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 «Kevin Kelly è il mio autore preferito», scrive Steve Jurvetson, «ed ora arriva il suo nuovo libro».
In effetti, un libro di Kevin Kelly è un evento sempre interessante. Kelly, con la sua capacità visionaria, è uno di quegli autori (tre o quattro in tutto) che riescono a descrivere bene degli scenari che noi (la gente normale) impariamo a riconoscere solo dopo tanti anni. Nel frattempo all'autore tocca spesso il destino di prese in giro («follia visionaria») o di scetticismo, dovuto ad intuizioni che scombinano in modo contundente piccole e grandi certezze che crediamo immutabili. Eppure Kelly è quello che nei primi anni novanta, con Out of control ha inaugurato con dieci anni di anticipo la lettura dei fatti della rete con metafore biologiche. E' l'autore che ha per primo descritto il digitale come una civiltà che si ricomplica, ha previsto in tempi non sospetti il mutamento dell'industria culturale. Eccetera.
Nel nuovo libro, What Technology Wants (che esce a metà ottobre) Kelly racconta la tecnologia come forma di cultura. E io sono abbastanza curioso di leggerlo. Intanto, qui ne parla Steve Jurvetson ( What Technology Wants) e qui c'è una piccola anticipazione: Domesticated Cyborgs.
 Cose molto di nicchia. Qualche giorno fa Fabio ha rilanciato un ragionamento antico, sul prezzo degli ebook ( qui e poi qui) e la discussione ha proseguito la sua strada sui social. Io non ho un'opinione definitiva (niente che assomigli a una regola generale, almeno), ma sul tema si sono esercitati in molti e l'approccio analitico che preferisco è questo contenuto nel ragionamento di Renai La May.
Però oggi leggevo un pezzo interessante di Kassia Krozser sul valore dei libri, che merita la segnalazione. A me è piaciuto molto il passaggio della percezione del valore nella scala che va dal «lo compro a prescindere» fino al «lo compro solo dopo aver letto cinque o persino sei buone recensioni nel mio network of trust».
Booksquare, A Question of Value
 Ok, è vero, tocca installare Chrome. Però questa volta vale la pena di farlo anche se non sei un geek.
Installalo, poi vai a questa pagina e inserisci l'indirizzo della casa in cui sei cresciuto. Goditi il video degli Arcade Fire e poi continua a leggere questo post.
Che in realtà si chiude con due segnalazioni che ti spiegano il contesto. La prima è un articolo di PC World che racconta di come Google abbia collaborato con gli Arcade Fire per mostrare -attraverso il video- le potenzialità del nuovo web (alla faccia di chi dice che è morto): Google and Arcade Fire Collaborate on the Geekiest Music Video Ever.
La seconda, invece, è un bell'articolo ( as usual) del Post che ti spiega tutto per bene:
Gli Arcade Fire e il videoclip del futuro.
 Se non potessi giurare sull'assoluta buona fede dell'autrice, direi che il titolo «L'ebook non è un libro. O sì?» potrebbe assomigliare a quei titoloni ineffettivi che vanno tanto di moda oggi («Google ci rende stupidi» «Il Web è morto» «Facebook fa ingrassare»). Però, appunto, tra le tante domande dell'intervista fatta a me la domanda «L'ebook è un libro vero?» c'era.
Ora, non so cosa abbiano risposto Roncaglia, Bianciardi e Sterling. Io, nel mio piccolo, a quella domanda ho risposto così: «Sì. Il libro, tradizionalmente, è oggetto e testo. Cambia l'oggetto, come è cambiato spesso nella storia del libro. Ed evolve il concetto, che è sempre stato un concetto culturalmente determinato, legato ad un periodo. C'è stato un tempo in cui il libro non poteva essere a disposizione di tutti ed un tempo in cui una biblioteca pubblica o una donna che leggeva erano eresie. Oggi stiamo solo affrontando un'altra evoluzione, che cambia la nostra idea di libro da fine del XX secolo e la aggiorna ad un mondo diverso. McLuhan raccontava, decenni fa, la storia di un aristocratico inglese che, nel pieno della cultura orale delle common laws stava chiuso a casa a scrivere un trattato di storia naturale. E i suoi amici nobili lo prendevano in giro perchè "perdeva tempo con i libri". Il cambiamento che stiamo vivendo nell'editoria è profondo, ma è organico ad un mutamento molto più ampio, che riguarda il modo in cui funziona tutta la nostra cultura».
Stilos Magazine: L'ebook non è un libro. O sì? (non c'è il permalink).
 E' una cosa che mi sto ripetendo sempre più spesso, forse proprio perchè tra saggi e articoli mi confronto quasi quotidianamente con la difficoltà di divulgare delle transizioni complesse. Però, davvero, la narrativa e in particolare la science-fiction (anche quella non canonica) mi sembrano sempre più efficaci per raccontare il mondo di oggi.
Così, se dovessi scegliere tra le tante definizioni per la fantascienza proposte da Davide, forse sceglierei questa: «Molte persone hanno tentato di definire la fantascienza. A me piace chiamarla la letteratura dell'esplorazione e del cambiamento. Mentre altri generi sono ossessionati dalle cosiddette verità eterne, la SF si occupa del fatto che i nostri figli potrebbero avere problemi diversi. Che potrebbero, in effetti, essere diversi da ciò che noi siamo stati».
O questa, che è la più corretta da un punto di vista narratologico: «La fantascienza in generale - attraverso la sua lunga storia in diversi contesti - si può definire come 'un genere letterario le cui condizioni necessarie e sufficienti sono la presenza e l'interazione di straniamento e cognizione, e l'elemento formali della quale è una struttura immaginativa alternativa all'ambiente empirico dell'autore.'».
Ma giudica tu stesso: Cos'è la fantascienza
 Un po' di riepilogo di temi e cose lette e successe.
Luca (che presto esordirà in Tv su RaiTre come presentatore) ha lanciato ieri una riflessione sugli spazi del lettore,
la biblioteca fisica di cui ci circondiamo a casa. Ne sottolinea l'importanza, per noi e per la nostra cultura. E pensando a come sarà domani, con i libri elettronici,
si chiede «La perdiamo a cuor leggero?». Io ho provato ad argomentare una risposta, la mia: i due pezzi, entrambi lunghetti, sono qui: Kindle.
E la biblioteca della mente e Biblioteca sociale elettronica.
Poi: la discussione su Goodreads (nata in pieno e deserto agosto) viene rilanciata da Storia Continua,
che fa il tifo per aNobii. Su Goodreads il problema principale rimane proprio l'importazione dei libri dal social network di Hong Kong, però man mano che ci arrivano lettori italiani e aggiungono titoli, l'indice si consolida. Secondo me Goodreads è da vivere per scoprire
libri e lettori affini, più che per tenere in ordine la propria libreria. In quest'ultimo caso il modello banale e semplice di aNobii funziona meglio. Se passi a Goodreads, sono qui.
Infine, L'Espresso oggi in edicola dedica un box a 40k, con un buon claim: «Un libro, tre euro»
 Se ti interessi un po' di editoria, ricorderai il tema estivo: Wylie "The Jackal" che da agente letterario diventa editore e promette guadagni fuori standard per tutti i suoi autori (vedi qui, se te lo sei perso).
Ebbene, a quanto riporta Mediabistro, «i titoli di Odyssey, la casa editrce di Wylie, saranno rimossi dal mercato ove in concorrenza con i diritti di Random House». In pratica salta l'accordo esclusivo con Amazon che tanto aveva fatto parlare. La notizia è appena stata battuta e non ci sono ancora molti commenti in giro, ma è facile prevedere che le colombe ridacchieranno un po' dopo che i falchi avevano alzato la testa.
Mediabistro, Wylie Conceeds to Random House.
 Qualche tempo fa, Guy LeCharles Gonzalez (su Digital Book World) raccontava come zitti zitti i signori di Goodreads avessero aggiunto un tassello interessante al già ben popolato social network di amanti dei libri. Questo tassello, il lettore di ebook embeddato nell'app per iPhone, si accompagnava alla possibilità di leggere e comprare gli ebook direttamente nel posto in cui al gente li consiglia e li recensisce. Il post, intitolato Goodreads Takes Next Step in Social Reading, lo spiega bene.
Di Goodreads avevamo già parlato ( qui), e da allora ci sono approdati tanti italiani. Il reader integrato é un passo avanti notevole se guardiamo ad aNobii, che ci ha messo 18 giorni per aggiungere Radiazione e che chiede come dato obbligatorio il numero di pagine per gli ebook. Però, soprattutto, la cosa che mi pare interessante è la possibilità di accedere all'ebook nel posto in cui magari lo scopri, ed è qualcosa che a occhio assomiglia molto alla logica che alcuni attribuiscono al futuro Google Editions. E forse è anche un modo per rendere meno ripida la curva di apprendimento di coloro che hanno un iPhone o un iPod Touch o un iPad e magari non hanno mai avuto «il coraggio» di avvicinarsi ad un ebook.
Sono congetture, ovviamente, ma provare non ci costava nulla. Così, con i ragazzi di Goodreads (che già ci stavano lavorando), abbiamo deviato anche verso gli editori la possibilità di caricare e vendere gli ebook che prima avevano solo gli autori. E da oggi gli ebook di 40k possono essere aquistati e letti anche lì (tranne il Cyborg, che ci arriverà presto).
Dovremmo essere i primi editori su Goodreads, vediamo come va e che tipo di dinamiche si innescano. Per i lettori italiani ovviamente il riferimento migliore resta Bookrepublic, ma per le altre lingue c'è molto da imparare e da capire, perchè non è facile far conoscere i titoli, conoscere i lettori e comprendere le configurazioni sempre nuove che si manifestano in questo periodo di grande cambiamento. Questi primi mesi sono tutta esperienza, in fondo. In ogni caso, nei prossimi giorni, insieme alle nuove uscite, dovremmo essere disponibili anche su Amazon. E anche in questo caso, staremo a vedere con molta curiosità.
 «Dodici bestseller dopo», scrive Seth Godin, «ho cominciato a chiedermi a cosa serva avere ancora un editore tradizionale».
L'idea di Godin, New York Times bestseller author (etichetta che oltreoceano significa molto), è semplice: l'editoria tradizionale è lenta, burocratica e -alla fine- meno efficace della rete, ambiente in cui l'autore può raggiungere in maniera molto più rapida ("disintermediata" direbbe qualcuno) un pubblico dieci o cinquanta o cento volte più grande. La dichiarazione di Seth è chiaramente dirompente, ma è accompagnata da una riflessione più generale sul ruolo dell'editore e sulla nuova configurazione che sta assumendo il rapporto tra autore e pubblico. In ogni caso non fidarti di questa mia sintesi.
Qui trovi il suo post ( Moving on) e, se sei pigro, qui c'è l'anticipazione che ne aveva dato GalleyCat ( New York Times Bestseller Seth Godin to No Longer Publish Books Traditionally).
 Sarà che ci sono arrivato dopo aver abbandonato a pagina 30 Il Manoscritto di Dio (non avevo proprio voglia di appassionarmi a protagonisti così stereotipati). Sarà che il tema del romanzo mi interessa anche da altri punti di vista. Sarà. Resta il fatto che mi è venuta voglia di annotarmi qui qualcosa prima ancora di aver finito il libro.
L'introduzione di Crichton a Preda è un piccolo pezzo di genio: un brano di saggistica su come la tecnologia sta cambiando il nostro mondo e su come noi impariamo a rapportarci al cambiamento ex-post. E questo breve saggio (pur essendo del 2002) genera tanta suspance da permettere al racconto un avvio senza il timore di dover accelerare subito. Leggendo la storia, da saggista, mi convinco sempre di più che è molto più potente la fiction per raccontarci il mondo di oggi. Crichton inizia così:
«L'idea secondo cui il mondo intorno noi sarebbe in perpetua evoluzione è un luogo comune di cui raramente cogliamo le implicazioni più profonde». E per qualche pagina prepara il terreno mentale del lettore che sta per entrare nel romanzo, costruendo quel knowledge gap di cui parlava Livia.
Con me, devo dire, ha funzionato.
 Ne sentiremo parlare per giorni, ma d'altro canto era una situazione pianificata proprio per questo scopo. Il magazine Wired è uscito con la famosa copertina sul «Web che è morto», (largamente preannunciata nelle scorse settimane, come da manuale di strategia di marketing). Immediatamente il titolo è stato rilanciato da tutti, anche con qualche confusione interessante (ad esempio Internazionale titola La morte di Internet, dando voce al senso comune che usa internet e web come sinonimi). E ci sono già le prime discussioni di approfondimento. Ne seguiranno tantissime, in un pattern disegnato per alimentarle.
Quello che abbiamo alla fine, se escludiamo il titolo alla Nicholas Carr, sono due articoli interessanti (non necessariamente nuovi nel contenuto e non necessariamente condivisibili in toto) e un effetto collaterale. La diffusione che sarà data al lancio strillato ("il web è morto") tradisce sicuramente il reale significato degli articoli ("il web è una commodity", potremmo dire, ed è impreciso anche se lo diciamo in tanti da anni). Ma porterà maggiore attenzione ai dibattiti sull'apertura dell'accesso. Metterà a tema la negoziazione continua (e inevitabile) tra recinti commerciali e barriere d'ingresso e tanti altri aspetti chiave dell'internet di massa. Temi che per essere portati a una visibilità più generale, essendo molto complessi, avevano forse bisogno di uno strillo tagliato con l'accetta.
Per quanto mi riguarda, invece, anche da morto il web resta una risorsa preziosissima, come i romanzi (di cui pure qualcuno ogni tanto annuncia il decesso).
 Goodreads è, probabilmente, il posto in cui si prendono più decisioni di acquisto di libri dopo Amazon. Io non l'avevo mai frequentato, soprattutto perchè non ci sono (quasi) italiani e -di conseguenza- ci sono pochi libri nella nostra lingua.
In questi giorni, mettendo su l' account per 40k ho cominciato a giocarci un po', anche con Giovanni, e per scherzo abbiamo fatto anche la pagina autore di Sergio (che però deve ancora reclamarla per editarla).
Lo strumento è potentissimo. Se usi aNobii e passi a Goodreads avrai la sensazione di un salto quantico. Gli autori possono avere la loro pagina ( questa è la mia) per monitorare i propri libri e conversare con i lettori (come voleva Max). Ci sono infinite occasioni per scoprire libri, autori che non si conoscono e persone affini: liste, giochi, meccanismi sociali e incroci di opinioni. Certo, dipende dai gusti, ma la mia personale impressione è che, in un confronto diretto, al claustrofobico aNobii resti solo il vantaggio della localizzazione in italiano.
In ogni caso la vera potenza dello strumento la cogli quando ti rendi conto che, aprendo un gruppo (io ho provato con il 40k Book Club) o partecipando a una conversazione, puoi linkare dentro le discussioni gli autori e metterci le copertine del libro. In questo modo i post vengono automaticamente collegati alla scheda del libro ( esempio). Questo significa che quando stai guardando un titolo per decidere se ti interessa, è imemdiatamente collegato a tutte (o quasi) le azioni che lo riguardano.
Vito ha provato a importare i libri da aNobii nel suo profilo di Goodreads e ci è riuscito con uno score di 145 su 312. Ma sta lavorando per capire come migliorare la performance. In ogni caso, se decidi di provarlo, mi trovi qui.
 Ne accennavo ieri, la lunga intervista con Henry Jenkins è online e ha un titolo che non poteva essere più adatto.
I temi trattati sono davvero a tutto campo, da Apple allo spostamento verso il mobile, dalle trasformazioni del giornalismo ai libri, agli ebook e all'editoria. Dall'educazione all'impatto delle tecnologie sul nostro cervello. E' difficile persino scegliere un passaggio da citare come teaser, perchè davvero dietro il discorso di Henry c'è tutto uno scenario e una visione organica. E l'intero ragionamento è molto pacato, ricco di una riflessione profonda e moderata, di quelle che non cercano i titoli dei giornali. Quindi, se hai tempo, dagli un'occhiata.
Henry Jenkins: «Siamo in transizione, stiamo imparando»
 Mentre lavoravo ad una lunga intervista con Henry Jenkins (quasi 18k battute, che usciranno su Apogeonline), sono stato colpito da un passaggio. Si parlava della nostra società che abbandona la carta e Jenkins ad un certo punto costruisce un'affermazione semplice, che siamo tutti in grado di riconoscere nella nostra esperienza, ma che rovescia (giustamente) un nostro errore di prospettiva quando parliamo di libri. «Il rapporto della gente con i libri è cambiato da tempo», dice. «Oggi un americano medio possiede due libri, mentre c'è una sottocultura (cui io appartengo) che ne possiede migliaia».
Anche io possiedo ben più di un migliaio di libri e quindi sono un membro della sottocultura che li legge avidamente. E lo shift concettuale, lo spostamento dei lettori dall'essere la cultura all'essere una sottocultura, è realistico. Ma espresso in forma così chiara è contundente ed è una chiave di lettura su cui riflettere senza pregiudizi e con la giusta calma. Soprattutto ragionando sull'accesso digitale ai libri (ed alla pubblicazione) che potrebbero riavvicinare la cultura e la sottocultura dei lettori. Bisogna pensarci un po'.
 I primi libri di 40k sono in circolo. Per ora su Smashwords, da domattina alle sei su Bookrepublic. Poi arriveranno piano piano negli altri store (da Amazon a Apple, a Barnes & Noble). Sono tre titoli, in diverse lingue: complessivamente otto ebook, che precedono tutti gli altri annunciati e ora in coda per dopo ferragosto. Queste prime uscite sono un test generale per tutto il meccanismo, dai formati alle distribuzioni, dalle traduzioni al confezionamento. Ma tutta questa esperienza che stiamo accumulando, forse, meriterebbe un post a parte. Un'altra volta.
Ora mi diverte più l'idea di parlare dei libri che abbiamo messo in circolo, aprendo in qualche modo una conversazione. Rileggevo ieri l'introduzione di Jeffrey Deaver all'antologia The Best American Mistery Stories 2009 (pubblicata in Italia con il titolo di Notti senza sonno): c'è un passaggio in cui dice che, malgrado il suo reddito dipenda totalmente da storie lunghissime, ha una passione per i racconti. «Quando si legge un bel racconto», scrive, «l'intensità del'esperienza emotiva può superare la gratificazione derivante dal coinvolgimento più tranquillo offerto da un romanzo». Senza voler tentare minimamente paragoni con Deaver, potrebbe essere questo il fil rouge delle storie pubblicate da 40k.
Radiazione di Jacob Appel, è una brillante novelette sulle psicosi americane post 11 settembre. La storia è raccontata in modo molto sofisticato e con un retrogusto lucido di bella ironia. L'autore, poco noto in Italia, ha vinto un sacco di premi per le sue storie ed è molto spesso inserito nelle varie antologie dei Best of che piacciono tanto oltreoceano.
Tranne la musica, di Kristine Kathryn Rusch, è un racconto di suspance molto ben congegnato, con un pizzico di fantastico che non si nota come tale. Kristine è un'autrice con una lunghissima serie di premi vinti e, tra l'altro è stata inclusa da Deaver nell'antologia di cui sopra.
Il saggio di Thierry Crouzet ha un titolo un po' fuorviante: La strategia del Cyborg. In realtà è una provocatoria riflessione sul ruolo dell'autore e su come cambia il concetto stesso di autorship una volta che ci connettiamo in rete. E' un (iper)testo pensato per l'edizione digitale, costruito attraverso molti riferimenti. E l'edizione italiana è impreziosita da una breve introduzione di Giovanni.
Ora, per noi, arriva la parte buffa. Abbiamo lavorato per mesi e tocca passare la parola a chi legge. E' inutile dire che credo di parlare a nome di tutta la squadra (e anche a nome dei traduttori) e che siamo curiosissimi di vedere cosa ne pensate voi.
