Weblog di Giuseppe Granieri
Pur ostentando una profonda reverse snobbery (io leggo solo letteratura di genere), non ho comprato e non credo che comprerò il nuovo libro di Dan Brown.
C'è sempre stato qualcosa che mi infastidiva nella scrittura di Brown. Ma non avevo mai razionalizzato granché.
Il punto è questo: buona parte della letteratura di genere che leggo ha a che fare con temi scientifici o storici, che fanno da sfondo alla narrazione. Questo impone allo scrittore di costruire un contesto comprensibile per i lettori.
E ci sono dei mostri sacri che lo fanno benissimo: da James Rollins a Deaver, al migliore di tutti in questa abilità (che secondo me era Crichton).

Poi ci sono quelli che invece usano toni troppo divulgativi, banalizzano, trattano il lettore come un invertebrato. E lo fanno a livelli diversi, ovviamente. Molto spesso, come nel caso di Martin Rua -autore italiano di successo nel self-publishing-, è per evidente colpa dell'assenza di un editor. (E Dio li benedica gli editor bravi).

Nel caso di Dan Brown, invece, mi sento di sposare la definizione di Wikiprosa, che sintetizza benissimo in una sola parola le mie sensazioni di lettore.
Il pezzo è un post un po' da far west, in cui si spara sul pianista. O sulla Croce Rossa. Ma vale una lettura critica per farsi un'idea: Dan Brown's Wikiprose.



Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013

«La nuova cultura», scrivevo qualche giorno fa «deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro)».
Il problema è che il centro, oggi, se vogliamo, non è più l'Istituzione o l'industria culturale, ma quello spazio indefinito in cui l'innovazione lavora a ritmo incessante per cambiare il modo in cui la nostra cultura sta funzionando.
E l'Istituzione, il sistema educativo che dovrebbe insegnarci anche la contemporaneità, non fa in tempo a sistematizzare e distribuire le nuove competenze di information literacy che oggi fanno parte dell'alfabetizzazione di base.

Io cito spesso un video famoso che in poche parole descrive benissimo la situazione: «stiamo formando studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che non sono ancora state inventate». Brutale, ma efficace.
Negli Stati Uniti, però, nel mondo dell'istruzione stanno accadendo parecchie cose. Intorno ai MOOC (ne avevo scritto tempo fa sull'Espresso di carta) si sta sviluppando una discussione molto interessante.
Le conclusioni sono lontane, ma c'è abbastanza da leggere. «Il nostro sistema educativo», scrive Neeven Jain su Forbes, «magari non è rotto, ma sicuramente è diventato obsoleto». E propone un lungo ragionamento su cui vale la pena riflettere.
Il titolo è: Creating Adaptive, Personalized, Effective and Addictive Education System for the Next Century.

Poi c'è un altro pezzo interessante, di Paul Champion. Anche Paul frantuma il bersaglio su una riflessione più urgente e necessaria. «È sorprendente», scrive citando Daphne Koller, «come ancora stiamo insegnando agli studenti le cose nel modo che abbiamo usato negli ultimi 300 anni».
Leggi tu stesso e fatti un'idea: The End of Education As We Know It.

Io non ho un'opinione definitiva, ma posso metterci i miei due centesimi. Resto convinto che, su buona parte del cambiamento che stiamo vivendo, la responsabilità della comprensione torni sull'individuo. E non è facile.
Ma è ancora meno facile se pensiamo ai giovani e a come vengono formati. Difficilmente il sistema scolastico e universitario li formerà sulla cultura digitale e ancor più difficilmente li renderà competitivi nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Il rischio è che alla fine si crei un forte dislivello tra una maggioranza mediamente disinformata e coloro che hanno una famiglia alfabetizzata (che sa quindi istruirli e dar loro la giusta mentalità) o che incontrano qualche insegnante illuminato.
C'è un problema profondo di design strutturale del sistema educativo in un mondo che è cambiato e continuerà a cambiare. Ma l'istruzione resta cruciale e probabilmente anche in Italia -guardando a ciò che accade negli USA- si dovrebbe provare ad alzare l'asticella del dibattito e, magari, ricominciare a investire sui giovani cambiando anche qualche paradigma.



Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013

Cose scritte altrove.
La «nuova cultura» deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro).
La Stampa, Terza Pagina, 5 errori frequenti che gli intellettuali analogici fanno sul digitale.
Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2013

«Google+», scriveva qualche giorno fa Guy Kawasaki, «è il Macintosh dei social network: è il migliore, è usato da meno persone e spesso è condannato dagli esperti».
Io ho sempre ammirato molto il design minimalista di Google, e tra le altre cose mi piace che Google+ sia asimmetrico, come Twitter. Tu puoi seguire qualcuno, e non sei obbligato a essere reciproco.
Ma il problema di Google+ era (e forse è ancora) un altro: in molti lo definivano una «città fantasma». E io, pur usandolo in maniera effettivamente residuale, avevo la stessa impressione.

È molto interessante il nuovo redesign a «carte». È bello, pulito ed elegante. Se vuoi farti un'idea, Vincos te lo spiega bene in italiano.

Ma forse ha ragione Robert Hof su Forbes. «Google», scrive, «sta ancora combattendo la sua battaglia per convincere la gente normale a usare Google+». Per quanto possa essere bello, infatti, il valore in un social network (a differenza dei Macintosh di cui parlava Kawasaki) è dato in gran parte dalle gente che lo usa e lo abita.
La teoria di Hof è che, pur con nuovo design più visuale, più simile a Pinterest se vogliamo (ma meno disordinato), Google+ continua a fare lo stesso lavoro di Facebook. E quindi la gente tenderà a rimanere dove già è.
L'analisi è interessante e si intitola: Google Still Struggles To Explain Why Normal People Should Care About Google+

Se vuoi approfondire, puoi dare un'occhiata al pezzo di ABC (Google Plus Focuses on Photos in Fight Against Twitter, Facebook and Instagram) e a quello di FastCo: How Google Unified Its Products With A Humble Index Card
Ma, soprattutto, merita la lettura l'articolo del New Yorker: The Design That Conquered Google.
(Su Google+ mi trovi qui)



Posted by g.g. | # | Media | 05/17/2013

«Il cervello», scrive Annie Murphy Paul, «non fa nessuna differenza tra un'esperienza letta in un testo e una vissuta dal vivo».
Il tema non è nuovo, già anni fa usavamo questo argomento per spiegare che il virtuale, in fondo, non è così virtuale. E che le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale».
L'esempio che facevamo era facile: se sei impegnato in un videogioco di guida, il tuo corpo reagisce come se fossi nella realtà: i muscoli si tendono, si contraggono, eccetera.
Ma l'effetto è ancora più potente quando leggiamo (o comunichiamo attraverso il testo, come in chat), perché il ruolo della nostra immaginazione è molto forte nella costruzione del senso e del mondo che viviamo.

Tempo fa avevamo affrontato il tema, con il saggio di Livia (nella foto), anche dal punto di vista della lettura.

Ma il post di Annie è molto interessante, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere con maggior consapevolezza. Fa infatti il punto sui complicati rapporti tra mente e linguaggio quando leggiamo narrativa. E ci spiega -ad esempio- quali sono le metafore che hanno presa e quali invece vengono percepite semplicemente come parole.
Oppure ci racconta come reagiamo ai verbi di azione. È una buona lezione per chi vuole ragionarci anche dal punto di vista di come si scrive.
Si intitola Your brain on fiction e merita un po' di studio.

E se vuoi aumentare ancora di più la consapevolezza nell'uso del linguaggio, quando scrivi, c'è anche questo pezzo di Connie Malamed che può aiutarti: How To Write Better Analogies .



Posted by g.g. | # | Media | 05/16/2013

Massimo, ragionando -tra le altre cose- sulla decisione di Mentana di abbandonare Twitter, ripesca dalla memoria della rete l'errore RTFM («Read The Fucking Manual»).
È una considerazione importante, che impatta su un fatto evidente: abbiamo una classe dirigente che è inciampata in Internet senza averne vissuto la storia e senza essersi educata a comprenderla. Senza avere l'umiltà di studiare un po' una complessità diversa, come dicevamo la settimana scorsa.

Sul caso Mentana nello specifico, io credo che alla fine la sua decisione sia assolutamente legittima. Può anche essere solo una forma molto umana di Social Media Fatigue.
Ma se qualcuno volesse trarne un insegnamento, dovrebbe riflettere su due cose. Semplici entrambe.
La prima è che Twitter non c'entra nulla. Se la televisione consentisse a Mentana di ascoltare i commenti dei suoi spettatori, probabilmente non abbandonerebbe la Tv. Twitter non fa altro che far emergere e rendere pubblici un po' di quei commenti.
La seconda è che, di fronte alla contemporaneità, scappare non è mai una strategia. Anche qui, è legittimo, ma non utile. È utile invece provare a capire meglio e trovare una propria posizione.
(e poi, tutto sommato, potrebbe aver ragione Ingram quando dice che i nuovi media ci stanno facendo tornare verso la nostra natura, mentre i mass media ce ne avevano allontanato. Fatti un'idea da solo: What if the mass media era was just an accident of history?).
Photo: credits



Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013

Cose scritte altrove.
Se tutti possono pubblicare un libro, oggi, «come si fa a far notare il proprio libro ai lettori?»
La Stampa, Terza Pagina, Gli autori, tra blogger e lettori.
Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013

Cose scritte altrove.
«A quanto pare, fare il giornalista negli Stati Uniti è uno dei lavori peggiori. Non è una novità -se ne era già parlato negli ultimi anni- ma uno studio di CareerCast ha monitorato 200 professioni, in base a parametri precisi, e il mestiere del reporter è risultato in ultima posizione.
Le ragioni sono diverse, ma spesso evidenti. Non è un lavoro pagato mai molto bene ed è un lavoro ad alto tasso di stress, vincolato a scadenze veloci e con una esposizione al pubblico che aumenta la tensione. E queste sono alcune caratteristiche note da sempre.
Ma lo studio evidenzia diversi fattori che hanno origini più recenti. Innanzitutto le prospettive future: tutte le previsioni raccontano di un'industria -quella dell'informazione- che tenderà a essere sempre più in contrazione nei prossimi anni. E già nell'ultimo quinquennio ha perso molti posti di lavoro. Si riducono quindi le possibilità di immaginare serenamente una carriera.
Un altro elemento negativo che ha origine con lavvento delle nuove tecnologie, racconta lo studio, è lampliamento delle mansioni, che oggi rendono il giornalista responsabile non solo dellarticolo o della parte tradizionale, ma anche della presenza -ad esempio- sui social network. E poi pesa molto anche il clima generale di incertezza».
Il peggior lavoro del mondo, L'Espresso, versione integrale su carta (non online).



Posted by g.g. | # | Media | 12/05/2013

«La cosa più frequente con il digitale», scrivevo scherzando l'altro giorno, «è dare risposte semplici a problemi complessi. Ma le risposte facili non sono mai quelle giuste. Quindi il tuo lavoro consiste nel trovare il modo di rendere semplici le risposte complesse a chi vuole risposte semplici. E questo è complesso».

Il tema di cui si discute in questi giorni (l'intervista della Boldrini) ne è un perfetto esempio. È un tema ciclico, se vogliamo, dato che sono diversi anni che la rete deve difendersi dal pensiero semplicistico della nostra classe dirigente.
Tra le tante risposte sensate puoi farti un'idea leggendo quella di Gianni, quella di Fabio, quella di Massimo. Ma ce ne sono tante.

Io posso aggiungere i miei due centesimi. La complessità del mondo digitale è molto superiore a quella del mondo analogico, quindi ci sono sempre molti argomenti sensati che non sono necessariamente in conflitto tra loro. E spesso sbagliamo quando invece di provare a renderla semplice, affrontiamo questa complessità in modo semplicistico. Lo facciamo tutti, non è facile.
Per questo, secondo me Juan Carlos coglie il nocciolo del problema quando dice che la sfida è educarci. Tutti.

Ma se il problema è semplice, la soluzione non lo è affatto. Prima di tutto perché non stiamo parlando del web, non più, ma del sistema nervoso della nostra cultura. Quindi non stiamo parlando di un manipolo di tecnocrati che difendono le proprie tecnicaglie.
Stiamo parlando, invece, di educarci alla nostra cultura contemporanea. E al modo in cui funziona.

E qui viene il vero problema. Veniamo da millenni in cui la cultura avanzava lenta, veniva codificata in un centro, distribuita alle periferie attraverso un sistema educativo regolato (scuola, università) e diventava condivisa.

Oggi invece la cultura avanza velocissima, nasce -come l'innovazione- spesso dalle periferie e non riusciamo a codificarla ma siamo -tutti- costretti ad inseguirla. A cercare di comprenderla man mano che la vediamo cambiare.

Quindi se vogliamo una soluzione, probabilmente il problema è: come ricostruiamo un sistema educativo in grado di affrontare questa nuova situazione?



Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2013

Cose scritte altrove.
«No, l'editoria non sta morendo, è solo in evoluzione. Molti autori lo stanno comprendendo e stanno cambiando il loro approccio. Gli editori tradizionali dovrebbero fare lo stesso».
La Stampa, Terza Pagina, Le verità che gli editori non vogliono ascoltare.
(E, se ti interesa, c'è anche una relativa discussione molto interessante)
Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2013

«Oggi basta strizzare l'occhio per scattare una foto», scrive Nick Bilton sul New York Times, «o muovere la testa per spegnere gli occhiali».
Stiamo vivendo un nuovo, ennesimo, passaggio importante. È di pochi giorni fa la notizia che gli smartphone oggi si vendono più dei telefoni normali. E in pochissimi anni (davvero pochi) questi aggeggi e i tablet hanno modificato il nostro rapporto con le tecnologie. E con l'informazione.
Come dicevamo spesso (di recente sull'Espresso di carta), non si tratta solo di uno scenario interessante a livello di individui, ma piuttosto di una riflessione urgente per chiunque lavori nei media, nella cultura, nella comunicazione, nel marketing.
Se cambia l'interfaccia con le informazioni (e con il mondo) cambia il modo in cui circola e si produce la conoscenza.
Così, se vuoi farti un'idea, puoi leggere il pezzo di Bilton che ha un titolo che non lascia nessun dubbio: Disruptions: Brain Computer Interfaces Inch Closer to Mainstream.
Oppure puoi leggere l'analisi di Mike Loukides, che pure ha un titolo significativo: Google Glass and the Future.

