In questo strano universo parallelo che è il mondo letterario si può entrare in svariati modi: scrivendo un romanzo o
delle poesie, recensendo il libro di un altro, o anche solo perché si lavora in certi uffici di una casa editrice. Tutte queste attività corrispondono alla cabina del telefono in cui Clark Kent entra per trasformarsi in Superman. Nel mio caso sono uscito dalla cabina per trovarmi proiettato nel mondo letterario con una S sgargiante sul petto, che immagino stia per Scrittore. E' un mondo da favola, dove tutti si conoscono o dicono di conoscersi, dove tutti hanno letto tutto di tutti, anche cose mai scritte, persino autori mai esistiti, e dove anche chi sul piano normale dell'esistenza non è nessuno può sentirsi un semidio. Capita quindi che una persona tanto timida da non avere il coraggio di far notare al fruttivendolo che la mela che gli sta infilando nel cartoccio è mezza marcia, una volta indossato il cappuccio da critico si trasformi in un Robespierre capriccioso e crudele. O che uno scrittore che alle assemblee condominiali viene sempre zittito dal geometra (perché per una stranezza della vita in tutte le assemblee condominiali c'è un geometra, anche nei condomini dove non abita nessun geometra) possa sentirsi parte di una squadra immortale in cui milita o ha militato gente del calibro di Hemingway, Tolstoj, Roth (1 e 2), Bellow, DeLillo, e ritenersi perciò investito di un'autorità superiore.
[...]
Com'è, il primo impatto con questo mondo? Volendo drammatizzare (ma non troppo) fate conto di svegliarvi di colpo, senza documenti o uno straccio addosso, sulla piazza Tienanmen di Pechino all'ora di punta, senza la più pallida idea di come ci siete arrivati. Il minimo che si può dire è che provereste una sensazione di disagio. Siete nudi e non avete documenti (dove potreste averli messi, dato che siete nudi?): quindi nessuno di quelli che avete intorno ha la minima idea di chi siete e da quale nazione, magari ostile, venite. Devo aggiungere, per chi non sia ancora abbastanza spaventato, che vi trovate in uno stato di polizia in cui i documenti, i certificati e i bollini di conformità sono vitali. Ecco, il primo impatto col mondo letterario per me è stato così. Magari per altri è diverso.
[...]
Il mio primo contatto col mondo letterario è avvenuto nell'ottobre del 2002, quando ho partecipato a una kermesse letteraria per autori esordienti che poi si è rivelata una specie di "Corrida" sul genere "dilettanti allo sbaraglio". E' stato lì che ho cominciato a capire che qualcosa non andava, perché io amo i libri e la scrittura, ma non ho capito praticamente nulla di quanto ho sentito durante quel festival. Mi sentivo come Harry Potter la prima notte nel castello fatato di Hogwarts, o Roman Polansky al ballo dei vampiri in "Per favore non mordermi sul collo". Temevo che da un momento all'altro qualcuno potesse prendermi di mira con la bacchetta magica e trasformarmi in un rospo o in un unicorno. Venivo presentato al Gotha del mondo letterario e non avevo idea di chi fossero quelle persone. E poi io non capivo loro e loro non capivano me, e questo era davvero strano, dato che normalmente riesco a farmi intendere benissimo da giudici e avvocati. Credo si sia trattato dello stesso gap linguistico per cui quando certi critici mi parlano di un mio romanzo non riesco a seguirli, mi perdo per strada, non capisco metà dei termini che usano. Perché un'altra delle cose meravigliose che capita a chi vive o viaggia in questo mondo è di imparare un sacco di cose su quello che scrive. Ad esempio si può incontrare uno che ti spiega cosa hai voluto dire col tuo libro, qual è il reale significato di una certa frase, e per quanto tu ti sforzi a negare, a correggere, a smentire nei fatti, sarà tutto inutile: quel signore con cui stai parlando sa tutto di te, sa anche cose che tu non sai, e ti conosce, insomma, meglio di quanto tu stesso non ti conosca. Ti verrebbe quasi voglia di dire: accomodati, prendi il mio posto.
