Weblog di Giuseppe Granieri
Mi spiego. Nessun blogger "accompagna" il discorso pubblico dei giornali e della tv con un controcanto davvero critico. Nessuno che faccia la sua parte di discorso pubblico, come pure in ogni parte del mondo si rivendica. Il Citizen Journalism non avrebbe potuto essere Citizen Thinking? Non è successo.
[V. Zambardino]
Partita da Zetavu (Il Blog che non è stato), la conversazione sul mediawatching è passata chez Paolo (Troppo tardi o troppo presto?) ed è approdata da Federico, che ha costruito un'ottima analisi: Ma il mediawatching cos'è?

La mia impressione è che i temi sul tavolo in realtà siano due: la relativa sproporzione tra i contenuti in italiano e quelli dell'area anglofona, da un lato, e il concetto di mediawatching dall'altro.
Sul primo punto io direi che in realtà non c'è notizia. Se a scrivere contenuti in inglese sono 800 milioni di persone e a scriverli in italiano solo dieci o venti, direi che intuitivo calcolare in che ambiente linguistico abbiamo la possibilità maggiore di incontrare contenuti e personalità interessanti. Questo è ancora più vero se consideriamo che la qualità delle conversazioni dipende spesso dalla ricchezza degli input e dei contributi (che fanno crescere il livello generale), quindi la differenza risulta maggiore del semplice rapporto tra numeri.
In lingua inglese la comunità è più ricca e più stimolante, di conseguenza l'effetto "comunità di pratiche" è straordinariamente più favorevole. Partecipando alle conversazioni in un ambiente (linguistico) più fecondo, si diventa inevitabilmente più fecondi. Più il circolo si restringe, più si restringe l'effetto virtuoso.

Quanto al mediawatching, io starei attento a non cadere nella tentazione di immaginarlo (o prescriverlo) come un movimento organizzzato, o -peggio- come una corporazione o una attività professionale.
Di fatto questa è una tentazione interpretativa che tutti abbiamo, perchè veniamo da un tipo di grammatica dei media che ci porta a considerare le cose come organizzate. Ma la rete è, per sua natura, il risultato di milioni di piccole azioni spontanee e umorali. In fondo, quando i giornalisti cominciavano a ragionare sul rapporto tra blog e informazione, uno degli argomenti più frequenti era: ma i blogger non sono professionisti, non sono pagati per farlo. Appunto :)

Per come la vedo io, il mediawatching non si esprime attraverso attività sistematiche (sebbene io non escluda che qualcuno possa dedicarvisi) ma attraverso il sistema stesso. Come dire, il mediawatching è il risultato delle cose che milioni di persone (cittadini monitoranti che si attivano quando i loro interessi li sollecitano) fanno guardando il mondo con i loro occhi. Non, dunque, un "programma di lavoro" di alcuni, quanto -piuttosto- la realtà vista attraverso lo sguardo di tantissimi, quando hanno voglia di guardare. In questo senso, come dicono in america, Google è per il mediawatching ciò che gli ascensori sono per i grattacieli.
Ciascun blogger, da solo, ha risorse limitate, ma l'esperienza dimostra che tutti insieme tendono a fare buon uso di quanto hanno a disposizione. Il loro capo è Google, che è per la blogosfera ciò che gli ascensori Otis furono per i grattacieli: non solo un modo per andare in giro, ma la cosa che davvero rende la struttura verosimile.
E c'è qualcosa di implacabile, che nasce dall'avere diverse migliaia di persone interessate che riflettono su un dato articolo controllandone ogni virgola o citazione, utilizzando Google per verificarne il contenuto e producendo una sorta di comulativo fact-checking che può essere formidabile.
A volte è schiacciante il modo in cui lavora il collettivo-blog, l'effetto investigativo della ant colony. Un grappolo di individui che lavorano da soli è capace di combinare efficacemente i risultati delle ricerche nella blogosfera, linkando e rilinkando l'articolo originale, citando altre fonti e stabilendo anche link reciproci
[Tim Dunlop, traduzione mia per Blog Generation]
Quindi, per chiudere con una battuta, se vogliamo capire il mediawatching e sottolineare la sua potenziale capacità di controllare il lavoro dei giornalisti, invitiamo i giornalisti a cercare il loro nome su Google. Impareranno subito che il "processo" è attivo, anche se gli attori cambiano sempre e anche se non esiste che qualche sparuto mediawatcher di professione :)
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Posted by g.g. | # | Media | 12/11/2006




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