Ma ancora, per avere qualche altro spunto, ci sono le esperienze dirette.
«Sto usando gli occhiali di Google da due settimane», scrive Robert Scoble, «e non voglio toglierli mai più».
E se vuoi approfondire, c'è anche il pezzo più ampio di Co.Design. Con un altro titolo marcato sulla chiarezza: Why The Human Body Will Be The Next Computer Interface.

Ha davvero ragione Seth Godin quando dice che oggi la parte di valore del lavoro è quella difficile. Quella che gli altri non sanno fare, perché se la sanno fare tutti è una commodity. E la parte di lavoro che oggi ha valore è quella dell'innovazione.
E per chi vuole costruire una carriera in questi settori, per chi ha a che fare con la parola, con le idee, la parte difficile è sicuramente quella di capire prima degli altri come cambia il mondo. E quanto in fretta.
Ma anche capire che la tecnologia abilita nuove possibilità, però sono queste ultime -e non la tecnologia- la vera opportunità.
Sopratutto per i giovani, io credo sia una bella sfida.



Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2013

Cose scritte altrove.
«Il futuro abbraccia lo storytelling in tutte le sue forme possibili. E il nostro ruolo di narratori è quello di abbracciare il futuro in tutti i suoi aspetti»
La Stampa, Terza Pagina, Come racconteremo le storie nel futuro.
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2013

È molto interessante il dibattito che si sta costruendo intorno al ruolo della rete nella prima giornata di votazione per il Presidente della Repubblica.
Io ne ho scritto qui ieri (Chi ha paura di Twitter?) e Massimo -tra gli altri che ne hanno parlato- ha postato poi Tre argomenti contro. Da leggere.

Il quarto argomento contro è un lungo post di Fabio che si intitola Twitter, il Colle e i tecnoschiavi. Merita il tempo dell'approfondimento.

Io credo che si possa aggiungere qualcosa. Tra le tante sensate interpretazioni che possiamo dare di quanto accaduto, ce n'è una che non comprende la «quantità» di gente che usa Twitter e la rete in generale. E che non riguarda né i numeri né il fatto che la politica davvero ascolti.
Quello che a me è sembrato -e magari sbaglio- è che Twitter abbia fatto emergere un dissenso della base del PD -ma anche di suoi esponenti di un certo rilievo, come nel tweet della foto.
Questo dissenso si è trasformato in una call to action, come l'occupazione delle sedi del Pd. E si è trasformato in un segnale forte che è arrivato ben chiaro dentro l'aula, tra dissenso di insider, giornalisti e voci ascoltate.

Ora a me continua a piacere la similitudine di Luca sul tifo e sullo stadio. Secondo me il tifo si è sentito e ha esercitato -almeno su molti del Pd che hanno scelto di seguire la coscienza- una sorta di moral suasion. Si sono sentiti i fischi del pubblico.
Ora, c'è un tema spesso implicito, quando si parla di queste cose, su cui spesso ci avvitiamo. Il tifo allo stadio non determina il risultato. Ma abilita degli effetti (incoraggiamento o tensione, ad esempio). Condiziona la squadra. O meglio, può condizionare la squadra.
Allo stesso modo, certe tecnologie non determinano nulla. Abilitano.
Twitter non è stato importante perché si è sentita la folla. È stato importante perché ha fatto guardare fuori chi stava dentro.
E senza i social media, forse, quella moral suasion non ci sarebbe stata. Perché all'interno dell'aula in molti non avrebbero sentito il polso delle voci cui guardano per regolarsi.
Voci che non sono quelle dei cittadini che la politica non ascolta, o ascolta a spruzzo. Ma sono, piuttosto, le voci che la politica ascolta per capire che aria tira. E che possono -in momenti di crisi- indurla a prendere decisioni.
Ma infine, hai quattro ragioni contro e una forse a favore. Decidi tu che idea farti.



Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013

Sull'Espresso in edicola oggi (quello di carta) il NonSoloCyber toccava a me.
E si parla degli occhiali di Google, che potrebbero essere sul mercato forse già dalla fine di quest'anno.
Al solito ne incollo uno stralcio:
«L'idea dei computer indossabili non è certo nuova. Come non è nuova nemmeno l'idea della «realtà aumentata», che sovrappone un livello di informazione sulla realtà fisica.
Ma con l'investimento che sta facendo Google, seguito da altri centri importanti della nostra cultura, siamo obbligati a cominciare ad interessarci dei cambiamenti che queste innovazioni comporteranno sulla nostra vita sociale, sul nostro modo di informarci e sul nostro rapporto con quanto ci circonda.
È facile pensare che il già sottile diaframma che separa il mondo di carne e ossa dalla rete tenderà ad assottigliarsi ulteriormente. E ci sarà molto da scoprire. Ma è un orizzonte che riguarda, probabilmente, anche il modo in cui funziona la nostra cultura e la comunicazione. E quindi è una sfida da non sottovalutare anche per editori e giornali».
L'Espresso, Google mette gli occhiali, non online.



Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013

Cose scritte altrove.
I bibliotecari e i giornalisti, oggi e soprattutto nel prossimo futuro, potrebbero avere un ruolo importante nell'educazione all'informazione.
La Stampa, Terza Pagina, Il bibliotecario e il giornalista. Digitali..
Posted by g.g. | # | Media | 04/20/2013

Quasi tutti, ormai, abbiamo osservato che ieri -forse per la prima volta in Italia- la rete è stata decisiva nel decidere quello che succedeva durante l'elezione del Presente della Repubblica.
Il primo a osservarlo è stato Luca, con una moderazione che condivido. «Proprio per questo», scriveva ieri, «ci ho pensato bene prima di accettare che probabilmente quello che è successo oggi con la candidatura Marini non sarebbe successo senza internet e i social network».
E bisogna riflettere anche sulla similitudine efficace che usa: «Io credo che in queste 24 ore il parlamento abbia giocato come allo stadio: col pubblico di casa del centrosinistra che faceva il tifo, e che facendo il tifo ha fatto vincere il suo desiderio di far saltare Marini. Lo so che fa paura, perché oggi quel pubblico di casa aveva sacrosante ragioni e domani chissà (il M5S si muove già molto dentro questo chissà). Ma le riflessioni su cosa è buono e cosa cattivo sono complicate, e a me interessa soprattutto il cambiamento, se c'è».

Oggi ne parlano Cesare Martinetti (in un editoriale su La Stampa, intitolato Twitter, il tam tam che insidia la politica) e -sempre su La Stampa- Alberto Infelise con un pezzo dal titolo che non lascia dubbi: Su Twitter debutta la rivolta in diretta degli elettori del Partito Democratico.

A me viene solo da aggiungere una riflessione. Come è già stato in altri casi, Twitter -e la rete in genere, persino le mail- non sono un sistema a parte, svincolato dalla realtà fisica. Piuttosto, ne sono il sistema nervoso.
Un sistema nervoso tutto nuovo, con cui buona parte della nostra classe dirigente (formatasi in un'altra epoca, che non c'è più) sta facendo i conti.
Strumenti come Twitter aiutano a rendere esplicito -e quindi pubblico, con un impatto sulle scelte- ciò che accade nella realtà e che non sarebbe pubblico in una società a informazione più rarefatta, come ad esempio quella analogica cui eravamo abituati.
Anche perché gli stessi mass-media (dai giornali ai telegiornali) svolgono un ruolo di amplificazione.
Dietro quello che abbiamo visto su Twitter, ci sono persone, movimenti, idee che altrimenti non vedremmo. E «gambe che si muovono», come quelle dei militanti del Pd che hanno occupato le sedi del partito.
Pensavamo che fosse bastato Grillo ad insegnare alle vecchie dirigenze politiche che c'è più domanda di partecipazione e che i burocrati di partito non vivono più protetti sulle loro torri d'avorio.
Ma, nel caso non fosse bastato, forse ieri abbiamo avuto un'altra lezione.



Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Cose scritte altrove.
«Se gli editori abdicano all'innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi»
La Stampa, Terza Pagina, Gli editori sono aziende di tecnologia.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Cose scritte altrove.
Forse, come sostengono molti commentatori, non serve a nulla lavorare su posizioni di retroguardia. È invece utile cominciare a costruire una consapevolezza di come stiano davvero cambiando le regole del gioco. E serve davvero cominciare a elaborare uno scenario più realistico dei tempi contemporanei.
La Stampa Gli autori non stanno morendo. È il mestiere che cambia.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Cose scritte altrove.
«L'idea che abbiamo oggi di computer non è stata pensata per la maggioranza della popolazione. Nel giro di 5 o 10 anni avremo cinque miliardi di persone con uno smartphone in tasca. E molte di loro lo useranno come un computer, senza aver mai avuto accesso a quello che noi oggi chiamiamo computer»
La Stampa, Terza Pagina, Facebook, il computer e gli amici del futuro.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Cose scritte altrove.
«L'acquisto di Goodreads da parte di Amazon sciocca l'industria editoriale». E rafforza la potenza di Bezos sull'asset strategico dell'editoria di oggi.
La Stampa, Terza Pagina, Il controllo sui lettori.
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Cose scritte altrove.
Se non cominciamo a pensare la politica in modo coerente con il secolo in corso, il rischio di usare gli strumenti nuovi con le logiche vecchie è molto pericoloso.
L'Espresso, Media Shift, Lo streaming, la trasparenza e la buona domanda
Posted by g.g. | # | Media | 04/19/2013

Qualche giorno fa raccontavo (su La Stampa) della visione di Mike Shatzkin, convinto del fatto che ormai tutti siamo editori. L'editoria, già oggi, non è più un'industria ma una funzione.
Oggi Mike calca ancora di più la mano e dice: «Stanno arrivando molti nuovi editori». Poi insiste: «la prossima ondata sono "tutti gli altri": chiunque abbia una reputazione, un brand, un sito web».
Il post si intitola: More on atomization: why the new publishers are coming.

Sempre oggi, circola anche un'analisi interessante che continua a tracciare uno scenario che per molti insider è intuitivo: il valore dei libri, degli ebook e delle app tenderà a zero.
«Il tuo modello di business prevede di vendere contenuti?», chiede Jani Patokallio. E risponde: «Se è così preparati a veder calare i ricavi ogni quadrimestre». L'unica soluzione, dice, è lavorare su un nuovo modello di business che non preveda che qualcuno paghi per i contenuti.
Non fidarti della mia sintesi e fatti un'idea: Down, down, down: Books, e-books and apps all trending to zero.

Dicevamo che questo scenario non è una grande novità. Già un paio di anni fa -e lo citiamo spesso- Richard Nash mi raccontava che non si farà più denaro vendendo i contenuti.
Ma questo non significa, forse, che ci sarà meno lavoro per chi -giornalisti e autori- è disponibile a cambiare mentalità e a guardare alla carriera in uno spazio di 20/40 anni (invece che al passato o al presente).

Se tutti diventano editori, i brand in particolare, ci sarà molta domanda di contenuti di qualità. La scommessa è sempre quella di investire le proprie competenze sul versante autoriale e meno su quello a zero valore aggiunto (come le attività di desk, ad esempio).

E ci sono diversi segnali interessanti. Uno ce lo racconta Mauro, che dice: «Sempre più convinto che le aziende possono prendere spazi oggi occupati dai publisher. Non tanto come business model, che è ovviamente diverso da quello degli editori e dei professionisti dei media, quanto in termini di attenzione, considerazione e fiducia. Ossia quei valori decisivi prima di arrivare al portafogli delle persone».
Il post si intitola: Le aziende alle prese con i Branded Content.
Il secondo viene da Forbes, che fa pagare dai 50.000 ai 75.000 dollari al mese alle aziende, per gestire un canale sul proprio sito. La storia ce la racconta Marc Slocum su O'Reilly e io non la sottovaluterei: The media-marketing merge.

A questo punto, se è vero che editoria tradizionale e giornalismo tradizionale stanno perdendo molti posti di lavoro (e continueranno in questa tendenza), forse diventa opportuno investire sulla propria carriera in modo diverso.
Magari andando a colmare una domanda che cresce invece di una che è in declino.
La domanda di lavoro in crescita la conosciamo da anni. C'è sempre più bisogno di costruire capacità di ascolto. E per farlo bisogna essere bravi a costruire storie e narrazioni che abbiano un valore.
«Non è importante quello che hai da dire», spiega Howard A. Tullman, «se non c'è nessuno ad ascoltare». E anche qui il titolo ti spiega perché potresti dedicare qualche minuto di attenzione al pezzo: Why the Story Is Everything.
E poi, se hai voglia, c'è questa fantastica presentazione (con articolo annesso) che vale davvero la pena: 7 Lessons From the World's Most Captivating Presenters.



Posted by g.g. | # | Media | 03/27/2013

Cose scritte altrove.
«Molto presto coloro che oggi lavorano nell'editoria non lavoreranno più per editori»
La Stampa, Terza Pagina, L'editoria non è più un'industria, ma una funzione.
Posted by g.g. | # | Media | 03/27/2013

Ogni anno, quando esce il rapporto State of News Media è un po' come il compleanno di un vecchio amico cui siamo affezionati. Ne ricordiamo i fasti, ma lo vediamo invecchiare.
E con il rapporto praticamente facciamo il conto delle rughe.