 Uno degli effetti generati dalla scossa di Wylie (puntate precedenti: 1, 2, 3) è che in Italia si sta accendendo una discussione un po' più matura sull'ebook e in generale sulla transizione al digitale. Solo a maggio, al Salone del Libro, si ascoltavano pareri che proiettavano la transizione in un punto imprecisato della retta del tempo, generalmente successivo a «fra molti anni». Erano opinioni probabilmente di facciata, funzionali alle prime trattative sui contratti, certo, ma oggi si arricchisce il dibattito pubblico.
Loredana ha intervistato Roberto Santachiara su Repubblica ( La guerra dell'e-book
Santachiara: "Nessun accordo con gli editori") e ha poi raccolto le risposte degli editori ( Gli editori rispondono). Su Affari italiani invece c'è il parere di Grandi & Associati: Anche in Italia è sfida tra agenti ed editori. Ma non per la Grandi e Associati. Questi articoli sono ovviamente stati accompagnati da diversi commenti in giro per i social network, che hanno dato un po' il polso della situazione.
Ne emerge un quadro interessante, in cui l'unica valida impressione generale è che non è stata ancora fatta sintesi sulla trasformazione cui stiamo assistendo. Ma d'altro canto nessuno ha oggi in mano altro che congetture. Siamo ancora all'inizio della fase nuova.
 Dello scenario del giornalismo «ai tempi di Wikileaks» abbiamo parlato ieri a Radio3 Rai. Oggi mi appunto due letture interessanti, per ragioni diverse.
La prima è in inglese. Samuel Axon secondo me coglie un punto importante: Why WikiLeaks Is The Pirate Bay of Political Intelligence.
La seconda è in italiano. Marco mette il dito direttamente in una delle «ferite sempre aperte» dell'informazione all'italiana: Quello che si sapeva già.
 Qualcuno vicino a Wylie racconta che «è fuori città, in vacanza fino alla fine del mese». The Jackal ha innescato la sua bomba e si è allontanato, probabilmente sogghignando. E prima di partire, ha dato una risposta ai grandi editori che, a detta del Guardian, «è l'equivalente letterario di Pearl Harbor».
Intanto, con ottimo tempismo e senza troppa fretta, è arrivata la detonazione più attesa, quella destinata ad accreditare un modo diverso di pensare le cose. L'Authors Guild -un'organizzazione che se la batte facilmente con Wylie quanto a fama da predatori- rilascia un comunicato in cui fa due calcoli e dice che con Wylie gli autori guadagnano il 300% in più. Gli editori sono avvisati.
E, lo commentavo ieri in un twit, la cosa è interessante perchè entra nell'hype, apre una possibilità e alza le aspettative di tutti coloro che sono nella filiera: agenti e autori in particolare. Queste notizie non sono importanti per il loro contenuto, quanto perchè spostano l'asticella del possibile e cambiano il "cultural framework" in cui le cose si chiedono e si fanno accadere.
Ora sarà interessante vedere che tipo di reazioni ci saranno.
 Non si attenua affatto lo sciame sismico procurato al mondo editoriale dall' exploit di Wylie "The Jackal" ( Agent Provocateur titolava su di lui il Guardian già nel 2003).
Ci sono molti commenti interessanti da non perdere. In italiano, Marco fa un'analisi lucidissima che coglie il vero punto: la ricchezza del catalogo, che spesso -tra l'altro- su carta rischia di non essere ripubblicato ma che in digitale ha un grande valore reale e potenziale. «Wylie ha capito che il tempo degli anticipi faraonici sta volgendo al termine», scrive Marco, «e sta riposizionando il suo business verso i giacimenti delle backlist; oppure, cerca di colpire gli editori laddove questi fanno i soldi (le backlist, appunto) per continuare a garantirseli». In inglese, non va perso lo scenario disegnato da Shatzkin ( It isn't wise to draw lines in the sand that ultimately can't be defended) e vanno messe in inventario le osservazioni di Richard Curtis sulla (presunta) debolezza dei grandi: Will Random House Chicken Out Again?
Il digitale ha sfumato le barriere storiche: il Grande Editore ha perso i suoi asset tradizionali (la capacità di distribuire rapidamente e in maniera capillare il libro fisico) e tutti gli altri (agenti, autori, retailer) stanno avviando le manovre per partecipare al banchetto e sottrarre ai vecchi dominatori una parte del loro pasto. Jane Friedman, «la superstar dell'editoria» di cui parla Curtis, nel condividere il post di Shatzkin su Google Reader, non a caso commentava di non perdere il passaggio in cui si avvisano gli editori (i grandi) di stare attenti a non farsi nemici tutti.
E la situazione si evolve di ora in ora.
 Io avevo riportato la notizia ieri mattina, su La Stampa. Era stata data di notte negli USA e quindi c'era l'innesco e la bomba, ma non c'era ancora stata l'esplosione. Poi gli americani si sono svegliati e su tutti i siti che si occupano di editoria sono volate schegge, fiamme e pezzi di certezze. Per dirla con le parole di Booksquare, che riassume un po' la situazione, «se sei un publishing geek, ieri è stata una giornata eccitante».
Quello che è successo, in breve, è che Andrew Wylie, importante agente letterario della scena d'oltreoceano, ha deciso di disintermediare una volta per tutte l'editoria e di diventare direttamente lui editore, in collaborazione con Amazon che venderà in esclusiva i libri. Per ora sono una ventina di titoli, con in catalogo autori come Borges, Martin Amis, Updike, Roth, Saul Bellow, Mailer e altri.
Nella mattinata americana e fino a sera, sono fioccate reazioni di ogni tipo (per lo più non gratificanti per Wylie).
Si va dalle prese di posizione nette degli esperti del settore a una risposta autografa del CEO di MacMillan, una specie di «con noi hai chiuso» da parte di molti editori e un avviso legale da Random House. E se ne parla anche oggi un po' dappertutto, persino sul blog di Jeff Jarvis e sull'Huffington post, con un pezzo intitolato: Digital Shockwave: How Millions of Dollars and the Survival of the Publishing Industry are at Stake.
E' facile che oggi continuino le analisi, più meditate e articolate. Staremo a vedere.
 La sensazione la raccontavamo qualche giorno fa: siamo arrivati al punto in cui il cambiamento, la normalizzazione del libro in digitale, accelera.
La notizia di oggi, la leggerai praticamente ovunque perchè tutti i principali siti la stanno riportando, è che negli ultimi tre mesi Amazon per ogni titolo ha venduto più ebook che hardcover. Il rapporto è 134 ebook per ogni 100 hardcover. «Abbiamo raggiunto il tipping point» spiega Bezos, «con il nuovo prezzo del Kindle». Certo, con i dati di Amazon bisogna sempre andarci cauti, ma puoi approfondire su Mashable ( Amazon: Kindle Books Now Outselling Hardcovers), su Publishing Perspectives ( Kindle Books Outsell Hardcover Books on Amazon.com) e su Cnet ( Amazon: Kindle titles outpacing hardcovers).
Intanto, per sommare altri segnali, due link al volo. In un post di Mike Shatzkin, che torna sulla sopravvivenza delle librerie, si legge che «mantenere la stampa per alcuni lettori è solo la metà dell'equazione per tenerle in vita» ( Publishing conversation at the ballpark).
E, in un post intitolato Ode to the book cover, l'agente letterario Rachelle Gardner sostiene che «gli ebook sono ormai il principale metodo di distribuzione dei libri».
A giudicare da quanto si legge e dal modo in cui si cominciano a raccontare le cose, non c'è dubbio che ormai negli USA l'accettazione culturale degli ebook sia a buon punto. Resta da vedere quanto sarà rapida in Europa.
 Una mattina di fine aprile a Milano, durante una colazione all'aperto, ragionavamo con Marco Ghezzi e Marco Ferrario su cose di cui, in fondo, discutevamo da mesi sui blog e ai convegni. I temi erano quelli di questi tempi: come sta cambiando l'editoria, gli ebook e i formati nuovi che si possono immaginare. In particolare ci piaceva l'idea di poter pubblicare libri in diverse lingue e di lavorare su racconti, novelette e brevi saggi focalizzati. Abbiamo discusso a lungo su come caratterizzare i testi (non sapevamo ancora che avrebbero avuto le bellissime copertine di Roberto Grassilli). Ma concordavamo già allora su una cosa: dovevano essere lunghi sulle quarantamila battute, ci dicevamo, usando questa "distanza narrativa" come esempio. «Chiamiamola 40k», ha detto Marco Ghezzi.
Così abbamo cominciato a lavorarci. E il risultato è 40k Books. C'è ancora molto lavoro da fare sul sito (l'accesso a libri in diverse lingue e per diversi mercati non è affatto facile da strutturare in maniera convincente), ma ci siamo resi conto che senza i feedback e senza ascoltare i lettori non era possibile trovare una buona soluzione. In fondo non c'è nessuna fretta di individuare subito la soluzione ottimale, per ora. Imparare, sbagliare, migliorare. A poco a poco ci proveremo.
I protagonisti veri, alla fine, sono i libri. E dalla fine della prossima settimana, giorno più giorno meno, i primi titoli saranno in vendita (su Bookrepublic, che è il progetto fratello, e ovviamente altrove). Tutte le novita in formato di chiacchiera, per i prossimi giorni e per le prime uscite, le trovate su Twitter e su Facebook. Per il resto c'è il sito e, magari, un po' di buona fortuna.
 Ne avevo accennato ieri nel Libro dei Pirati, linkando un pezzo di Público intitolato "Los libros electrónicos de Libranda no se pueden leer.
Libranda, la piattaforma di distribuzione di ebook spagnola, dimostra che quando i grandi editori si muovono in un territorio nuovo con le vecchie bussole il risultato non è necessariamente positivo. Tra le reazioni al debutto si leggono cose forti, esagerate probabilmente da una carenza di simpatia che in rete si percepiva dall'inizio del progetto. «Senza volerlo», scrive Soybits, «Libranda è diventata l'hashtag dello sproposito, della mancanza di comprensione del mecato e del divorzio dai lettori».
Il Blog di Ediciona fa un'analisi degli errori, Público rincara la dose e sfogliando Google news -nei titoli- si leggono parole abbastanza forti.
E' difficile, in realtà, dare una valutazione. Tutti hanno bisogno di fare esperienza e soprattutto di fare errori, per imparare a non fidarsi troppo delle abitudini specialistiche del mondo analogico. In questa prospettiva la storia dei primi giorni di Libranda -su cui non riesco a farmi un'opinione precisa- è un buon caso di studio, soprattuto se si ha voglia di ascoltare i feedback dei lettori.
 Durante le grandi transizioni, specie nel momento in cui si avvertono ovunque i sintomi, la prima fase è quella in cui gente che sa leggere i segnali deboli comincia a tracciare scenari, mentre altri a poco a poco resistono, obiettano, si convincono.
La fase successiva è quella in cui gli osservatori, non più i visionari, cominciano a dare i segnali più forti del cambiamento come assodati, come conventional wisdom, per citare Nathan Bransford.
E negli Stati Uniti, per il libro, siamo a questo punto. Mike Shatzkin, dal lato dei visionari, ha scritto qualche giorno fa un post intitolato Where Will Bookstores Be Five Years From Now?. E ieri Nathan Bransford, lato osservatore, annotava a proposito dello scenario di Mike che «la premessa di Shatzkin secondo cui gli ebook rappresenteranno il 50% del mercato tra 5 anni è ormai opinione diffusa nell'industria editoriale e forse Shatzkin a questo punto la considera un'ipotesi conservativa». In effetti nei giorni scorsi sia Random House sia Barnes & Noble avevano concordato su questo dato. Ma questo consenso tra gli addetti ai lavori si regge su un'ipotesi che solo sei mesi fa sarebbe apparsa folle e distruttiva: le vendite nelle librerie fisiche, in soli 5 anni, crolleranno al 25%. Solo un libro su quattro.
A guardarla dal lato delle percezioni e dell'accettazione dell'innovazione, negli USA siamo entrando nel terzo step della curva di Rogers. Nella prima parte della curva il dominio del cambiamento è degli innovatori (Shatzkin, nel discorso qui sopra), nella seconda gli early adopters (come Nathan) lo raccontano alla massa, la cui parte più ricettiva e meno etnocentrica poi raccoglie il concetto. Il punto cui è arrivato l'ebook negli USA è quello della critical mass, dell'accelerazione, del momento in cui tutto corre più veloce.
In Europa, invece, siamo appena entrati nella fase degli innovatori. Il meme (l' informazione culturale) circola, ma i lettori non hanno fondamentalmente ebook, anche se lo scenario mondiale ormai offre gli e-reader a prezzi da massa ( 99 dollari il Sony). Domani, per una buffa coincidenza, debuttano nello stesso giorno Libranda in Spagna e Bookrepublic in Italia, ma il processo di digitalizzazione dei libri è già iniziato. E per l'autunno si prevede un hype abbastanza forte.
Cosa succederà in Europa è facile da immaginare: le stesse tappe americane, a marcia forzata e in tempi molto più ridotti. Per chi come me e come te si appassiona alle transizioni culturali, sarà un periodo molto interessante.
 «Gli schermi non producono persuasione» scrive Kevin Kelly per lo Smithsonian, «gli schermi producono azione».
La lettura e la scrittura, sostiene Kelly, sono concetti dinamici e stanno cambiando radicalmente, in mille modi. Poi, con un ragionamento ampio, traccia un quadro interessante, storico, presente e futuro.
Con la lettura a schermo, dice KK, la propaganda è molto meno efficace perchè, se la controinformazione corre veloce, le correzioni non sono più lente. «Nei libri troviamo verità rivelate; attraverso gli schermi ci assembliamo da soli la nostra propria verità, pezzo per pezzo».
L'articolo (che ho scoperto grazie a José Alfonso, i cui twit da soli sono una buona ragione per usare Twitter), si intitola Reading in a Whole New Way. Vale la lettura integrale ma, per i più pigri, Teleread ha scelto uno dei passaggi più significativi: Screens provoke action.
 Sull'Espresso in edicola oggi (il NonSoloCyber toccava a me) una riflessione sulla lettura e sull'apertura social del Kindle: «Intanto però, in attesa di poterci avvicinare al futuro dell'editoria digitale, c'è un piccolo gesto semplice che libera già oggi la lettura da una sua tradizionale dimensione intima e solitaria. Con il Kindle, dopo gli ultimi aggiornamenti del software, basta evidenziare una porzione di testo per poterla poi condividere con i nostri amici sui social network o con gli altri lettori. E quando si inaugura la lettura di un libro nuovo, saranno già sottolineati i brani che gli altri lettori hanno ritenuto significativi. Piccole tracce di altri passaggi».
Poichè la grazia dei media digitali è quella di intervenire con altre cose belle nel tempo di produzione di un settimanale di carta, puoi leggere anche il bel post di Alessandra sullo stesso tema ( Leggere sul Kindle, insieme all'altra gente). E anche, per par condicio, l' articolo di Paolo Di Stefano, sul Corriere, che definisce questo piccolo gesto una «bizzarria» che «non fa i conti con il senso profondo della lettura come attività del tutto libera e per eccellenza democratica: capricciosa, intima e soggettiva, gratuita oppure finalizzata a un scopo culturale o di ricerca».
L'espresso, Con Kindle la lettura è social, non online.
 «La carta non è morta», scrive Kassia Krozer, «nè sta morendo, almeno per ora. Pensiamo alla stampa come ad una bestia in sovrappeso, destinata a dimagrarire in fretta».
E' un'immagine un po' cinica, ma sicuramente efficace per descrivere il futuro di un settore (quello dell'editoria cartacea) che -non avendo più il suo modello di ricavi- non può mantenere i costi e le strutture faraoniche degli ultimi anni del secolo scorso. Un modo vivido per descrivere una crisi industriale.
Ma il lungo -davvero lungo- pezzo di Kassia su Booksquare tocca molti altri temi (tipologie di prodotti e supporti per tipologie di lettura, preferenze personali, ecc.) e -se hai abbastanza tempo per leggerlo- è un buon recap dello scenario e stimola qualche riflessione.
Kassia Krozer, The Future of Print.
 Il Guardian torna oggi sulla provocazione di Lee Seegel sulla fine della narrativa (ne avevamo parlato qui e qui).
Il pezzo, intitolato Literary storm rages as critic Lee Siegel pronounces the American novel dead è il classico pezzo in cui per fare spazio si prende un tema un po' esausto, si fa un giro di pareri di esperti e si va in pagina. Tuttavia ci sono alcuni spunti che rimangono forse inespressi e sottotraccia all'interno del collage di opinioni. Il pubblico sta cambiando, e molto; la lettura di un romanzo (impegnativa come investimento di tempo) è sotto pressione forte per la concorrenza di mille altre forme di entertainement. Ma soprattutto c'è la sensazione (mia, personale) che per «letteratura» si intenda un po' il vecchio modo polveroso di parlare di libri. Quello di molte recensioni accademiche e noiose dei giornali e quello di uno storytelling istituzionale della lettura. Quello cui pure siamo abituati, con un registro e un approccio che non aggiungono certo appeal e voglia di leggere ai titoli che propongono. Come se si fosse perso un po' di vista il linguaggio e lo spirito del tempo.
Un esempio: prendiamo questa descrizione, che pure dovrebbe proporre un caso letterario): I punti forti sarebbero «le molteplici transizioni incompiute dal proletariato alla piccola borghesia dall'adolescenza alla giovinezza; il romanzo li trasforma in elementi letterari attraverso lo sguardo di due ragazzine che passano dalla complicità alla competizione». Lo compreresti in base a questa presentazione o spunteresti le mille altre opzioni che hai per passare il tuo tempo libero?
Probabilmente va svecchiato il linguaggio con cui parliamo di libri per renderli più attraenti a chi oggi vive in un mondo diverso e più ricco di colore.
Ma è anche vero che dobbiamo evitare l'eccesso contrario, quello che in un vecchio post Nathan Bransford chiamava The Reverse Snobbery of Low Literary Aspirations.
 E' sempre molto difficile trovare una mediazione tra un processo di buzz e la netiquette. Il buzz dovrebbe essere spontaneo e non si può certo governare, ma tutti cercano di attivarlo. E spesso, quando il messaggio non ha la forza per generare buzz e ci si prova lo stesso, il risultato è opposto: si crea fastidio invece che attenzione.
Però a me l'idea di «Pay with a Twit» piace, e mi piace anche la tag-line «Sistema di pagamento sociale».
Certo, per capire bene dovremmo vedere il servizio in funzione prima. Ma la logica è semplice: tu scarichi l'ebook gratis e in cambio fai un twit ai tuoi followers. Il sito è qui ( Pay With a Twit) e ne parla anche Mediabistro.
 Stamattina avevo messo di là una nota che teneva conto di una discussione (l'ennesima e non l'ultima di certo) sulla morte della fiction. Il post si intitola É morto di nuovo il romanzo e nel testo, en passant, c'è un riferimento ad un pezzo di Mother Jones ( The Death of Fiction), ma va aggiunta -e lo faccio qui- anche la risposta di David Becker.
Sul fronte degli ebook, invece, il Corriere ha un pezzo che fa il punto della situazione in Italia. Il titolo gioca maliziosamente con un «Tra pochi mesi il sorpasso», che però è riferito al numero delle lettrici sui lettori (e non all'ebook che supera il libro di carta).
Corriere della Sera, Ebook, avanzano le lettrici. «Tra pochi mesi il sorpasso».
