
Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua
brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. Non è un tema nuovo, la retribuzione del lavoro autoriale è all'ordine del giorno, tra i problemi irrisolti, da quando la musica -per prima- è passata al digitale.
Una delle varianti del problema è la formulazione «sostenere i costi del giornalismo», che è il mantra degli editori di news. Le stanno provando tutte, abbonamenti, app, salti carpiati eccetera. Ma forse -io ne sono sempre più convinto- stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).
Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.
Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull'iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.
E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l'ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la
long-story, ne parla anche
Luca). Il secondo è
questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.
Sono congetture, ovviamente. Ma se la vedo da lettore e se guardo ai miei feed, ce ne sono un bel po' per cui pagherei un abbonamento ragionevole che comprenda aggiornamenti quotidiani mirati e approfondimenti periodici.

Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua
brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. Non è un tema nuovo, la retribuzione del lavoro autoriale è all'ordine del giorno, tra i problemi irrisolti, da quando la musica -per prima- è passata al digitale.
Una delle varianti del problema è la formulazione «sostenere i costi del giornalismo», che è il mantra degli editori di news. Le stanno provando tutte, abbonamenti, app, salti carpiati eccetera. Ma forse -io ne sono sempre più convinto- stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).
Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.
Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull'iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.
E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l'ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la
long-story, ne parla anche
Luca). Il secondo è
questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.
Sono congetture, ovviamente. Ma se la vedo da lettore e se guardo ai miei feed, ce ne sono un bel po' per cui pagherei un abbonamento ragionevole che comprenda aggiornamenti quotidiani mirati e approfondimenti periodici.