L'altra sera, a cena, ragionavamo con Giovanni su come sia difficile oggi trovare autori che raccontino il cambiamento in modo pacato.In parte è fisiologico. Internet si sta «normalizzando», sta diventando mainstream e segue la logica del ciclo di hype e di quello dell'innovazione.
Passato il picco di massimo entusiasmo (quello che porta al pensiero visionario), si arriva al momento in cui certe evidenze sono visibili a tutti. Tra queste, quella che racconta di come le tecnologie digitali ci stiano abilitando a cambiare la nostra vita in modi molto diversi.
Ma è un processo lungo, ancora nella sua fase embrionale. E non è facile provare a immaginare come ci cambierà. Nel frattempo però, è sempre più parte importante del nostro quotidiano e cominciano a fare notizia le posizioni estreme o reazionarie, quelle ispirate al «come eravamo».
Sono tuttavia posizioni che forse non ci aiutano a costruire una comprensione di uno slittamento che di certo non invertirà la sua rotta. Per questa comprensione, a mio parere, ci serve senso di futuro e capacità di indirizzare le nostre scelte.
In questo contesto guadagnano facilmente i titoloni autori come Nicholas Carr, Jerome Lanier e Sherry Turkle, che stanno costruendo la loro fortuna su posizioni amarcord. Carr aveva inventato il brillante «Google ci rende stupidi» (che ha generato un sacco di risposte più brillanti). Lanier è arrivato a sostenere che stiamo diventando dei gadget. E Sherry Turkle, proprio qualche giorno fa, ha scritto un lungo pezzo sul New York Times in cui sostiene che stiamo sacrificando la «conversazione» a vantaggio della «mera connessione», portandoci alla solitudine.
L'articolo si intitola: The Flight From Conversation
Ora, ciascuno di noi si farà un'idea. La mia personale è questa: benché io sembri istintivamente diffidente verso certe posizioni, riconosco loro un ruolo importante: generano risposte, stimolano la riflessione, mettono in circolazione pensiero importante.
Così, di solito, quando leggo qualcosa di Turkle, Carr o Lanier, inizio a pregustarmi il dibattito che ne viene fuori. E anche in questo caso non sono stato deluso.
Tra le risposte alla Turkle, te ne consiglio un paio. La prima è quella garbata di Dave Cormier.
Ma ti consiglio soprattutto un bel pezzo di Alexandra Samuel, sull'Atlantic, che -almeno dal mio punto di vista, per quello che vale- ristabilisce una prospettiva assai più corretta.
«Non coglieremo mai le nuove opportunità», scrive Alexandra, «se le raccontiamo con la nostalgia per come andavano le cose prima, se continuiamo a descrivere le spinte della cultura digitale in termini generazionali, o se continuiamo ad assolverci dalla responsabilità di usare queste possibilità per creare un mondo in cui la qualità delle connessioni è la norma e non l'eccezione».
L'articolo (da cui è tratta anche la citazione significativa nell'immagine) si intitola Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do e credo meriti la lettura.