 Ne parlavamo ieri qui: la cosa che rende davvero usabile gli enormi magazzini virtuali di libri sono i lettori, che disseminano link che puntano a titoli cui altrimenti si avrebbe difficile accesso negli sterminati cataloghi di librerie come Amazon. Questi link sono diretti a persone che con chi li propone hanno un rapporto di fiducia, come impone la grammatica della rete sociale. E sono probabilmente uno dei principali criteri di findability dei titoli e di motivazione all'acquisto. Accanto ai link esterni c'è molta parte dell'attività sociale tracciabile: le recensioni che i lettori mettono su Amazon o aNobii, per esempio, o i suggerimenti dei titoli basati sugli acquisti degli altri. Tim O'Reilly, quando coniò la definizione di Web 2.0 sottolineò proprio il caso di Amazon: «ha messo nell'interfaccia l'ìntelligenza dei lettori», disse.
Oggi che il processo è invertito e che tutti i titoli sono disponibili ma il bene sempre più scarso è la visibilità, proprio l'attività dei lettori è la «distribuzione» dei libri nell'ecosistema digitale. E in genere funziona bene.
Tanto bene che, come spesso accade quando si parla di potere e di uomini («l'uomo è un legno storto, non ci si possono fare cose dritte» diceva cinicamente il filosofo) la misura di come le cose stiano cambiando si vede proprio dagli eccessi che fanno notizia. Uno di questi lo riporta Loredana in un'intervista ad Affari Italiani, accennando senza dettagli ad un'attività di gruppuscoli che tendono ad affossare libri su aNobii.
L'altro, più accorato, ci viene da una lettera aperta che lo scrittore Stuart Neville ha indirizzato al suo stalker su Amazon. «Nessuno scrittore ama le recensioni che danno al libro una sola stella», scrive, «ma si finisce per considerarle parte del proprio lavoro. Questo almeno finchè qualcuno non si accanisce con nickname diversi e in malafede». La lettera è qui: An Open Letter to my Amazon Stalker. E se volessi aggiungerci una considerazione generale, suggerirei una riflessione di Cory Doctorow: tutti i sistemi complessi hanno dei parassiti.
 «'L'obiettivo di questo libro è combattere la solitudine' osserva David Foster Wallace all'inizio di Although of Course You End Up Becoming Yourself, la lunga intervista che gli ha fatto David Lipsky».
Però succede una cosa buffa, continua Steven Johnson sul New York Times. «Se leggi questo libro sul Kindle di Amazon, l'osservazione di Wallace ha ancora più enfasi. E' evidenziata da una riga puntinata che la sottolinea. Non perchè l'autore pensasse che il punto andava marcato, ma perchè dozzine di lettori hanno evidenziato quel passaggio ritenendolo significativo e facendone uno dei passaggi più popolari del libro.»
Il lungo pezzo di Steven Johnson, che comincia così, è un'ulteriore confutazione del libro di Carr e si intitola: Yes, People Still Read, but Now It's Social. Se ti appassioni, Steven poi aggiunge ulteriori argomenti sul suo blog: More on the Shallows
 Se n'è andato Saramago. Il suo Memoriale del Convento, opera molto difficile ma magica e visionaria, è stabilmente nella mia personale lista dei tre romanzi che hanno segnato il novecento.
Come spesso accade, quando un libro tocca una vetta così alta, le altre opere dello stesso autore non riesci ad apprezzarle a fondo, ti sembrano di maniera o forzatamente meno interessanti. Ma io ancora ricordo la mia emozione quando mi trovai davvero davanti al Convento di Mafra e quasi si materializzava il mondo eclettico di Baltasar Sette-soli. Tanti anni fa ormai: ho letto il libro nel '93 e ho visto il convento nel '98, ma è colore ancora vivo.
Se non hai letto il Memoriale, forse è meglio che non cominci da lì, perchè non è un'avventura facile. Educa prima il gusto alla particolare scrittura di Saramago, partendo magari dalla Zattera di Pietra o da Una terra chiamata Alentejo.
 Sull'Espresso in edicola oggi (il NonSoloCyber toccava a me) una riflessione sul ruolo che Facebook sta assumendo nella cultura dei nostri giorni. Sempre più spesso, nelle conversazioni al bar o in piazza, il «l'ho letto su Facebook» sta sostituendo il vecchio «l'ha detto la televisione».
C'è poco da fare: possiamo amarlo o odiarlo, non frequentarlo o raccontarlo con lo stesso sguardo snob con cui all'inizio irridevamo alla Tv della De Filippi, ma l'aggeggio di Zuckerberg è diventato un potente connettore sociale, forse il più potente, veloce e pervasivo. «Una volta c'erano i giornali e poi la televisione. Oggi è un po' più complicato: se Internet è il sistema operativo delle nostre società, Facebook è la grande casa comune in cui le persone costruiscono le loro affinità e filtrano con gli occhi dei propri friend la loro idea del mondo. Una ragione in più, se ce ne fosse bisogno, per non continuare ad archiviare come sottocultura tecnologica qualcosa che ha un grande impatto sul modo in cui viviamo».
L'Espresso, L'importanza di Facebook, non online.
 A volte capita che persino un libro furbetto come quello di Carr finisca per essere utile e stimolare un dibattito che -pur partendo da una posizione strumentale- poi si allarga e diventa interessante.
Tra le tante cose che si stanno scrivendo in questi giorni, O'Reilly Radar ha un bel post che innanzitutto fa presente una nozione base (che molti spesso però dimenticano): «non ha alcun senso mettere tutte le tecnologie nello stesso discorso», sono diverse e vengono utilizzate in modo differente. E poi ragiona sull'universo dell'apprendimento, utilizzando due categorie analitiche: «spugne» e «creatori» ( makers).
Tra i diversi spunti, anche un link ad un pezzo del Washington Post intitolato Some educators question if whiteboards, other high-tech tools raise achievement.
O'Reilly Radar, Makers versus Sponges.
 Digital Book World pubblica un post di analisi e sommario sull'iPad e i suoi rapporti con l'editoria, a due mesi dal lancio. Tra i temi che affronta, è particolarmente interessante quello degli «scaffali», ovvero della visibilità dei titoli online (argomento di cui avevamo parlato qualche tempo fa qui). Il punto di vista di DBW è che -probabilmente- vedremo nascere una nuova categoria di intermediari, in grado di garantire un buon posizionamento e una buona findability dei titoli.
Il post si intitola iPad Revisited: 5 Topics for Publishers to Consider ed è tempo di lettura ben speso.
 É il libro di un amico molto caro e ha ragione Vittorio quando dice che «Lui, che è un austroungarico modesto, dipinge questo saggio solo come "un manuale per i miei studenti di Trieste"».
Io però questo libro lo consiglio, e non perchè sia il libro di un amico. Piuttosto, perchè è un libro con tutte le caratteristiche del bel libro: è circostanziato, interessante, lucido e molto ben scritto. Io, poi, non mi farei trarre in inganno dal titolo, per archiviarlo come un testo per addetti ai lavori. Serve anche a loro, certo, e a molti di loro serve molto.
Ma è un libro che, insieme ad altri, dovremmo leggere tutti, specie in un periodo così prosaico come quello che stiamo vivendo in questo Paese. É importante, oggi molto più di ieri, conoscere il modo in cui l'informazione viene confezionata ed è importante capirla e saperla leggere. Questa «informazione», alla fine, è il materiale con cui costruiamo l'idea del mondo in cui viviamo ed è la cornice che ci aiuta a prendere le nostre decisioni. Noi abitiamo la realtà che ci raccontano e comprendere questo racconto nei suoi meccanismi più decisivi non è più una questione da specialisti: è parte della nostra alfabetizzazione del XXI secolo.
Sergio Maistrello, Giornalismo e nuovi media.
 Potenza del marketing e delle affermazioni pensate per prendere titoli di giornali e sui blog. Si sta leggendo e scrivendo persino troppo sulla questione dell'«Internet che ci rende stupidi». Qui il Post fa una piccola sintesi.
Eppure la parola fine al dibattito innescato dal libro di Carr (almeno nei termini sensazionalistici che derivano dal volume) l'aveva messa la Book Review del New York Times, qualche giorno fa, nella sua recensione: «Quello che Carr trascura di ricordare è che la preponderanza delle evidenze scientifiche dimostra che internet e le tecnologie sono utili per la mente». New York Times, Our Cluttered Minds.
 Della previsione di Sony («gli ebook supereranno le vendite del libro n 5 anni») avevamo già parlato, con beneficio di inventario. E-reads tuttavia sottolinea un passaggio che mi ha fatto pensare e che viene da una dichiarazione del capo della divisione di digital reading: «è lo stesso pattern che abbiamo osservato negli anni scorsi con la musica e la fotografia».
Si tratta ovviamente di previsioni di scenario, non di ipotesi verificabli che sia possibile arricchire con dati certi o anche solo probabili. Tuttavia nella mia esperienza personale c'è anche l'osservazione di come in questi quindici anni, quando qualcosa cominciava a cambiare, cambiava sempre molto più in fretta di quanto tutti ci aspettassimo. Più in fretta persino delle previsioni più ottimistiche. I libri, se devo scommetterci una birra, non faranno eccezione.
Il punto vero è che tutto sembra procedere in un modo, finchè poi arriva una piccola innovazione che accelera definitivamente il cambiamento e scompagina la situazione. E davvero potrebbe bastare poco. Ad esempio sarebbe interessante vedere il cambio di prospettiva sui tempi dell'ebook se Amazon ascoltasse quel vecchio volpone di Seth Godin: Paperback Kindle.
 Tanti anni fa, in una intervista, Bruce Sterling mi disse una frase semplice che racchiude un'idea profonda: «Avremo l'Internet che ci meritiamo».
Nel fare i nostri ragionamenti sul modo in cui penseremo la privacy nel XXI secolo (ne abbiamo parlato qui e qui) io credo che sia importantissimo non dimenticare che gli strumenti che abbiamo sono i più potenti che l'uomo abbia mai avuto. Ma occorre non trascurare mai neanche di riflettere su quanto l' oversharing (la nemesi della privacy) sia in realtà un nostro gesto e non un imperativo del sistema.
Se condividiamo parte della nostra vita e dei nostri interessi ne ricaviamo evidentemente una gratificazione, altrimenti non si spiegherebbe perchè milioni di persone lo facciano sempre di più. Però è utile, forse persino vitale, comprendere il cosa, il come e talvolta il costo di quel piccolo gesto semplice. Per questo l'ultimo post di Sergio dovrebbe girare il più possibile ed essere -per noi tutti- lo stimolo per una riflessione.
Sergio Maistrello, A te, che sei nuovo di qui.
 Lo osserviamo empiricamente, ogni giorno. Il valore dei contenuti giornalistici ha difficoltà ad essere venduto, e sempre più anche a garantire una retribuzione per chi li produce. Nei diversi ambiti artistici (a partire dalla musica) e dell'industria culturale, da tanti anni ormai si cercano i quasi mitologici modelli di business in grado di restituire un valore commerciale alla creazione di content.
Scott Adams, autore di Dilbert, formula una legge apparentemente dirompente che ratifica questa nostra osservazione empirica: «Man mano che la nostra abilità di cercare nei contenuti dei media diventa più efficace, il valore economico dei contenuti tende a zero». A supporto della formulazione, mette un breve ragionamento che apre a riflessioni ulteriori e che merita una lettura: The Adams Theory of Content Value.
 «Una quota del 10% di digitale manda in crisi il libro di carta,» dice Stefano Mauri a Trento, «a causa dei costi fissi di quest'ultimo». Lo leggo nella cronaca via Twitter di Marco proprio mentre ho appena finito di citare il New York Times che ironizza sulla previsione di Sony.
Io non so se sia il 10% la percentuale di mercato degli ebook che può mandare in crisi il mercato della carta. Tempo fa Mike Shatzkin mi parlava di un 25-30% necessari per mettere in crisi il modello industriale analogico. Ma resta importante considerare, pensando al libro e all'idea tradizionale che ne abbiamo, che c'è sicuramente una questione industriale all'orizzonte. E che c'è anche una questione culturale («tutta la nostra cultura sta abbandonando la carta in tutti i suoi aspetti», raccontava Derrick qualche giorno fa a Bologna). Sicuramente, e lo spiegava Gino Roncaglia in modo molto chiaro, qualcuno ne soffrirà. Ma di fonte a questi cambiamenti così importanti possiamo imparare molto dalla storia di questi ultimi quindici anni. Le posizioni difensive non hanno mai pagato. E' il momento di investire, di essere creativi, di rilanciare la sfida e non di subirla. Occorre ricominciare a rischiare anche di sbagliare un po', per imparare. I grandi cambiamenti sono anche -e prima di tutto- momenti di grande opportunità. E forse un po' di ottimismo (non dico entusiasmo) aiuta.
 C'è un metodo empirico che adotto da anni, quando ho un problema, per risolverlo nel modo migliore: mi dedico ad altro. Così mi ha fatto sorridere il bel post di Jonah Lehrer (autore tra l'altro di How We Decide) che spiega da un punto di vista scientifico come funziona questo processo.
Jonah applica il suo ragionamento alla situazione della BP che sta sbattendo la testa contro il muro per risolvere il problema della perdita di petrolio a sud della Florida. Ed astrae le considerazioni.
Pensando ad altro, a quanto pare, «si attiva una rete cognitiva più ampia e si riesce ad inquadrare il problema da punti di vista allargati». Certo, questo risultato è stato osservato in pazienti con un danno alla corteccia pre-frontale, ma spero non sia il mio caso.
Ad ogni modo, il post è molto interessante e lo trovi qui: High Stakes Innovation.
 Proprio nei giorni in cui si comincia a parlare del libro che lo riguarda («The Facebook effect», Caroline McCarthy ne fa un'ampia recensione), pare che Mark Zuckerberg, sovrano della popolosa nazione di Facebook, non abbia fatto una luminosa e carismatica figura al grande happening del Wall Street Journal, All Things Digital.
Mentre Jobs ha fatto faville, incantando pubblico e giornalisti come al solito, il giovane fondatore di Facebook è riuscito a guadagnarsi un bel po' di sfottò su Twitter. Ne danno conto i soliti marpioni di Business Insider e fin qui ci sta. Ma il San Francisco Chronicle pubblica addirittura la Twitter story dell'evento.
 Nicholas Carr, quello del tormentone «Google ci rende stupidi?» (che ha anche una scheda su wikipedia e che ha appassionato molti commentatori) ora se la prende con i link. Distraggono, dice.
Ha ragione Massimo, in realtà quello di Carr è un format destinato a piacere soprattutto a certo giornalismo che ha bisogno di titoli ad effetto. E lo stesso argomento di Carr, in fondo, non è nuovo: la discussione nasce con l'origine dell'idea di ipertesto. Io, personalmente -e per quello che vale-, sto con la risposta di Jeff Jarvis (che trovate qui nell'update/2): «è solo un post contro i link per ottenere link».
 Giovanni rilancia un'idea di Riccardo Luna: mettere internet nella Costituzione italiana. Può significare tante cose, ma a leggere bene si parla di inserire il «diritto all'accesso» nella Carta Costituzionale. Già altri Paesi stanno ragionando sull'acesso in termini di diritto base del cittadino e -inserimento nella Costituzione a parte, che tende ad essere una cosa complicata e forse fra 10 anni superata- è un bene che se ne parli il più possibile anche qui da noi.
Ma la cosa che ho trovato molto più interessante rispetto all'idea di Luna, nel post di Giovanni, sono le osservazioni su Friendfeed come quartier generale dell'«élite polemica». E quindi la considerazione, finale, su cui vorrei riflettere: «FriendFeed ha sia strutturalmente che a livello di pratiche sociali una sua natura conversazionale, di scontro e confronto, capace di dare il polso di un certo modo di pensare alla Rete in Italia che forse non è esattamente generalista, che non rappresenta le maggioranze silenziose ma che contiene quella vis polemica che talvolta manca quando si parla di questi temi.»
Sono abbastanza d'accordo. Friendfeed è uno di quegli ambienti della rete che dovrebbe frequentare chiunque creda che internet esponga solo al daily me. Non è -forse- il social network più significativo. Anzi, non lo è sicuramente: ma se hai un'idea e vuoi testarla con l'umiltà di imparare cosa migliorare, è lì che stanno alcuni degli early adopter italiani. E dall'ascolto delle loro opinioni -anche se spesso sembra di essere in un bar di Caracas- si traggono segnali importanti su come l'idea può essere accolta da un pubblico più ampio della propria cerchia di affini.
 Livia Blackbourne, neuroscienziata che lavora sulle correlazioni tra cervello e lettura, ha un interessante post su come funzionano i processi -spesso inconsci- che legano l'attenzione di un lettore ad un testo. I punti di partenza sono noti e intuitivi («per prestare attenzione il nostro cervello ha bisogno di essere sorpreso»), ma il punto e lo svolgimento lo sono molto meno.
«Per mantenere viva l'attenzione», dice, «bisogna lavorare sul knowledge gap del lettore. Ma non basta, bisogna fare in modo che sia cosciente di questo suo gap di conoscenza». Al solito, non fidarti della mia sintesi rudimentale e vai alla fonte: A Brain Scientist's Take on Writing, How to Get (and Keep) People's Attention
 Ci pensavo qualche giorno fa, seguendo (o meglio cercando di seguire la conversazione) intorno a questo post. Uno dei segnali più forti dello shift che sta subendo il web Facebook-centrico è la senescenza delle metriche base (già imprecise allora) che avevamo costruito prima, basandole sui link dei blog.
I link continuano ad essere l'indicatore migliore che abbiamo, solo che ora i nostri strumenti tradizionali (ad esempio BlogBabel in Italia) non riescono più a misurarli, semplicemente perchè non sono (quasi mai) link sui blog, ma consivisioni e segnalazioni su Twitter, Facebook e occasionalmente Frienfeed.
Nel caso del post che indicavo, ha raccolto oltre 100 tra condivisioni e like su Facebook e zero link su BlogBabel (sebbene alcune citazioni ci fossero, nei blog, che però Blogbabel non ha censito perchè fatica ad aggiungere tutti i blog nuovi). E' un segnale che ci racconta molto di come si usano i blog ora che abbiamo anche altri strumenti (post più editoralizzati, raramente di conversazione e/o segnalazione). E di come la conversazione e quindi anche la visibilità, la findability e la disseminazione di link si siano spostate altrove.
Andrebbe trovato un modo per poter misurare e monitorare le conversazioni in questa nuova configurazione, soprattutto perchè Facebook non consente facilmente di capire, al di fuori della propria rete, chi ne parla, chi condivide il link sulla bacheca, eccetera. E andrebbero adeguati -forse- strumenti che una volta erano utili, come BlogBabel. Per tutti coloro che prima ragionavano su SEO e su metriche, credo, sta per iniziare un periodo pieno di cose nuove da inventare.
 Ieri sera, arrivato a Bologna, c'era un autista ad aspettarmi per portarmi in albergo. Appena iniziato il tragitto fa conversazione e scherza sul fatto che ora gestisce tutto il suo lavoro con il palmare. E mi racconta di aver appena portato a Parma un signore che è stato tutto il tempo a leggere su uno di quegli aggeggi. Che però poi ha dimenticato sul sedile.
«Non so bene cosa sia» dice. «E' piatto, forse è un computer». Gli dico che magari è un iPad e lui borbotta qualcosa. Poi aggiunge, evidentemente assai incuriosito dall'oggetto: «Un altro signore mi ha detto che è un tablet reader.»
Alla fine, davanti all'albergo, mentre mi dà la valigia, tira fuori l'aggeggio dal portabagagli con fare cospiratorio. Lo estrae dalla custodia di pelle e me lo mostra.
Era questo.
 É una cosa che abbiamo scritto e rigirato in tanti, in questi mesi, ma come spesso accade Clay Shirky arriva a costruire quella formulazione semplice che improvvisamente diventa chiara nella sua forza di paradigma che cambia. E che, se si legge uno scenario di medio periodo, sembra forte ma plausibile. «L'autore è sempre stato, tradizionalmente, qualcuno che è stato "curato" da un editore e che guadagna con il suo lavoro in un modo o nell'altro», dice. «Lo scrittore, invece, è qualcuno che scrive. Questa distinzione sta definitivamente sfumando».
