Coincidenze. Le Meur e
Joi Ito
chiedono aiuto per avere un quadro della democrazia emergente
in Europa (con lo scopo di raccogliere informazioni per il
libro Emergent Democracy).
E proprio in questi giorni
mi è capitato di discutere spesso sui
weblog e su come vengono percepiti, prima da noi stessi,
poi (di conseguenza) dai Big Media e quindi
da chi non li conosce.
Le riflessioni, devo dire, hanno avuto
molti interlocutori (blogger, ma anche editori e giornalisti)
e sono avvenute in varie situazioni (al tavolo di un
ristorante siciliano, dalle
3 alle 5 di mattina in una affumicata Ford Fiesta,
per telefono, e via email
con gente che blogga oltreoceano).
In tutti i casi,
però, sono state interessanti. Il comune denominatore,
mi è sembrato di capire, è che in Italia stiamo vivendo
una specie di anomalia. Che potremmo provare a descrivere
per punti:
1. In Italia non abbiamo gente di peso che usa i blog. Il mondo
accademico (a parte pochi illuminati casi) non ha ancora compreso
lo strumento nè le sue potenzialità. Nel migliore dei casi alcuni
weblog vengono letti, ma tutto finisce lì. L'Università non condivide
il suo pensiero e la sua ricerca.
I giornalisti usano il weblog come monadi (si vedano i blog di Kataweb, Espresso
e Repubblica, che raramente linkano e propongono temi di solito di seconda mano) e
spesso dimostrano una scarsa consapevolezza delle potenzialità dello strumento.
Le istituzioni, a parte qualche timido caso, non si pongono nemmeno il problema.
E i politici, sebbene ci sia qualche tentativo barcollante (per intuizione
o per sentito dire), hanno evidentemente una cultura di Rete deficitaria. Imprenditori
se ne vedono pochi.
2. Poche idee in circolo. Un po' per un modello di blogging italiano (i cui profeti hanno sempre
inneggiato al cazzeggio, elegante magari, ma sempre cazzeggio), un po'
per le ragioni di cui sopra, sono molto rari i weblog che propongono
contenuti di riflessione strutturati ed originali. Nel rifare il mio
blogrolling, per inserire qualche italiano nella sezione thinkLog
ho dovuto metterci impegno.
3. Cattiva stampa. Sui Big Media i weblog escono
poco e male. Questo dipende, imho, in parte dalla nostra stessa percezione
(e dalla percezione dei pochi blogger che hanno l'attenzione del mainstream
e che potrebbero -dovrebbero- fare divulgazione corretta) e in parte
dal punto 2.
Però, se ci facciamo caso, sia il punto 2 che il punto 3 dipendono dal punto 1. Anzi,
come il classico cane che si morde la coda, in parte lo
generano. Se il modello rimane il cazzeggio (o al massimo l'opinione flash) difficilmente un accademico
o uno studioso (o chiunque puo' mettere in circolo idee) si sentirà motivato a entrare in circolo ed a condividere opinioni e ricerche.
Eppure le potenzialità ci sono. Se Flavio Grassi è riuscito (pur con un appiglio
piccolo e fragile) ad ottenere una risposta da un quotidiano mainstream, vuol
dire che anche in Italia ci sono le premesse (e i numeri) per dare alla sfera pubblica
(come direbbero i sociologi) una voce. Ma soprattutto per
arricchire una base di conoscenza condivisa e metterla a disposizione della
discussione sociale, politica e culturale. Per crescere come paese, come
persone, come opinione pubblica.
Questo, altrove, sta già accadendo. Qui, dipende da noi. L'alternativa,
per dirla con le parole di Sterling, è avere la Rete che ci meritiamo
e non quella che vogliamo.
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