Si sta parlando abbastanza, in questi giorni, di un editoriale di Thomas Friedman.Il Post ne trascrive uno stralcio evocativo: «La qualità della leadership politica declina ogni 100 milioni di nuovi utenti di Facebook o Twitter».
E Alessandro, su Reset, commenta il concetto principale, il Popularism: «un nuovo concetto che ha qualche parentela con populismo ma non è esattamente quello».
Alessandro riassume bene: «La preoccupazione del journoguru è che l'orizzontalità partecipativa del nuovo mondo digitale rischi di risucchiare i leader politici (americani, europei e anche arabi, scrive Friedman) in un vortice nel quale l'unità di misura risulta solo il successo con follower e amici e che la politica si perda per strada».
Per come la vedo io, osservando le cose dal punto di vista dei media (e di come stanno cambiando la nostra cultura), la politica sta vivendo -con le sue particolarità- la stessa disruption del giornalismo, dei libri, e dell'intera industria culturale.
Questo perché se cambiano le modalità di informazione e di accesso alla conoscenza (oltre che quelle di relazione), cambiano i contesti in cui si prendono le decisioni.
E se il primo effetto che stiamo vivendo è l'aumento di domanda di politica di qualità, probabilmente c'è molto da ragionare ancora su tante altre cose.
A partire dalla leadership (Luca ne parlava sempre a proposito di un altro articolo di Friedman) per arrivare all'idea stessa di rappresentanza, che forse negli anni andrà aggiornata.
Ma ecco, magari sbaglio, però a me sembra che in questi mesi stiamo vedendo già gli effetti e forse non ne riconosciamo la causa. Anche qui, alla fine, potrebbe servire allargare la prospettiva e cercare di ricostruire uno scenario in base alle nuove regole.
In fondo, per fare una parafrasi un po' avventurosa, non abbiamo mai vissuto la politica ma il racconto della politica. E se cambia il racconto della politica, cambia tutto il resto.




