Introduzione. Dal punto di vista di chi progetta sistemi e lavora sull'architettura della conoscenza (ma in esteso dal punto di vista di chiunque
cerchi di vivere in maniera efficace la vita moderna) ogni problema è riducibile ad una descrizione che lo esamina in
termini di accesso alle informazioni. Sia che si tratti di prendere una decisione aziendale o di elaborare una legge efficace,
sia che si
tratti di insegnare Dante ai bambini, compilare un modulo per il passaporto, scrivere un libro, fare un intervento in una riunione
o semplicemente rapportarsi con i comandi di un videoregistratore. Alla fine, tutto è il prodotto di un processo che
elabora informazioni. E il risultato dipende in larga misura dalle informazioni che si possiedono (o dalle informazioni
cui si ha accesso) al momento dell'elaborazione.
Se accettiamo questa impostazione, Internet funziona esattamente come la nostra memoria. Ha una capacità di archiviazione
enorme ma la quantità di informazioni immessa non corrisponde esattamente alla quantità di informazioni effettivamente disponibili.
Ogni informazione, nella nostra memoria viene interpretata e conservata, e poi ritrovata proprio attraverso quella interpretazione
con cui è stata archiviata. Difficilmente accederemo ad un dato nella nostra memoria, se non associandolo ad un valore (emotivo,
contestuale, culturale, ecc.) che in qualche modo corrisponde a quello con cui lo abbiamo etichettato all'origine.
Tuttavia, come spiega benissimo Norman nel suo
geniale libro La caffettiera del
masochista (un grazie, de paso, alla persona straordinaria che me lo ha prestato), la conoscenza necessaria per
prendere decisioni o per elaborare compiti operativi non è tutta nella nostra memoria, anzi la nostra memoria spesso si avvale
di informazioni approssimative ma trova nell'ambiente circostante le informazioni e i vincoli necessari per procedere in
maniera efficace. Le considerazioni di Norman su quanta conoscenza ci sia nelle cose e su come noi la elaboriamo,
sono oggi dei principi assoluti nell'operato dei designers e di chiunque progetti un'interfaccia. Tuttavia...
Il web come la memoria. Oggi pochissimi di noi
applicano ai contenuti immessi in rete lo stesso procedimento che, inconsciamente tutti applichiamo nella vita quotidiana
utilizzando la nostra memoria biologica. Interpretare e categorizzare le informazioni che immettiamo in rete ci
sembra a volte un atto inutile, perfino complicato o presuntuso, perchè non lo percepiamo come un compito necessario.
Eppure senza questo sforzo di interpretazione moltissimi strumenti a nostra disposizione diventano inutili. I feed RSS vengono
utilizzati al 5% delle loro potenzialità (solo per segnalare l'aggiornamento, in pratica), i motori di ricerca continuano a
lavorare con algoritmi basati sul riconoscimento di stringhe arbitrarie, eccetera eccetera.
Così da un lato si lavora come Sisifo alla fatica inutile (inutile ragionando in tempi storici e non geologici) del web semantico, che
delegherà alla macchine uno sforzo interpretativo che noi non vogliamo abituarci a compiere nel web, pur essendo nella normale natura del
nostro modo di ragionare e comprendere. E, dall'altro, ci arrendiamo di fronte a due considerazioni più o meno ovvie:
1. gli utenti (moltissimi utenti, non tutti) non hanno la pazienza o la capacità di classificare in maniera univoca i contenuti che immettono in rete;
2. è praticamente impossibile stabilire una ontologia universale che permetta a tutti di classificare il mondo e
la vita (ovvero i temi che i contenuti rispecchiano) in maniera univoca.
Imho, la prima obiezione si supera facilmente, e vedremo come. Quanto alla seconda, invece, è un tipico assunto che è indiscutibile sul piano
assoluto ma non su quello pratico. Se è vero che, come direbbe qualsiasi biblioteconomo, Carlo usa probabilmente etichette diverse da Giovanni per
classificare la stessa cosa, è anche vero che avere una approssimazione è comunque meglio di rinunciare alla classificazione. E va anche
considerato che l'uso educa, avvicinando i modi interpretativi per puro contatto. Non sostengo che in un giorno x si arrivi
ad una interpretazione omologa, ma credo che il progresso sarà costante. E comunque molto meglio di niente.
Anche perchè, pur utilizzando una ontologia semplice (ovvero solo una ventina di etichette) per classificare
i contenuti, il beneficio in termini di ricerca e accesso è misurabile in progressione geometrica.
I blog come laboratorio e l'anomalia italiana. Per una serie di evidenze i blog sono un laboratorio perfetto,
che tuttavia è abbandonato a se stesso dalla miopia o dal disinteresse di chi oggi può intervenire in maniera semplice. In Italia
questo è ancora più vero poichè dalla scelta di 3 o 4 punti decisionali si riuscirebbe ad intervenire su una percentuale
assolutamente importante dei contenuti immessi nella nostra lingua. Se l'interfaccia delle piattaforme principali, senza
perdere la semplicità di approccio (la complessità non deve mai essere a carico dell'utente), cominciasse a proporre
scelte evolute, i 'clienti' ne capirebbero l'importanza. Importanza che possiede un doppio valore: i pochi secondi spesi in più
sono un servizio verso i propri visitatori, ma sono soprattutto un servizio che si ottiene moltiplicato per n blog quando
si accedere alla rete vestiti da lettori. E i primi ad essere grati di questi nuovi servizi sarebbero i componenti di quel
famoso pubblico di non-blogger che, grazie al rank di Google, è sempre più numeroso ed affezionato (ma che
non possiede spesso la stessa comprensione dell'universo blog, e quindi si muove all'interno del sistema in maniera meno efficace).