Pierluca, come al solito, ne fa un ampio resoconto in italiano. Jenny Xie invece individua le lezioni da imparare che ci regala il rapporto di quest'anno. E forse quella più interessante riguarda l'allargamento della professione del giornalista al settore -in espansione- del brand content.
Il post si intitola: 5 Key Takeaways from Pew's State of the News Media 2013.
L'Atlantic, poi, coglie il punto vero. E racconta -casomai servisse ancora- come il declino dei ricavi della pubblicità su carta assomigli a un uomo che si butta dal grattacielo. Mentre la crescita dei ricavi dalla pubblicità online assomiglia a una formica che sale su una briciola di pane. Il grafico è assai indicativo.
«Man mano che crollano i ricavi», commenta Derek Thompson, «crolla il giornalismo». E intitola il pezzo in maniera forte: This Is the Scariest Statistic About the Newspaper Business Today.

Io condivido un certo pessimismo sui giornali. Ma non sono così pessimista sul giornalismo. Bisogna cominciare a pensare la professione in modo diverso, bisogna adattarsi al mondo che cambia, ma di giornalismo -soprattutto di buon giornalismo- c'è e ci sarà sempre bisogno.

Scott Smith scrive oggi di un concetto che deve farci riflettere (e che a me è caro e ne parlo spesso). Io lo chiamo «presente avanzato», lui «superdensità».
Il succo è che viviamo in un presente che è già bagnato di futuro (e cambiamento che arriva veloce). Viviamo, dice Scott, «in un momento molto denso di futuro» e dobbiamo avere la capacità di decidere oggi per scenari che arriveranno prima che che ce ne accorgiamo.
Dobbiamo adattarci in fretta, abbracciare le cose che cambiano.
E dobbiamo imparare a essere tutti futuristi, perché leggere il presente non paga. «Nel 2013», conclude, «abbiamo il futuro già in tasca e dobbiamo essere capaci di trovargli un senso». Il pezzo, da leggere e rileggere, si intitola: Everyone Is A Futurist Now.

Siamo obbligati a cambiare mentalità. E approccio. Il problema è sempre lo stesso: retribuire il lavoro del giornalista quando i giornali ci riescono sempre meno e tenderanno a non riuscirci quasi per nulla. La soluzione è sempre più difficile. Joshua Grillin, su Poynter, racconta di come una parte sempre maggiore del lavoro venga fatta gratis: Reporters say they're now being required to do entirely too much work for free.

Io, personalmente, sono convinto che in futuro ci saranno anche le sottoscrizioni. Solo che non si sottoscriveranno le testate, ma le singole voci dei giornalisti. Quelli che sapranno costruire una loro capacità autoriale che dia vantaggio ai lettori e alla qualità dell'informazione.
Quelle che anche i giornali avranno interesse a pagare.
Magari sbaglio, certo. Ma c'è questo articolo molto interessante su Forbes che può aiutarci ad allargare la prospettiva. «Bisogna costruire un ponte», scrive Lewis DVorkin, «che aiuti i giornalisti a trovare il loro futuro sociale e digitale».
«Io credo», conclude, «che viviamo in tempi eccitanti per i giornalisti di talento che hanno voglia di aprire le loro menti e sperimentare modelli di lavoro diversi».
Leggi tu stesso: Journalists Need to Explore New Payment Models.

Posted by g.g. | # | Media | 03/19/2013

Te lo dico da laico: è stato emozionante in un modo che non immagini.
Nonostante il freddo, le tante ore in piedi con l'umidità che ti corrodeva i muscoli (abbiamo assistito, con mio padre, a tutte le fumate), è stata davvero forte la sensazione di stare in mezzo a una folla contenta e sorridente, disponibile ad aiutarsi e a sopportare insieme i disagi della pioggia e della calca.
Il Post ha ripubblicato, con un commento, la foto della piazza piena di smartphone e tablet. Il pezzo si intitola Perché il confronto fra le foto di piazza San Pietro è un po' impreciso.
Io, a vederla da lì, posso garantire che davvero quando cercavi di guardare la fumata, o il Papa o il maxischermo, dovevi cercare un angolo di visuale che dribblasse gli schermi sollevati in alto. Nonostante gli ombrelli e la pioggia battente.

Poi c'è stato un fatto buffo. Tornando in auto verso casa, in autostrada, la sera abbiamo ascoltato i commenti su Radio 1 RAI e in generale si rifletteva sul fatto che la piazza fosse ammutolita quando ha sentito il nome del Papa. Perché non se lo aspettava, era l'ipotesi.
La realtà dei fatti è un po' più divertente. Il problema era che l'annuncio era stato fatto molto velocemente e nessuno -nessuno- aveva capito chi fosse il nuovo Papa.
Tra l'altro eravamo isolati, per cui non funzionava la rete cellulare, né la rete dati. Non si riusciva a comunicare o a ricevere notizie dall'esterno (a parte l'sms di gioia che mi ha mandato Antonio, che però deve usare una rete ultraterrena, un po' come i trasmettitori di Radio Maria).

Oggi abbiamo la ricostruzione raccontata da lui. Ma di fatto, per quasi mezz'ora nessuno sapeva chi fosse questo Papa. Davanti a me c'era una troupe di una televisione sudamericana che consultava un giornale coi profili, per cercare di capire. E chiedeva a tutti sperando che qualcuno avesse un'idea.
Nel nostro settore si oscillava tra chi aveva capito Scola e chi un non meglio precisato «l'americano».
Poi, piano piano, si è diffusa la notizia che fosse «l'argentino». Io e mio padre ne abbiamo scoperto il nome solo dopo esserci allontanati dalla piazza, quando Internet ha ricominciato a funzionare.
Però, nonostante questo, tutti avevamo capito che il nuovo Papa si chiamava Francesco. E la folla gridava Fran-ces-co, Fran-ces-co, come allo stadio.
Ed è stato emozionante sentire che un Papa inizia a parlarti con una battuta (quella che avete letto sui giornali), che dal vivo suonava ancora più informale che mai, in quell'atmosfera. Qualcosa tipo: «Hey, mi hanno pescato alla fine del mondo».
E poi, quando tutto ci sembrava finito e ci stavamo muovendo per anticipare il deflusso dalla massa, abbiamo sentito -dandogli già le spalle- il Papa che ci diceva «Buonanotte».
Posted by g.g. | # | Media | 03/16/2013

Cose scritte altrove.
Google chiude il Reader, «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». E forse accelera la decadenza di un formato aperto che ha segnato lo sviluppo della rete.
La Stampa, Terza Pagina, La morte di un lettore.
Posted by g.g. | # | Media | 03/16/2013

Cose scritte altrove
Riesco ad appuntarmelo solo ora, più per promemoria mio che per altro. Sull'Espresso in edicola la scorsa settimana (quello di carta) il NonSoloCyber toccava a me.
E nel pezzullo raccontavo di una ricerca americana che comincia a considerare «più normale» essere su Facebook che non esserci.
Riporto, come al solito, un estratto.
«Al di là dello studio in sé -che avrebbe bisogno di maggiori evidenze scientifiche- il ragionamento è ormai intuitivo. Se tutti -o quasi- hanno innestato il popolare social newtork nel centro nevralgico della propria vita sociale, la prospettiva tradizionale può essere rovesciata. In fondo diventa "normale" ciò che è più frequente. E ciò che lo è molto meno comincia ad apparire "anormale" o almeno eccentrico.
Per questo gli studiosi cominciano a vedere l'attività su Facebook come un riflesso di una vita sociale sana. "Internet", dice lo psicologo Christopher Moeller, "è diventato una parte naturale della nostra vita"».
L'Espresso, non online, Sei su Facebook? Sei normale
Posted by g.g. | # | Media | 03/16/2013

Cose scritte altrove.
«Google ha sommessamente annunciato la morte del giornalismo il 21 febbraio 2013. E Facebook ha scritto il suo epitaffio il 7 marzo». Ma per il giornalismo è solo una sfida di evoluzione.
La Stampa, Terza Pagina, La morte del giornalismo è un po' esagerata.
Posted by g.g. | # | Media | 03/16/2013

«La verità», scrive Humair Haque sull'Harvard Business Review, «è che le Grandi Idee spesso non sono soluzioni. Anzi, al contrario, molte delle Grandi Idee sono problemi».
L'articolo è -come spesso accade su quelle pagine- particolarmente denso e illuminante. E se ci pensiamo bene potremmo estenderlo ai concetti di ricerca e innovazione, il cui compito spesso (e contrariamente al senso comune) è quello di generare nuove domande e non nuove risposte.
Cambiare il modo in cui ci rapportiamo alle idee, nel mondo di oggi, è una scelta di strategia.
«La nozione per cui le idee sono importanti», conclude Humair, «non deve basarsi sulla semplificazione che ci porta a dire: "risolvono i nostri problemi". Piuttosto, sono importanti perché ci mettono di fronte a nuove sfide»
Lettura davvero consigliata: Let's Save Great Ideas from the Ideas Industry.
Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2013

Cose scritte altrove.
Perché ci interessa discutere e immaginare il presente come un percorso.
E non più -come nel XX secolo- come una piazza.
L'Espresso, Media Shift, Il futuro sotto la curva.
Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2013

Cose scritte altrove.
Perché i «messaggini» sono un fenomeno interessante e utile. E perché non dobbiamo preoccuparcene.
La Stampa, Terza Pagina, Parlare con le dita.
Posted by g.g. | # | Media | 07/03/2013

La mia analisi sul voto l'ho scritta cercando di superare -come provo sempre a fare- le beghe di breve periodo. E provando a costruire uno scenario.
Il mio ragionamento postula un'ipotesi in cui dalle bastonate i partiti imparano e poi, finalmente, innovano. Si intitola, con un po' di speranza, Perché forse abbiamo vinto tutti.

La mia riflessione può essere arricchita da qualche altra lettura. Il direttore di Reset fa due osservazioni interessanti. La prima è quella che dà una dimensione alla lezione da cui imparare: «In queste elezioni il Pd, da solo senza SEL, ha preso alla Camera 8milioni e 642.700 voti; alle politiche del 2008 ebbe più di 12 milioni, esattamente 12.095.306, da solo senza Di Pietro. Ne ha persi dunque per la precisione 3.452.606».
E la seconda descrive con precisione la causa: «La vocazione conservatrice della vecchia sinistra italiana a una politica di "manutenzione" del suo consueto elettorato ha prevalso su tutto il resto. L'avventura del cambiamento è una prospettiva che si è preferito lasciare ad altri, con i risultati da incubo, che ora abbiamo davanti agli occhi».
Il pezzo si intitola: Perché lo sconfitto è il Pd di Bersani.

Ora, io non mi interesso di politica in senso stretto, di correnti, di candidati. A me interessano le idee e il senso di futuro, mi interessa che il Paese smetta di abdicare alla ricerca, all'innovazione.
Così, dicevo scherzando qualche giorno fa, «A sinistra di Renzi c'è solo il XX secolo».
Il senso di questa boutade, se vogliamo, lo spiegava Bruce Sterling in un'intervista, tempo fa, dicendo che nel mondo moderno -ad di là della sinistra e della destra- non siamo più certi di chi siano i conservatori. Perché ci sono due problemi non risolti: l'innovazione di processo nella politica e la necessità di pensare una sinistra con idee coerenti con il XXI secolo. Tocca lavorarci e subito.

Così, da elettore di sinistra, uno che ha sempre votato tutto quello che c'è stato tra il PCI e il PD -passando per la gioiosa macchina da guerra di Occhetto e arrivando a Bersani qualche giorno fa- io mi auguro che a questo punto si cominci a imparare. E si costruisca una sinistra da secolo in corso.
Non so se sia questione di leader, nè di dimissioni dell'uno o dell'altro. Credo sia piuttosto una questione di visione e di idee, di cultura politica. Cominciamo a costruire una sinistra coerente con i linguaggi e i processi del contemporaneo. Anche qui tocca lavorarci. Facciamolo, magari, tutti insieme.
La lezione c'è, è davanti a noi.
Se ci avessero detto, prima del voto, che avremmo letto una headline tipo: «Il PD propone un accordo a Grillo», l'avremmo presa per satira.
E l'epilogo, buffo e facilmente immaginabile, è un contrappasso che nemmeno Dante avrebbe saputo architettare, ma che descrive bene lo stato del cambiamento.
Grillo risponde di no.
Da un blog.
Posted by g.g. | # | Media | 01/03/2013

Cose scritte altrove.
Nel digitale, pur salvando il meglio della storia del giornalismo, bisogna adattare le nuove regole -e la nuova prospettiva- ai modelli di funzionamento del nuovo ecosistema delle notizie.
La Stampa, Terza Pagina, 4 spunti pratici sul nuovo giornalismo.
Posted by g.g. | # | Media | 01/03/2013

Cose scritte altrove.
Gli occhiali di Google sono «oggetti un po' nerd, un po' cool. Ma ci stanno mostrando una parte di futuro». Gli editori sono avvisati.
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro arriva rapido, e sempre in modi misteriosi.
Posted by g.g. | # | Media | 01/03/2013

C'è questo vecchio saggio di Cody Brown, del 2009, che racconta l'evoluzione del giornalismo vista attraverso il New York Times. Ed è ancora oggi un saggio carico di stimoli per riflettere su come cambia la relazione del pubblico con le notizie.
Anche il titolo è bellissimo (purtroppo non riesco a trovarne una versione completa): A Public Can Talk to Itself

Giova ripeterlo, era il 2009. Ma c'è un passaggio che -soprattutto in questi giorni di campagna elettorale- descrive in modo molto preciso la nostra maniera di essere cittadini con voce pubblica.
«Se qualcuno con un nuovo account su Twitter fa una domanda a un senatore», argomenta Cody, «la probabilità di avere risposta è pari a zero». E spiega: «questo non succede perché i nuovi media sono inefficaci. Piuttosto accade perché il collaboratore del senatore (o chiunque gestisca il suo account Twitter) può guardare il tweet e rilassarsi. Probabilmente capisce subito che non sarà un problema se non risponde. Oppure, in caso contrario, se chi fa la domanda ha migliaia di follower -e la domanda magari viene ritwittata da molte altre persone- potrebbe sentire la pressione e rispondere esattamente come farebbe con un giornalista».