Me lo appunto qui, prima di partire, per poi provare a tornarci. L'intervista, con tutto il contesto intorno alla citazione che ho estrapolato, è su Publishing Perspectives: Clay Shirky on Authorship, Wiki novels, and the Future of Publishing.
 Le ultime vicende, aggiunte alla massa critica (e alla relativa importanza sociale) di Facebook, hanno portato un primo beneficio: il dibattito sulla «configurazione» della privacy nel XXI secolo è uscito dalle stanze degli studiosi e dai blog dei geek, diventando sempre più un tema culturale e diffuso.
In queste ultime settimane se n'è parlato molto, spesso con confusione tra concetti o con puro allarme per l'allarme, ma serviva anche questo. Io credo che ci siamo almeno due punti base su cui costruire il ragionamento. Il primo, laicamente, deve partire dalla considerazione che la privacy (esattamente come altri concetti del XX secolo, tipo il diritto d'autore) semplicemente non può funzionare come funzionava prima. Da questo punto di vista anche Zuckerberg è molto lucido, sebbene i suoi detrattori ne facciano un Baubau per principio. Il giovane proprietario di Facebook descrive esattamente la realtà (e i termini in cui si deve affrontare il problema) quando dice che «la gente non vuole segretezza assoluta, piuttosto vuole totale controllo su cosa condivide e su cosa non condivide». E' da questo che si deve partire, semplicemente perchè il digitale non funziona senza la partecipazione della gente, che districa la complessità della rete.
C'è un appagamento evidente -un payoff senza il quale non funzionerebbe Facebook- che spinge milioni di persone a condividersi. E proprio per questo, giustamente, non ha senso chiudere il profilo. Ha senso dialogare ed esercitare pressioni culturali. Il problema dunque diventa il «come deve funzionare» il digitale per essere compatibile con un concetto di privacy che, a sua volta, deve essere coerente con il XXI secolo.
E anche qui, come per il diritto d'autore, il modo in cui penseremo la privacy sarà definito in parte da chi ha forti interessi economici e in parte dal modo in cui milioni di persone accetteranno che la rete funzioni. Ha ragione, su questo, Emily Bell che ne scrive sul Guardian: The public will decide on who controls personal data.
Ma non va fatto un errore di semplificazione (e di demonizzazione superficiale): Facebook è oggi "ciò che porta il problema all'attenzione della società" (e ben venga: finalmente accade); ma la privacy di domani sarà il risultato di una continua mediazione che faremo (che già facciamo) tra qualsiasi dato digitale mettiamo in circolo (su qualsiasi piattaforma) e la ragione profonda che ci ha spinto a condividerlo. E questo diventa tutto un altro discorso, magari da sviluppare. Intanto, se vuoi una panoramica su tutti i veri fronti del problema, fai un giro qui: Good-Bye to Privacy?.
 Una decina di anni fa, in tempi non sospetti, espressi una mia idea su certe analogie tra il gaming e la scrittura del racconto breve. Il libro è introvabile ormai, ma di quegli appunti resta qualche disordinata traccia in un vecchio pdf ( Vincere per knock-out) che un giorno o l'altro vorrei provare ad aggiornare.
Oggi invece, con la cultura del gaming che si avvicina sempre più a quella del libro (e con un po' di sintomi di una convergenza tra i due media) leggo questo post di Lew Pulsipher, un game designer, che sviluppa veloci spunti sulle similitudini tra la scrittura di un romanzo e la progettazione di un gioco. Certo, lo sottolinea anche l'autore, il romanzo -a differenza del gioco- non è interattivo, ma si comincia a rivendicare e a considerare diversamente anche l'autorialità nel campo dei giochi. Vale i due minuti di lettura e forse meriterebbe anche qualche approfondimento: Autorship.
 Conviene sempre attendere un pochino per farsi un'idea quando tutto il mondo gioca sull'hype di una notizia dirompente e controintuitiva (molto controintuitiva se non fosse per la science-fiction e per certa tradizione, dai Golem in poi).
Così, se vuoi capire un po' meglio la portata dell'annuncio di Craig Venter, puoi leggere il lungo commento di Andrew Mainhard, che si conclude con un'osservazione chiara: «abbiamo messo le basi per cambiare definitivamente il modo in cui interagiamo con il mondo vivente». Il pezzo si intitola It's life Craig, but not as we know it!.
Ma anche il mondo scientifico italiano ci offre uno spunto riepilogativo ed interessante. Marco Cattaneo fa un buon esame del modo in cui la notizia è stata trattata dai media e conclude in maniera realistica: «Di buono c'è che di solito Venter promette e poi, con i tempi necessari, mantiene. Lo aspettiamo fiduciosi al prossimo passo. Che immancabilmente, potete scommetterci, farà il giro del mondo delle prime pagine.» Anche qui la lettura è tempo ben speso: Suonala ancora, Craig.
Infine, se hai voglia di capire come spesso delle menti illuminate possono pensare la realtà prima che diventi reale, potresti rileggere il primo capitolo di Tomorrow, now (che Bruce Sterling ha scritto diversi anni fa) e rileggere con uno sguardo ampio tutti i discorsi sui microrganismi e i batteri che lavorano per noi.
 «La notizia di questa settimana», racconta Nathan Bransford, «è la scelta di J.A Konrath di fare un accordo diretto con Amazon». Così tutti si interrogano sulla spinta verso il self-publishing e sull'eventualità che gli autori saltino alla torera gli editori.
Nathan riporta alcuni link interessanti (dalla posizione di Shatzkin -che ritiene la scelta di Konrath un punto di svolta- a quella di Jason Pinter, altro autore con idee precise). Ma al di là delle opinioni altrui, Nathan ha una visione che io trovo laica e che condivido: «Mi stupisco che ci sia tutto questo stupore», dice. «La tecnologia ci sta solo offrendo un grande spettro di opzioni, dalla più convenzionale alla più anticonvenzionale». Leggi tutto, però, perchè ho sintetizzato molto: This Week in Publishing.
E se ti interessa il tema, puoi dare un'occhiata alle avventure di uno scrittore che si autopubblica, raccontate da lui medesimo: Cory Doctorow, Closing In (con commento un po' maligno di e-reads: Cory Doctorow Learns that Hell is Other People).
 «Le policy per la privacy di Facebook» scrive il New York Times, «sono lunghe 5.830 parole. La Costituzione americana è lunga 4.543 parole». Il Financial Times, invece, racconta come siano aumentate le ricerche su Google con la chiave «Cancellare il profilo su Facebook» e cita lo scrittore Cory Doctorow, che dice: «Facebook ha chiesto un plebiscito sulla sua politica per la privacy e poi ha deciso di fare diversamente».
Ancora il New York Times ha un pezzo di scenario intitolato Il più grande social network del mondo c'è già: è il web aperto. Stowe Boyd fa una lunga riflessione spiegando che Facebook non è affatto il futuro, che invece -anche qui- è il web aperto. E persino Miss Social Network, Danah Boyd, interviene di peso: Facebook is a utility; utilities get regulated.
Io non sono un fan sfegatato di Facebook e non sono uno di quelli che si preoccupano poco della privacy. Ma se dovessi dire cosa sta succedendo secondo me, direi che siamo nel bel mezzo di una delle nuove forme di cittadinanza politica di cui parlavo qui, una delle nuove situazioni generate dal nostro spostamento di tempo vitale in uno spazio immateriale. Il punto di partenza è che il web aperto è bellissimo e sarà sempre il motore di tutto, ma i grandi servizi utilizzati da centinaia di milioni di persone saranno sempre proprietari. Non c'è bisogno di citare Schumpeter per capire, intuitivamente, che l'innovazione parte spesso dal piccolo ma poi ha bisogno di molti capitali per essere standardizzata e resa affidabile per numeri elevatissimi di utenti.
Il web aperto resterà il motore, e non può essere altrimenti. E' lì che nasce il fermento, l'idea, lo spunto migliore che avremo domani. Ma le commodity e i servizi base saranno sempre proprietari o "gestiti", come accade con le autostrade, gli ospedali, le università e i fornitori di energia elettrica o connettività.
Noi già oggi investiamo molto tempo e molta parte di noi stessi in spazi culturali gestiti da altri: Google (pensiamo a Gmail), Facebook, Twitter, Second Life, eccetera. Siamo cittadini di queste piattaforme come lo siamo della nostra città, della nostra regione o dello Stato.
Quello che sta succedendo a Facebook oggi è assimilabile ad un movimento di opinione che sta cercando di fare pressione al Governo affinchè cambi le sue politiche. E' un momento importante, perchè Facebook -che ci piaccia o no- è il terzo stato del mondo. E dal risultato di queste dialettiche sapremo come immaginare la privacy nel prossimo futuro.
 Richard Nash, che con Soft Skull si era affermato come uno dei più innovativi e dinamici editori indipendenti newyorkesi, è sempre stato uno degli analisti più lucidi della transizione al digitale dell'editoria.
Presentando il suo nuovo progetto ( Cursor) fa un bel po' di affermazioni che fanno riflettere e che raccontano un po' la distanza siderale che la cultura editoriale italiana rischia di non colmare mai. Me ne appunto qualcuna qui, anche se vanno lette nel contesto: «Ogni community è una casa editrice», e probabilmente nell'approccio di Nash anche viceversa. Poi: «Cursor è un community business, modello writer-and-reader-driven». Ancora: «Non è il nostro lavoro decidere i formati, è il lettore che deve sceglierli», «oggi siamo parte di un vibrante e ancora più dinamico ecosistema nella cultura del libro», «gli autori devono essere attivamente connessi con i lettori, non distribuiti ai lettori».
«Certo», ammette, «Sto creando la mia retorica». Ma è molto interessante la logica dei contratti (a tre anni, rinnovabili annualmente, e non a vita) e la posizione «di servizio» agli autori. Nei momenti di grande cambiamento, dice, si rischia sempre di buttare via il bambino con l'acqua sporca. E bisogna stare attenti a non farlo. Il ruolo dell'editore è il bambino. Ma i vecchi modi di gestire i diritti sono l'acqua sporca.
Ancora una volta, come spesso accade qui, non fidarti della mia sintesi: We are your platform. And you can fire us.
 Dopo l'annuncio in sordina di IBS, complice il Salone del Libro, è tutto un fiorire di comunicati. L'ultimo in ordine di tempo è quello di Edigita (che raccoglie i grandi, da Feltrinelli a Messaggerie, a Rizzoli). Si promettono -forse con ottimismo- duemila titoli entro l'autunno. E' facile immaginare che tutti tentino di essere pronti per gli acquisti pre-natalizi (con l'eccezione di Giunti e degli amici di Bookrepublic che arriveranno a giugno con i primi titoli, creando un minimo di offerta interessante).
Lo scenario è complesso. La transizione al digitale dei cataloghi è complicata da formati, questioni tecniche e soprattutto dai diritti. Molti contratti degli anni scorsi prevedevano diciture vaghe sui formati elettronici e vanno evitate controversie. Poi c'è sempre da discutere -titolo per titolo- la questione delle royalty (che cambiano molto con gli ebook) e c'è da capire come si lavorerà sulle strategie. E' difficile che i titoli nuovi dei grandi editori escano in contemporanea con le librerie, almeno se ragionano come i colleghi di oltreoceano.
Da questa transizione è probabile che i grandi gruppi abbiano solo da perderci: come già si è visto il digitale non si vive con gli stessi fasti dell'era della stampa, almeno per gli editori con strutture faraoniche alle spalle. Nel medio periodo, a voler essere prudenti, è facile intravvedere sindacati e ridimensionamenti. E' una storia che fa parte del presente di altri settori dell'industria culturale.
Ma non sorprende che, pur controvoglia, ci sia questa improvvisa accelerazione: se ha ragione Antonio (e probabilmente ha più che ragione), anche se non ci sono gli ebook ufficiali, «7 dei primi 10 libri più venduti in Italia si ritrovano in formato digitale sui circuiti della pirateria». E gli editori medi e piccoli corrono più in fretta, presidiando nicchie e settori di mercato. La domanda stessa corre più in fretta della realtà.
Nessuno ha certezze, al momento. Ma se vuoi approfondire, o discuterne, buoni spunti li trovi qui: Antonio Dini, IBS, Mondadori e lo strano caso dello sbarco dell'ebook in Italia.
 Ben pochi conoscono i dettagli dell'ingresso di Google nel mercato dei libri, soprattutto quelli strategici relativi esperienza di acquisto. Ma è abbastanza probabile che la logica di Mountain View scombini di nuovo le regole, per l'ennesima volta in pochi mesi. Soprattutto grazie all'idea -che pare essere centrale- di rendere disponibile l'accesso ai nostri libri ovunque, in piena filosofia di cloud computing.
«Riflettevo su cosa può significare per autori, agenti, editori e lettori» scrive Richart Curtis, «e ho realizzato che l'ingresso di Google è una cosa più complessa rispetto al semplice arrivo di un nuovo rivenditore. Molto, molto più complessa. Spostando la vendita dei libri nello spazio del cloud computing, Google ha saltato alla cavallina gli avversari, ceando quella che potrebbe essere l'ultima parola nella distribuzione dei libri ai lettori».
Curtis fa anche altre considerazioni: On Virtual Publishing: Digits Out, Digits In.
 Non so quanto mi convinca la teoria, ma la sto leggendo sempre più spesso. Molti sono convinti che basti cambiare metodo di accesso per far pagare i contenuti: sul web siamo abituati ad averli gratis, ma sul mobile se ci addestrano li paghiamo.
Qualche tempo fa ne parlavamo a proposito di un pezzo su N+1 Magazine che sosteneva: «molti giornali hanno rinunciato dall'inizio a proteggere il loro business e hanno dato le informazioni gratis». I giornali, era la supposizione, a differenza di tutti gli altri settori dell'industria culturale non hanno difeso il loro territorio e ora sono in difficoltà.
Oggi leggo su FutureBook che «il mobile ha imparato la lezione dei giornali e ora noi accettiamo di pagare per le app». Io farei qualche distinguo, perchè lo scenario mi sembra più complesso, ma il pezzo contiene un ragionamento più ampio della mia sintesi. E vale i due minuti della lettura: If you build it, they will pay.
 Era da tanto tempo che non si sentiva tutta questa eccitazione su qualcosa. Ma a quanto sembra gli ebook sono diventati, anche in Italia e pur nella quasi totale assenza di disponibilità in lingua, uno degli argomenti davvero caldi, tra addetti ai lavori (e fin qui ci sta) e tra gente che passa per caso. Il che mi porta a supporre che tutto accadrà molto più velocemente di quanto crediamo. Magari mi sbaglio, è solo una sensazione.
La notizia di oggi è l'annuncio che farà IBS il 13 maggio: come era prevedibile cominceranno a vendere ebook. Non si sa ancora con che catalogo e in che modo (ho ricevuto uno scarno comunicato stampa). Da leggere, invece, e con attenzione: Yes the iPad is sexy, but global sales are the real ebook growth news.
 Passano le ore dopo la notizia ufficiale e comincia il solito balletto di analisi, leggende e congetture. Se non ci si lascia abbindolare dai titoli esagerati ed allusivi ( 11 Reasons Why Google Has Already Won the Ebook Market) è già possibile cominciare a farsi un'idea della strategia di Google. A quanto pare i cardini del «posizionamento» di Big G dovrebbero essere soprattutto l'esperienza di acquisto, che è centrale, l'accessibilità diffusa via web (cosa che Google è bravo a fare, anche perchè dispone di strumenti migliori rispetto ai concorrenti) e l'idea di ecosistema aperto. Poi, naturalmente, anche perchè è una logica conseguenza, l'approccio device-agnostic (ma qualcuno non esclude un dispositivo Android destinato a interpretare al meglio il modello).
Pare anche che gli editori saranno lasciati liberi di decidere il prezzo degli ebook (e qui sarà interessante vedere come si configura la concorrenza con la spinta verso il basso di Amazon). Ed è stato trovato un modo per far partecipare al banchetto anche i piccoli retailer. Ovviamente non sappiamo «come tutto questo prenderà forma». Ma intanto puoi vedere che aria tira: Google Editions: Bringing E-Books to Your Browser e poi Google Goes to War This Summer Against Amazon in E-Book Arena.
Accerchiato da Facebook sul controllo del modo in cui funziona il web, alla rincorsa
di Apple sui mercati che governano l'accesso (e la pubblicità sul mobile), il Gigante di Mountain Wiew continua a sembrare in buona
salute, ma un po' in affanno. Ieri è stata ufficializzata la notizia che tutti sapevano: Google entrerà nel mercato digitale dei libri, quel mercato che ormai è il presente dell'editoria già da tempo. E
i primi titoli dei commentatori la dicono lunga sul clima. Uno tra tutti: Peter Kafka, Google Tries On Another
Apple Business for Size
 Per continuare il discorso iniziato qui (e continuato qui) oggi c'è stato un panel di Digital Book World dedicato al tema. Puoi ricostruirlo grazie all'hashtag su Twitter e rintracciare gli sprazzi delle relazioni che hanno colpito il pubblico. Affermazioni come: «Costruisci la tua voce. Fatti notare. Conosci la tua audience. Governa il tuo modo di essere e controllalo. Il contenuto originale conta ancora *». Oppure: «E' responsabilità degli editori educare gli autori a fare marketing su se stessi? *». O, ancora: «I libri fisici non saranno più il prodotto principale, non lo sono già. Gli agenti diventeranno i manager della carriera degli scrittori? *»
Se credi di poter sopportare il racconto del mondo in flash da 140 caratteri, la cronaca è qui: Twitter, #dbw.
 Ieri ragionavamo di là su come e quanto la rete stia centrando buona parte di un successo di un libro sul brand dell'autore. Come spesso accade poi, appena hai finito un articolo escono cose nuove. PaidContent scrive un pezzo molto assertivo (e probabilmente con tutte le caratteristiche per dividere le opinioni) teorizzando contro l'argomento classico della retroguardia che non accetta il cambiamento, la qualità. «La definizione tradizionale di qualità nei media», scrive «è basata su quattro criteri chiave. Ed ognuno di questi criteri è fondamentalmente cambiato ed è diventato poco utile». I quattro criteri (dalla reputazione alla qualità della manifattura), spiega il pezzo, non sono diventati sbagliati all'improvviso, semplicemente si basano sulla convinzione che «l'editore controlli l'esperienza del lettore e che l'accesso al contenuto sia una risorsa scarsa». Era vero fino a dieci anni fa, ma oggi lo scenario è cambiato. Merita una lettura: Traditional Ways Of Judging 'Quality' In Published Content Are Now Useless.
Sempre in tema di autori, rete e brand, Jane Friedman (editor del Writer's Digest) segnala un post interessante della scrittrice Justin Lee, intitolato the online art of developing your author brand molecule global microbrand thing. E poi, se hai voglia di un'altra lettura impegnativa, c'è un post ponderoso di Publishr intitolato: The Proverbial Sex Reassignment Surgery: what this transition is really about.
 Parafrasando una vecchia citazione di William Gibson, ieri Ben Hammersley scriveva che «il futuro è già qui, mentre il 2007 lo stiamo distribuendo come il Barbera».
A quanto pare stanno cambiando alcuni dei paradigmi che hanno caratterizzato il digitale in questi anni. E i nuovi paradigmi assomigliano molto a quelli che Jeremy Rifkin, verso la fine degli anni novanta aveva descritto in un libro, tra l'irrisione di coloro che vivevano nel qui ed ora. Come spesso accade ai grandi pensatori che sanno tracciare con molto anticipo uno scenario partendo dai segnali deboli, Rifkin non poteva conoscere i dettagli nè il lessico che usiamo oggi, ma i processi che descrive sono molto simili a quelli cui stiamo assistendo: lo spostamento del valore dal contenuto all'accesso e la battaglia per il controllo dell'accesso che ne consegue. Una rilettura che va fatta col senno di poi, senza dubbio.
