
In questi giorni ho seguito molto, senza commentare, la vicenda di Wikileaks. Non ho commentato perchè sta succedendo qualcosa di importante, a livello di «precedenti storici» e a livello di equilibrio di scenario. Ci sono ancora molte cose che non capiamo (chi è veramente Assange, chi c'è dietro -se c'è qualcuno dietro-, eccetera). E altre che bisogna intuire leggendo i segnali deboli, sbilanciandosi a fare previsioni e congetture.
Io non ho ancora un'idea precisa. Di certo c'è che si è aperta una fase nuova nella dialettica tra Istituzioni e spazio pubblico. C'è stato un impatto simile (non identico, ovviamente) a quello che ebbe Napster sull'industria discografica. Come
dice Alberto, è una dialettica nuova (non implicitamente buona nè implicitamente cattiva): una
feature con cui bisogna fare i conti.
E Massimo giustamente
ragiona sul fatto che «una quota non trascurabile delle informazioni che ci raggiungono tutti i giorni sono in violazione di un qualche patto o regolamento». Quando cambiano i paradigmi le norme ci mettono un po' ad aggiornarsi.
Così in attesa di arrivare a una comprensione migliore (e solo il tempo ce ne darà forse modo) possiamo cominciare a prendere atto -un volta di più- del fatto che questo secolo appena iniziato porterà l'emersione di molte informazioni che prima non erano esplicite, come è tipico degli effetti della rete. E che questa emersione non riguarda solo i nostri dati personali, ma riguarderà sempre più anche la vita delle organizzazioni.
Puoi spegnere i server di Wikileaks come sono stati spenti quelli di Napster, ma difficilmente si tornerà indietro. La spinta verso la trasparenza ha registrato un nuovo passo avanti, si è indicata una strada con cui possono agire organizzazioni strutturate (diverse e insieme simili al giornalismo, con lo stesso ruolo di
watchdog e la stessa fallibilità umana). Dopo Napster è arrivato Emule, dopo Wikileaks arriverà qualche altro. Non sappiamo con che effetti, ma sul processo possiamo scommettere.
Non è nulla di nuovo, se non per la scala. Noi cittadini la chiamiamo privacy, dando nome a ciò che difendiamo ma che sappiamo di dover ricontrattare ogni giorno. Non so come la chiameranno i governi, ma ho la sensazione che da ora in avanti finiranno per tenerne conto.

In questi giorni ho seguito molto, senza commentare, la vicenda di Wikileaks. Non ho commentato perchè sta succedendo qualcosa di importante, a livello di «precedenti storici» e a livello di equilibrio di scenario. Ci sono ancora molte cose che non capiamo (chi è veramente Assange, chi c'è dietro -se c'è qualcuno dietro-, eccetera). E altre che bisogna intuire leggendo i segnali deboli, sbilanciandosi a fare previsioni e congetture.
Io non ho ancora un'idea precisa. Di certo c'è che si è aperta una fase nuova nella dialettica tra Istituzioni e spazio pubblico. C'è stato un impatto simile (non identico, ovviamente) a quello che ebbe Napster sull'industria discografica. Come
dice Alberto, è una dialettica nuova (non implicitamente buona nè implicitamente cattiva): una
feature con cui bisogna fare i conti.
E Massimo giustamente
ragiona sul fatto che «una quota non trascurabile delle informazioni che ci raggiungono tutti i giorni sono in violazione di un qualche patto o regolamento». Quando cambiano i paradigmi le norme ci mettono un po' ad aggiornarsi.
Così in attesa di arrivare a una comprensione migliore (e solo il tempo ce ne darà forse modo) possiamo cominciare a prendere atto -un volta di più- del fatto che questo secolo appena iniziato porterà l'emersione di molte informazioni che prima non erano esplicite, come è tipico degli effetti della rete. E che questa emersione non riguarda solo i nostri dati personali, ma riguarderà sempre più anche la vita delle organizzazioni.
Puoi spegnere i server di Wikileaks come sono stati spenti quelli di Napster, ma difficilmente si tornerà indietro. La spinta verso la trasparenza ha registrato un nuovo passo avanti, si è indicata una strada con cui possono agire organizzazioni strutturate (diverse e insieme simili al giornalismo, con lo stesso ruolo di
watchdog e la stessa fallibilità umana). Dopo Napster è arrivato Emule, dopo Wikileaks arriverà qualche altro. Non sappiamo con che effetti, ma sul processo possiamo scommettere.
Non è nulla di nuovo, se non per la scala. Noi cittadini la chiamiamo privacy, dando nome a ciò che difendiamo ma che sappiamo di dover ricontrattare ogni giorno. Non so come la chiameranno i governi, ma ho la sensazione che da ora in avanti finiranno per tenerne conto.