Io non ho mai creduto che i numeri facessero reputazione. La quantità di follower su Twitter è un dato facile da drogare, e non solo «comprandoli». I più attenti, infatti, non guardano il numero assoluto, ma guardano la ratio, ovvero il rapporto tra quanti segui e quanti ti seguono. O, meglio ancora, non si lasciano condizionare da questo dato.
A me in generale -sia che si parlasse anni fa delle classifiche dei blog o più recentemente di Klout- non convince la correlazione tra numeri e reputazione. Anzi, io ripeto sempre la vecchia battuta americana (aggiornandola a Obama): «Ho un blog: ho 3 lettori. Ma quei lettori sono Obama, Bill Gates e Steve Jobs. Sono o non sono mainstream?»
(okok dovrei aggiornarla anche su Steve Jobs).

Sui grandi numeri però, la quantità di follower resta un marcatore importante. Il punto è: non riusciamo a misurare la qualità delle relazioni. Ma la questione interessante che pone il ragionamento di Cody, è che la stragrande maggioranza delle persone valuta il nostro rapporto con gli altri su Twitter in funzione di quella che chiamerei la «nostra capacità di distribuzione dei contenuti».
È una sorta di impact factor banalizzato delle nostre opinioni, del nostro essere pubblici. Un potenziale di distribuzione che i numeri mostrano in maniera grezza e che potrebbe essere calcolato meglio.
Ci sono domande che nel profilo di Twitter non hanno una risposta limpida. Quanto pesano le reti dei nostri follower?. Quanto ci danno attenzione (mettendoci nelle liste eccetera) e quanto ci redistribuiscono?.

Al di là degli studi e delle ricerche, al di là dell'esame dei dati (spesso messo a punto da gente in gamba come Vincos), resta -secondo me- il fatto che il numero di follower, nel descriverci pubblicamente, conta quasi quanto la bio. Per qualcuno, anche più della bio.
È la prima informazione che guardiamo; è intuitiva, per quanto grossolana, e alla fine ci definisce con la potenza di «una prima impressione».
Twitter, forse, con i dati che ha potrebbe lavorare su questo aspetto. E io -magari sbaglio- credo che, man mano che parte della vita pubblica si sposta online, questo tema diventerà sempre più interessante e cruciale per raccontare l'idea moderna di partecipazione.
Proprio perché, se lo guardiamo in termini di capacità distributiva (almeno potenziale), è un indicatore della portata delle nostre opinioni di cittadini e un descrittore della nostra identità.
E mi sembra un versante su cui abbiamo molto da lavorare. E da riflettere.
Posted by g.g. | # | Media | 02/20/2013

Cose scritte altrove.
Con il digitale «i media oggi devono essere capaci di inventare il loro nuovo "genere" giornalistico»
La Stampa, Terza Pagina, Perché è necessario un nuovo giornalismo.
Posted by g.g. | # | Media | 02/20/2013

Cose scritte altrove.
Non mi era mai capitato di scrivere un articolo sulla mia città. Poi, come sempre accade, le cose capitano.
E forse è un articolo che si applica facilmente a molte piccole città italiane. E a chi si interessa di smart city.
Il Quotidiano della Basilicata, Potenza, città contemporanea.
Posted by g.g. | # | Media | 02/20/2013

Ci pensavo l'altro giorno, quando una mia amica mi ha detto di aver comprato uno dei miei libri.
Mi è sembrato buffo, come se in realtà quei libri (i miei libri) appartenessero a un'altra vita. E mi sono chiesto perché. E forse sono pure riuscito a spiegarmelo.

Sono diversi anni che non scrivo un libro e per una serie di circostanze non credo che ne scriverò mai più uno, a meno che non mi metta a scrivere romanzi (cosa possibile, certo, ma abbastanza improbabile).
In questo tempo che è passato dall'ultima «pubblicazione», sono cambiate tante cose nell'editoria. E mi è capitato di viverle in prima persona. Due soprattutto.

La prima è stata seguire (e raccontare per La Stampa e altri) il grande cambiamento che sta vivendo l'editoria nel suo passaggio al digitale.
La seconda è stata l'esperienza di tre anni da direttore editoriale con 40k e la familiarità con il concetto che poi Amazon avrebbe semplificato bene lanciando i singles: «idee alla loro lunghezza naturale».

Così se oggi dovessi scrivere un altro saggio, non penserei a farlo di carta perchè probabilmente circolerebbe meno del digitale (per una serie di ragioni). E quando scrivi un saggio la cosa che ti interessa di più è regalare il miglior destino possibile alle tue idee. E farle circolare, aprirci una conversazione intorno. Magari emendarle e migliorarle con il contributo dei commenti.
Ma soprattutto, se dovessi farlo, non userei un editore. Posso farlo perché -da buon dinosauro che usa Internet da 17 anni- ho una platform discreta in rete, un sistema di networking che funziona decentemente e saprei come procurarmi in proprio le competenze di squadra necessarie per realizzare un prodotto di buona qualità editoriale (dall'editing al proofreading, alla cover art).

Questa scelta mi consentirebbe di avere controllo sul mio lavoro, così come sui ricavi (Amazon paga il 70% contro la media del 25% dei migliori editori). E mi consentirebbe di non essere obbligato a scrivere un certo numero di pagine per far fronte agli obblighi di foliazione di un libro. Idee alla loro lunghezza naturale.

Però, soprattutto, c'è un soprattutto.
Razionalizzare queste cose mi ha aiutato a rendermi conto che essere stato sulla frontiera dell'editoria in questi anni ha modificato molto la mia idea di cosa significa essere «autore» e la mia idea di cosa sia un «libro». E non riesco più a convincermi che i due concetti siano correlati.
L'autore oggi è sempre più una persona che fa circolare idee che altri ricordano. E lo fa a prescindere dal medium su cui le veicola. Medium che può essere un blog, un giornale, un social network dove si apre un dibattito.
In un mondo con i costi di pubblicazione e di distribuzione che tendono a zero, almeno per la saggistica, sono le idee (e non il supporto) a fare l'autore.

Ovviamente non pretendo che tu mi condivida. È una scelta che dipende da tante variabili: obiettivi, aspirazioni, predisposizione, gusto per la sperimentazione.

Ma nell'universo anglofono il percorso di cambiamento di prospettiva che ti sto raccontando, quello mio personale, lo hanno fatto in tanti. E il «nuovo modo di stare al mondo» per gli autori è sempre più codificato.
Così, per farti un'idea, puoi partire da un bel post di Guy Kawasaki che fornisce un sacco di spunti.
Il più importante, se vuoi entrare in questa logica, secondo me è il punto numero 4: «comincia a costruire la tua platform in rete molto prima di scrivere il libro». Ma nota anche che la prospettiva di Guy è molto disegnata per le dimensioni del mercato americano (infatti suggerisce di investire almeno 10.000 dollari in una campagna di marketing e PR).
In Italia va rivisto un po' il contesto. Ma il problema vero non è più «pubblicare» o «distribuire», quanto far conoscere l'esistenza del libro a chi potenzialmente è interessato.

C'è poi la considerazione sul fatto di fare anche un'edizione di carta. Guy consiglia di farla, io personalmente -guardando a come funzionano da noi le cose- credo che serva sempre meno. Soprattutto se vuoi far circolare le tue idee. La carta è difficile da distribuire e in Italia se non sei Vespa (o qualcuno dei pochi altri) il numero di copie vendute in media per un saggio non giustifica l'impresa.
Ma anche qui, sono probabilmente preferenze personali e «vizi da frontiera».
In ogni caso il post è una buona lettura: The Top Ten Mistakes Writers Make When Self-Publishing a Book.

Potresti poi leggere, per completare una panoramica, un bel pezzo di Damien Walter sul Guardian che riflette sul concetto di «autore artigiano» e suggerisce che il «self-publishing sta diventando la norma per una nuova generazione di scrittori».
Si intitola: Piracy is yesterday's worry for today's 'artisan authors'.

E merita anche la risposta che lo stesso Guardian dà a Damien, avvisando che il self-publishing potrebbe non essere così facile come sembra. E non lo è: far conoscere il tuo libro è sempre più difficile.
Ma il pezzo -che si intitola appunto Attention 'artisan authors': digital self-publishing is harder than it looks- si conclude in un modo che mi piace: «Il futuro non sta arrivando. È già qui da un po'».
Twitter: @gg.
Posted by g.g. | # | Media | 04/02/2013

Cose scritte altrove.
Già oggi l'editoria è ibrida, tra carta e digitale. Ma la vera domanda è «quando arriverà il momento in cui la carta non sarà più sostenibile?»
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro della carta.
Posted by g.g. | # | Media | 04/02/2013

Uno dei temi che il digitale mette continuamente in agenda è il rapporto con le nostre capacità cognitive e con il modo in cui apprendiamo.
Pierre Lévy segnala questa lettura, che mi pare interessante: Want to Remember Everything You'll Ever Learn? Surrender to This Algorithm
A margine, nella colonna di sinistra, c'è una lista di articoli (sempre di Wired), che vedi nella foto (ingrandisci) e che costruisce quello che mi pare un buon promemoria.
Sono tutte riflessioni su come cavare il meglio dalla nostra testolina.
I miei preferiti sono: 1. Distraiti, 3. Scegli le informazioni migliori, 12. rallenta.
Ma il più affascinante è sicuramente il 9: abbraccia il caos.
Lo speciale lo trovi qui: Get Smarter: 12 Hacks That Will Amp Up Your Brainpower
Posted by g.g. | # | Media | 01/27/2013

L'altro giorno avevo scritto per La Stampa un pezzo su come il cinema stia utilizzando le micro-critiche su Twitter per lanciare e promuovere i film.
Al di là dell'articolo, sono state utili alcune reazioni che in qualche modo ragionavano sul ruolo del critico.
Poi stamattina ho trovato un link interessante e -come al solito- te lo giro.
Il punto, forse, è che la critica accademica non è certo morta, ma ha cambiato ruolo e non ha più la funzione di scoperta e guida per il pubblico.
Esattamente 20 anni fa mi stavo laureando in letteratura spagnola e stavo scrivendo una tesi su Antonio Machado. E già allora emerse una mia particolare idiosincrasia per certe pratiche, che hanno a che fare anche con il modo in cui parliamo di libri.
Ricordo di aver rubato -parafrasandola e forzandola un po'- una genialata a Clifford Geertz e di aver scritto che «la critica letteraria è una licenza intellettuale di caccia di frodo» . Era il 1993.
Poi, nel tempo, ho cominciato ad apprezzare (per diverse ragioni) sempre di più i «pareri degli altri» lettori e a schivare con buon metodo il lavoro dei critici. E mi è capitato di scriverne, qualche volta, ma senza mai mettere a fuoco bene il motivo della mia resistenza.
Alla fine ho trovato questa osservazione di Carlo Mazza Galanti che mi aiuta a razionalizzare. E che, secondo me descrive bene come il valore della critica accademica sia (oggi che ci sono alternative) destinato a rimanere nell'ambito degli studiosi e a essere poco di aiuto ai lettori.
«Perché gli accademici», scrive Carlo, «non sono abituati al corpo a corpo con il testo: lo osservano da distanze, siderali o microscopiche, che non facilitano certo l'empatia che uno scrittore vivente potrebbe richiedere a una lettura critica della propria opera».
E rincara la dose: «Non solo, nella complessa attrezzatura concettuale che li circonda, incapaci di quell'empatia, questi critici (che forse preferirebbero essere chiamati soltanto studiosi) neppure assorbono il benefico influsso dello stile che deriva per virtù naturale da una lettura disinteressata».
Ovviamente, al di là di quanto ha colpito me, il ragionamento di Mazza Galanti è più ampio e porta tesi sue. Ma fatti da solo la tua idea: Sulla Critica - Strascichi dell'Italogenerone.
Posted by g.g. | # | Media | 01/22/2013

Cose scritte altrove.
Una pubblicità dell'ultimo film di Ewan McGregor utilizza i tweet degli spettatori. «I TwitCrits sono qui per rimanere», dice L'Independent. Ma i critici professionisti rispondono.
La Stampa, Terza Pagina, La critica corre su Twitter.
Posted by g.g. | # | Media | 01/22/2013

Cose scritte altrove.
Twitter sta diventando la «moneta corrente della Tv». E sempre più persone la guardano utilizzando anche il «secondo schermo».
La Stampa, Terza Pagina, La televisione, sempre più fuori dalla televisione.
Posted by g.g. | # | Media | 01/22/2013

«I grandi gruppi editoriali che pubblicano quotidiani di carta», scrive Henry Blodget, «stanno combattendo per soli 10 minuti di attenzione al giorno dell'americano medio».
Secondo Henry, il numero più importante per descrivere lo stato del mondo delle news è 70, esattamente quanti sono i minuti che un americano in media dedica a informarsi.
Di questi 70 minuti la Tv ne conquista 32, l'online 13 (in crescita rapida) e la carta 10 (in discesa a precipizio).
Sono, tra l'altro, dati del 2010. Non saranno forse il «numero più importante» ma servono a fotografare la profonda disparità tra il risultato e gli sforzi e gli investimenti necessari per stampare e distribuire un giornale di carta.
Prendila con beneficio di inventario e fatti un'idea: And Now For The Most Important Number In The News Business....
E, se ti avanza qualche minuto, dai un'occhiata anche qui: The Transformation of Newspapers to Multi-Media Publishers.
Posted by g.g. | # | Media | 12/01/2013

Iera sera la trasmissione di Santoro con Berlusconi è stata, a suo modo, abbastanza istruttiva. Chi l'ha seguita anche su Twitter, probabilmente, ne ha colto diversi lati divertenti. O grotteschi. O interessanti.
Al di là di quanto abbiamo visto ieri, a me continuano a girare in testa alcune considerazioni sulla relazione complicata tra politica e televisione.
Le condivido, magari le emendiamo e le miglioriamo insieme.