Chi rappresenta l'autorità, nel mondo letterario? Per quel poco che ne ho capito, credo siano i critici (categoria nella quale, infatti, ho immediatamente cercato di intrufolarmi). I critici in quel mondo costituiscono una teocrazia con poteri giudiziari, dai metodi a volte simili a quelli della Santa Inquisizione. La loro opinione personale è legge, e i loro giudizi sono senza appello. Non scrivono mai "a me è piaciuto", "secondo me" o "mi sembra", ma emettono sentenze che hanno dietro di sé una certezza quasi scientifica. Per fortuna, a finire sui loro letti di tortura non sono quasi mai persone ma libri, e questo immagino sia già qualcosa. E poi non tutti sono cattivi. Senza documenti che attestino chi siete, in quel mondo non farete molta strada. Non è affatto importante chi siete o da dove venite, quanto invece i timbri che la critica ha stampigliato sul vostro libro (che rappresenta - per restare nella metafora - il vostro passaporto). Sono quei timbri a legittimare la vostra esistenza nel mondo letterario. Potete aver venduto un milione di copie, ma se il vostro passaporto resta intonso, se nessun critico professionista vi timbra col suo visto, il vostro diritto di soggiorno in quel mondo può essere messo in discussione. Solo che a volte i timbri vi sembreranno sbagliati. Può capitare che scriviate una commedia brillante e un critico vi rimproveri la mancanza di profondità. O che vi ispiriate dichiaratamente ai ritmi e ai meccanismi delle comiche e qualcuno vi accusi di aver scritto "una farsa sgangherata". Quindi a volte uno viaggia per quel mondo con un passaporto pieno di timbri sbagliati, e ogni volta che qualcuno gli rivolge la parola ha paura di sembrare un impostore. Certi critici possono rovinarvi la vita con un giudizio sbagliato. E il brutto è che non potete controbatterli sullo stesso piano. E' come giocare allo schiaffo del soldato senza mai cambiare ruolo.
[...]
E poi c'è la faccenda sconcertante del linguaggio parlato da alcuni abitanti del mondo letterario. E' una lingua elitaria, tesa ad escludere i non addetti ai lavori. Con pretese di linguaggio tecnico, come la lingua dei burocrati o dei manager. Questa estate, a un dibattito letterario, ho resistito a fatica alla tentazione di lanciare una bottiglietta di minerale contro uno scrittore che concionava sul palco, parlando a raffica di concetti complicatissimi in un gergo oscuro, senza usare neppure per sbaglio una parola sola che avesse un minimo di concretezza. Mi chiedo quanti nuovi lettori avrà guadagnato alla causa, con la sua compiaciuta esibizione. Perché secondo me lo scopo del mondo letterario dovrebbe essere allargare i propri confini, incrementare la popolazione, e non arroccarsi in nobili castelli in rovina, come spesso finisce per fare.
Davvero, vale la pena di leggerlo tutto. A me, per certi aspetti, ha ricordato
un pezzo che Alessandro Zaccuri scrisse
qualche tempo fa (e che pure merita una lettura integrale):
[...]
Com'è, il primo impatto con questo mondo? Volendo drammatizzare (ma non troppo) fate conto di svegliarvi di colpo, senza documenti o uno straccio addosso, sulla piazza Tienanmen di Pechino all'ora di punta, senza la più pallida idea di come ci siete arrivati. Il minimo che si può dire è che provereste una sensazione di disagio. Siete nudi e non avete documenti (dove potreste averli messi, dato che siete nudi?): quindi nessuno di quelli che avete intorno ha la minima idea di chi siete e da quale nazione, magari ostile, venite. Devo aggiungere, per chi non sia ancora abbastanza spaventato, che vi trovate in uno stato di polizia in cui i documenti, i certificati e i bollini di conformità sono vitali. Ecco, il primo impatto col mondo letterario per me è stato così. Magari per altri è diverso.