Il web come lo conosciamo, aperto e connesso, fatto di protocolli liberi e di standard, sta cambiando in fretta e ci sono molte forze che spingono da un lato e dall'altro. Ieri discutevamo su un punto di vista interessante sulle strategie dei grandi player. Oggi ci sono due letture che mi sento di consigliare: Understand the web, che racconta il cambiamento visto in prospettiva (colta e appassionata) da web-developer, e The Splinternet War: Apple vs. Google vs. Facebook, che ricostruisce uno scenario di potere.
 Da quando i professionisti dell'editoria libraria sono sbarcati in rete (con uno degli ultimi torpedoni) si stanno ridisegnando un po' i rapporti con i lettori e con gli aspiranti scrittori. La facilità di contatto ha messo un po' in crisi tutti, soprattutto per quanto riguarda le proposte editoriali. E si sta ragionando moltissimo sulle query, tanto che Nathan Bransford (uno degli agenti letterari più amati sul web) si è impegnato in un'opera di educazione: un post sì e uno no ragiona con i suoi lettori su come compilare correttamente la presentazione di un testo. Tanto da lanciare anche il contest Be an Agent for a Day.
Ma delle query parlano in tanti, e -tra gli altri- anche la scrittrice (e giocatrice di World of Warcraft) Nathalie Whipple dà i suoi consigli. Intanto una rivista artigianale di fantascienza ha messo a punto un software proprio per questo scopo. E la Asimov's lo ha adottato.
 «La rivoluzione dei PC sta arrivando alla fine» scrive Charlie Stross, «e nella Silicon Valley tutti sono nel panico e cercano una strategia di sopravvivenza».
Nelle scorse settimane, negli ambienti geek si è parlato molto, con supposizioni, analisi e tante congetture, della presunta guerra tra Apple e Flash. Io sono un borgesiano e come lo scrittore argentino credo che le ipotesi, a differenza della Storia, abbiano come unico obbligo quello di essere interessanti. Così ti consiglio di leggere la versione di Stross: The real reason why Steve Jobs hates Flash
 Da queste parti (e non solo da queste) si sospetta da tempo che la transizione al digitale del libro avrà come effetto anche un riposizionamento culturale del concetto di pubblicazione. E che l'autopubblicazione, già sdoganata da Amazon, diventerà il formato lungo del web.
«Non è solo una questione di numeri che crescono», scrive Virginia Heffernan sul New York Times. «Come è successo con gli altri media che hanno visto l'affermazione dell' user generated content, la logica del secolo scorso si è rovesciata e oggi il "piccolo e fatto a mano" può battere il "grande e affermato"».
L'articolo merita la lettura, anche se non esplora tutta la complessità del tema: Authors Unbound Online
 «Il New York Times online ha dieci volte i lettori della versione cartacea», scrive N+1 Magazine
«e sul sito ha molti più spazi pubblicitari rispetto alle copie su carta. In mezzo a tutte le ansie per il futuro del
giornalismo è facile trascurare l'assurdità della situazione: il New York Times sta andando in bancarotta proprio quando riesce a mostrare molta più pubblicità a molti
più lettori.»
E' solo un frammento di un ragionamento più ampio e ambizioso. Sotto il titolo The intellectual Situation, N+1 raccoglie
tre saggi ricchi di stimoli e di opinioni nette, che probabilmente divideranno i lettori e che molti troveranno di retroguardia. Ma la lettura sequenziale (un po' masochistica da fare a video, con cinquantaseimila battute in una pagina web) ha il pregio di costruire un piccolo scenario utile ad arricchire di punti di vista la narrazione di quanto sta accadendo intorno a noi. Il primo saggio, intitolato Internet as social movement, prova a definire il webismo come
ideologia e racconta come Internet sia, più che una questione tecnologica, un movimento sociale, esattamente come il femminismo, il comunismo e il rock & roll. E' una tesi che contiene un
certo retrogusto di pregiudizio -anche comprensibile in una rivista letteraria- e si può essere d'accordo o meno. La lettura, in ogni caso, non manca di arguzie e di passaggi interessanti per la riflessione,
soprattutto nella parte finale.
Il secondo si intitola Addled e costruisce un punto di vista originale
sulle cause della crisi delle news. Secondo gli autori, mentre la musica, il cinema e l'editoria libraria hanno combattuto la pirateria, «molti giornali hanno rinunciato dall'inizio a proteggere il loro
business e hanno dato le informazioni gratis». La teoria di fondo è che viviamo in un mondo talmente pieno di pubblicità (dalla mail alle applicazioni sui cellulari) che il valore del singolo annuncio è
ogni giorno inferiore. E la tendenza è chiara, dato che finiremo per avere la pubblicità persino nei libri. Intorno al nuovo assetto che la pubblicità si sta creando, avremo la nuova configurazione dei contenuti. Anche qui, è una tesi che lascia trapelare un punto di partenza conservativo ma che ha dietro un'analisi a tratti lucida e a tratti originale.
Il terzo, Cave Painting, è invece dedicato alle intersezioni tra letteratura, arte e videogiochi. Fattene un'idea se hai un'oretta di tempo libero e se non ti fai irritare da qualche opinione spigolosa.
N+1 Magazine, The intellectual Situation
 Del caschetto di Emotiv avevamo parlato qui (ma anche qui). In questo video viene usato per controllare un robot e vale la pena guardarlo.
L'Epoc di Emotiv serve per interagire direttamente con computer e videogame senza interfaccia, con il pensiero. Robert Oschler -che l'ha provato- dice che gli «ha creato una grande intimità con il suo computer», dandogli «un'esperienza quasi surreale». Se vuoi approfondire, puoi partire da qui: The Emotiv EPOC: Meeting the Future Head On, poi magari puoi leggere anche Programming Your Own Thought-Controlled Robot.
Sull'argomento c'è un twit di Tim o'Reilly che cita Alvin Toffler: «Il futuro arriva sempre troppo in fretta. E nell'ordine sbagliato».
 Qualche giorno fa ragionavamo su come funziona la comunicazione di mercato tra libro e lettori. E un passaggio non approfondito riguardava il ruolo del critico (che deve guidarci) rapportato alle conversazioni sui libri, il cui contenuto è soprattutto «piacere di lettura» e il cui ruolo nel sistema è «pura scoperta».
Steven Johnson, che è un pensatore da tenere sempre d'occhio, ha messo online qualche giorno fa un transcript che affronta il tema in maniera generale, tanto da tornare utile se si ragiona sul nuovo assetto del web, sul giornalismo, sul modo in cui formiamo le nostre opinioni così come sul modo in cui scegliamo cosa leggere.
Il testo merita una lettura integrale, ma ci sono due passaggi importanti. Il primo è questo: «La forza che abilita questi improvvisi incontri tra persone con differenti opinioni, la forza che fa del web uno spazio di serendipity e di scoperta, è precisamente la natura aperta, combinatoria e connettiva del medium».
Il secondo passaggio è quello conclusivo: «La ragione per cui il web funziona in maniera così meravigliosa è proprio nel fatto che è il medium a guidarci, a volte anche contro la nostra stessa volontà, conducendoci in spazi comuni [...]. E in quanto giornalisti, educatori, editori o sviluppatori di software ma anche - e forse in modo più importante- in quanto lettori, il nostro compito è mantenere vive queste connessioni».
Steven Berlin Jonson, The Glass Box And The Commonplace Book
 Da sempre, nella storia delle comunicazioni umane, quando i tempi sono incerti (come in guerra) o quando il medium non è sicuro, i messaggi si codificano. Così è buffo solo fino ad un certo punto l' escamotage degli adolescenti di inventarsi un loro codice per dribblare la presenza degli adulti sui social network.
«I giovani stanno elaborando un loro linguaggio segreto», scrive il Telegraph con più di un pizzico di esagerazione, «per non far capire ai genitori cosa fanno online». E' probabilmente una non-notizia, ma è l'occasione per riflettere su un punto importante (e sul fatto che abbiamo sempre bisogno di osservare il comportamento dei giovanissimi). Se la riservatezza delle comunicazioni è a rischio, i ragionamenti si soffermano sul sistema ma i comportamenti si adeguano in modo naturale.
The Telegraph: Facebook speak: Teenagers create secret online language.
 Craig Mod te lo ricorderai. Aveva scritto, un po' di tempo fa, uno dei post in assoluto più rilinkati nel mondo sul concetto degli ebook (ne avevamo parlato diffusamente qui). L'altro giorno Alessandro mi ha segnalato un nuovo suo post, lungo e pensoso.
Le conclusioni di Craig sono abbastanza decise e sono nell'ultimo paragrafo, intitolato New Reading Fundamentals. «La lettura non è più un atto di solitudine», dice. E suggerisce di riflettere sul senso di appartenenza comune di due persone che leggono lo stesso libro. Ma va data attenzione a tutto il ragionamento e ai commenti, senza trascurare le note, che possono portare a belle scoperte.
Craig Mod, Embracing the digital book.
 Delle nuove mosse di Facebook si sta parlando molto, con maggiore o minore allarme. Secondo Ralph Koster ( Facebook rebrands the Internet) Zuckemberg sta mettendo il suo marchio sull'intera Internet, il che assomiglia un po' alle previsioni che facevamo sulla possibilità di ridisegnare la topografia del web. Su Advertising Age si insinua, nemmeno troppo dolcemente, che Google ha trovato la sua Nemesi ( With Universal 'Like' Button, Facebook Spreads Across Web), proprio nel momento in cui di Buzz, il suo ultimo espermento nel web sociale ottiene titoli non carichi di miele: Google Buzz: No Humans Here. Ma Facebook fa paura un po' a tutti: la CNBC non ha mezze misure ( Reasons to Dislike Facebook's 'Like') e di sicuro esiste un ulteriore rischio per la privacy ( How To Restore Your Privacy On Facebook).
Io sto testando l'aggeggino, anche se su queste pagine non funziona bene, poichè riporta a zero i like se il lettore non è loggato su Facebook. E sebbene non convinto (per le ragioni che molti adducono), sono prudente sulle critiche per due motivi, il primo dei quali è che il web è molto più degli utenti di Facebook di quanto lo sia dei first adopter autoesiliati sui blog tecnologici e su Friendfeed. La massa critica, se le persone vedranno un vantaggio, tenderà ad affermarsi come è sempre stato nella storia di internet. E se vogliamo capire l'internet di domani, a mio parere, è ai comportamenti della gente di Facebook che dobbiamo guardare. Magari laicamente e senza snobismi.
La seconda ragione è che da un punto di vista di sistema la logica del 'like' potrebbe non essere del tutto sbagliata e portare benefici, ma qui bisogna rifletterci molto e con pazienza. Intanto si può partire da questo articolo per iniziare il ragionamento.
 Sto testando un po' delle diavolerie di cui parlavamo ieri. Sicuramente non ho fatto bene qualcosa, perchè i due contatori dello share su Facebook danno due risultati diversi sullo stesso post (vedi immagine). E l'accrocchio che conta i like -in basso- dà risultato pari a zero se non sei loggato su Facebook (mentre invece sul blog di Vincenzo non mostra le faccine ma continua a contare i like).
Ci gioco un altro pochino stasera, poi continuo domani pomeriggio finchè non ne vengo a capo (o mollo l'ipotesi). Se vedi un po' di disordine su queste pagine non farci caso.
 «Zuckerberg e i suoi stanno annunciando come vogliono cambiare il web e l'esperienza di navigazione di tutti noi», scrive Vincenzo.
Ne stavamo parlando un po', da queste parti, nelle settimane scorse ( Il decennio di Facebook, Assedio a Google) ma per leggere gli ultimi sviluppi puoi dare un'occhiata qui: Facebook alla conquista del web, Facebook F8: One graph to rule them all. Mi appunto al volo questi link perchè sono in giro, ma c'è da ragionarci su. Sono piccoli cambiamenti che danno un significativo indizio di una direzione precisa.
 Oggi ha debuttato il Post (ne avevamo parlato qui) ed è ancora presto per farcene un'idea complessiva, ma non per fare il tifo (anche considerando il fatto che la testata dialoga con i lettori).
Il mio è un parere, va precisato all'inizio, da lettore che ha già le sue fonti e che ha già un buon metodo per scremare notizie e opinioni rilevanti. Il tipico lettore sulle cui preferenze non puoi costruire un'iniziativa editoriale. Per me, come per molti altri qui in giro, non è tanto importante che le opinioni autoriali siano raccolte sotto una testata (se gli autori sono per noi rilevanti le loro opinioni le leggeremmo comunque alla fonte, ovvero là dove l'autore scrive), ma che la testata produca un effetto superiore alla somma delle parti. Quindi nelle mie aspettative c'era quello che io chiamo il «colpo d'occhio», ovvero la capacità di avere, solo scorrendo la pagina, un'idea precisa di cosa c'è di importante in giro e di quale gerarchia dà il Post alle notizie. E' uno dei punti di valore aggiunto indiscutibili del concetto di testata. E da lettore è un esercizio che faccio continuamente con il lavoro delle altre redazioni. Con il Post però non funziona, non è immediatamente comprensibile quale sia l'agenda che suggerisce. E mi è parso strano, perchè dovrebbe essere -credo- il principale terreno di accreditamento di una nuova testata.
Da questo punto di vista la sensazione è che non informi in maniera organizzata, ma dia una specie di ordine casuale (da blog che tratta gli argomenti di cui ha voglia). Più un «occhio curioso collettivo» che una testata come siamo abituati ad immaginarcela. Non è una critica: ogni cambiamento richiede abitudine e forse dobbiamo solo abituarci a questa formula. Ogni volta che c'è un cambiamento, si richiede un adattamento. Però a caldo io un modello del genere (che a me lettore dà valore sul piano del mio investimento di tempo per informarmi) nel Post lo vedrei bene e quindi mi spingo a suggerirlo.
A monte c'è, credo, un problema grosso da risolvere. Tocca essere generalisti per fare accessi e per raccogliere pubblicità. Ma il Post -almeno al suo primo giorno- non ha la completezza per fartici andare sapendo che ci trovi tutto e non ha l'organizzazione che mette in valore la capacità dei singoli autori, costruendo un modello che funziona di per sè.
E' una cosa che si può risolvere in parte con il famoso Cover what you do best and link to the rest, ma soprattutto con un'organizzazione dei contenuti che metta in valore questo principio senza dar l'idea di un ordine casuale di argomenti elegantemente svolti.
Io sono molto fiducioso e credo che vedremo crescere questa nuova realtà molto in fretta. Poi, last but not least faccio un grande applauso al modo in cui si sta provando a svecchiare il linguaggio con cui si raccontano le notizie.
 Il New Yorker ha un lunghissimo articolo in cui traccia il perimetro della situazione nell'editoria libraria. E' una breve storia che porta ad un racconto completo (o quasi) degli avvenimenti di questi ultimi mesi.
La conclusione sembra essere banale (e dirompente): «non è importante dove i lettori comprino i libri. La loro convinzione che gli ebook debbano essere più economici eserciterà una forza molto potente». E gli sforzi degli editori di tenere i prezzi più alti assomigliano al tentativo di andare contro la forza di gravità: puoi spingerli su, ma torneranno sempre giù.
The New Yorker: Publish or Perish.
 Se ne discute spesso, ma il tema è inevitabile in qualsiasi conversazione che riguardi gli ebook. Milena Popova spiega bene, in termini di mercato, cosa vuol dire la transizione al digitale per i prodotti culturali. Oggi che il nuovo ecosistema li rende facilmente distribuibili e duplicabili, tendono a configurarsi come «beni pubblici». Quindi il mercato, che per i beni pubblici è inefficace, cerca correttivi tecnologici (i DRM ad esempio) o legislativi (la protezione dei diritti).
«Se i contenuti sono un bene pubblico», scrive Milena, «non vuol dire che debbano essere gratis, o economici da produrre o che gli autori non debbano essere remunerati». Piuttosto significa che va ripensato il modello di business, che vanno ripensate le relazioni e i rapporti di forza («gli autori hanno accesso diretto al loro pubblico» è uno dei punti) e che va costruito un sistema con equilibri nuovi.
Non fidarti della mia sintesi, il pezzo è lungo ma è un must read: Why Content Is a Public Good.
 Io ho sempre creduto che la short story fosse una sfida narrativa (per lo scrittore) assai più complessa del romanzo. Dieci anni fa, con alcuni scrittori italiani (tra cui Marcello Fois, Paolo Nori, Matteo Galiazzo e Raul Montanari), ci divertimmo a scrivere un manuale non convenzionale, intitolato «Istruzioni per un racconto» (qui trovi il mio piccolo contributo a quel volume: Vincere per Knockout. La breve distanza nella narrazione). Eppure, dal punto di vista editoriale, i racconti brevi sono una specie di pugno nell'occhio, un qualcosa che gli editori per primi sanno di non poter vendere se non con difficoltà.
Gli ebook, da questo punto di vista, rappresentano una svolta. Offrono la possibilità di considerare il singolo racconto come unità editoriale compiuta, come prodotto a sè. E il singolo racconto diventa un «contenuto snack» che si può leggere in una delle pause dei ritmi moderni (in metropolitana, in treno, durante un caffè al bar al sole). Quindi diventa facile immaginare che molti di noi pagherebbero volentieri per comprarne, specie a prezzi bassi e raguionevoli. Questa cosa, che qui ci stavamo pensando da soli, la sta facendo Orbit Books: a partire dalla fine dell'anno metterà in vendita singole short stories a 1,99$. Intanto Ether Books lancia oggi la sua idea: app per l'iPhone.
Lo racconta il Guardian ( Publisher Ether Books gives short stories new lease of life on an iPhone). E se vuoi, puoi ripescare un articolo di qualche mese fa ( 2009 was the year of the short story).

«Ma proprio nel momento in cui il potere sembra al suo apice, Google è costretta ad inseguire altri competitor in vantaggio sul controllo dei mercati di domani. La battaglia di questi mesi, quella dell'accesso mobile, è una trafelata rincorsa al grande rivale di oggi: Apple ha disegnato le regole del gioco con l'iPhone e con il suo ecosistema di sviluppatori di app. Google, come tutti gli altri, imita la logica ma è costretta ad inseguire partendo ad handicap. E intanto Steve Jobs lancia una piattaforma per governare la pubblicità, che promette di essere per i nuovi dispositivi quello che AdSense è stato per il web.
Ma anche sul fronte del web sociale, pur avendoci provato in molti modi (da Orkut, che sopravvive quasi solo in Brasile ormai, al recente Wave), Google sta accusando il colpo [...]».
Del tema, in maniera parziale, avevamo già parlato qui ( Il decennio di Facebook e Guerre di posizione). Sull'Espresso in edicola questa settimana (il NonSoloCyber toccava a me) propongo una riflessione sulle sfide che dovrà cogliere Google, dopo aver dominato i primi anni di questo secolo.
L'Espresso, Se Google perde colpi, non online.
 «È un aggregatore, nel senso che noi non produrremo notizie ma le racconteremo. Competeremo con i giornali nazionali puntando su qualità e velocità», dice Luca. Del Post si è parlato con molto interesse anche l'altra sera ad Urbino, all'Istituto per la Formazione al Giornalismo, con diversi interpreti del settore (tra cui Mario e Massimo).
Il nome è bello, e si presta a suggerire una sincronia con lo spirito dei tempi («Post» come post dei blog), un passaggio verso il nuovo («Post» giornalismo del XX secolo), assonanze con la tradizione (molte testate anglofone si chiamano «Post») e un richiamo al modello (l'«Huffington Post», una delle nuove realtà dell'informazione). Io un «in bocca al lupo» l'ho già fatto qui, ma sono molto curioso di cominciare a leggerlo da martedi. E, per chi vuole, c'è già la pagina fan su Facebook.