1. Intrattenimento vs Informazione.
A parte rare eccezioni, la televisione non è il luogo dove fare informazione su temi complessi. Non lo è quasi mai per la politica (nei talk show quanto meno, che non a caso si chiamano show).
Questo accade per diverse ragioni: i tempi televisivi, la necessità di mantenere viva l'attenzione, i toni pacati che non fanno spettacolo, le opinioni non radicali che non fanno notizia, eccetera.
L'insieme di fattori genera uno schema comune a tutti i format. Funziona l'affermazione più efficace dal punto di vista comunicativo, e non quella più aderente ai fatti. Prevalgono tecniche retoriche come lo Straw Man Argument, e vince chi attacca la persona e non chi ragiona sui temi. Perché è sempre più facile.
Però, ecco, a me continua a piacere una vecchia idea di cui discutevamo già anni fa con Sergio, Mario e altri.
L'idea è semplice: una redazione che, a fine trasmissione, fa fact-checking sulle affermazioni dei politici e ricorda al pubblico cosa è vero, cosa è demagogia e cosa è una semplice balla elettorale.
(In rete questa operazione è più facile. Se vuoi approfondire dai un'occhiata a Pagella Politica e a FactCheck.it).

2. Il pollaio.
Una cosa che impari, quando giri per conferenze, è che se ti chiedono di parlare di un fatto complesso in 15 minuti (o meno), la sfida diventa davvero grande. Nei tre minuti di tempo televisivo è ancora peggio.
Oltre alla semplificazione cui vengono obbligati i politici, la tendenza allo scontro e ad alzare i toni crea un effetto pollaio. Qui la sensazione è davvero molto personale, forse, ma io ogni volta che guardo una di queste trasmissioni ne esco con un'idea molto povera della qualità politica italiana.
Quanto dipende dai format e quanto dipende dalla statura della nostra classe dirigente? E poi, quanto questi format fanno emergere personaggi radicali e polemisti a discapito della pacatezza da statisti?
Non ho una risposta certa.

3. Efficacia.
Il pubblico televisivo è un'altra variabile importante per considerare gli effetti della televisione sulla percezione politica che abbiamo.
C'è una minoranza crescente che oggi segue la televisione anche su Twitter, esponendosi per natura del mezzo a un'esplosione di senso critico. (Quando segui una trasmissione su Twitter hai un sacco di altre persone che ti forzano a vedere le cose anche da punti di vista diversi).
Ma in media non è così. Una cosa che mi sono sempre chiesto e se tutti coloro che in Tv accusano l'avversario di demagogia si rendano conto di un fatto banale: il pubblico che accetta gli argomenti demagogici difficilmente comprende il concetto di demagogia. E forse ha un'idea oscura anche del significato della parola.
Lo schema del talk-show favorisce la rissa (ne fa quasi il suo contenuto spettacolare), la battuta, lo slogan, l'alzata di voce.
Anche qui, secondo me, andrebbe immaginato un format che elevi il livello del dibattito politico, con strumenti per spiegare e rendere comprensibili i fatti complessi.
Magari non è così facile, ma aiuterebbe.

4. Par condicio.
Ne comprendo perfettamente l'utilità e sono il primo a considerare fondamentale che tutte le opinioni abbiano la stessa possibilità di essere espresse. Ma la par condicio gestita su criteri quantitivi non è necessariamente il miglior modo per garantire questo diritto.
Su questa cosa c'era uno spunto di Telmo Pievani che forse vale la pena di ripescare.
Per qualsiasi dibattito, scriveva, si invita l'evoluzionista ma anche il creazionista, il laico e il clericale, l'astronomo e l'astrologo.
E poi conclude: «Poco importa se poi uno argomenta una tesi condivisa dal 99,9% degli scienziati, mentre l'altro rappresenta soltanto la propria idiosincrasia del momento. Il pubblico non se ne accorgerà, penserà che la comunità scientifica sia spaccata a metà e che quindi le ragioni degli uni e degli altri si equivalgano».
Anche per la politica vale lo stesso schema. E forse è un'altra cosa su cui potremmo provare a riflettere. Con qualche beneficio per il mondo in cui viviamo
Twitter: @gg
(L'immagine è uno screenshot preso da qui)
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013

Cose scritte altrove.
Su Andrew Sullivan e sul rapporto diretto tra giornalista e pubblico.
L'Espresso, Media Shift, Il giornalista di domani.
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013

Cose scritte altrove.
Il tradizionale pezzo di scenario di inizio anno. (Tradizione che va avanti dal 2007).
Apogeonline, L'Internet del 2013.
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013

Cose scritte altrove.
Con le piattaforme mobili, che creano facilmente un'audience di massa, la fotografia digitale è diventata un campo di battaglia e uno scontro di innovazione. E siamo solo all'inizio.
La Stampa, Terza Pagina, La guerra delle foto.
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013

Per chi si informa su come sta cambiando il mondo non è una grande novità. Se ne parla tantissimo.
Per citare solo gli ultimi link, Bruce Sterling raccontava l'altro giorno che «il suo lavoro è cambiato appena ha capito cosa comportava Internet».
O tra i consigli per il nuovo anno, si legge continuamente che tutto è solo nuove skill o, ancora, che sopravvivere nel giornalismo significa essere capaci di lavorare sulle skill ibride (via Sara).

Qualche tempo fa avevo iniziato a prendere degli appunti per un ebook intitolato «Lettera a un giornalista di carta».
Non so se lo finirò mai (onestamente non credo) ma visto che siamo all'esordio del nuovo anno ed è tempo di buoni propositi, forse può essere interessante condividere l'inizio della mia bozza. Perché riguarda più di tutto quella che -secondo me- è la questione centrale: se cambia la cultura, dobbiamo cambiare mentalità.

Prendila davvero come una bozza e non aspettarti una conclusione (sono le prime pagine di un testo pensato per essere più lungo e molto divulgativo). Ma -soprattutto- considera che se c'è qualcosa su cui riflettere, quel qualcosa è nella similitudine che ci regala Crichton. Che è davvero istruttiva.

***

IL DATO E IL METODO

Ascolta. L'argomento non è dei più facili.

Lo prenderò un po' alla larga, perché l'età che stiamo vivendo è diversa da tutte le precedenti. Viviamo in un mondo ricchissimo di informazione, in cui il dato, la nozione, sono una commodity. E in cui tutto cambia così velocemente che l'unica via è costruirci un metodo per interpretare la continua innovazione e restare abitanti -a pieno titolo- della conteporaneità.

Per sopravvivere nel passaggio dal dato al metodo non servono manuali. Servono categorie interpretative. Strumenti di analisi culturale e intellettuale che ti facciano leggere le tendenze e che ti rendano capace di reagire prima degli altri. E meglio degli altri.

Categorie interpretative, dunque. Io qui provo a condividere le mie, che non sono probabilmente le uniche possibili, sono solo le migliori che ho.

Ma se cerchi un manuale, forse è inutile perder tempo ad avventurarti su queste pagine. Ce ne sono tanti in giro. Ho solo un consiglio: se ne cerchi uno, cercalo appena pubblicato. Perché i manuali sul giornalismo, in questi tempi veloci, invecchiano prima delle farfalle.

Se vuoi il mio consiglio, per quello che vale, lavora sul metodo. Costruisciti gli strumenti per interpretare l'innovazione continua cui un giornalista -giovane o vecchio stile- non può più sottrarsi.

GIORNALISTI A CAVALLO

In un famoso romanzo di Michael Crichton, per una serie di eventi narrativi, due storici si trovano catapultati in pieno medioevo, durante i torbidi eventi della guerra dei cent'anni. La beffa della trama li porta a doversi fingere cavalieri e a partecipare ad un torneo, uno di quelli con lancia e spada.

Miracolosamente sopravvivono e si allontanano dall'arena per rifiatare sulla riva di un fiume. Da lì vedono una serie di arcieri che si allenano in maniera sistematica, colpendo con veloci raffiche una serie di bersagli lontani almeno duecento metri.

Sono due culture che si scontrano. L'innovazione tecnologica ha abilitato un nuovo modo di combattere. Le cariche dei cavalieri vengono sistematicamente falciate dalla pioggia di frecce che gli arcieri riescono a scoccare a ripetizione.

I cavalieri reagiscono a loro volta con la tecnologia: rinforzano le armature e bardano i cavalli con protezioni, ma la loro resta una battaglia persa. I cavalieri non possono resistere a un tale fuoco di sbarramento. Uccide molti di loro e uccide anche i cavalli. Per questa ragione gli inglesi smontano da cavallo e combattono mentre i francesi vengono decimati prima ancora di avvicinarsi.

«Perché i cavalieri francesi non cambiano tattica?», chiede uno dei due storici. «Non vedono i risultati?»

«Li vedono, certo», risponde l'altro. «Ma cambiare tattica significa la fine di tutto un mondo, di una cultura».

I cavalieri sono tutti nobili e la cavalleria è il loro stile di vita. Devono comprare almeno tre cavalli, mantenere paggi e servitù, essere determinanti in battaglia e tenere vivo il codice d'onore.

Gli arcieri, invece, spiega lo storico, «non sono nobili. Vincono grazie alla coordinazione e alla disciplina. Non devono avere doti di particolare coraggio. Ricevono un salario e svolgono un lavoro. Eppure sono il futuro in campo bellico. Truppe pagate, disciplinate e anonime. La cavalleria è finita».

IL GIORNALISMO E L'ARTE DI SCOCCARE LE FRECCE

«ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia; proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto» [Francesco Guccini, Don Chisciotte]


Certo, l'accuratezza storica del racconto di Crichton potrebbe essere arricchita. La tecnologia ha sempre abilitato modi nuovi di combattere. L'invenzione di particolari come la staffa ha avuto esiti importanti sul modo di cavalcare e stare in battaglia.

Ma la fotografia che fa il romanzo, con l'osservazione degli arcieri nell'arena del torneo, tempio e talk-show (permettimelo) della cavalleria, descrive qualcosa di molto più profondo. Non ha nulla a che vedere con combattimenti e sorti della guerra: é un'istantanea nitida e significativa di un cambiamento culturale. Della fine di un'era così come i suoi abitanti la conoscevano. E dell'incapacità dei cavalieri di accettare le nuove regole.

I cambiamenti culturali sono una costante nella storia dell'uomo. Accadono continuamente, ma spesso in maniera lenta, con piccole evoluzioni, con tempi rarefatti. Tra gli eventi narrati da Crichton e la parodia della cavalleria del Don Chisciotte passano secoli. Così come dall'invenzione della stampa agli effetti che ha portato sulla cultura.

McLuhan raccontava - già molti anni fa- di come la Francia, che aveva interiorizzato la cultura della stampa, ha avuto la Rivoluzione Francese e l'illuminismo. Mentre l'Inghilterra, legata profondamente alla tradizione orale delle common laws non ha vissuto le stesse spinte. Ma anche qui ci sono voluti secoli.

E ce ne sono voluti ancora di più per il passaggio dall'oralità alla scrittura. E per quello dalla scrittura alla stampa.

Però la nostra cultura accelera inesorabilmente. Ci sono diversi video in rete (ad esempio la serie Did You Know su Youtube) che raccontano attraverso i dati la velocità del cambiamento. Io li uso abitualmente con gli studenti alla prima lezione, e osservo le loro facce colpite quando scoprono che molti dei lavori più richiesti oggi non esistevano solo una manciata di anni fa. O che stiamo preparando i nostri ragazzi per lavori che oggi non esistono e che useranno tecnologie che non sono state inventate per risolvere problemi che non sono ancora stati creati.

Sono dati molto vicini alla congettura, ovviamente. E risentono di quella retorica esponenziale cui le nuove tecnologie ci hanno abituati. Ma, milione di persone più milione meno, la velocità con cui le tecnologie digitali vengono adottate nella nostra società è infinitamente più rapida di quanto sia accaduto con la scrittura o con la stampa. E molto più veloce di quanto è successo con radio e televisione.

Non a caso abbiamo lasciato da parte armature, cavalli e frecce. Stiamo parlando ora di tecnologie che intervengono sul modo in cui oltre un miliardo di persone gestiscono la conoscenza e costruiscono il racconto del mondo che vivono.

Sono tecnologie che modificano a livello di sistema le regole attraverso cui la nostra cultura funziona. E -tra tutti- il mestiere del giornalista è probabilmente quello che non solo ha la responsabilità di comprendere prima degli altri il cambiamento. Ma anche di interpretarlo e contribuire ad indirizzarlo verso la costruzione di un mondo migliore.

Non ha senso restare affezionati all'armatura e ai paggi che ci aiutano a vestirla. È una decisione legittima, forse anche romantica, come quella dei cavalieri francesi.

Ma è una decisione che significa, su un piano astratto, abdicare alle responsabilità della professione. E, su un piano pratico, sad but true, trovarsi fuori dal mercato del lavoro in pochissimo tempo.

Forse rimanere affezionati al mondo da cui veniamo assomiglia davvero un po' alla scelta della cavalleria francese di rimanere ancorata alla sua tradizione. È tempo di cambiare.

