Weblog di Giuseppe Granieri



Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. Non è un tema nuovo, la retribuzione del lavoro autoriale è all'ordine del giorno, tra i problemi irrisolti, da quando la musica -per prima- è passata al digitale.
Una delle varianti del problema è la formulazione «sostenere i costi del giornalismo», che è il mantra degli editori di news. Le stanno provando tutte, abbonamenti, app, salti carpiati eccetera. Ma forse -io ne sono sempre più convinto- stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).
Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.
Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull'iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.
E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l'ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la long-story, ne parla anche Luca). Il secondo è questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.
Sono congetture, ovviamente. Ma se la vedo da lettore e se guardo ai miei feed, ce ne sono un bel po' per cui pagherei un abbonamento ragionevole che comprenda aggiornamenti quotidiani mirati e approfondimenti periodici.
Posted by g.g. | # | Media | 02/17/2011




Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. Non è un tema nuovo, la retribuzione del lavoro autoriale è all'ordine del giorno, tra i problemi irrisolti, da quando la musica -per prima- è passata al digitale.
Una delle varianti del problema è la formulazione «sostenere i costi del giornalismo», che è il mantra degli editori di news. Le stanno provando tutte, abbonamenti, app, salti carpiati eccetera. Ma forse -io ne sono sempre più convinto- stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).
Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.
Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull'iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.
E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l'ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la long-story, ne parla anche Luca). Il secondo è questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.
Sono congetture, ovviamente. Ma se la vedo da lettore e se guardo ai miei feed, ce ne sono un bel po' per cui pagherei un abbonamento ragionevole che comprenda aggiornamenti quotidiani mirati e approfondimenti periodici.
Posted by g.g. | # | Media | 02/17/2011


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