Weblog di Giuseppe Granieri
Un po' per la richiesta di Beppe Caravita (nei commenti a questa segnalazione), un po' per la discussione in corso chez Mantellini, vorrei provare a riordinare un po' di idee che ho "spennellato" in questi giorni tra citazioni e commenti. Senza troppa teoria (che pure ci starebbe bene) ma solo provando a mettere un po' d'ordine.

Premessa. The Big Conversation. In una recente intervista, Joi Ito ha detto:
"Uno dei problemi delle nostre democrazie deriva dal fatto che sono state progettate quando gli Stati erano piccoli, quando le aziende erano piccole, quando tutto in generale era meno complicato e meno globale. Il passaggio dalla democrazia diretta alle repubbliche è stato in qualche modo scalare, ma oggi ci sono diverse questioni in più che le democrazie devono affrontare. I problemi sono complessi ed i media tradizionali stanno attraversando un brutto momento nel tentativo di raccontarli al pubblico. In aggiunta, i politici sono spesso costretti ad assumere posizioni semplici e questa specie di abitudine tende ad amplificare le divisioni ed a portare verso gli estremi. Una più attiva cittadinanza della Rete potrebbe aiutare a realizzare discussioni diffuse sui temi complessi. Queste discussioni da un lato si aggiungerebbero al lavoro corrente dei media e dall'altro porterebbero ad un maggiore coinvolgimento politico della gente, che oggi si sente molto distante da chi la rappresenta."
Questa "discussione" è, probabilmente, il dibattito politico (ma non solo) del nostro tempo. Negli States la chiamano "The Big Conversation". Io sono convinto che pensare ad una nuova "comunicazione politica" legata alla Rete significhi obbligatoriamente passare per una partecipazione attiva in questa logica.

1. Che ci fa un politico in Rete? Sappiamo benissimo che un politico tenderebbe ad utilizzare la Rete per fare, come altrove, della politica un perverso strumento di marketing secondo cui si vince solo con il 50%+1. Ma la Rete non è il marketing (Weimberger).

Di fatto entrando in Rete, che lo voglia o no, il candidato comunica un messaggio chiaro: "io sono qui per fare politica in modo diverso, parlando con la gente." Questo perchè, per le caratteristiche stesse del medium, in Rete si dialoga e tutto ciò che non dialoga è relegato ai margini.

2. L'esperienza Cofferati. Il primo weblog di un politico di una certa norietà in Italia, è sempre rimasto sulla border line che separa l'oblio dall'indifferenza. Probabilmente ha ottenuto il suo scopo, comunicando (attraverso i Big media) che Cofferati "fa politica in modo nuovo, in Rete" e convincendo (grazie al digital divide) tutti coloro che per mancanza di accesso o di categorie interpretative non potevano verificare.
Ha usato la Rete, senza fare Rete. Di fatto, dentro la Rete non ha mai ricevuto attenzione, perchè non ne ha concessa (chi ne ha voglia puo' chiedermi anche di spiegare i meccanismi "fisici" che sono dietro a questa affermazione). Nessuno ha citato il weblog di Cofferati se non come evento di "colore" o di "folklore".
Non si ricorda un tema, un solo tema, che abbia generato discussione. Eppure Cofferati partiva da una notorietà superiore a qualsiasi altro weblog esordiente. Nonostante questo, in questi mesi molti weblog esordienti hanno goduto di maggiore attenzione nella blogosfera italica.
Non sto parlando di vistite o pagine viste. Sto parlando di attenzione, di persone che "seguono il tuo discorso e dialogano".

Basta guardarlo, il weblog. Anche al di là del linguagio utilizzato nei post, tutto è chiusura. I commenti sono moderati, le (finte) richieste di partecipazione sono gestite in modo errato (tu le mandi, ma dove vengono pubblicate?, dove finiscono?). Fino ad arrivare al TG Web, santificazione della logica old-media "da uno a molti".
Tutto è gestito con questa logica, che non è propria della Rete. Usa la tecnologia dei weblog, ma è semplicemente una vecchia webzine, con un appeal da internet della prima ora.

Dov'è il messaggio politico?

Se è nel contenuto, non è la Rete il posto adatto. E se l'obiettivo era massimizzare la diffusione delle idee, non è questo il metodo. Per la stessa ragione per cui nella storia di Internet hanno fallito i siti aziendali modello "brochure", i siti di pubblicazione degli inediti e tutto il resto che era solo messaggio.
Soprattutto oggi. Perchè se prima c'era la Rete, oggi c'è la gente in Rete. E la gente in rete non è un dato statistico, ma espressione e confronto tra singoli.

3. Costi e benefici. Questa cosa ha un costo, dirà il pragmatico di turno. Non me lo vedo Cofferati a leggere i blog ed a rispondere, nè a partecipare alla "Big Conversation".

E' vero, questa cosa ha un costo. Ma funziona solo così. Se sei in Rete e vuoi dialogare con la gente, questa cosa ha un costo. Se vuoi inaugurare una nuova stagione politica (e aprendo un weblog annunci questa intenzione) non puoi farlo solo pubblicando contenuti in Rete. Se vuoi apparire quello che fa politica in modo diverso, poi devi farlo. L'altro giorno citavo una affermazione di Ségolène Royal, fatta subito dopo aver vinto in modo clamoroso le elezioni in Francia:
"Ho fatto l'intera campagna elettorale facendo dei forum. Quando parli con la gente, alla fine della giornata sei stanca ma hai tante idee. Se continuiamo a farci la politica tra di noi, non arriveremo mai a nulla"
Pensiamoci bene. Non è una cosa nuova (già prima della bolla speculativa si diceva che persino l'e-commerce doveva imparare a "dare" prima di "avere", se voleva sopravvivere). Ma oggi, quando i weblog (che ormai non sono più i weblog, ma sono la Rete) hanno avviato "the Big Conversation", è ancora più vero.

Se vuoi fare poitica in Rete, la prima regola, dunque, è esserci. Esserci significa dialogare, partecipare e far partecipare. Mandare messaggi non basta, perche Internet non manda messaggi: li elabora collettivamente.
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Posted by g.g. | # | Politica | 04/27/2004




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