Quando un'industria culturale entra nella transizione verso il digitale, c'è un pattern riconoscibile. Il primo passo è quello, irrilevante ai fini del risultato, della difesa del prodotto analogico e della sua esperienza di consumo. Il secondo è quello di cominciare a capire che è il modello di ricavi ad entrare in crisi (e non la qualità o le caratteristiche del prodotto). Il terzo, infine, quello di avviare un dibattito infinito su come cambia la professione.E' un passaggio cruciale, quest'ultimo, perchè il digitale non cambia il prodotto (non solo, almeno) ma modifica in maniera paradigmatica l'approccio al lavoro e, soprattutto, al mercato e al rapporto con il pubblico. E sebbene sia noto da anni, si verifica una situazione controintuitiva. Quelle che McLuhan chiamava le «abitudini specialistiche», cominciano a diventare un problema oltre che un valore. Questo perchè ci portano a pensare il nostro mondo entro i confini di come abbiamo imparato a conoscerlo quando era analogico. E ci impediscono di pensarlo in modo digitale. Il che non significa buttare a mare tutto quello che abbiamo imparato fino ad oggi, ma essere capaci di metterlo un po' in discussione per adeguarlo al cambiamento.
Dopo il giornalismo, che ha accolto e accoglie queste discussioni con una lentezza ancora stupefacente, l'editoria libraria -negli States- è arrivata a questo punto. Stanno cominciando a fiorire le discussioni su come chi lavora nel mondo dell'editoria debba adeguarsi professionalmente. Se vuoi averne un'idea, puoi dare un'occhiata a Career Reinvention for Publishing Professionals e, soprattutto, ad un lungo ragionamento di Pablo Defendini.
«Ci sono tre attitudini di fronte al cambiamento», dice Defendini. «Assumere persone più giovani, imparare o sedersi con la testa sotto la sabbia e lamentarsi di come i computer stiano rovinando la nostra vita». La terza attitudine, dice, è prevalente tra gli editori. Ma se vuoi leggere tutto il ragionamento, lo trovi qui: On Production.