 Proprio ieri parlavamo di come in questo periodo ci sia molta attenzione al mondo visto dalla prospettiva del funzionamento del nostro cervello (e di come tutte le discipline tendano a usare oggi il prefisso «neuro-»). Stamattina -tanto per avere conferme- leggo un articolo della Columbia Journalism Review che ha come occhiello Can neuroscience explain the crisis in news?.
Il pezzo, lungo e molto interessante, è una recensione argomentata e critica del libro di Jack Fuller, What is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism. E riporta, punto per punto le argomentazioni che vengono addotte per spiegare la situazione attuale.
Secondo Fuller sono quattro i punti principali che creano «una disfunzione nel rapporto tra le organizzazioni che fanno informazione e i lettori». Innanzitutto il sospetto che il giornalista non sia obiettivo, poi il sospetto più generale di non poter davvero conoscere come va il mondo. A questi due «sospetti» vanno aggiunte le nuove tecnologie, che rilanciano molte scommesse cognitive e regalano altre sfide alla nostra mente. E infine «le caratteristiche emozionali che ci portiamo dietro dai tempi della savana».
Ho sintetizzato molto, ma ti consiglio di leggere l'intero articolo. Todd Gitlin, l'autore, è anche abbastanza critico con il libro (e a leggere la recensione viene davvero il dubbio di sapere già da un po' queste cose), ma io credo che finirò per comprarlo lo stesso per farmene un'idea mia.
Columbia Journalism Review, Mind Games.
 Del nostro cervello e di come funziona sappiamo poco o niente, ma le nuove tecnologie stanno aiutando la scienza a «metterci mano». E man mano che si scoprono cose nuove, si fanno congetture, si svolgono esperimenti, tutte le aree scientifiche cominciano a trovare una nuova narrazione che si costruisce intorno al modo in cui il nostro cervello «lavora». Si sente sempre più spesso parlare di «neuro-economia», di «neuro-[disciplina]», anche se i maggiori esperti sostengono che arriverà un momento in cui il prefisso «neuro» sarà inutile. In fondo è nel nostro cervello che elaboriamo la realtà e capire come funziona ci aiuterà a descriverla meglio.
La letteratura non fa eccezione. Capire come il nostro cervello elabora le narrazioni e come costruisce il piacere dell'ascolto o della lettura della storia è importante anche per poter concettualizzare e codificare il modo in cui le storie si narrano. Così non stupisce che oltreoceano, con un dibattito partito alcuni giorni fa dal solito New York Times, se ne stia parlando molto.
Il pezzo del New York Times si intitola Next Big Thing in English: Knowing They Know That You Know. E The Neurocritic fa un buion riassunto del dibattito, raccontando come siamo arrivati -nella critica letteraria- da Marx alla «risonanza magnetica funzionale»: Professor of Literary Neuroimaging.
 Da queste parti facciamo parte del sempre più nutrito esercito che sostiene da tempo l'opzione di una svolta decisa. L'idea è che il modo in cui sono impostati i quotidiani online rispecchi «troppo fedelmente» il modello concettuale ( ormai superato) del giornale di carta. E che la professione del giornalista oggi vada integrata in una filiera di professionalità molto diverse dal passato e soprattutto fuori dai tradizionali schemi mentali dell'editore di news.
E' ovviamente una posizione facile da sostenere, se si porta avanti in modo generale senza un progetto alternativo. Però la sensazione è che certi discorsi comincino a farsi sempre più frequentemente.
Se ti interessa il tema, puoi investire un po' del tuo tempo a leggere il lungo ragionamento di un giornalista belga (Stijn Debrouwere), che potrebbe fornirti degli spunti utili (e non pochi): Tags don't cut it.
 Non voglio entrare nel merito della sentenza Google-Vividown (altri l'hanno fatto meglio di me) ma, ieri, leggendo le motivazioni ho avuto la sensazione che fosse coerente con il clima culturale italiano.
«Non esiste la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità», scrive il giudice. Come se Internet fosse il Lato Oscuro della Forza e si dovessero chiamare a raccolta i pochi Jedi rimasti. O come se si dovesse difendere l'ultimo angolo di Stato dietro i bidoni della spazzatura in fiamme in 1997: fuga da New York. Se nel merito l'affermazione è sacrosanta, persino di banale senso comune, la scelta delle parole e il modo di sottolinearla a me sono apparsi molto sospesi tra giudizio e pregiudzio. Non so, magari sbaglio io, ma se un amico mi parlasse usando concetti come questi espressi in questo modo («sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso», «scomunica mondiale del popolo del web») io penserei: okok, rewind, ripartiamo dai fondamentali e da come il mondo sta cambiando, dalla dialettica tra cambiamento e status quo, ecc. ecc. Questo non perchè Internet debba sottrarsi alle leggi, ma perchè le parole che usi e che scegli -lo dicevamo ieri- ci raccontano come vedi il mondo. Però alla fine non è importante, solo un segnale di clima culturale.
Nel frattempo la Casa Bianca -in un Paese diverso, in cui non si è certo abdicato alla ricerca di una legalità nell'era di Internet- lancia un Twit, un hashtag e chiede feedback via Twitter. Fesserie, piccoli segnali. Ma indicatori anch'essi di un clima culturale. Qui il tweet e qui la storia spiegata per bene: Our Biggest Challenge Yet.
 Qualche settimana fa erano cominciate le notizie sull'ingresso di Apple nell'advertising mobile e sul lancio della sfida a Google (ne parlavamo qui). Poi, all'avvicinarsi dell'annuncio su iAd (e prima che avvenisse), Peter Kafka su Cnet proponeva uno scenario più complesso e meno scontato: «Google è ansioso di vedere l'ingresso di Apple nel mercato del'advertising perchè così potrà convincere i regolatori federali che ci sono competitor nel mercato. E potrà procedere nell'acquisto di AdMob». Il pezzo si intitolava: Why Google can't wait for Apple's mobile ad plans.
Oggi la Reuters titola Google CEO says Apple helped AdMob deal e The Register spiega perchè Schmidt ha lodato iAd, ricomponendo uno scenario: Apple bails out Google (Monopoly, what monopoly?).
Si tratta di «guerre di posizione» molto importanti, perchè determineranno il futuro del rapporto tra lavoro e compensi per tutti i produttori di contenuti digitali. Soprattutto in considerazione del fatto che (come ripetiamo spesso), non avendo compreso in tempo il digitale, ormai gli editori hanno delegato a soggetti provenienti da altri mercati l'imposizione delle regole del gioco.
 Le parole che usiamo per raccontare ciò che facciamo ci aiutano a delimitare il modo in cui vediamo il mondo.
Black Plastic Glasses ha un bel post in cui recupera ed attualizza una categorizzazione dei modi in cui leggiamo. Che sono principalmente tre: «estrattivo» (il tipo di lettura cui ci ha abituato il digitale), «immersivo» (il modo in cui normalmente leggiamo un lungo romanzo, ora abilitato dagli ebook anche alla lettura digitale) e «pedagogico» (diverso dai precedenti, anche se li contiene entrambi). Il pezzo si intitola: What's Next in Digital Reading?.
Prendendo spunto da questo ragionamento, Lorcan Dempsey propone un altro punto di vista e parla di «lettura interstiziale»: il punto, mancato dai giornali finora, è interessante per gli editori e per chi ha intenzione di entrare nel mercato dei libri digitali. Uno dei modi in cui va ripensato il prodotto, oggi, è la coerenza con la gestione del tempo nella vita attuale e con i nostri ritmi. Ma questo forse è un altro discorso: il post di Lorcan Dempsey si intitola Interstitial reading.
 Chi legge queste pagine avrà sentito spesso nominare Mike Shatzkin, uno degli analisti «più letti e rispettati» oltreoceano, con cui avevo avuto anche una lunga conversazione per Nòva del Sole 24 Ore.
Qualche giorno fa, Mike ha scritto uno dei suoi lunghi post di analisi, suggerendo che potrebbero esserci degli effetti molto importanti sull'editoria libraria se verso la fine del 2012 gli ebook arriveranno anche solo al 25% di mercato. Gli otto punti di scenario che elabora sono tutti da metabolizzare, per poi provare a rifletterci sopra: Serious disruption just over the near horizon.
Al ragionamento di Shatzkin ha fatto seguito, tra gli altri, un lungo articolo sull'Huffington Post. Nel pezzo, Michael Stackpole (autore di bestseller), dà ragione a Shatzkin: «Nonostante io sia a disagio con alcune aziende di vanity publishing che cita come risorse di self-publishing per gli autori, la sua analisi è solida». Tanto che l'Huffington Post ci fa un titolo da guerra: Publishing Crashes in 2012.
Sono due buone letture da fare con calma, per ragionarci. Soprattutto sui temi contundenti (come l'autopubblicazione, che è quello che crea forse più resistenze culturali).
 Uno dei punti cruciali del mercato librario è sempre stato l'incontro tra libro pubblicato (e sono tantissimi ogni anno) e lettore interessato a quel libro. Storicamente i canali per far conoscere i libri ai loro potenziali lettori erano le recensioni dei giornali e delle riviste (o qualche passaggio televisivo). Si poteva parlare di pochi libri, però, che risultavano essere i più conosciuti e quindi tendevano ad essere dei bestseller. Qui la forza dell'editore era un asset per determinare di quale titolo si doveva parlare. Il secondo canale, una volta, erano i librai che conoscevano i loro clienti e suggerivano cosa leggere. Questo modello si è poi evoluto nel modo che tutti conosciamo (Feltrinelli docet): enormi librerie con libri impilati sulla quarta di copertina e lettori che vi passeggiano in mezzo. E lì la forza dell'editore era un asset per determnare la posizione del titolo.
«Questo avveniva prima dell'età digitale», scrive Cecilia Tan. Negli ultimi anni è cominciata la crisi della recensioni (almeno sui media tradizionali) e stanno cominciando ad esserci meno librerie. Per i libri acquistati in rete e per gli ebook le regole di quella che Cecilia chiama discoverability sono cambiate. E molta della visibilità di un titolo, e della sua capacità di essere trovato dai suioi lettori, dipenderà da altri fattori. Io (anche leggendo del funzionamento di iBook, che non ha ancora una personalità nel facilitare questo incontro) ho un paio di argomenti che vorrei provare a condividere, e lo farò nei prossimi giorni. Intanto puoi leggere il pezzo della Tan, che esplora in modo interessante diversi aspetti: Discoverability: Still A Book's Biggest Problem.
 A quanto pare uno dei primi titoli di successo sull'iPad è The Elements, un'esplorazione magica della tavola periodica degli elementi. E, sempre a quanto pare, la prima recensione che ha ottenuto è di un lettore entusiasta che non ha mezzi termini: «Così dovrebbero essere i libri del futuro».
«Creare un ebook davvero fatto bene, un ebook che non contenga in sè le limitazioni della carta», spiega l'autore, Theodor Gray, su Popular Science Magazine, «richiede molto materiale che tradizionalmente non entra mai nel processo di pubblicazione del libro così come lo conosciamo». E ci racconta l'intero lavoro di costruzione della sua opera, con video incluso. Certo, è un concetto e un modo di intendere il libro che non può applicarsi a tutto, ma vale la lettura per cominciare ad assaporare l'incontro tra l'idea che abbiamo dei libri e i device multifunzione.
The Making of The Elements, One of the iPad's Most Magical Apps
 Se vuoi capire al volo perchè l'iPad rappresenta un giro di boa nel nostro rapporto con i device tecnologici (e se vuoi provare a immaginare come leggeranno le prossime generazioni), guarda questo video, imperdibile: A 2.5 Year-Old Has A First Encounter with An iPad
Del tema si era già parlato qui, a proposito di un bell'articolo di Wired che spiegava il passaggio dall'interfaccia grafica a quella naturale: Perchè i tablet cambieranno le nostre abitudini.
 Rüdiger Wischenbart, che compila annualmente il Diversity Report in cui analizza l'offerta di fiction nei libri e nei bestseller, scrive una lunga sintesi su Publishing Perspectives. E conclude che nella letteratura di successo «c'è molta più offerta di diversità rispetto a quanto ci potrebbe far pensare il concetto di omogeneizzazione culturale». Wischembart, recuperando la logica della coda lunga, osserva che i lettori sono molto più propensi alla diversità di quanto sembrino pensare i direttori marketing delle grandi case editrici. E aggiunge una considerazione importante: con la diffusione dei libri in digitale e l'aumento di offerta di nicchia, leggere sarà sempre più interessante nel prossimo futuro. Il pezzo si intitola: How to Become a Bestseller in Europe: Write in English, German, French and Swedish?
A margine, se ti appassioni a come il modo in cui pensiamo il mondo disegna la nostra realtà, non puoi perdere il pezzo di Seth Snyder: Design as Predictive Storytelling. Vale la lettura.
 «Io ripeto sempre la stessa cosa», scrive Arthur Attwell, «i libri di carta sono la meravigliosa unione di due prodotti differenti: le storie (o i testi ricchi di informazione) e un oggetto fisico lavorato. Una volta che separi mentalmente questi due prodotti, ti sembrerà molto facile capire come le storie possono essere messe in valore e distribuite separatamente dal loro supporto fisico».
I consigli di Attwell sono di buon senso e fanno un po' il punto della situazione, quindi meritano un'occhiata. A partire dalla descrizione delle reazioni tipiche (negazione e panico) e dalla considerazione che gli ebook non sono roba solo da geek. Digital Book World,
The Digital Advantages for Small Publishers.
 Marc Aronson, autore ed editor, paragona sul New York Times l'uscita dell'iPad ad un momento di grande svolta nella transizione dal libro stampato al digitale. Ma -tra le tante discussioni che stanno riempiendo il mondo dell'informazione- coglie il punto davvero importante: quale modello di ricavi dobbiamo adottare affinchè il sistema editoriale funzioni di nuovo accontentando tutti? Il problema del digitale è che non riusciamo a gestire i permessi di accesso ai contenuti in maniera efficace. «Solo quando avremo questo nuovo modello di permessi», conclude, «avremo i new media».
Il pezzo si intitola The End of History (Books) e può esere approfondito con una lunga riflessione, da altra angolazione, di Mike Shatzkin: Practical and ethical challenges posed by digital content delivery.
 «Oggi», scrive Marco Belpoliti su La Stampa, «la tendenza è quella di superare il mero vincolo biologico, perdendo in tal modo le sensazioni cosiddette «di pelle»; la relazione nel Web appare fondata su pratiche non più gestuali, ma retoriche: retoriche teatrali composte di parole. Mancano, salvo in comunità tematiche molto precise, le esperienze condivise, per quanto le relazioni funzionano a diversi livelli di profondità o superficialità, come del resto accade nella cosiddetta vita reale. Con un paradosso, concludono Aime e Cossetta, una delle caratteristiche della Rete è di dare oggi vita a comunità immaginate, le quali non sempre necessitano davvero di relazioni tra gli individui».
E' un passaggio di una più ampia riflessione, anche un po' critica, sulla logica della gift economy. L'articolo prende spunto da Il dono al tempo di Internet e si intitola Se tu dai una cosa @ me. La recensione probabilmente non esaurisce il discorso, ma fornisce qualche spunto da approfondire (e nel caso discutere). Poi -per uno sguardo più allargato- la lettura può essere accompagnata da The Dark Side of the Gift.
 Quando cambia il mondo, non puoi semplicemente adeguare un vecchio contenitore (il giornale, idea ormai logora e inattuale) ad un sistema e a supporti nuovi. Qui si ripete da tempo, in diverse salse, che se si vuole ricostruire un modello di ricavi bisogna pensare in modo differente, superando le vecchie abitudini specialistiche. E bisogna attingere a competenze nuove, con idee nuove, capaci di disegnare un contesto che produca motivazione all'acquisto dell'informazione
Qualcuno, per la verità, lo fa (o almeno ci prova). L'Associated Press già nel 2008 aveva commissionato una ricerca a degli antropologi, per migliorare i propri servizi. E oggi, per la seconda volta, assolda degli antropologi per produre uno studio su come costruire engagement con i lettori. E il risultato è che questi ultimi -lontani dal soffrire l' information overload- sembrano preferire una comunicazione bidirezionale piuttosto che il «bombardamento di notizie a direzione unica». E questa comunicazione deve essere trasparente e onesta. «I lettori vogliono costruire con il giornalismo una relazione reciproca, fatta di scambi a due vie, costruita sulla fiducia e non semplicemente sul valore del contenuto o della pubblicità»
La conclusione, almeno per chi non è un conservatore del giornalismo, sfonda una porta aperta: «Devi essere capace di socializzare il tuo spazio prima di poterlo monetizzare. La soluzione non è costruire contenuti capaci di fidelizzare i lettori, piuttosto è progettare ambienti migliori e maggiormente in grado di facilitare la fidelizzazione con i contenuti».
Se vuoi capirne di più, anche sul concetto di communitas che viene citato, puoi andare sulla home della ricerca ( Clearing the Clutter) e poi leggere il bel pezzo di Antropologi.Info ( The end of one-way communication - Anthropologists help news providers and advertisers).
 Era una notizia che aspettavo, perchè in fondo si tratta di una conseguenza che si poteva prevedere facilmente. Se chiudi i tuoi contenuti dietro un muro e li rendi accessibili solo alla minoranza che paga, i tuoi dati di diffusione perdono sensibilmente appeal per gli acquirenti di spazi pubblicitari.
Quindi, che fai? Cambi il modo in cui si misurano i contatti. E cominci a pensare a cose diverse dai meri accessi, ad esempio all' engagement. New Media Age: Paywall publishers abandon old audience measures.
 A mio modo di vedere il Guardian (quotidiano londinese sempre più quotidiano del mondo) è una delle testate che ha meglio interpretato la transizione al digitale, crescendo molto e raccogliendo dalla rete molte cose buone. A partire dal fatto di ospitare sulle sue pagine i pezzi di Jarvis e Doctorow, normalmente contundenti per i conservatori del giornalismo e dell'editoria (il che la dice lunga sull'aria che tira da quelle parti).
Ieri hanno cambiato la home e la raccontano così: «Avevamo bisogno di una prima pagina più flessibile, in modo da permetterci di cambiare ciò che stiamo facendo in risposta all'evoluzione degli eventi. E lo abbiamo fatto in una maniera che sembra incredibilmente simbolica nel contesto odierno [che si preoccupa di chiudere], ma che non lo era quando abbiamo cominciato a progettarla molti mesi fa. Noi volevamo che fosse molto aperta e in grado di cambiare forma per dar vita alle notizie, alla community e a qualsiasi cosa il vasto web ritenga importante. E' esattamente l'opposto di quello che fa chi mette il contenuto dietro un paywall».
Se vuoi leggere tutto il post, è qui: Introducing guardian.co.uk's new front page
 Magari hanno ragione loro, certo. Però io non credo ci siano i numeri, specialmente in Italia (dove andrebbe adottata una strategia diversa per ragioni ovvie a tutti tranne che agli editori). E personalmente, tanto per basarci sull'esperienza di cascuno di noi, io mi sono regolato così: viaggiando molto uso tanto l'iPhone e quindi sarei in pieno target. Ma da quando l'accesso al Corriere è a pagamento su iPhone e simili, ho semplicemente sostituito l'iconcina del quotidiano di via Solferino con un'altra. Questo perchè è stato messo il paywall ma non è stata costruita la motivazione a pagare.
Anche perchè se dai solo notizie in modo classico, perdi. Le notizie, si sa, se per te sono importanti ti arrivano comunque. E tutte le persone che hanno uno smartphone con cui ho parlato tendono a confermarmi che fanno la stessa scelta.
Ma anche a leggere in giro, pare che vi sia uno straordinario accordo di opinioni (con strana ricorrenza del termine «suicidio»): Vittorio, Luca, Massimo, per esempio. E all'estero Jeff Jarvis, sul Guardian, non le manda a dire.