Nota. L'incipit l'ho rubato a Tom (inizia così un suo bel saggio). L'immagine originale viene da qui

Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 04/01/2013

Da queste parti (e non solo qui) si sostiene da tempo che il giornalismo deve ripensare completamente il prodotto, e non solo a livello di supporto.
L'idea tradizionale di «articolo», come unità centrale del giornalismo, è in molti casi abbastanza superata dai tempi.
E oggi ci sono due letture interessanti da fare per ragionarci su.
La prima è un pezzo di Jeff Jarvis che spiega, con un esempio, «come l'online ci consente di atomizzare l'articolo e recuperarne solo gli asset di valore».
Jarvis ne fa una menzione vaga, ma alla fine ci riporta alla considerazione di base: in tempi di abbondanza di notizie e informazioni, il valore si crea sul tempo del lettore.
Quello che gli fai recuperare costruendo un vantaggioso rapporto tra tempo di investimento di lettura e qualità dell'informazione (o della comprensione).
L'articolo, dice Jeff, «è ancora nella forma dettata dalla stampa». Ma la carta non è più il futuro su cui esercitarsi.
Leggi tu stesso: il titolo è: Atomizing the article.
C'è poi un bel post di Erin Griffith che ci fornisce un altro spunto per mettere a sistema le logiche nuove, tutte da scoprire. Viviamo in un mondo in cui l'accesso alle informazioni è molto frammentato, tra varie fonti e social media.
«Questa frammentazione», scrive Erin, «è destinata ad aumentare e continuare». E il segreto sarà essere capaci di «trasformarla in storie più belle e ricche».
C'è molto da sperimentare, certo. Ma intanto unisci i puntini da solo: 2013, the year of storytelling.
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013

I più esperti non ci cascano mai e controllano l'istinto. Ma in genere è una cosa molto diffusa.
Sarà a capitato anche a te, di provarla, «l'improvvisa, irrazionale rabbia in risposta ad un reply su Twitter». O «la sensazione di stare attaccato a un computer senza un reale proposito».
Sono due delle «nuove emozioni» che ci vengono da Internet. Ma la cosa è ovviamente più complessa di come te la racconto.
Diana Adams mette insieme un vecchio post di Thought Catalog e un'elaborazione dell'artista visuale Pei-Ying Lin, che ne ha fatto un'infografica, incrociando le osservazioni con una classificazione scientifica delle emozioni.
Il risultato è interessante e sicuramente ci dà qualche stimolo a riflettere. E se sei uno coraggioso, magari puoi elaborarci qualche buon proposito per il 2013.
Guarda tu stesso: 5 Emotions Invented By The Internet
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013

Cose scritte altrove.
Secondo alcuni analisti, potrebbe essere l'anno del Kindle gratis. E arriveranno milioni di nuovi titoli a contendersi il mercato.
La Stampa, Terza Pagina, Editoria: cosa dobbiamo aspettarci nel 2013.
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013

L'Espresso oggi in edicola ha una copertina molto significativa.
È bianca, con il titolo «Anno Zero».
E la tagline fa un buon lancio: «Perché i prossimi mesi saranno decisivi per l'Italia e per il mondo. Rispondono le firme dell'Espresso».
Ci sono, ovviamente, diversi articoli assai interessanti.
A me è toccato ragionare sulle sfide che deve affrontare il mondo dell'istruzione, a tutti i livelli: dalla scuola all'università.
Si parte dai MOOC e dalle tecnologie che ci sono dietro. E si arriva poi a uno scenario più generale.
Al solito, ne trascrivo un brano:
«Per molto tempo abbiamo investito cercando di portare la tecnologia nelle scuole e nelle università, senza ottenere benefici sostanziali. E alla fine la rivoluzione sta arrivando -come sempre è accaduto con il digitale- dall'esterno. Arriva dai milioni di dispositivi connessi a internet e dalla disponibilità di contenuti di eccellenza in rete. È un completo rovesciamento di prospettiva. Oggi anche uno studente della provincia più remota può accedere al pensiero più evoluto dei docenti più bravi nelle varie discipline. Spesso con metodologie innovative. E se sono anni che si sperimenta con l'educazione a distanza, oggi l'ubiquità della connessione e i numeri che consente stanno portando al punto di svolta».
L'Espresso, A scuola online. Su carta.
Posted by g.g. | # | Media | 12/28/2012

«Il singolo articolo», scrive Gabriel Kahn, «è l'unità giornalistica minima del commercio di notizie, ma solo di rado riesce a produrre un valore pari ai suoi costi di produzione».
Qualche giorno fa raccontavamo che -probabilmente- i rari casi in cui il costo di produzione di un articolo genera valore sono quelli in cui il lavoro è autoriale.
Mentre la produzione di notizie da batteria (ormai commodity) stenta ad avere anche una corretta retribuzione ed è considerata sempre più inutile e anacronistica.
L'articolo di Kahn è interessante perché propone una chiave di lettura molto utile. «Il giornalismo tradizionale», dice, «semplicemente non è scalabile». E su questa considerazione bisogna riflettere bene.
Gabriel poi suggerisce un po' di spunti, partendo da una considerazione che culturalmente stentiamo ad accettare: «bisogna cambiare o aggiornare la nostra idea di prodotto giornalistico».
Fatti da solo un'idea: Journalism's problem of scale demands a rethinking of the news product
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 12/25/2012

Cose scritte altrove.
Qual è il ruolo del cinema e dei videogiochi nella strage di Newtown?
La Stampa, Terza Pagina, Il massacro dei media.
Posted by g.g. | # | Media | 12/25/2012

È un po' il seguito del ragionamento che facevamo ieri. Ed è forse una delle tendenze che osserveremo nel 2013.
In Italia la strategia dei gruppi editoriali con i blogger è spesso diversa. Oscilla tra la quantità (molti blog di livello incostante per «consolidare il traffico»), e la qualità: pochi ma «firme apprezzate».
Nel mondo anglofono, invece, in cui l'idea di blog autoriale ha un suo peso rilevante, succede che una testata di nome come Discover magazine comincia a perdere i suoi blogger di punta e l'editore si trova costretto a smentire che ci sia aria di crisi.
A contendersi i blogger di Discover (giornalisti scientifici del calibro di Carl Zimmer e Ted Young) sono altri nomi di peso, da Slate a National Geographic.
Non è un problema solo di denaro, ma anche di costruzione di un contesto autorevole intorno a cui aggregare le intelligenze. E oltreoceano stanno cominciando a intuirlo con forza.
Come dicevamo ieri, la via autoriale è probabilmente una delle strade migliori per il giornalismo nei prossimi anni, e non solo per quello scientifico.
È facile immaginare che -man mano che la grammatica di rete tocca il digital first- le firme, sui blog come un tempo sulla carta, avranno sempre più valore. Mentre la produzione di contenuti «da quantità» sarà retribuita sempre meno o quasi zero. O zero.
La storia dei blogger contesi, che è in qualche modo istruttiva, la racconta la Columbia Journalism Review. Con un titolo che la dice lunga e che potremmo tradurre così: Se i blogger volano via.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 12/12/2012

Se io fossi un giovane giornalista che sta iniziando la carriera, magari in un giornale di carta o in un redazione, mi porrei il problema di un futuro professionale che deve durare qualche decina di anni, con un mestiere che nel frattempo cambierà continuamente.
E cambierà a una velocità che non ha precedenti nella storia.
Se la immaginiamo nei prossimi 30 o 40 anni, non è forse la carriera più sicura da fare. Anzi.
Ma quando gli scenari cambiano, si aprono anche delle opportunità. Così, se dovessi esercitarmi a fare un ragionamento speculativo, probabilmente mi darei questi consigli.
Che non pretendono di essere esaustivi, né i migliori possibili. Ma mi valgono come appunti.

1. Blogga o non esisti. Può suonare forte, ma è solo una variante banalizzata di un vecchio detto americano: If You Didn't Blog It, It Didn't Happen.
Dopo 10 anni di blog, ho imparato diverse lezioni. Da un lato è una palestra importante per apprendere la grammatica della comunicazione digitale e per svecchiare il linguaggio. I feedback dei lettori ti aiutano a capire molto bene come scrivi e come puoi migliorare.
Ma il blog è un punto di presenza personale importantissimo in rete ed è l'approdo naturale su cui archiviare i propri contenuti (i social network, come Facebook e Twitter, fanno un altro lavoro, più simile alla distribuzione).

2. Se il mestiere cambia continuamente, il tuo capitale sei tu.
Lo stanno dicendo in tanti. Buona parte del lavoro tradizionale nelle redazioni -così come lo concepiamo oggi- è sempre più irrilevante, inutile e anacronistico. Le notizie sono commodity e la produzione di semplici news tenderà ad assomigliare sempre più al lavoro dei polli di batteria.
Il tuo nome è il tuo brand. E va associato a una produzione sempre più di tipo «autoriale». Ormai sempre più persone non guardano più alla testata, ma cercano la «voce» che sappia dare un valore aggiunto nella comprensione dei fatti e della complessità.
Non buttar via le vecchie cose che hai imparato, perchè servono sempre. Ma non bastano più, quindi impara le nuove skill. Ricostruisci il tuo rapporto con le fonti. Acquisisci information literacy.
Abituati a usare la scrittura sul web, che è molto diversa da quella della carta. Anche in relazione a concetti importanti ed etici.
Trova una tua voce, dialoga con i tuoi lettori. Renditi riconoscibile.
Non sappiamo se tra cinque o dieci anni esisteranno ancora le redazioni come le intendiamo oggi. Nè come si monetizzerà il lavoro intellettuale e creativo. Ma qualsiasi sia la soluzione, se devo scommettere una birra, il valore che nessuno potrà toglierti e che potrai spendere è la riconoscibilità del tuo nome.
E la qualità di quello che sai fare.

4. Impara dagli smart guys.
L'assunto di partenza è che il mondo cambia in fretta. E se -invece di inseguirli- vuoi essere «davanti» ai tuoi lettori (e quindi essere credibile per loro), devi obbligarti ad avere una comprensione profonda e rapida di quello che sta accadendo.
La tecnologia corre in fretta, e la tecnologia non riguarda solo se stessa. Se appena ci stiamo abituando al fatto che i nostri lettori leggono sempre più attraverso gli smarthpone, già domani potranno farlo attraverso gli occhiali intelligenti (e lo dice l'Economist). Se cambiano le regole del gioco, cambia il tuo mestiere.
Quindi apri Google Reader, usa Prismatic o Zite, scegli il modo più congeniale. Ma comincia a seguire le persone che leggono le tendenze e te le raccontano. Ti aiuteranno a capire come cambiano i tuoi lettori e il mondo intorno a te (qui hai un primo elenco).

4. Costruisciti una platform.
L'idea di platform è semplice ed è diventata famosa tra gli scrittori americani (perchè anche vendere libri, ormai, è diventato un problema diverso dal passato). I tuoi lettori vogliono leggerti ovunque e devono poterlo fare.
Il modo migliore per costruirsi una platform è quello di essere utile agli altri. A questo punto -se hai fatto i passi precedenti- dovresti avere un blog. E un sistema di fonti che funziona. Ci sono due lavori che devi imparare a fare e che sono importanti per i tuoi lettori.
Il primo è quello di filtro. Usa Twitter (come ad esempio faccio io) per condividere le cose più interessanti che leggi quando fai la tua rassegna mattutina su Google Reader o Prismatic.
Il secondo è quello di curation. Metti insieme spunti e ragionamenti per costruire un contesto nuovo, semplifica ai tuoi lettori la comprensione di una complessità che richiede tempo e competenze. È questo il valore aggiunto del giornalismo moderno.

5. Pensa al futuro.
Non interessarti esclusivamente del «mondo come funziona oggi». La carriera è una cosa lunga. E anche se oggi sei tra i fortunati e hai uno stipendio, il tuo deve essere un investimento a lungo termine.
Quindi studia, perchè siamo costretti a non smettere mai di imparare. Prova i nuovi strumenti, sperimenta diversi modi di narrazione, di approccio alle cose. E fai tuo il mantra della silicon valley, chè serve sempre: sperimenta, sbaglia, sperimenta meglio.

Come link bonus, magari serve, ecco le 10 tendenze del giornalismo nel 2013.
Twitter: @gg. (L'immagine è presa dal link dell'Economist)
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012

Cose scritte altrove.
La tecnologia è diventata il sistema nervoso attraverso cui la nostra cultura circola e viene elaborata. Ma siamo pronti?
La Stampa, Terza Pagina, La cultura è sempre più nerd.
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012

Cose scritte altrove.
«Non è la stampa ad essere in crisi, quanto un'idea di informazione superata dagli eventi»
L'Espresso, Media Shift, 5 spunti per l'informazione locale.
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012

«Un giornale digitale fatto da veterani della carta», dice Talking New Media, «assomiglia molto a una ricetta per un disastro»
Il tema su cui tutti si stanno esercitando oggi è quello della chiusura di The Daily, magazine per iPad lanciato da Murdoch.
L'analisi di Talking New Media è interessante e si intitola: The obligatory obituary for The Daily.
Ma ci sono diversi spunti da raccogliere in giro: Nieman Lab fa una bella curation sulle lezioni da imparare.
Jack Shafer insinua che alla fine il Daily non sia fallito, ma sia stato ucciso da Murdoch (che non gli ha dato il tempo di crescere). E Derek Thompson (sull'Atlantic) osserva che uno dei grandi errori è stato quello di essere poco social: Why The Daily Failed. Sempre sull'Atlantic Alexis Madrigal rilancia l'argomento.
Anche Forbes ragiona sulle 3 lezioni da raccogliere. Ma è sicuramente da leggere il commento di Marco Arment, fondatore di The Magazine.

