Weblog di Giuseppe Granieri
In questi giorni mi è capitato spesso di discutere di Web 2.0. e di sostenere che quanto chiamiamo Web 2.0 non è un cambiamento del web ma, piuttosto, un passo avanti nostro: finalmente cominciamo a capire come si usa la Rete e vendiamo questa cosa come una seconda release del web.
Altrove (ma è presto per parlarne, uscirà a giugno) ho affrontato in circa duecento pagine un ragionamento più strutturato. Ma per semplificare, la logica è questa:

a) i network digitali aumentano esponenzialmente la complessità delle nostre culture e delle nostre società. Il loro funzionamento non lineare è di per sè una complessità mai affrontata prima nella nostra storia. Ed è una complessità che si può affrontare (e si deve affrontare) da molti punti di vista complementari. Non basta mai un singolo approccio disciplinare a descriverla. Ma, tenendoci sul problema, possiamo fare un esempio classico: la complessità che in termini di gestione di informazioni tutti possiasmo riconoscere è quella dell'information overload.

b) non esistendo un centro regolatore ed ordinatore, nei network digitali tutte le soluzioni devono essere fondate sulla collaborazione degli utenti. Non c'è verso di fare altrimenti. E da questo punto di vista, se ci facciamo caso, possiamo osservare che:
1. tutte le cose che funzionano in Rete (e che risolvono problemi o incontrano bisogni) sono collaborative;
2. il concetto di Web 2.0. è nato a posteriori osservando le cose che funzionano e cercando di analizzarle. Come dire, una mattina ci siamo svegliati e improvvisamente ci siamo resi conto che chi corre da solo è molto più lento ed è meno efficace.

c) se la complessità ha soprattutto soluzioni collaborative, per capire la Rete bisogna familiarizzare con una parte della nostra storia culturale che apparentemente c'entra poco o niente con la tecnologia. Da un lato tutte le teorie sul concetto di bene pubblico (il commons degli anglofoni), dall'altro sui due approcci fondamentali alla gestione politica e sociale: quello di derivazione hobbesiana (ci vuole un Ente superiore per gestire gli uomini cattivi, un governo o, per citare il filosofo, un Leviatano) e quello che nasce con Locke, secondo cui è possibile una società con delle regole condivise.
Anche parlando tra noi, quasi sempre, le differenze di visione su quanto abbiamo intorno nascono tutte dalla considerazione di partenza: chi crede che l'uomo sia fondamentalmente buono, e chi crede che sia fondamentalmente cattivo. E' qui la radice ultima delle amichevoli litigate che ho quasi quotidianamente con Zetavu, qui la mia differenza di visione con chi mi definisce ottimista, qui la distanza tra chi vede nella rete una occasione e chi un problema.
Naturalmente i punti di partenza hanno mille declinazioni. La semplificazione l'uomo è buono non rende: è solo un'alternativa all'homo homini lupus di Hobbes, ma non implica che la gestione del bene pubblico (Internet) non vada progettata e difesa, attraverso le regole, da idioti digitali e interessi contrari a quello comune. Qui entra in ballo la grammatica delle reti e la teoria dei giochi, che spiegano il come, ma il discorso si farebbe troppo lungo.

Da questi due punti di vista (Hobbes e Locke) parte in effetti tutta la filosofia politica moderna. E la Rete, il cui risultato deriva dalla gestione sociale, sta creando una cosiddetta terza via, che ci obbligherà a profonde rivisitazioni del nostro pensiero comune. E qui arriviamo alla ragione di questa mia lunga introduzione: vorrei segnalarvi questa intervista a Pierre Omidyar, fondatore di eBay:
Focalizziamoci sull'ambiente. Io ho fondato eBay sulla nozione che la gente è basicamente buona, e 10 enni più tardi possiamo notare l'evidenza della ragione...
Vale davvero la pena di leggerla tutta. Grazie a Ross per averla pubblicata.
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Posted by g.g. | # | Media | 03/13/2006




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