Rivoluzioni e controrivoluzioni
C'è una dinamica sempre divertente che coinvolge i concetti percepiti come innovativi. All'inizio le avanguardie tecnologiche ne discutono, li fanno propri, ci costruiscono visioni. Li divulgano, ne parlano (a proposito e qualche volta a sproposito), finchè a poco si convincono tutti gli altri. Poi, a quel punto, il concetto diventa popolare e finisce nelle chiacchiere comuni, negli articoli di giornale, nelle elucubrazioni poetiche da caffè. Quindi, come succede per gli appassionati di musica, quel disco che avevamo scoperto e che ci piaceva tanto lo conoscono in troppi. Troppi perchè faccia ancora "figo" parlarne. Allora si comincia a ridurre i concetti a banalità, si fa a gara a cercare dubbi, a ridimensionare. Dal punto di vista della comunicazione, fa più figo parlarne male.
E' abbastanza normale, credo. Di fronte a questi processi mi viene sempre in mente Antonio Machado quando sosteneva che "pensarla diversamente è spesso l'unico modo di pensare". :)
E' successo per i blog (prima bisognava convincere, poi ci è toccato frenare di fronte ad affermazioni tipo "Il blog è la soluzione definitiva allo sviluppo locale" oppure "Se fai aprire un blog alla tua azienda triplichi il tuo mercato"). Oggi tocca al cosiddetto Web 2.0.
E' arrivato il Web 2.0 e molti di noi non hanno nulla da mettersi
In un bel pezzo su Apogeonline, Nicola Bruno ricostruisce un po' delle obiezioni che oggi la teoria dell'innovazione in rete fa proprie. I dati, sebbene dichiaratamente empirici, sono interessanti e il panorama di pareri (linkati e citati) apre verso punti di vista sicuramente da conoscere.
Tuttavia, se ci interessano i processi (ovvero, ascoltando De Mauro, "la successione e lo sviluppo di fenomeni concatenati fra loro che producono un passaggio graduale da uno stato all'altro") la mia opinione è che la lettura di quei dati, come ci viene presentata, non è una notizia in sè. E' un po' come lo stupore per una ovvietà ("la parola mafia è una parola italiana") che fa notizia non perchè sia notizia ma perchè pronunciata da Putin in un contesto ufficiale.
Io, personalmente, non ho mai creduto che il web 2.0 fosse una novità, quanto piuttosto un passo avanti nella nostra comprensione del web. E i dati sulla partecipazione alle attività sociali non mi sconvolgono più di tanto. E' assolutamente normale che sia così, specie se non li leggiamo con la convinzione utopica che Internet ci farà tutti uguali, ugualmente informati e ugualmente bravi.
A incrociare i dati di alcuni tra i più popolari servizi user-powered (Wikipedia, Digg e YouTube) sembrerebbe proprio di no. Anzi, più i social media crescono e più si consolidano micro-hub di utenti "più uguali degli altri" capaci di influenzare buona parte dei processi collaborativi.
[...]
solo 1 contribuisce attivamente con propri contenuti;
10 partecipano di tanto in tanto alle attività minime della vita di community (commento, ranking, tagging);
i restanti 89 fruiscono passivamente.
[N. Bruno, E' davvero collettiva l'intelligenza del Web 2.0?]
Alcune conclusioni ("esiste una forte ineguaglianza partecipativa") non fanno altro che confermarci una banalità che osserviamo da sempre e che si giustifica in molti altri modi, altrettanto banali: non siamo uguali in natura, non tutti abbiamo cose da dire o da condividere su tutti gli argomenti. Soprattutto quando parliamo di una applicazione "locale", che tocca gli interessi forti di alcuni e la curiosità di molti altri, questi dati sono fisiologici e basta. [...]
solo 1 contribuisce attivamente con propri contenuti;
10 partecipano di tanto in tanto alle attività minime della vita di community (commento, ranking, tagging);
i restanti 89 fruiscono passivamente.
[N. Bruno, E' davvero collettiva l'intelligenza del Web 2.0?]
Internet, dicevamo, è interest driven. Non tutti scattiamo e condividiamo foto, non tutti abbiamo voglia di fare informazione, non tutti abbiamo video da condividere o siamo capaci di produrli. Ma quasi tutti guardiamo le foto, leggiamo le notizie, cerchiamo dei video. E, dati di fatto alla mano, anche con questa disparità, nessuno credo possa negare che Wikipedia, Digg e YouTube funzionino.
In ogni caso, credo, nulla ci porta a sospettare che sia "perdente" la tendenza della rete ad affrontare la complessità attraverso pratiche sociali. E' e rimane il modo migliore che abbiamo per orientarci in questo nuovo orizzonte, in cui nessuno da solo può far nulla.
Punti di vista costruttivi
Il punto, e qui concordo con Nicola, è trovare il modo di assecondare la tendenza e capire come "progettare la collaborazione". Anche in questo caso la riflessione non nasce oggi. Solo per fare un esempio, molti studi di Clay Shirky prendono in esame proprio questi processi, assumendo l'ineguaglianza (ma anche le tensioni sociali) come dato di fatto e cercando di analizzare come e perchè funziona ciò che funziona (A Group Is Its Own Worst Enemy, Social Software and the Politics of Groups , tanto per fare un esempio).