 Nel passaggio che si sta consumando, con lo spostamento dell'asse del valore dai «contenuti» all'«accesso», l'ecosistema Apple sembra decisamente in vantaggio su Google, che è partita in ritardo. A quanto si legge sui siti internazionali, la next big thing parrebbe essere la piattaforma che Jobs sta per lanciare (il 7 aprile, appena dopo le prime consegne dell'iPad, già sold out) per la pubblicità mobile e che dovrebbe chiamarsi iAd. Si tratta, con ragionevole certezza, di un'ulteriore scelta destinata a frustrare gli editori di news, che ancora una volta sono costretti dalla loro mancanza di prospettiva a flirtare con il loro principale competitor. In questo caso amoreggiano entusiasti con chi sarà più forte di loro sulla raccolta pubblicitaria per quegli stessi contenuti mobili che -appunto- stanno per fornirgli. Occorre citare AdSense?
Dieci anni fa gli editori di news avevano visto arrivare Google e non hanno investito sulla «visione generale», coccolando l'orticello sereni e sboroni, salvo poi svegliarsi e inveire contro il cannibale. Oggi stanno applaudendo a Jobs -nuovo Salvatore appena mandato dal cielo- come se nulla fosse. E sempre senza considerare lo scenario tra qualche anno, che -è già evidente oggi- premierà chi governa l'ecosistema. Non ci sono, in effetti, grandi possibilità che un contesto simile sia destinato a far felice chi compete con mille altri per piazzare sul mercato qualche contenuto. Come non premierà facilmente chi tenta di ritagliarsi un minimo di visibilità per competere (ancora una volta con altri mille) sulla raccolta pubblicitaria, in cui guadagna a monte chi gestisce il sistema. Magari sbaglio io, è possibile. Però forse prima o poi gli editori capiranno che in queste continue corse all'oro cui la tecnologia li costringe, spingendoli sempre più ovest delle loro abitudini specialistiche, si arricchisce soprattutto chi vende strumenti ai cercatori.
Tornando a iAd, Cnet ragiona su come -tempo fa- Apple abbia scoraggiato gli sviluppatori di app che lavoravano sulla pubblicità geolocalizzata, perchè quello dovrebbe essere il centro della sua strategia. E ci regala un articolo ricco di link per approfondire: 'iAd' mobile ad platform is Apple's next big thing
 Qualche mese fa, riportava Luca, la «corte costituzionale tedesca ha stabilito il principio secondo il quale esiste un diritto alla riservatezza e integrità del proprio apparato tecnologico, con la conseguenza di avere definito l'esistenza di un continuum persona-macchina che lascia intuire l'emergere di una nuova antropologia». E oggi tutti abbiamo esperienza di come, perdendo l'accesso ai device e alla connettività perdiamo l'accesso a una parte più o meno importante della nostra vita. Quella che si svolge in questo enorme spazio culturale che chiamiamo rete.
Ma il tema del rapporto con i nostri strumenti (e quindi con computer e network) è molto vasto e spesso suggestivo. Qualche giorno fa Brandon Keim, su Wired, ha scritto un interessante articolo che fa risalire a Martin Heidegger l'idea della continuità uomo macchina. Nel pezzo cita il lavoro di Anthony Chemero, secondo cui: «la persona, le varie parti del cervello, il mouse e lo schermo sono talmente correlati da essere una cosa sola». La visione secondo cui «siamo i nostri strumenti e i nostri strumenti sono una parte di noi» non è affatto nuova, ma ci sono nuovi dati e l'idea che i tool siano estensioni del pensiero è in sè efficace e affascinante, oltre che utile per capire come ci rapportiamo alla rete. Il pezzo si intitola: Your Computer Really Is a Part of You. E tra i link correlati puoi fare un giro su: How to Use Neuroscience to Become Your Avatar.
Sempre in tema, se ti appassioni a queste cose, puoi esplorare un'accorata dichiarazione quasi d'amore di Tim Hankin per il pensiero di Francis Evans, e quindi leggere anche il paper di quest'ultimo. Tim Hamkin, Technology Is What Makes Us Human; e Francis Evans, Two Legs, Thing Using and Talking: The Origins of the Creative Engineering Mind.
 Dopo un paio di decenni di allarmismo a buon mercato e facile sensazionalismo moralista, cominciano ad aumentare gli studi che associano il gaming al potenziamento delle skill dei giovani giocatori.
Oggi ho trovato questo che, pur riconoscendo come la letteratura precedente avvisi su possibili istigazioni alla violenza, postula una possibilità in controtendenza: giocare ai first person shooter (i giochi Doom-like, per intenderci) aiuterebbe a sviluppare molto meglio la flessibilità cognitiva. Si intitola DOOM'd to switch: Superior cognitive flexibility in players of first person shooter games. Il pdf è qui.
 Tempo fa Luca Chittaro ha scritto uno dei suoi interessantissimi post, in cui si citava la facilità di cadere nel gender stereotyping utilizzando la comunicazione mediata dal computer. Si tratta, in larga parte, di un fattore culturale che ci portiamo dietro ma che diventa man mano più interessante via via che le neuroscienze ci aiutano a superare le nostre interpretazioni intuitive. Ma anche la biologia evoluzionista produce spesso ipotesi affascinanti. Conosciamo pochissimo il nostro cervello e il modo in cui funziona, tuttavia -tra prove ed errori- stiamo aggiungendo ogni giorno nuove conoscenze che ci portano a leggere le cose in una luce diversa. E, seppure in assenza ancora di grandi certezze, è affascinante vedere come -goccia dopo goccia- cambia la descrizione in cui noi umani ci riconosciamo come tali e ci spieghiamo i nostri comportamenti.
Ci ripensavo leggendo stamattina due articoli curiosi che mi appunto qui per non perderne traccia e che in qualche modo hanno a che fare con questi stereotipi. Il primo è una stroncatura del libro The Male Brain, in cui David Di Salvo sostiene che l'autrice ha utilizzato il noto metodo scientifico «Collega i puntini con una linea» e che il risultato è un libro di Scientainement destinato a rafforzare pregiudizi e luoghi comuni. Il pezzo si intitola: "The Male Brain", or How to Write a Pop Science Book without Evidence.
Il secondo è un lungo articolo dell'Economist in cui si riporta una teoria molto particolare: le donne, in una società sana (in cui la mortalità infantile è bassa) tendono a trovare più attraenti gli uomini dai tratti effeminati. Al contrario, in una società in cui il rischio di mancata riproduzione è alto, tendono a preferire il macho e la poligamia è più diffusa. E' chiaro che banalizzo molto, ma la fonte è a tua disposizione: The battle of the sexes: face off.
 Da queste parti ci divertiamo a seguire -quando capita- il debunking delle ricerche con risultati sensazionali e titoli ad affetto che i grandi mezzi di informazione ci regalano spesso. Dopo Internet che causa depressione e dopo gli atei che sono più intelligenti, nei giorni scorsi è circolata sulla stampa internazionale la teoria secondo cui Facebook può generare un aumento dei casi di sifilide. L'occasione per fare un titolo glorioso (come quello che ho dato io per scherzo a questo post) era troppo ghiotta e anche in Italia qualche agenzia di stampa e qualche quotidiano hanno abboccato: Corriere, Ansa, Adnkronos, Agi.
«Raramente succede che i media si interroghino su che tipo di notizia stanno dando, soprattutto se il titolo consente di mettere insieme sesso e social network», scrive Dr Petra Boynton. Il post si intitola "Facebook linked to a rise in syphilis": no, it's not e, oltre a spiegare l'inconsistenza della notizia, fa una buona analisi del modo in cui la rete ha reagito alla sua diffusione.
 C'è un lato buffo della politica, quando la politica usa i social media. Conta davvero poco se sia un ghostwriter o il politico in prima persona a lanciare il twit o il messaggio, perchè la verità della percezione non cambia: è la voce del politico a parlare, tanto che spesso diventa notiziabile e i giornalisti la riprendono.
Però di rado la discussione è presidiata da chi la inizia, come dovrebbe essere per diventare produttiva. In genere, dopo il lancio della bottiglia con la manciata di bit al suo interno, segue il nulla. E spesso il risultato assomiglia al prestare il fianco all'irrisione e al pubblico ludibrio. O all'essere involontariamente la spalla perfetta per il comico, il battutista o il portatore di senso comune che si trova di lì a passare. Esempio?
Dario Franceschini: «Per la prima volta dopo anni, a destra si [sono] dilaniati e noi abbiamo lavorato come una squadra. Una promessa fatta alle Primarie e mantenuta».
RobertoC: «Ah, ma viviamo nello stesso paese?».
PaoloB: «la realtà dipinta dagli slogan ^^».
RobertoC: «Franceschini perche non parli con noi? Almeno il ghost di Casini lo fa».
Fabrio Casu: «Ma parlavi del Fantacalcio, giusto?».
[L'origine è qui]
 Sull'Espresso in edicola oggi (il NonSoloCyber toccava a me), propongo una riflessione sulla domanda di partecipazione che la Rete sta innescando: continui movimenti di opinione, gruppi su Facebook, popolo viola, raccolta di firme; ma anche l'entusiasmo per Rai Per Una Notte di ieri, ben raccolto da un'analisi di Giovanni.
La domanda è molto forte, ma difficilmente produce effetti rilevanti. Trascrivo uno stralcio con le mie conclusioni:
«Quello che invece non c'è ancora è uno strumento democratico che permetta [ai cittadini] di esprimersi in maniera riconosciuta e formale. Tecnicamente il nostro concetto di rappresentanza si esaurisce nel voto e in quella che nel mondo anglofono si chiama shadow of future, l'ombra del futuro, la minaccia di non rinnovare -alle elezioni successive- il mandato. Tutto quello che c'è nel mezzo viene archiviato come diritto all'espressione, ma non ha mai (o quasi) conseguenze politiche. La recente inflazione di manifestazioni e di attività di protesta (ormai si raccolgono firme per tutto e si fanno gruppi su Facebook per ogni cosa) ha praticamente disinnescato l'importanza di questi eventi. Ma non ha affatto disinnescato la domanda -forte, fortissima- di rivedere il concetto di rappresentanza, consentendo a cittadini di essere ascoltati anche «durante» la legislatura. E' una domanda di «democrazia aumentata» che vedremo sicuramente crescere nei Paesi occidentali nel corso dei prossimi anni. Ma è una domanda cui costruire una risposta è difficile: abbiamo tutti i bit necessari per gestire i dati in modo utile, ma l'innovazione passa per l'invenzione di nuovi strumenti e per lo studio di nuovi modi per rendere «normata» l'interazione tra cittadini e governi. Perché solo se l'ascolto diventa una norma democratica, la nuova partecipazione diventa un valore»
L'Espresso, Voglio Essere Ascoltato (non online).
 Il solito Humar Haque sulla Harvard Business Review scrive un articolo che -pur nella facoltà di non essere d'accordo proprio su tutto- è un must read.
La teoria di base è che i social network stanno creando un'inflazione nelle relazioni (per cui il valore di una relazione decresce). E segue un'analisi lucida (anche se condotta da un punto di vista parzale) delle implicazioni. Alcuni spunti: i social network non stanno disintermediando i vecchi mediatori, ma ne stanno aggiungendo moltissimi nuovi; questo modello ci porta ad investire in contenuti di bassa qualità (succedeva già con i media di massa, leggi alla voce «televisione spazzatura», ma qui cambia la scala). Tuttavia il suo punto principale sembra essere «l'indebolimento di Internet come forza del bene».
Un articolo che non merita valutazioni a caldo e d'impulso, probabilmente: The Social Media Bubble.
 Facebook è la terza nazione del mondo, con i suoi oltre 400 milioni di utenti (in crescita). Il popolare social network ha già il suo sistema di crediti, che gira in maniera ancora depotenziata. Ma cosa accadrebbe (e come cambierebbero le nostre abitudini) se l'azienda di Mark Zuckemberg, forte di una simile popolazione, investisse maggiori energie nella progettazione di un sistema di scambio basato su una valuta virtuale?
Secondo indiscrezioni, stanno brevettando il logo che vedi qui accanto al post. E Silicon Alley Insider titola: Here Is The Dollar Sign Of The Future.
 Sta circolando abbastanza, stamattina, l' ennesimo post sulla morte dei blog e su come interpretarla. La mia posizione, per quello che vale, è che da quando molta attenzione ha spostato sui social network il contenuto relazionale, i blog stanno facendo il loro lavoro naturale. La vocazione del blog infatti è quella di mettere in circolo contenuti editorializzati. Ne avevo scritto qui, ma la ragione per cui ne sto scrivendo ancora è un'altra.
Se ti appassiona il modo in cui cambia la rete e come si configura mentre la tecnologia va verso la specializzazione (e ci fornisce strumenti nuovi per fare cose sempre più specifiche), Xark ha un bel post in cui fa delle buone ipotesi di scenario. La sua teoria, stretta stretta in una sintesi impietosa, è che buona parte dei contenuti di discussione che fanno i social network (Facebook, Twitter, Friendfeed) alla fine contiene un indirizzo web che porta a un post di un blog. I social network sono pertanto una forma di distribuzione del blog. Ma è meglio se leggi l'originale, perchè ne vale la pena:
Blogging In The New Decade.
[L'immagine, invece, viene da qui].
 Essere assertivi funziona dal punto di vista della comunicazione, ma funziona molto meno per accreditare dei concetti complessi. Eppure, se dovessi provarci, direi che il problema dei giornali (quelli di carta) non è il loro costo elevato e la conseguente crisi del sistema dei ricavi. Quello è un sintomo. Il problema vero è che i giornali hanno smesso da tempo di essere coerenti con il tempo dei lettori. Altrimenti i lettori, percependone il valore, pagherebbero per comprarli e il sistema di ricavi non sarebbe in crisi.
Questo modo di raccontare lo scenario (che non è l'unico possibile, ma che forse è il più rilevante per pensare al futuro) è uno dei miei vecchi pallini. Ne scrissi un paio di anni fa su uno speciale di Reset e il passare dei mesi continua a confermare la mia impressione.
Qualche giorno fa accennavo un'analogia che spiega bene, a mio parere, come potrebbe essere ricostruita la scala del valore riportando interesse verso la decisione di acquisto dell'informazione. E non è nulla che abbia a che vedere con paywall o con piattaforme come l'iPad. Piuttosto, ha a che vedere con l'idea di costruire con l'informazione un prodotto per cui il lettore (come l'amico di John Jordan qui) possa dire «ho sovvenzionato con denaro la mia mancanza di tempo». Ovvero qualcosa tipo «Sono riuscito ad essere bene informato, in maniera puntuale, completa e rapida, coerente con i miei ritmi moderni, sulle notizie che trovo pertinenti». Si tratta dunque di ridisegnare il prodotto, non di spacciare un vecchio concetto su nuovi supporti.
Se sei disponibile a considerare la questione laicamente (ovvero superando le abitudini specialistiche senza pensare cose tipo «Orrore questo non è il giornalismo che conosco»), in rete circolano spunti che potrebbero essere sviluppati. Come quello di Joey Baker che suggerisce di pensare le notizie in termini di thread e non di news.
Noi ci avevamo provato, senza mezzi ma con molto divertimento, con il numero zero (meno di una versione alpha) di Filtr e poi si è visto che anche Google con living stories ha lavorato sullo stesso concetto. Ma persino l'idea di mutuare dal gaming il modello di engagement dei lettori può essere interessante, anche se forse non esattamente come l'ha formulata Baker. In ogni caso, leggi tu stesso: Game the System: Make following the news fun.
Certo, è una ragionamento che va messo a sistema, che va reso armonico con i problemi organizzativi (e sindacali), che richiede molto coraggio e un change manager con le spalle larghe. Oppure che può favorire un nuovo player con meno problemi di ordine costituito. Ma ecco, se dovessi fare un progetto io, lavorerei sul tempo (che è la cosa che ha valore per i lettori). E la cosa per cui potrebbero pagare.
(A proposito di tempo: se hai ancora cinque minuti e ti interessa il tema, dai un'occhiata a Real Time Journalism).
 Wired ci regala un bell'articolo, approfondito, che fa il punto sulle ragioni intrinseche che stanno detrminando (prima ancora che esca) il successo dell'Ipad di Apple.
Microsoft aveva sbagliato, quando lanciò il suo, perchè aveva presentato un concetto nuovo che usava un sistema operativo vecchio. E fu un fallimento. Apple invece sta segnando la transizione (che si osserva anche nel gaming) dalla GUI ( Graphic User Interface), l'interfaccia grafica cui siamo storicamente abituati, alla NUI ( Natural User Interface). Quest'ultima, permettendoci di interagire con le macchine grazie a gesti, tocchi e voce, è la chiave di un processo destinato a farci pensare ai vecchi computer in modo nuovo.
Wired, How the Tablet Will Change the World
 Se hai mai assistito a una presentazione con un PowerPoint, o se hai provato mai a farne una, sai che è complicatissimo farle bene. Se poi hai mai assistito ad una presentazione affascinante o hai sentito nominare Presentation Zen, probabilmente ti rendi conto che può essere un'arte.
Ma è interessante anche come problema concettuale. The Scientist ha un bel pezzo che spiega la logica che c'è dietro l'utilizzo di slide (e dà qualche consiglio su come lavorarci) a supporto di un discorso. Si intitola: Pimp your PowerPoint e illustra un paio di trucchi su come disegnare presentazioni per ottenere attenzione e per conservarla. (Il titolo del mio post, invece, deve a questo).
 Da sabato pomeriggio, con un po' di blogger giovani e meno giovani, abbiamo cominciato a provare We Rule, una specie di Farmville per iPhone. E ci siamo divertiti molto, sotto gli occhi e gli sguardi di compatimento di chi ci vedeva interrompere attività quotidiane perchè «se no va a male il raccolto di zucchine».
Io, personalmente, non so quanto durerò a giocare (non potendo combattere con gli altri giocatori, manca un obiettivo diverso dal fare un regno bello e urbanisticamente accettabile). Ma la cosa interessante è il modello di gioco, che è gratis ma ti consente di acquistare con denaro vero degli item che ti fanno avanzare più rapidamente di livello. Non è un'idea nuova in sè, ma funzionando su larga scala e sui dispositivi mobili potrebbe insegnarci qualcosa. «Uno dei miei amici in game», scrive, John Jordan, «ha già speso 18 sterline». E la sua giustificazione è interessante: «ho sovvenzionato con denaro la mia mancanza di tempo». Il che assomiglia molto alle motivazioni d'acquisto più o meno illegali in game che ci sono dietro le economie dei grandi MMORPG. E potrebbe essere un buon caso di studio anche per l'editoria di news.
Pocket Gamer: My hands on weekend with iPhone MMOG: We Rule.
 Il concetto di «topografia del web» non è perfetto ma è uno dei migliori che abbiamo per descrivere il modo in cui funziona la grande ragnatela. Banalizzando molto, potremmo dire che se cambia la topografia cambia il modo in cui noi accediamo alle informazioni. E noi veniamo da un decennio in cui il web è stato Google. Era il motore di Mountain View con le sue regole di funzionamento, a governare il modo in cui ci comportavamo e, di conseguenza, il modo in cui si organizzavano le informazioni per favorire l'incontro con il pubblico.
Da qualche tempo si stanno mettendo in fila alcune notizie che potrebbero essere dei segnali deboli. Il sorpasso (temporaneo e basato su una certa lettura di dati che non è l'unica possibile) di Facebook su Google in termini di traffico. Poi, in questi giorni, l'analisi del comportamento del pubblico di Facebook, che ha un rapporto diverso con le fonti di informazione ( Facebook Inspires More Loyalty than Google for News, Media Sites e Hitwise: Facebook Users Loyal News Fans). E probabilmente ne vedremo delle altre.
Il punto potrebbe essere questo: se la massa critica di utenti di Facebook continua a crescere (come è prevedibile) e se Facebook diviene il punto di accesso iniziale al web (come è prevedibile che sia per suoi utenti forti) potremmo assistere a una forte riconfigurazione del modo in cui il web funziona e viene disegnato per far incontrare i contenuti ai propri utenti.