[...]
Il mio primo contatto col mondo letterario è avvenuto nell'ottobre del 2002, quando ho partecipato a una kermesse letteraria per autori esordienti che poi si è rivelata una specie di "Corrida" sul genere "dilettanti allo sbaraglio". E' stato lì che ho cominciato a capire che qualcosa non andava, perché io amo i libri e la scrittura, ma non ho capito praticamente nulla di quanto ho sentito durante quel festival. Mi sentivo come Harry Potter la prima notte nel castello fatato di Hogwarts, o Roman Polansky al ballo dei vampiri in "Per favore non mordermi sul collo". Temevo che da un momento all'altro qualcuno potesse prendermi di mira con la bacchetta magica e trasformarmi in un rospo o in un unicorno. Venivo presentato al Gotha del mondo letterario e non avevo idea di chi fossero quelle persone. E poi io non capivo loro e loro non capivano me, e questo era davvero strano, dato che normalmente riesco a farmi intendere benissimo da giudici e avvocati. Credo si sia trattato dello stesso gap linguistico per cui quando certi critici mi parlano di un mio romanzo non riesco a seguirli, mi perdo per strada, non capisco metà dei termini che usano. Perché un'altra delle cose meravigliose che capita a chi vive o viaggia in questo mondo è di imparare un sacco di cose su quello che scrive. Ad esempio si può incontrare uno che ti spiega cosa hai voluto dire col tuo libro, qual è il reale significato di una certa frase, e per quanto tu ti sforzi a negare, a correggere, a smentire nei fatti, sarà tutto inutile: quel signore con cui stai parlando sa tutto di te, sa anche cose che tu non sai, e ti conosce, insomma, meglio di quanto tu stesso non ti conosca. Ti verrebbe quasi voglia di dire: accomodati, prendi il mio posto.
Chi rappresenta l'autorità, nel mondo letterario? Per quel poco che ne ho capito, credo siano i critici (categoria nella quale, infatti, ho immediatamente cercato di intrufolarmi). I critici in quel mondo costituiscono una teocrazia con poteri giudiziari, dai metodi a volte simili a quelli della Santa Inquisizione. La loro opinione personale è legge, e i loro giudizi sono senza appello. Non scrivono mai "a me è piaciuto", "secondo me" o "mi sembra", ma emettono sentenze che hanno dietro di sé una certezza quasi scientifica. Per fortuna, a finire sui loro letti di tortura non sono quasi mai persone ma libri, e questo immagino sia già qualcosa. E poi non tutti sono cattivi. Senza documenti che attestino chi siete, in quel mondo non farete molta strada. Non è affatto importante chi siete o da dove venite, quanto invece i timbri che la critica ha stampigliato sul vostro libro (che rappresenta - per restare nella metafora - il vostro passaporto). Sono quei timbri a legittimare la vostra esistenza nel mondo letterario. Potete aver venduto un milione di copie, ma se il vostro passaporto resta intonso, se nessun critico professionista vi timbra col suo visto, il vostro diritto di soggiorno in quel mondo può essere messo in discussione. Solo che a volte i timbri vi sembreranno sbagliati. Può capitare che scriviate una commedia brillante e un critico vi rimproveri la mancanza di profondità. O che vi ispiriate dichiaratamente ai ritmi e ai meccanismi delle comiche e qualcuno vi accusi di aver scritto "una farsa sgangherata". Quindi a volte uno viaggia per quel mondo con un passaporto pieno di timbri sbagliati, e ogni volta che qualcuno gli rivolge la parola ha paura di sembrare un impostore. Certi critici possono rovinarvi la vita con un giudizio sbagliato. E il brutto è che non potete controbatterli sullo stesso piano. E' come giocare allo schiaffo del soldato senza mai cambiare ruolo.