Riportando il ragionamento su un tema più generale, ci sono tre letture che vanno considerate con attenzione.
Luca, discutendo del manifesto della Columbia (ne avevamo parlato qui), sintetizza bene dicendo che ormai il giornalismo è un mestiere per innovatori.
Alan Mutter dice che il problema vero dei giornali (e dei giornalisti) è l'inerzia.
E, soprattutto, va studiato questo post di Robert Picard che si intitola: What we now know about news and news revenue in the digital world.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012

Cose scritte altrove.
Prosegue il viaggio de «La Stampa» nel nuovo mondo digitale per scoprire come la tecnologia sta trasformando le nostre vite e quali sono e saranno le sfide e le opportunità che offre a ciascuno di noi. Questa quarta puntata dellinchiesta è dedicata alla cultura e all'informazione.
La Stampa, su carta e online, L'età dell'abbondanza (di informazioni).
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012

Cose scritte altrove.
La televisione sta andando incontro a grandi cambiamenti. È già un'esperienza a doppio schermo, ma deve imparare a esserlo in maniera più profonda.
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro della televisione è già un po' qui.
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012

Cose scritte altrove.
Il giornalista deve lasciar perdere o ridimensionare l'importanza delle notizie, ormai vere commodity. E la definizione che ne dà Sonderman a me piace molto: «Il giornalista non è più chi racconta i fatti. Oggi è un investigatore, un traduttore, uno storyteller sospeso tra la gente e gli algoritmi che danno le news»
L'Espresso, Media Shift, Inizia ufficialmente l'era del giornalismo moderno.
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012

Cose scritte altrove.
Spesso è anche una questione di approccio, in questi tempi veloci. Tutto cambia molto in fretta e la capacità di immaginare il futuro fa di te una persona del presente, mentre se leggi solo il presente resti costretto a inseguire.
L'Espresso, Media Shift, Tu e le tecnologie. E anche un pizzico di mondo.
Posted by g.g. | # | Media | 11/26/2012

Cose scritte altrove.
Gli smartphone sono diventati un laboratorio culturale, «un incessante spettacolo di transizione».
La Stampa, Terza Pagina, La cultura degli smartphone.
Posted by g.g. | # | Media | 11/26/2012

A volte capita di fare delle cose divertenti. Come portare in Basilicata il «papà dell'ispettore Ferraro» (ma anche autore di libri splendidi come Metropoli per Principianti).
E ti capita di fargli raccontare, in un diario di viaggio, la nostra terra con il suo sguardo.
Il risultato è un ebook scanzonato, non convenzionale, a tratti cinico ma divertente.
Il librino è disponibile gratis in tutte le librerie (ed è già secondo in classifica generale su Amazon).
E poi capita di leggere una recensione in 5 righe sul Sole, che inizia così (e da sola ti vale la giornata e un sorriso): «Un ebook (gratuito) per tutti quelli che non credono all'esistenza della Basilicata. La buona notizia è che esiste e la grande notizia è che l'APT della Regione, in barba a chi credeva fosse arretrata, ha avviato una collana di ebook in cui scrittori italiani e stranieri, ospitati in terra lucana, raccontano le loro esperienze e suggestioni».
(In ogni caso, posso confermare per esperienza diretta. I lucani esistono. E la Basilicata pure) :)
Posted by g.g. | # | Media | 11/20/2012

Cose scritte altrove.
«Twitter sta ridisegnando il racconto giornalistico del mondo. Sta trasformando in fretta il ciclo delle notizie, coinvolge i cittadini, modifica il rapporto dei reporter con le fonti e crea nuove configurazioni -in parte ancora da scoprire- sul modo che abbiamo di informarci».
La Stampa, Terza Pagina, L'impatto di Twitter sulla cultura.
Posted by g.g. | # | Media | 11/20/2012

Sull'Espresso in edicola questa settimana c'è un mio lungo pezzo sullo scenario politico e democratico che potremmo dover affrontare nei prossimi anni.
Il punto di partenza è l'osservazione di quanto già oggi vediamo accadere: una società con maggiore informazione alza le aspettative e chiede una politica di maggior qualità.
E tra le soluzioni -alcune già in fase embrionale- potrebbe esserci una revisione del concetto di rappresentanza, su cui abbiamo costruito l'attuale idea di democrazia rappresentativa.
Al solito, trascrivo un brano:

«Le tecnologie che abbiamo oggi, invece, lasciano pensare che questo modello abbia alternative. Ci abilitano a rivedere l'idea di partecipazione democratica in diversi modi: dal controllo sull'operato dei nostri rappresentanti (grazie alla possibilità di rendere accessibili le informazioni in modo molto più efficace rispetto al passato) fino all'intervento nel decidere le priorità durante i mandati.
O -addirittura- fino all'idea di consultazione continua.
La piattaforma Liquid feedback, resa popolare dal Partito dei Pirati tedesco, è uno dei primi esempi di come questa abilitazione tecnologica possa prendere forma. È un sistema che consente agli attivisti di mantenere una sorta di assemblea permanente e di partecipare in maniera più attiva alla vita politica.
Ma non è l'unico: in Finlandia il governo farà esordire in questi giorni un sistema -chiamato Open Ministry- che metterà i cittadini in grado di proporre dei disegni di legge. Se una proposta ottiene l'adesione di almeno 50.000 elettori, il Parlamento sarà obbligato a discuterla. Come ha dichiarato Joonas Pekkanen, il fondatore di Open Ministry, «è un punto di non ritorno nell'evoluzione della partecipazione dei cittadini».
Come dicevamo, dunque, disponiamo già oggi di tutta la tecnologia necessaria. Ma l'innovazione tecnologica è sempre più veloce della capacità di una cultura di assimilarla e di governarla. Dopo i primi discorsi -più o meno utopici- sull'intelligenza collettiva abbiamo imparato -negli ultimi anni- che non tutto funziona in maniera così semplice.
La famosa Wisdom of Crowds (la saggezza delle folle) non si attiva sempre nei modi sperati. La ricerca ci racconta che Internet -con i suoi molti milioni di persone connesse- è molto efficace se poniamo una domanda precisa. È formidabile se vogliamo sapere come si configura un computer o quali sono i sintomi di una malattia. Ma non è altrettanto efficace se deve dare una risposta a una domanda complessa. A una domanda come quelle che ci si pone davanti a una crisi economica o prima di scelte di governo»
L'Espresso, E la Democrazia Fece Click, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 11/17/2012

Dopo l'uragano Sandy, Instagram diventa sempre più centrale anche nel racconto delle elezioni americane.
Il New York Times ha raccolto le fotografie degli elettori, e non è stata l'unica testata. The American Prospect, per esempio, ha «mandato in missione i lettori» per documentare il voto.
Guarda tu stesso: Get Out the Instagram.

Ed è interessante anche annotare che centinaia di migliaia di persone hanno persino instagrammato la propria preferenza. Lo racconta All Things D, che nota anche come una buona percentuale di elettori (oltre il 20%) abbia reso pubblico su Twitter o Facebook il proprio voto.
If You Want to Stay out of Jail, Dont Instagram Your Ballot.

Poi c'è la novità dei profili sul web. Da ieri, progressivamente, tutti coloro che usano l'app hanno anche la pagina ufficiale, visualizzabile dal browser. È un passo importante, perché in questo modo Instagram esce dai confini (forse un po' angusti) dello smartphone.
«Questa scelta», scrive, John Paul Titlow, «porta molti benefici agli utenti, che avranno ora un'identità più completa».
Leggi tu stesso: Instagram Finally Breaks Free Of Its Mobile-Only Confines.
L'interfaccia web è interessante e assomiglia molto a quella di Facebook. Se ti appassiona la logica che c'è dietro, investi qualche minuto in questo post di Mike Isaac: As Instagram Debuts Web Profiles, Its Beginning to Look a Lot Like Facebook.

Ma forse il pezzo migliore è quello di TechCrunch, che coglie la vera essenza del successo di Instagram. «Mai come oggi», scrive MG Siegler, «la fotografia è una forma di espressione e di comunicazione che può competere seriamente con la parola scritta».
«È il modo più attuale», conclude Siegler, «di immaginare su una scala molto più ampia il vecchio detto "una fotografia vale mille parole"».
Il titolo è geniale: If Pen Beats Sword, Camera Beats Pen.

Infine, se vuoi farti un'idea dello scenario della fotografia contemporanea, due link che meritano lo studio.
Il primo viene da Brain Pickings e racconta le 100 idee che hanno cambiato la fotografia e che ne fanno un linguaggio che si reinventa continuamente.
Il secondo (via Sara) è la segnalazione di un libro che incide un quasi-epitaffio per la fotografia analogica. E ci ricorda che siamo alla fine della fotografia come l'avevamo sempre conosciuta.
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012

Cose scritte altrove.
«Grazie a Instagram», scrive Bianca Bosker sull'Huffington Post, «gli abitanti della costa est degli Stati Uniti non hanno solo documentato l'uragano Sandy. Lo hanno reso meraviglioso».
La Stampa, Terza Pagina, Se Instagram rende meraviglioso un disastro.
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012

Cose scritte altrove.
«Non era forse necessario un segnale in più, ma l'astensionismo in Sicilia (53%) è stato l'ennesimo indicatore di un rapporto sempre più difficile tra politici ed elettori.
Io sono molto affascinato dall'analisi delle cause, che -secondo me- indicano più la fine di un periodo che non una congiuntura. E mi sto facendo l'idea che queste cause siano in parte endogene e in parte esogene alla politica».
L'Espresso, Media Shift, 6 cose del XXI secolo su cui i politici potrebbero riflettere
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012

Twitter, lo scrivevamo di là, è sempre più strategico per i giornalisti.
Qualche tempo fa Sarah Marshall aveva postato una lista di persone che ogni studente di giornalismo dovrebbe seguire su Twitter. È molto interessante, soprattutto perchè in questi tempi di cambiamento veloce, siamo tutti studenti.
La trovi qui: 100 Twitter accounts every journalism student should follow.

Ma se vuoi seguire l'evoluzione del giornalismo, guardando soprattutto a quanto accade oltreoceano (dove le cose accadono prima), ecco una lista di italiani che svolgono un grande lavoro di studio e di filtro, facendo ottime rassegne sul giornalismo.
Non sono i soli, ovviamente, ma li ho scelti perchè sono i più focalizzati sulle tematiche dell'evoluzione della professione, sui dati e sulle analisi. O perchè hanno scritto dei saggi.
Ovviamente -lo dico come disclaimer- sono tutti amici (Internet replica spesso le dinamiche da small town nei suoi diversi centri di interesse). Ma giudica da solo se vale la pena di seguirli.


Radar, filtri, insider
Mario Tedeschini
Twitter: @tedeschini
Blog: Giornalismo d'altri
Pierluca Santoro
Twitter: @pedroelrey
Blog: Il Giornalaio
Claudio Giua
Twitter: @Claudiogiua
Blog: -
Sara Lorusso
Twitter: @saralorusso10
Blog: Sara Lorusso
Arianna Ciccone
Twitter: @_arianna
Web: Festival del Giornalismo

Gente che ci ha scritto dei libri
Marco Bardazzi
Twitter: @marcobardazzi
Blog: Da Gutenberg a Twitter
Massimo Russo
Twitter: @massimo_russo
Blog: Cablogrammi
Sergio Maistrello
Twitter: @sergiomaistrello
Blog: Sergio Maistrello
Luca De Biase
Twitter: @lucadebiase
Blog: Luca De Biase
Carlo F. Dalla Pasqua
Twitter: @carlofelice
Blog: Se una notte d'inverno un giornalista
Vittorio Zambardino
Twitter: @zambafeed
Blog: Scene digitali
Il dodicesimo consiglio, in realtà, è un gruppo su Facebook in cui ci sono 231 iscritti che condividono notizie e opinioni sul futuro del giornalismo.
Lo trovi qui: Giornalismo 2020.


Considera questa lista un punto di partenza. È parziale, come tutte le sintesi. Ma se inizi a seguire loro, scoprirai altre fonti interessanti.
Twitter: @gg.
Posted by g.g. | # | Media | 10/31/2012

Cose scritte altrove.
«I critici dei social media», scrive Mathew Ingram, «si divertono a puntare l'attenzione sulle notizie false che circolano durante grandi eventi come l'uragano Sandy. Ma Twitter e altri servizi sono velocissimi nel correggere queste anomalie e sono diventati parte integrante dell'ecosistema delle news in continua espansione».
L'Espresso, Media Shift, Twitter è «la macchina della verità» per le notizie

Il problema è quello di avere le competenze e i di conoscere i tool necessari per fare fact-checking ai tempi dei social media. Sei ancora un bravo giornalista se non ti muovi a tuo agio con questi strumenti nuovi? Gridare al fake non è una strategia.
L'Espresso, Media Shift, Giornalisti con l'uragano sbagliato
Posted by g.g. | # | Media | 10/31/2012

Come avevamo già visto con il terremoto negli USA e con quello in Emilia, Twitter in caso di grandi eventi svolge un ruolo molto interessante nella narrazione collettiva (e in quella giornalistica).
E come era già capitato (circolavano Tweet del tipo: «È più saggio scappare prima e solo "poi" twittare»), anche con l'uragano Sandy ci sono annotazioni un po' buffe e un po' serie.
il New York's fire department -ad esempio- ha dovuto avvisare la gente di non usare Twitter per chiedere aiuto in caso di emergenza: meglio continuare con il tradizionale 911. (via @annamasera).

Sul fronte della narrazione, Sandy ci sta facendo sperimentare però una novità importante. Con Instagram che viaggia ormai sui 100 milioni di utenti, il racconto per immagini diventa sempre più pregnante.
Al momento in cui scrivo, l'hashtag #sandy raccoglie già quasi mezzo milione di foto.
Così, ad esempio, Chris Akerman e Peter Ng hanno creato Instacane, un sito dedicato alla copertura dell'uragano attraverso Instagram.
Poynter, invece, fa notare che una delle foto più condivise (quella delle sentinelle del milite ignoto sotto la pioggia, che ha avuto decine di migliaia di condivisioni e like) non ha nulla a che fare con Sandy. È stata scattata a settembre.
E l'Atlantic ha un bell'articolo che spiega come distinguere le foto reali di Sandy da quelle finte: InstaSnopes: Sorting the Real Sandy Photos from the Fakes.

Per i giornalisti, invece, questi eventi sono un'occasione importante per sperimentare. Così Jeff Sonderman propone 5 modi creativi per raccontare l'uragano.
Andrew Beaujon, invece, raccoglie i 6 meme che stanno circolando su Sandy.

Sul sul versante dei consigli pratici, ecco come curare la narrazione dell'uragano ripostando foto altrui che hanno valore di notizia.
E se dovesse servire, ecco come mettere facilmente le foto di Instagram sul proprio blog o sul proprio sito: Embedding Images from Instagram.
Twitter: @gg | Instagram: @ggranieri.
Posted by g.g. | # | Media | 10/30/2012

L'idea delle città intelligenti (smart cities) è un tema sempre più caldo, perchè agisce in modo sensibile su due concetti strategici per il secolo a venire: sviluppo e qualità della vita.
Ed è ovviamente uno dei grandi business del ventunesimo secolo, non a caso giganti come IBM ne hanno fatto uno slogan e una prospettiva commerciale.