Certo, è solo una congettura. Ma come potrebbe cambiare la nostra idea di web se il matching cominciasse ad avvenire prevalentemente in modo social in luogo di un accesso costruito sulla diffusione dei link e sul search? Come dovremmo pensare i contenuti e la nostra presenza online?
Ecco, se io fossi un editore (soprattutto di news), ci penserei un pochino. Anche perchè l'eventualità di una riconfigurazione può non essere immediata, ma i numeri già oggi non sono trascurabili.
 Non so bene come commentare questo articolo del New York Times che raccoglie i temi di diversi libri recenti, dal nichilismo di Reality Hunger al recente parto di Lanier che negli USA molti hanno stroncato per non aver compreso -pure in un bel lavoro generale- i social media.
Il pezzo è interessante, comunque, da leggere. E mette molti spunti all'ordine del giorno, ad esempio quello sull'autonomia dell'autore. Ogni tanto però indulge a dare eco alle prescrizioni umorali quando a noi servirebbero descrizioni per poter creare consapevolezza. Si intitola: Texts Without Context.
A margine. A me, personalmente, quando leggo certe prescrizioni che suggeriscono un cammino verso la barbarie torna sempre in mente la routine per cui -ogni volta che un medium cambia la cultura- chi comprendeva bene solo il vecchio modello accusa il nuovo di degrado. Soprattutto perchè vi si sente poco rassicurato, perchè non lo governa culturalmente e perchè mette in crisi il suo ruolo a fronte della volgarizzazione dell'espressione data in mano anche ad altri.
E poi mi scappa sempre di citare una frase di Joshua Cooper Ramo che dice: «Il nostro mondo non diventerà più stabile o più facile da capire, per quanto possiamo sperarlo». Se aumenta la complessità e cambiano le regole che descrivono il nostro mondo, non ha -per me- molto senso valutare il nuovo scenario con le regole che avevamo prima. Poi, certo, nuove soluzioni portano a nuovi problemi. Ma resta il fatto che la consapevolezza, quindi anche il modo in cui si affrontano i problemi, si costruisce riconoscendo il nuovo ordine (laddove la complessità cresciuta ce lo mostra come disordine) e il modo in cui funziona. Rivendicare la passione per il precedente, invece, fa vendere qualche libro ma non aiuta granchè il dibattito.
 Paul Bradshaw, sull'Online Journalism Blog, mostra un video della Viv Mag Motion Cover e commenta qualcosa tipo: «Figo. Spettacolare. Ma che serve? La copertina è sempre stata per i magazine una pubblicità per il contenuto interno. Sull'iPad invece assomiglia ad un approccio totalmente old-media». E mentre leggi ti riecheggia, tra le righe, il vecchio You can't Teach An Old Dog New Tricks. Ma non è così semplice, perchè immaginare un prodotto nuovo non è solo una faccenda di innovazione e creatività: piuttosto è un problema di costi, di flussi di lavoro, di organizzazione. E spesso di competenze che andrebbero mutuate da altri settori normalmente esogeni (videogame, per esempio).
Il pezzo si intitola: The iPad magazine cover. Lovely, but pointless. E puoi integrarlo con la piccola rassegna sullo stato dell'arte che fa il Guardian: How will print content look on the iPad?
 Per lo più i post di consigli su come avviare e lanciare un'idea sono banali e ammiccanti, anche se non toccano le vette dei post sul come arricchirsi in fretta. Ma l'articolo di Humar Haque, sulla Harvard Business Review, contiene due o tre passaggi che io personalmente considero sostanziali (e per alcuni, poco intuitivi).
Il primo è quello di concentrarsi sui principi e non sui prodotti, «perchè definiscono la forma con cui un'organizzazione pensa, ragiona e agisce». E il secondo è quello di ragionare producendo giochi win/wins. Giustamente nota Haque, è una tema ormai diventato quasi volgare, ma va pensato in modo radicale. E, aggiungo io, alla fine del gioco tutti ne parlano ma pochi sanno davvero lavorare su un'idea costruendo una corretta mappa degli interessi.
Altri punti interessanti: dar valore alle sperimentazioni, amplificare segnali deboli, dar valore alla trasparenza. Questo vale soprattutto per i servizi e i prodotti culturali perchè la comunicazione, come dico sempre, è per un prodotto culturale quello che è il design per un prodotto industriale. E anche per i prodotti materiali, alla fine, la rete è la conversazione di mercato.
Insomma, il pezzo non regala ricette (meno male) ma vale i cinque minuti di lettura e le riflessioni successive: Twitter, SXSW, and Building a 21st Century Business.
John Scalzi, scrittore di fantascienza, in un post su SciFi Scanner, sostiene di poter ricondurre ad una formula il rapporto tra il cinema e la science fiction. La formula sarebbe questa: [analisi del presente] + [un aspetto del presente portato all'estremo] + [gadget tecnologici che fanno cose vicine alla magia] = futuro.
E questo porta Hollywood a non imbroccarne una sulle predizioni del futuro. «Per fortuna», conclude, «l'industria del cinema il più delle volte non ha l'obiettivo di predire il mondo di domani, ma solo quello di farci divertire in sala».
Il pezzo si intitola Why Hollywood Always, Always Gets the Future Wrong. E, se ti interessa il tipo, il blog di John è qui.
 «Non puoi mettere del contenuto free sulla tua app per l'iPad e sperare che generi un buon guadagno», dice Monica Ray (che si occupa delle strategie per i contenuti a pagamento per il Time). Occorre costruire del valore perchè i lettori siano motivati a pagare, è evidente. L'articolo di Advertising Age, Don't Let Your Website Ruin Your Magazine's Tablet Edition, fa un po' il punto sui modi e sui metodi per esplorare la nuova frontiera per i magazine. Anche dopo i numeri (più o meno realistici, ma sempre interessanti) che hanno riguardato il preordine dell'iPad.
Questo, ovviamente, vale per le testate straniere che lavorano su bacini linguistici interessanti, come l'inglese, lo spagnolo e il portoghese. Per le testate italiane io resto scettico, perchè difficlmente avranno mai una massa critica che, a fronte di prezzo e numero di acquisti, possa giustificare degli introiti non marginali. Ne scrivevo tempo fa e spero ancora di sbagliarmi. Ma staremo a vedere.
 Scott Jennings, l'altro ieri, aveva pubblicato un post sulla questione (annosa e retorica) dei social game -Farmville e simili, per intenderci- che secondo alcuni stanno uccidendo il core gaming. Il pezzo si intitola, brillantemente, Farmville Killed Gaming, V-Worlds, And Your Dog. Ieri, poi, Ralph Koster ha continuato la discussione con un altro post da leggere: What core gamers should know about social games.
Ma la perla di questi giorni è -forse- lo speech di Jane McGonigal, game designer di una certa fama ed esperienza. «Jane ha iniziato parlando di quella che lei stessa definisce un'idea pazza, ovvero che i videogiochi online possano cambiare il mondo per il meglio», scrive Justin Olivetti su Massively. «All'inizio il pubblico era perplesso quando l'ha espressa per la prima volta, ma venti minuti dopo le ha dedicato una standing ovation».
Qui trovi il commento di Justin e il video dello speech: How online gaming can change the world
 Probabilmente avrai letto il romanzo di Ray Bradbury, o ne avrai sentito parlare. E' solo uno degli esempi più famosi nella letteratura, ma a suo modo il tema del potere che (almeno potenzialmente) controlla le letture oggi torna di attualità. «L'abilità di leggere privatamente e anonimamente è essenziale per la libertà di espressione», scrive l'Electronic Frontier Foundation. E gli ebook comportano effettivamente qualche problemino per la privacy, dato che sono facilmente tracciabili e spesso dipendono da dispositivi che gestiscono (e trasmettono) informazioni. Tanto che a febbraio è stata stilata una checklist che i lettori possono seguire per verificare se il proprio ereader protegge abbastanza la privacy, se compie in background operazioni poco trasparenti o se nasconde qualche altro inghippo poco evidente.
Il lavoro dell'EFF merita una lettura e una riflessione: Digital Books and Your Rights: A Checklist for Readers. E in questi giorni si registrano le prime reazioni: i signori di Ibis Reader hanno aderito allo spirito dell'EFF pubblicando la propria checklist.
 «Lo steampunk è dappertutto» in questi giorni, scrive John Klima sul Library Journal. Inclusa la mostra al Museo di Storia della Scienza di Oxford.
Forse esagera un po', ma ne approfitta per regalarci un elenco dei migliori romanzi di questo particolare filone deklla fantascienza, dai classici ai titoli più recenti: Steampunk: 20 Core Titles. Il mio preferito -tra quelli che ho letto- è La Macchina della Realtà ( The Difference Engine, il calcolatore meccanico che dà il titolo al libro ha anche una sua scheda su Wikipedia).
 «John Updike, poco prima di morire, ha mandato 50 floppy disk da cinque pollici alla Houghton Library ad Harvard», scrive il New York Times. E tra il materiale su Salman Rushdie in mostra ad Atalanta ci sono 4 mac, uno dei quali rovinato da della Coca Cola. E diversi gigabyte di dati. Per i futuri biografi e per gli studiosi di letteratura, a quanto pare, «si prospetta un futuro Paese delle Meraviglie digitale» potendo rovistare nei dati e persino nei computer degli scrittori per vedere come i dati sono organizzati.
Ma la carta era pensata per resistere, dalle Lettere a Milena di Kafka ai diari degli autori, agli appunti. I formati e i supporti digitali (e persino gli ebook, se non ci inventiamo qualcosa), molto meno. Se il supporto è vecchio (pensiamo ai dischetti soffici di Updike) può diventare un incubo. «E' come avere un disco, senza avere un giradischi».
L'articolo è qui: Fending Off Digital Decay, Bit by Bit
 «Il ruolo dell'autore è destinato a cambiare radicalmente», scrive Peter Miller sul Los Angeles Times. «Il suo valore viene dalla sua tribù online. L'autore deve dimostrare di essere bravo con i social network e di saper mantenere vivo il testo anche dopo la pubblicazione». Un modo per dire che anche la rete di follower che l'autore ha online fa la differenza.
Ho sintetizzato brutalmente, è chiaro. Ma il passaggio sul ruolo dell'autore, nel report che Miller fa del panel sul futuro dell'editoria al SXSWi Festival di Austin, è molto interessante. E mette a tema un ragionamento cui, con maggiore o minore cinismo, finiremo per abituarci. Il pezzo si intitola At SXSWi: A panel on the future of publishing .
Jonathan Zittrain, professore di legge ad Harvard e noto per essere una delle migliori menti digitali, racconta -con un bellissimo post- le sue avventure in ospedale, la potenza della rete nel favorire una diagnosi generativa e, ovviamente, il lato oscuro della medaglia (che non manca di linkare al paragrafo 91 del capitolo 9 del suo libro).
Da leggere se hai un po' di tempo: The Future of Zittrain Has Not Been Stopped
 «Gli studenti inglesi delle scuole primarie e secondarie fanno probabilmente un po' di confusione sulle nozioni scientifiche», scrive la BBC. In effetti, riportando i risultati di un sondaggio, annotano cose buffe: alcuni sono convinti che la regina abbia inventato il telefono, altri credono che il primo uomo sulla luna sia stato Luke Skywalker di Star Wars. Il dato positivo è che sembra che tra le ambizioni dei giovanissimi la possibilità di vincere il Nobel sia ancora in vantaggio rispetto a quella di vincere X-Factor.
Su un versante più serio, ma sempre in tema di immaginario dei ragazzini, un bel post di Michael Abbott mette insieme diversi spunti del GDG 2010. Citando Mia Consalvo del MIT, tra l'altro, annota qualche osservazione su come gli eroi dei videogame e dei media determinino (anche) la predisposizione dei giovani a pensare in termini di razza e a plasmare l'immagine che i ragazzi hanno di sè e degli altri. Il pezzo è una buona panoramica: What color is your hero?
 «La trasformazione di Facebook in una piattaforma in cui la gente fa cose interessanti non è stata solo una mossa intelligente», scrive John Naughton sul Guardian. «E' stata, piuttosto, una mossa necessaria, perchè il social networking è intrinsecamente auto-limitante».
Non è un'osservazione nuova. Da un punto di vista di sistema, tutto in rete ha sempre funzionato in rapporto alla sua scala. Se aumenta molto il numero di persone che usa una servizio, il modo in cui era stato progettato quell'ambiente comincia a rivelasi inadeguato e il modo stesso in cui quel servizio fa il suo lavoro tende a modificarsi. Se cresce la scala, cambiano il modello e modi d'uso. Così Naughton si chiede come evolverà Facebook ora che ha oltre 400 milioni di utenti. E conclude che se il sito di Zuckemberg vuole continuare a crescere, «avrà bisogno di qualcosa di diverso dal social networking per poterlo fare». Ed è una sfida molto interessante.
Il pezzo vale sicuramente il tempo di lettura: The future of Facebook.
 «I circuiti peer-to-peer saranno pieni di bestseller (già lo sono)», scrive Matt Buchanan su Gizmodo, in un lungo post intitolato How You're Gonna Get Screwed By Ebook Formats e poi ripreso da Mediabistro ( The DRM Dilemma).
I DRM, attualmente il metodo migliore per proteggere un prodotto culturale, non funzionano. Sono abbastanza facili da craccare se sei esperto e sono un'inutile complicazione se invece sei un lettore che vuole semplicemente sfruttare l'ebook che ha comprato. Ma dal punto di vista di chi lavora nella filiera produttiva (autore, che ci mette il lavoro creativo; editore che ci investe dei soldini) rimane una bella scelta da compiere, perchè resta fermo il loro diritto alla remunerazione. Probabilmente una politica di prezzo ragionevole, ritenuta equa dai lettori, innescherebbe delle logiche positive (chi avrebbe comunque comprato il titolo, lo compra; chi non l'avrebbe comunque comprato lo scarica). Ma non esistono ancora dei dati in grado di confermare la teoria sui grandi numeri. Ed è -probabilmente- una delle maggiori incognite che l'editoria deve affrontare. Personalmente credo che non possa farlo senza considerare il punto di vista dei lettori, che alla fine devono scegliere se pagare o scaricare.
A margine, altre due segnalazioni. Nathan Brensford ha costruito un post a finale aperto sul futuro degli ebook ( Choose Your Own E-book Adventure) e ieri, su Terza Pagina, abbiamo fatto il consueto punto settimanale: Tanti media intorno al libro.
 «Gli editori hanno bisogno di essere molto flessibili ed aperti alla sperimentazione. E non è necessariamente un vantaggio essere grandi editori».
Una delle cose che dicevamo già tempo fa è, forse, la conseguenza più visibile della transizione al digitale dell'editoria libraria: gli editori, che per secoli hanno fatto sempre lo stesso lavoro con qualche piccolo rinnovamento spalmato nei decenni, oggi sono condannati ad inseguire la velocità dell'innovazione tecnologica ed a rincorrere le sempre nuove piattaforme che venderanno e distribuiranno i loro libri. Ed è uno shock interessante per un settore abituato a coltivare la tradizione come valore.
Rich Wrong esamina la questione da un punto di vista generale ( In Mobile, Fragmentation is Forever. Deal With It) e Adam Hodgkin sottolinea i punti specifici su cui l'editoria dovrebbe riflettere ( In the eBooks Market, Fragmentation is Forever. Deal with it).
 «Questo studio indica che c'è una moderata correlazione tra la disponibilità della versione free dell'ebook e l'aumento di breve periodo nelle vendite del libro. Quindi la disponibilità di ebook gratis non significa sempre aumento delle vendite», scrivono John Hilton III e David Wiley. «Questo dovrebbe sorprendere sia chi ritiene che regalare la versione scaricabile uccide le vendite sia chi, al contrario, è convinto che invece le favorisca».
Un paper -trasparente sul metodo e sui limiti stessi del lavoro effettuato- che contiene molti spunti di analisi per ragionare sui (tanti) rapporti possibili tra la diffusione dei formati digitali e il mercato tradizionale. E un modo utile per superare le facili equazioni cui spesso finiamo per credere: What Happens to Book Sales if Digital Versions are Given Away?.
 In questi giorni in cui sono stato in giro tra Milano, Urbino e Siena mi è capitato di confrontarmi con persone diverse sui temi dell'apprendimento dei giovanissimi, della scuola e dei videogame che potrebbero (e dovrebbero) essere guardati in modo meno superficiale. Soprattutto in un Paese come il nostro, che stenta a comprenderli ed a valutarli con maggior attenzione. Io ne ho scritto diverse volte e c'è gente che lo fa meglio di me, a partire da Federico.
Recuperando i miei feed arretrati ho raccolto diversi link, che condivido qui per tornarci magari in un momento con più tempo. Il primo, un articolo dello Scientific American, racconta di come i giochi possano coadiuvare le vittime di incidenti nel recupero delle funzioni motorie ( Stroke victims aided in motor function recovery by playing home video giames). Ma c'è anche una correlazione diretta tra il gioco ed il potenziamento delle skill di lettura e scrittura nei giovani ( Video games can hamper reading and writing skills in young boys by displacing other activities).
Poi, a seguire, un pezzo della CNN ( Online game seeks to empower Africa), un paio di riflessioni sui rapporti tra narrativa e videogiochi, prendendo spunto da Heavy Rain ( Murderer's Young Prey; A Father's Torment e Heavy Rain).
Sul fronte meno da gamer tradizionale, una riflessione sui giochi tipo Farmville ( The Next Big Thing In Video Games Might Be Fear Of Embarrassment) e una sull'elettronica per dimagrire ( Video-game exercise bikes - not just a gimmick).
Infine: Ten Films that Would Make Great Games e The Future of Videogames.
 «La rivoluzione del digitale è guidata dal desiderio di replicare a distanza (o in maniera mediata dalla tecnologia) tutte le esperienze che normalmente associamo ad incontri faccia a faccia», scrive The Memory Bank in un pensoso post di un mesetto fa.
«Se vogliamo costruire un mondo migliore, invece di limitarci a contemplare quello che accade nel mondo che abbiamo, un prerequisito essenziale è imparare a pensare creativamente in termini che siano capaci sia di riflettere la realtà sia di uscirne per raggiungere le possibilità che siamo capaci di immaginare».
Se vuoi farti stimolare qualche riflessione ulteriore sul cambiamento che stiamo vivendo, puoi investire (più di) qualche minuto in questa lettura: An anthropology of the internet.
 L'idea di sperimentare e uscire dal concetto di giornale analogico riprodotto nel digitale è forse uno dei percorsi obbligati per immaginare il giornalismo di domani. Al NYT non stanno fermi e, dopo lo Skimmer (che è diventato il mio modo di accesso alla «Signora in grigio»), la cosa che a me piace di più è la rubrichetta in cui i giornalisti di tecnologia linkano quello che leggono sugli altri giornali e in rete.
Il round up settimanale è una cosa che fanno molti blogger americani che seguo ed è un bel segnale che lo facciano anche testate di grande prestigio. E' un'idea semplice, che però è coerente con la logica del web e della condivisione.
 «La transizione dell'industria libraria dal prodotto stampato e distribuito in libreria ai file digitali» scrive la New York Review of Books, «è un cambiamento storico che trasformerà radicalmente il mondo editoriale in ogni parte del pianeta. Ma trasformerà anche tutte le culture».
L'articolo, un must read, si intitola Publishing: The Revolutionary Future. Della trasformazione del libro da prodotto a contenuto abbiamo parlato ieri nella rubrica ( Reinventare il libro), e oggi trovo un post di Matt Legend Gemmel che aggiunge un punto di vista da sviluppatore di applicazioni:
iPad Application Design e un commento di Craig Morgan su eBook Newser: "Realness" and the Promise of iPad.
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