Tra il relatori c'erano Paolo Gentiloni e il più ruspante Antonio Palmieri ("Internet è il viagra della politica", secondo lui). Io, ascoltando due politici esperti parlare di Rete, ho confermato la mia sensazione di sempre: la Rete non serve alla politica di oggi. E il problema non è la Rete, ma la politica.
A volte la vita procede per coincidenze, che tali non sono. Si tratta di un sentire che vedo diffuso, e non è un caso che per spiegarmi, ora, io possa usare due paragrafi dell'editoriale di Barbara Spinelli sulla Stampa di oggi:
Per un cittadino che volesse avere lo sguardo di Candide, e come nel racconto di Voltaire vedere le cose come stanno veramente e non come dovrebbero stare, quello che abbiamo davanti ha un sapore ben conosciuto. Vien chiamato Bancopoli invece di Tangentopoli, ma il disastro è lo stesso e i danni che procura sono in ambedue i casi ingenti. È il disastro della politica che s'intreccia con gli affari, per di più loschi. È il disastro di esponenti della classe dirigente che hanno ignorato norme basilari della buona condotta, e ignorandole hanno perso il senso della realtà, e perdendo il senso della realtà hanno smarrito l'etica.
Giacchè questa è la miscela che genera ricorrenti scandali in Italia: l'analfabetismo morale, l'indifferenza a quel che il mondo reale dei cittadini pensa dei propri dirigenti, l'esistenza di piccole cricche esoteriche dove il senso etico degenera perché gli iniziati si abituano a darsi ragione gli uni con gli altri, a non criticarsi mai, a giudicarsi non solo infallibili ma invisibili e insomma non punibili. Parliamo di classi dirigenti inadempienti perché tra esse non ci sono solo governo e Banca d'Italia: ci sono partiti, banche, governanti, e opposizione. Candide vedeva un terremoto perché ne sentiva gli effetti (gli cadevano addosso case), laddove il dotto professor Pangloss non scorgeva che trascurabili incidenti in una storia che andava provvidenzialmente verso il meglio. Così ragionano oggi molti dirigenti, negando ogni somiglianza con Tangentopoli. Bersani, dei Ds, dice addirittura che «la storia non torna mai indietro»: non si sa da dove prenda questa sicurezza granitica, panglossiana, un po' comunista, e molto astuta.
Lo stesso Bersani dice di sognare «un'Italia dove non ci siano pregiudizi». Il pregiudizio è vocabolo che vale la pena esaminare ogni volta da capo, se si vuol agir bene e non cadere nell'arrogante ignoranza della buona condotta. Il Devoto spiega che è un'opinione preconcetta, capace di fare assumere atteggiamenti ingiusti nel giudizio e nei rapporti sociali. Ma in alcune circostanze il pregiudizio è moralmente benvenuto: non è male esser pregiudizialmente contrari alle ruberie, all'impunità, alla mescolanza tra interessi propri e altrui, al potere gestito senza controllo fino al momento in cui la legge «ci becca». Il Decalogo è colmo di pregiudizi, e quella che Kant chiama «legge morale interiore» (o legge morale a priori) non è meno pre-giudiziale. Questo restare impantanati nella corruttela dei costumi ha molte radici, e tra esse c'è anche il fastidio che tanti, a intervalli regolari, provano verso alcune forme etiche di pre-giudizio. È uno strano fastidio, che tende a privilegiare quel che è utile per sé su quel che, essendo utile per tutti, diventa universalmente stimabile e onesto.
[Barbara Spinelli]
La distanza dal mondo della politica non fa più credere, nell'Italia di oggi, che qualcosa sia risolvibile in termini di destra, di centro o di sinistra. E' un problema di regole, quelle della stessa politica fatta da politici che parlano solo tra loro e perdono di vista la realtà. Uscendo dal convegno, parlavamo di questo, soprattutto: forse un ruolo Internet in politica -con il tempo- finirà per averlo, e sarà il ruolo di ricollegare la politica con il mondo che pure dovrebbe rappresentare. E' una cosa molto più complessa di come la affronto ora, e ci potremo ragionare in seguito. Ma: quanti di noi voterebbero per una politica diversa invece di dover votare per un candidato qualsiasi nella politica di oggi?Giacchè questa è la miscela che genera ricorrenti scandali in Italia: l'analfabetismo morale, l'indifferenza a quel che il mondo reale dei cittadini pensa dei propri dirigenti, l'esistenza di piccole cricche esoteriche dove il senso etico degenera perché gli iniziati si abituano a darsi ragione gli uni con gli altri, a non criticarsi mai, a giudicarsi non solo infallibili ma invisibili e insomma non punibili. Parliamo di classi dirigenti inadempienti perché tra esse non ci sono solo governo e Banca d'Italia: ci sono partiti, banche, governanti, e opposizione. Candide vedeva un terremoto perché ne sentiva gli effetti (gli cadevano addosso case), laddove il dotto professor Pangloss non scorgeva che trascurabili incidenti in una storia che andava provvidenzialmente verso il meglio. Così ragionano oggi molti dirigenti, negando ogni somiglianza con Tangentopoli. Bersani, dei Ds, dice addirittura che «la storia non torna mai indietro»: non si sa da dove prenda questa sicurezza granitica, panglossiana, un po' comunista, e molto astuta.
Lo stesso Bersani dice di sognare «un'Italia dove non ci siano pregiudizi». Il pregiudizio è vocabolo che vale la pena esaminare ogni volta da capo, se si vuol agir bene e non cadere nell'arrogante ignoranza della buona condotta. Il Devoto spiega che è un'opinione preconcetta, capace di fare assumere atteggiamenti ingiusti nel giudizio e nei rapporti sociali. Ma in alcune circostanze il pregiudizio è moralmente benvenuto: non è male esser pregiudizialmente contrari alle ruberie, all'impunità, alla mescolanza tra interessi propri e altrui, al potere gestito senza controllo fino al momento in cui la legge «ci becca». Il Decalogo è colmo di pregiudizi, e quella che Kant chiama «legge morale interiore» (o legge morale a priori) non è meno pre-giudiziale. Questo restare impantanati nella corruttela dei costumi ha molte radici, e tra esse c'è anche il fastidio che tanti, a intervalli regolari, provano verso alcune forme etiche di pre-giudizio. È uno strano fastidio, che tende a privilegiare quel che è utile per sé su quel che, essendo utile per tutti, diventa universalmente stimabile e onesto.
[Barbara Spinelli]