[...]
E poi c'è la faccenda sconcertante del linguaggio parlato da alcuni abitanti del mondo letterario. E' una lingua elitaria, tesa ad escludere i non addetti ai lavori. Con pretese di linguaggio tecnico, come la lingua dei burocrati o dei manager. Questa estate, a un dibattito letterario, ho resistito a fatica alla tentazione di lanciare una bottiglietta di minerale contro uno scrittore che concionava sul palco, parlando a raffica di concetti complicatissimi in un gergo oscuro, senza usare neppure per sbaglio una parola sola che avesse un minimo di concretezza. Mi chiedo quanti nuovi lettori avrà guadagnato alla causa, con la sua compiaciuta esibizione. Perché secondo me lo scopo del mondo letterario dovrebbe essere allargare i propri confini, incrementare la popolazione, e non arroccarsi in nobili castelli in rovina, come spesso finisce per fare.
Magari fosse davvero così. Magari la critica letteraria si risolvesse in una gara di nobiltà e intelligenza, in una tacita collaborazione fra scrittura e interpretazione. Molto più spesso, purtroppo, l'interrogare si trasforma in interrogazione o, peggio ancora, in interrogatorio. I due termini condividono, oltre all'etimologia, un implicito riferimento a impersonali atmosfere burocratiche: l'interrogazione si svolge in un'aula scolastica, l'interrogatorio in un ufficio di polizia. Attorno, in entrambi i casi, mobili malconci e dozzinali, lavagne sbeccate o macchine per scrivere claudicanti, alle pareti - se va bene - un ritratto del presidente della Repubblica, e se va male manifesti di incerta provenienza. A scuola, almeno, c'è il vantaggio di avere una vaga idea di come dovrebbero essere le risposte. Anche lo studente più svogliato ha la speranza di cavarsela, se riesce a compiacere almeno un po' l'insegnante. E questo spiega, forse, perché dalla scuola i testi letterari escono acciaccati, ma ancora in grado di far sentire la propria voce.
Ma quando si passa all'interrogatorio non c'è più tanto da scherzare. A incaricarsene, di solito, è la critica accademica, che si è democraticamente arrogata il ruolo di polizia culturale dell'Occidente globalizzato. Un duro lavoro, che più di un critico si sobbarca partendo da un complessivo pregiudizio di colpevolezza nei confronti dei testi. La letteratura in quanto tale non può essere innocente, pensano gli inquisitori, e quindi va torchiata, costretta a cantare, messa in condizione di non nuocere. È una corrente minoritaria, questa dei critici che odiano la letteratura: individui inquietanti, non si discute, ma tutto sommato isolati. Serial killer da strapazzo, che non riescono mai a portare a termine i loro crimini imperfetti. Il lettore, infatti, riconosce subito la loro prosa risentita e se ne allontana in fretta, portando con sé - tenuto per mano come un bambino da proteggere - il testo minacciato.
Più numerosa, e per di più in buona fede, la schiera dei critici-poliziotti convinti che la letteratura debba assolvere un compito di testimonianza, se non di denuncia. Capita, in questi casi, quello che capita sempre quando ci si trova - appunto - a sporgere denuncia o a testimoniare in un'indagine. Ci si siede davanti all'ufficiale preposto all'interrogatorio, si risponde alle sue domande cercando di essere chiari e di non cadere in contraddizione, poi si sta zitti per un po' mentre il sottufficiale incaricato dà lettura del verbale che si è tenuti a sottoscrivere. Ecco, quello che interessa qui è proprio il verbale, redatto in un linguaggio che quasi mai coincide con quello del testimone (in critica letteraria, anzi, può coincidere in un solo caso: se il testo preso in esame è stato scritto da un altro critico) e nel quale, a essere fortunati, si riconosce a fatica la nuda dinamica dei fatti.
