha fatta (ma più di qualcuno ha ancora dubbi sul rapporto tra indebitamento e risultati economici). Eppure per ogni Amazon, ci sono cento Zivago. E una rondine non fa primavera (soprattutto perché Amazon ormai è come la CocaCola mentre i competitors devono ancora pagare 7 euro per ogni nuovo visitatore conquistato). Il secondo cavallo di battaglia è stato la "raccolta pubblicitaria". Anche qui capocciate nel muro: i creativi si sono accorti che la pubblicità in rete non otteneva gli stessi risultati di quella su radio e televisione (perché non riesce a suggestionare alla stessa maniera) e i manager hanno scoperto che per vendere la pubblicità ci voleva una rete di intermediari enorme, costosa e (soprattutto) efficiente. Intanto tra gli uomini del marketing si diffondeva una convinzione allarmante. Per fare pubblicità a qualcosa in rete, "qualcosa" tipo un sito da lanciare per vendere pubblicità, è necessario farlo fuori dalla rete. Harakiri. Alcuni mercati di nicchia, è vero, funzionano. Il porno (nemmeno tanto di nicchia) e il "distance learning". Qualche operazione di B2B sta dando risultati. Però, fondamentalmente, la nuova economia non esiste più. Come nel far west, guadagna solo chi vende picche e concessioni ai cercatori d'oro. Il progresso (sempre più ragionevole dei sognatori) si è manifestato nell'integrazione delle nuove tecnologie da parte di tradizionali logiche di business (spesso sotto forma di organizzazione aziendale e di modelli di comunicazione). Con indubbi vantaggi. Rivoluzione e vecchi merletti. Ho semplificato molto, ma solo per dare un'idea. Sono alcuni dei problemi strutturali che, secondo gli analisti, hanno portato al fallimento delle dot.com. Io, personalmente, sono convinto che queste analisi non bastino a spiegare ciò che è successo. Una buona parte della responsabilità del fallimento la imputerei ai media, che prima hanno inventato un mondo nuovo e poi non sono stati in grado di far accompagnare dal mercato il processo di cambiamento. Provo a spiegarmi. Mentre le aziende investivano ed esploravano nuove forme di contatto con i consumatori, questi ultimi erano abbandonati a se stessi. Succedeva tutto troppo in fretta per contare su scuole, università e master. L'educazione digitale è stata affidata a stampa e televisione. I giornalisti specializzati non hanno smesso (ancora oggi) di utilizzare tecnicismi inutili e avvitamenti concettuali fumosi (vedi Quinto Stato), raccontando tutto su base astratta e, paradossalmente, allontanando (oltre alla gente comune) lo spirito pragmatico dei piccoli imprenditori (che sono la linfa vitale dell'economia italiana). I giornalisti non specializzati, invece, hanno continuato a sguazzare tra esigenze di clamore e gusto barocco per l'enfasi. Così, se due ragazzine scappavano di casa, era colpa di internet. E se qualcuno investiva per dare un servizio in rete, si descriveva il nuovo servizio come un cambio epocale. Senza contare che, come nella barzelletta di Pierino e il lupo, la terza volta che una persona sente parlare di rivoluzione in rete e trova tutto come prima, accende la tv. La gente comune, quella che avrebbe dovuto girare in rete con il sacchetto giallo e trovare i cookies con la scritta "grazie, i tuoi acquisti muovono l'economia", aveva invece bisogno di una solida opera di divulgazione. Innanzitutto per smettere di vedere il computer come una magia bianca o nera, a seconda dei casi, quando invece è uno strumento davvero utilizzabile. E poi per mettersi alle spalle alcune delle superstizioni che limitano lo sviluppo della cultura digitale (a partire dalla logica della carta di credito che, usata in rete, è meno pericolosa di quando la lasciamo al cameriere per pagare il conto). Invece di divulgare e creare partecipazione, i media hanno mostrato la ruota come i pavoni. Si sono impreziositi con citazioni di Rifkin e McLuhan, le hanno condite con lessico astratto e si sono guardati allo specchio con un grande sorriso, producendo considerazioni prive di contenuto come quelle dell'articolo di Walter Molino: "E forse la vera esplosione di internet, dopo la sbornia degli anni scorsi, potrebbe arrivare proprio dalle straordinarie opportunità offerte da questo bisogno di interazione socio-tecnologica, principio decisamente più produttivo di qualsiasi campagna pubblicitaria o delle micidiali offerte di loghi e suonerie." E quando non hanno fatto la ruota, hanno mostrato il culo come le scimmie, raccontando che la rete è covo di pedofili o una nidiata di webcam spione che si autogenerano nei computer delle persone per bene al solo scopo di ascoltare le telefonate. Probabilmente non sarebbe cambiato tutto, perché alcuni limiti finanziari ed economici sono strutturali. Ma, forse, se il cambiamento fosse stato introdotto facendolo accompagnare dalla gente (consapevole) e dai suoi sacchetti gialli, oggi parleremmo di 'alcuni problemi' e non di fallimento. E non prendete questa mia nota come furore antigiornalistico. Se la maestra di vostro figlio, per tutta la durata delle scuole elementari, sostenesse (in classe) che i morti si reincarnano in lucertole, voi come la prendereste? |
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© Editorial Presença 2006
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