Il fatto è che il pensiero semplice ci suggerisce che sia sufficiente predisporre una tecnologia abilitante e questa funzionerà. Ma nella realtà non basta mettere a disposizione un'applicazione sociale: bisogna disgnarci una società intorno. Io, altrove, avendo più spazio, facevo l'esempio dei wikitorials, che non hanno funzionato perchè non avevano una "costituzione" (come la chiama Shirky) o delle regole sociali, come le chiamo io. Ma il caso di studio più intuitivo rimane quello dei software di file sharing. I progettisti di quei software sono stati i primi a notare (anni fa) che solo uno su cento condivideva materiale, mentre 99 scaricavano e basta. Per l'utente questa condizione è normale (è più facile scaricare solo) ma per i progettisti dei software questa condizione non ha significato il fallimento di un progetto. Ne hanno preso atto e hanno cominciato a progettare un sistemino per cui più materiale mettevi a disposizione, maggiore era la priorità nel download. Così per gli utenti l'opzione più facile è stata condividere materiale. La collaborazione, dunque, è stata "progettata".
Se le applicazioni sociali sono tali, vanno trattate come ambienti in cui il valore è prodotto dalle interazioni tra persone. E poichè i processi sociali sono risultati della partecipazione di molti individui con interessi e passioni differenti, i processi sociali devono produrre valore per il maggior numero di persone. Per farlo, devono essere costruiti su delle mappe degli interessi che tutelino tutti, perchè se non ho beneficio tenderò a non partecipare.
Il risultato è che più è accurata la mappa degli interessi, maggiore sarà la partecipazione, maggiore sarà il valore. In rete difficilmente funzionano i giochi a somma zero.
Uguaglianza versus Equità
Dunque, sebbene Nicola riporti i consigli di Nielsen (tutti centrati sull'usabilità e l'accessibilità), io non sono convinto che basti semplicemente costruire applicazioni facili ed usabili. Farlo è un po' come prescrivere le ruote per il progetto di un'automobile.
Serve invece ragionare su applicazioni "utili", su applicazioni che producano risultati per chi vi inserisce contenuti, ma anche per chi li utilizza solo. Gli utilizzatori devono fisiologicamente essere la maggior parte degli utenti. E che lo si chiami web 2.0 o "mozzarella in carrozza" gli utilizzatori "passivi" sono soci a pieno diritto dell'ambaradan. Perchè se alcuni condividono contenuti, ma nessuno li utilizza o li trova utili, probabilmente cessa l'utilità di pubblicarli.
Se una applicazione è utile, se per tante persone quella applicazione produce "valore", quell'applicazione funziona. E la storia degli ultimi dieci anni di internet ci racconta che sono sopravvissute solo le applicazioni che hanno prodotto valore per un numero sufficiente di persone.
Se provassimo a tenerne conto, maybe, scopriremmo che tocca cominciare (continuare) a disegnare applicazioni intorno ai bisogni e agli interessi dell'individuo, laddove i media di massa ci avevano abituato a conformare i nostri bisogni ad un'offerta stabilita a priori.
Ma il nodo vero è la questione "democratica" che motiva le argomentazioni a supporto della lettura di quei dati. In quest'ottica il fatto che gli individui non siano uguali 'e non partecipino tutti allo stesso modo, non ci aggiunge nessuna informazione. Paradossalmente, io credo che la "diversità" vada persino tutelata. Ma questo non vuol dire che non ci troviamo di fronte ad una innovazione importante nel funzionamento delle nostre culture. Il fatto stesso che le applicazioni, per poter funzionare, dabbano essere disegnate su criteri di equità (ovvero consentendo a tutti gli stessi diritti e le stesse possibilità) è il dato veramente importante. Il web 2.0 (per chi vuole chiamarlo così) non è una forma di eguaglianza (che non esiste in natura), ma un sistema che può funzionare solo attraverso processi di equità e di pay-off, senza i quali non si riesce a far partecipare chi ha qualcosa da dare ed a interessare coloro che hanno qualcosa da cercare.
Il punto di vista iperdemocratico (ma utopico) che si scandalizza per l'apparente partecipazione di pochi, dovrebbe forse riflettere sulla differenza tra equità ed uguaglianza.
Internet non creerà mai eguaglianza, ma tenderà prevedibilmente a disegnare ambienti con pari disponibilità di occasione e di opportunità.
Non ci farà tutti uguali nè tutti ugualmente bravi, ma essendo una cosa che tende a funzionare in maniera distribuita (ovvero attraverso scelte ed azioni compiute dalla "gente"), avrà sempre più nell'equità una regola di sistema ed un fattore competitivo. Equità che oggi non è al 100%, anzi, ma che -una volta compresa magiormente l'esigenza sociale delle applicazioni sociali- potrebbe diventare una condizione per creare valore e, quindi, banalmente, creare valore per tutti.