Allo stesso modo soltanto la tendenziale similitudine fra la trama di un'opera come il lettore la ricorda e come il critico la descrive riesce a dare la certezza di non essere caduti in un equivoco.
[...]
Non è soltanto questione di tecnicismi compiaciuti o di gratuiti grecismi. Quello che si sta consumando è infatti un tradimento più profondo, che rischia di sancire nel modo più drammatico e paradossale il divorzio tra letteratura e lettori. Una critica modellata sulle cadenze dell'interrogatorio, infatti, non può fare altro che ammettere la propria estraneità rispetto a quello che dovrebbe essere l'oggetto della sua indagine. Costringere le emozioni della lettura in un linguaggio da verbale giudiziario rafforza nel non-lettore (che è sempre, ricordiamolo, un lettore potenziale) la convinzione che la letteratura non è cosa per lui. E in questo la critica letteraria è due volte colpevole, dato che - a differenza di altre forme di riflessione - può disporre dello stesso mezzo che è oggetto della sua analisi.
[...]
Io la penso così, ormai l'ho ripetuto spesso. E tu che ne pensi?Ma quando si passa all'interrogatorio non c'è più tanto da scherzare. A incaricarsene, di solito, è la critica accademica, che si è democraticamente arrogata il ruolo di polizia culturale dell'Occidente globalizzato. Un duro lavoro, che più di un critico si sobbarca partendo da un complessivo pregiudizio di colpevolezza nei confronti dei testi. La letteratura in quanto tale non può essere innocente, pensano gli inquisitori, e quindi va torchiata, costretta a cantare, messa in condizione di non nuocere. È una corrente minoritaria, questa dei critici che odiano la letteratura: individui inquietanti, non si discute, ma tutto sommato isolati. Serial killer da strapazzo, che non riescono mai a portare a termine i loro crimini imperfetti. Il lettore, infatti, riconosce subito la loro prosa risentita e se ne allontana in fretta, portando con sé - tenuto per mano come un bambino da proteggere - il testo minacciato.
Più numerosa, e per di più in buona fede, la schiera dei critici-poliziotti convinti che la letteratura debba assolvere un compito di testimonianza, se non di denuncia. Capita, in questi casi, quello che capita sempre quando ci si trova - appunto - a sporgere denuncia o a testimoniare in un'indagine. Ci si siede davanti all'ufficiale preposto all'interrogatorio, si risponde alle sue domande cercando di essere chiari e di non cadere in contraddizione, poi si sta zitti per un po' mentre il sottufficiale incaricato dà lettura del verbale che si è tenuti a sottoscrivere. Ecco, quello che interessa qui è proprio il verbale, redatto in un linguaggio che quasi mai coincide con quello del testimone (in critica letteraria, anzi, può coincidere in un solo caso: se il testo preso in esame è stato scritto da un altro critico) e nel quale, a essere fortunati, si riconosce a fatica la nuda dinamica dei fatti.
Allo stesso modo soltanto la tendenziale similitudine fra la trama di un'opera come il lettore la ricorda e come il critico la descrive riesce a dare la certezza di non essere caduti in un equivoco.
[...]
Non è soltanto questione di tecnicismi compiaciuti o di gratuiti grecismi. Quello che si sta consumando è infatti un tradimento più profondo, che rischia di sancire nel modo più drammatico e paradossale il divorzio tra letteratura e lettori. Una critica modellata sulle cadenze dell'interrogatorio, infatti, non può fare altro che ammettere la propria estraneità rispetto a quello che dovrebbe essere l'oggetto della sua indagine. Costringere le emozioni della lettura in un linguaggio da verbale giudiziario rafforza nel non-lettore (che è sempre, ricordiamolo, un lettore potenziale) la convinzione che la letteratura non è cosa per lui. E in questo la critica letteraria è due volte colpevole, dato che - a differenza di altre forme di riflessione - può disporre dello stesso mezzo che è oggetto della sua analisi.
[...]