Il bello è che se Splinder e Clarence facessero propria la svolta, anche
gli altri si adeguerebbero in fretta. Per ragioni di mercato, ma anche di buon senso (io, paradossalmente, ho la sensazione che siano i cosiddetti altri
ad avere maggiore sensibilità su questi temi.
I blog attuali sono superati. Il nipotino scemo di tutti i Content Management Systems ha vinto
la sua battaglia ed ha imposto un principio di semplicità che oggi è uno standard irrinunciabile. Tuttavia ha smesso di avere
evoluzioni significative dal punto di vista funzionale, mentre sta correndo in fretta da quello culturale. Abbiamo tutti i
contenuti che vogliamo e possiamo immetterli con facilità. Abbiamo innescato un meccanismo che distribuisce e garantisce
attenzione, guidando in maniera misera (ma meglio di come si sia mai fatto) il lettore verso i contenuti che può trovare
interessanti. Cresce il numero dei blog e cresce anche il bisogno di comunità, di relazione, di selezione,
di ricerca e -soprattutto- quello di potenziare l'efficacia
del filtro culturale (ogni blogger, infatti, è un filtro per tutti gli altri).
L'efficacia (la sopravvivenza) dei weblog è tutta nella loro capacità di segnalazione, che facilita
l'accesso alle informazioni, sostanziali o di intrattenimento. Eppure, oggi, questo lavoro (che, distribuendo attenzione,
viene ripagato in attenzione) è affidato al buon senso dei singoli e non è per nulla assistito da chi rende disponibili i CMS.
Il bisogno di evoluzione dello strumento, imho, è percepito. Molti blogger si organizzano con quello che hanno a disposizione e un po' di creatività. Cè chi, come
Kottke.org, arriva ad utilizzare cinque blog diversi
nello stesso weblog per poter differenziare i criteri di editing a seconda dei contenuti. I blog attuali, infatti,
gestiscono tutti i contenuti alla stessa maniera, come se non ci fosse alcuna differenza e questo condiziona
tantissimo le scelte editoriali non sempre consapevoli dei blogger, portando ad una minore efficacia nel
filtering che si offre ai lettori. Moltissimi, anche in Italia,
hanno cominciato a inserire in un iframe un secondo blog dedicato alle brevi segnalazioni, che non valgono un post
ma che sono uno dei più potenti motori per dare ai propri lettori un servizio di filtro efficace. Spesso si legge una cosa interessante
ma non la si segnala perchè non si riesce a cavarne un post e non c'è uno spazio adatto sul proprio blog. Ovviamente quella
segnalazaione mancata, per me che magari considero affidabile quel blogger, è una perdita di efficacia.
Poi, c'è il problema
delle immagini, che sono spesso ospitate su server esterni quando tantissimi photologger pagherebbero volentieri
per avere un servizio più facile. C'è la gestione del template (che, badate bene, ha una responsabilità enorme
nell'indirizzare verso i contenuti interessanti) assistita solo da un punto di vista estetico, ma mai da quello
funzionale. Pensate al fatto che ogni link del blogrolling è nel 99% dei casi come un tasto cieco, su cui
cliccare. Immaginate che il link al blog di Tizio (per voi individuo ignoto) sia un pulsante sul videoregistratore che
dice SDOM invece di PLAY. Per il pulsante sul videoregistratore (come sostiene Norman) maledireste il progettista. Sui blog, invece,
vi sembra normale cliccare alla cieca. Perchè siete abituati. Eppure avere informazioni su quel link è come
avere 'più' conoscenza nelle cose, il che vi aiuta ad essere più efficaci nel trovare quello che cercate.
Oppure pensate (laddove su Splinder non avete nemmeno il titolo come oggetto a parte) ad una
piattaforma che per ogni post vi permetta di scegliere una forma di layout in base al contenuto (magari
disponendolo in posizioni diverse nella pagina), un
titolo, una etichetta per ricerche veloci in archivio, nei feed e nei motori di ricerca (ad esempio Musica). Con un paio
di menu a tendina si risolverebbe tutto, senza difficoltà per chi pubblica. E poi nelle
opzioni per la gestione del template un moduletto per il blogrolling (categorizzato e con l'opzione
ALT che consente di aggiungere altre informazioni). Sono solo poche idee (le più semplici da realizzare
in tempi di lavoro brevissimi), ma già
con queste sarebbe evidente il benificio nella gestione, nell'archiviazione e nel riconoscimento dei contenuti.
Insomma, ci sono moltissimi aspetti che potrebbero (imho dovrebbero) essere proceduralizzati nelle piattaforme per
dare una abitudine alle buone prassi. E il buon esempio, si sa, quando è semplice e dà benefici riconoscibili,
diventa virale. Anche perchè fin quando le macchine non sapranno interpretare e noi saremo abituati a farlo, il risultato
è solo una questione di procedura.
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