Ma è anche una sfida affascinante per chiunque si dedichi a immaginare il futuro, in termini di progettazione e soluzioni.
Così, se ti interessa, condivido -senza alcuna pretesa di costruire un quadro generale- qualche appunto mio e qualche lettura che mi è parsa significativa.

1. Le città sono sempre state intelligenti

In un bellissimo libro, che tuttavia non esiste in ebook (e secondo me è difficile da trovare anche su carta), Steven Johnson racconta come le città tendano ad assumere delle proprie configurazioni anche a prescindere dal modo in cui sono governate. C'è una forma di intelligenza che emerge dalle semplici attività di cittadini.
«Una città», scrive Steven, «è una sorta di amplificatore di configurazioni: i suoi quartieri sono un modo per quantificare ed esprimere il comportamento ripetuto delle più ampie collettività: catturano informazione relativa al comportamento del gruppo e condividono quella informazione con il gruppo».
Così succede che, «poiché quelle configurazioni sono restituite alla comunità, piccoli cambiamenti del comportamento possono rapidamente trasformarsi in vasti movimenti». E nel cambiamento della città.
E conclude: «Non c'è bisogno che regolamenti e pianificazioni creino deliberatamente queste strutture. Tutto ciò che serve sono alcune migliaia di individui e alcune semplici regole di interazione».
Se vuoi approfondire: La nuova scienza dei sistemi emergenti.

2. La città come computer a cielo aperto

L'Economist ha un bellissimo articolo che parla, tra l'altro, del lavoro di Carlo Ratti (italiano prestato al MIT di Boston), uno dei più noti ricercatori sul tema delle Smart Cities.
Un paio di anni fa parlammo proprio di questo al Festival della Scienza con Carlo (e con Peter Ludlow). La presentazione che fece Carlo fu illuminante.
Il pezzo dell'Economist, tutto da leggere, spiega quale può essere il ruolo della mole di dati che le tecnologie digitali stanno producendo sulle attività cittadine. «Gli smartphone sempre più diffusi e tutti i dispositivi connessi», scrive il settimanale, «stanno trasformando le nostre città in fabbriche di dati».
Leggi tu stesso: Open-air computers.

3. Le città come network più veloci

Tra le varie riflessioni che il pezzo dell'Economist propone, ce n'è una che appare scontata, ma che scontata non è. Ne scrivevamo qualche giorno fa da un altro punto di vista.
La qualità delle interazioni mediate dalla tecnologia non comporta -come molti ancora credono- una riduzione della qualità delle relazioni.
«Le conversazioni elettroniche», scrive l'economist, «possono rinforzare invece di indebolire le relazioni faccia-a-faccia. La comunicazione elettronica, sempre più a buon mercato, può portare a creare delle economie costruite su relazioni più intense, in grado di richiedere molto più contatto».
Ma le comunicazioni con i nuovi strumenti digitali portano intelligenza nell'organizzazione e -soprattutto, a mio modo di vedere- una maggiore circolazione delle idee.
E la ricerca ci dice che quanto più velocemente circolano le idee, tanto più aumenta la capacità di una comunità di creare sviluppo. E c'è anche una correlazione forte tra la quantità di idee in circolazione e la qualità delle idee che una cultura può esprimere.
Se vuoi farti un'idea, puoi partire da qui: The Medici Effect

4. Abbiamo già tutti i bit necessari

Sugli aspetti tecnologici si sta facendo tantissimo lavoro. Per costruirti una prospettiva puoi dare un'occhiata a un post di Boyd Cohen, che propone dei casi esemplari.
Boyd ragiona anche sulla definizione, suggerendo come l'idea di Smart City tenda ad essere ambigua.
«Alcuni», scrive, «riducono il concetto alla fornitura di servizi ai cittadini utilizzando le nuove tecnologie. Io preferisco una definizione più ampia: le città intelligenti usano queste tecnologie per essere più efficienti nell'utilizzo delle proprie risorse, risparmiando sui costi, migliorando i servizi e la qualità della vita».
Cohen, poi fa degli esempi concreti. Il titolo è: The Top 10 Smart Cities On The Planet.

5. Il vicinato intelligente

C'è un altro post interessante che puoi puoi leggere.
È un post in cinque punti. E il primo di questi, quello del vicinato intelligente, è affascinante soprattutto se ricordiamo quello che ha scritto Johnson e di cui abbiamo parlato prima.
«I quartieri sono il microcosmo base della città. Se vuoi rendere intelligente una città, devi partire dal renderla intelligente al livello di quartiere».
Si intitola 5 Ways The Smart City Will Change How We Live In 2012

6. Il cittadino intelligente

In tutte queste sfide affascinanti che si stanno portando avanti, c'è un aspetto che secondo me viene trattato come condizionale, ma che condizionale non è.
Se il punto di partenza è che (nelle città come negli ambienti di rete) sono le dinamiche sociali a determinare le configurazioni, forse non basta innestare semplicemente della tecnologia. Per quanto intelligente.
Magari sbaglio, ma forse potrebbe essere interessante spostare più in profondità il layer di progettazione. Partire dal riconoscere le configurazioni locali, e usare la tecnologia per innestare dei circoli virtuosi.
Ma forse non bisogna concentrarsi solo su hardware e software, perchè l'effetto della tecnologia è quasi sempre derivato dal modo in cui migliaia di persone la usano. E dalla cultura e dalla consapevolezza con cui i nuovi e potenti strumenti sono utilizzati.
Bisogna lavorare molto per esaltare quel livello di intelligenza emergente di cui parlava Johnson.

Una delle strade potrebbe essere più culturale che tecnologica: bisogna cominciare a elaborare anche racconti diversi della città. E qui la responsabilità non può non tornare, per esempio, sui media locali (quelli che costruiscono la cornice sociale e la narrazione) e sulle istituzioni che hanno il compito (e il dovere) di lavorare sulla cultura della contemporaneità.
Va costruita, come diceva anche Luca tempo fa, una visione. E questo è invece compito dei politici e dei progettisti.
Ma il punto vero, forse, è quello che coglie Aubrey De Grey: «Il futuro e le sue narrazioni, sia scritte che orali, sono creati dalla gente del presente».
E secondo me, mai come oggi, abbiamo bisogno di acceleratori culturali che rendano smart i cittadini mentre proviamo a rendere smart le città.
Ma questo è tutto un altro discorso.
Posted by g.g. | # | Media | 10/29/2012

Cose scritte altrove.
«Man mano che i nuovi media diventano più diffusi», scrive Jason Pontin sulla Technology Review del MIT, «siamo portati ad immaginare che gli scrittori adattino la loro prosa alle esigenze delle nuove piattaforme di pubblicazione. Ma questo non sta accadendo».
Perché?
La Stampa, Terza Pagina, Blog, libri e social. Com'è cambiato il mondo.
Posted by g.g. | # | Media | 10/29/2012

Sull'Espresso oggi in edicola (il NonSoloCyber questa settimana toccava a me), una riflessione su come parte importante della conversazione politica americana si sia spostata su Twitter.
Trascrivo un passaggio, approfittando per linkare la fonte:

«Rispetto alle ultime elezioni presidenziali, Twitter è cresciuto molto e sta assumendo un ruolo centrale nel dibattito politico americano. "L'ultima campagna" ha commentato Garance Franke-Ruta, senior editor dell'Atlantic, "era stata incentrata soprattutto sui blog e sull'importanza crescente del giornalismo online. Quest'anno invece il ruolo di Twitter è determinante, perché buona parte delle conversazioni si è spostata lì. A partire da quelle degli insider".
Il Guardian, riportando le parole di Franke-Ruta, nota l'importanza di Twitter anche durante i confronti tra i candidati. E mette nell'occhiello un concetto interessante: "il dibattito politico si sta muovendo dal ciclo di 24 ore delle notizie a quello dei 140 caratteri di Twitter". Il modo stesso in cui i candidati utilizzano il popolare social network è interessante. Quando, durante la convention repubblicana, Clint Eastwood ha fatto il suo discorso con la sedia vuota dell'invisibile Obama, lo staff del Presidente ha risposto in tempo reale. La foto postata su Twitter con la didascalia "questa sedia è occupata" ha fatto rapidamente il giro del mondo, rilanciata dai media tradizionali. Ma anche durante il primo dibattito televisivo tra i due contendenti, lo staff di Obama confutava in diretta le posizioni di Romney.
Twitter dunque è sempre più la fonte per i giornalisti e il luogo in cui si tende a far opinione. "Il rischio", nota Stepehen Mills sul Guardian, "è che questa tendenza possa portarci verso una politica più veloce ma anche di qualità più bassa"»
L'Espresso, La sfida politica ora è su Twitter, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 10/26/2012

Cose scritte altrove.
Ma il virtuale, per chi ancora usa questa parola pericolosa, finisce esattamente dove incontriamo l'altro. Parlando, discutendo, emozionandoci, abbiamo un impatto sulla vita del nostro interlocutore. E questo, se è differente nei modi, nel suo senso ultimo è totalmente realtà.
«Noi storicamente ci siamo evoluti», scrive Chris Abraham, «attraverso le limitazioni delle nostre menti connesse con quelle dei nostri amici. E non è una metafora, è letteralmente così. Noi utilizziamo le persone con cui abbiamo relazioni come estensioni attive per pensare e ragionare». E la scienza dimostra che queste relazioni determinano anche l'assetto e lo sviluppo del nostro cervello.
«Le nostre menti quindi si estendono anche includendo le menti di chi ci sta intorno». E, se prima avevamo a disposizione solo la gente del vicinato geografico, Internet espande tantissimo tutto questo.

L'Espresso, Media Shift, Io amo il mio computer perché i miei amici ci vivono dentro
Posted by g.g. | # | Media | 10/26/2012

Io non sono mai stato un grammar-nazi. Anzi, ho sempre tifato molto per l'evoluzione del linguaggio. E anche personalmente tendo a usare la grammatica in modo qualche volta creativo.
Certo, in molti casi sono scelte stilistiche consapevoli. In molti altri, invece, le tecnologie che abbiamo a disposizione ci portano a scrivere in un certo modo.
Giocando online, o in chat, ad esempio io stesso non riesco mai a scrivere la parola «comunque» per intero, optando sempre per «cmq». Anche se non arrivo mai agli estremi di usare la k al posto del ch o di usare «dv» per «dove».
Probabilmente questi 20 anni che vanno dagli SMS a Whatsapp hanno contribuito molto a cambiare le nostre abitudini di uso della lingua. Anche se, collocandolo nella storia, non è un fenomeno nuovo. Tachigrafia e Brachilogia hanno alle spalle un lungo percorso.

Così, se ti interessa il tema e se vuoi farti un'idea in maniera rapida, Edudemic ha una bellissima infografica che riassume lo stato della ricerca sull'evoluzione del linguaggio in questi anni e con gli strumenti di texting di cui disponiamo.
La trovi qui: How Texting Is Changing Your Grammar .
E -se sei un professore o un insegnante- vale la pena di dare un'occhiata anche a un altro post: The 60-Second Guide To Texting In The Classroom.

È facile immaginare che le nuove tecnologie stiano accelerando questo processo di innovazione nell'uso della lingua. Ed è molto interessante annotare che la spinta evolutiva (almeno per la lingua inglese) viene soprattutto dai cosiddetti «giovani adulti».

Se poi hai voglia di approfondire la questione, e di capire come si innova la lingua che usiamo, Mark Nichol lo spiega in modo semplice.
«Come fa una cultura a stabilire se un modo di scrivere e di parlare è corretto?»
Sebbene gli oltranzisti possano decidere di rifarsi a una fonte accreditata (che so, i Lincei o un prestigioso dizionario), è necessario capire che questo «appoggio» è solo uno dei possibili. Ed è generalmente quello che altri possono considerare «conservativo».
La risposta alla domanda di Mark, infatti, è più complessa: ci sono diverse forze che intervengono e nessuna è necessariamente più autorevole dell'altra.
«Il corpo del linguaggio», spiega efficamente Mark, «è determinato da un precario consenso basato sulle prescrizioni di grammatici e linguisti, sulla tradizione e sull'innovazione degli scrittori professionisti e sulle abitudini orali e di scrittura della gente comune».
E conclude: «È la tensione tra queste forze il processo che fa evolvere il linguaggio».
Poi suggerisce che, alla fine, la tecnologia ci aiuta -facendo l'esempio del self-publishing- a innovare ancora di più. Il che, forse, è anche un modo per trovare la nostra voce quando scriviamo.
Ma non fidarti della mia sintesi e fatti un'idea tua. Sono scelte personali, alla fine: Who Is in Charge of Language?
Posted by g.g. | # | Media | 10/23/2012

(Diceva un saggio: «di un gatto non sarai mai padrone. Al massimo socio alla pari»)

1. Mettiti sull'uscio della porta dello studio e dille con voce ferma: «Andiamo Gaia, esci».
2. Osservala mentre ti guarda e decide.
3. Fai finta di inziare a chiudere la porta, sapendo che odia essere chiusa dentro.
4. Osservala mentre stabilisce che tutto sommato può far contento il bipede, per quieto vivere.
5. Non spazientirti mentre con esasperata lentezza si avvia verso la porta.
6. Metti in conto che al quarto passo avrà urgenza di leccarsi per lavarsi la zampa anteriore destra. La vita è fatta di priorità. E certe operazioni esigono calma e dedizione.
7. Non illuderti quando ormai è quasi sulla soglia.
8. Non stupirti quando all'improvviso decide che è divertente se torna sotto la scrivania (posto tattico da cui è praticamente impossibile riuscire a prenderla di peso).
9. Fai qualcos'altro e torna dopo qualche minuto.
10. Riparti dal punto 1.

(Questo post rientra nell'ipotetica categoria cats & nerds. A mia discolpa posso dire che in 10 anni di blog è il terzo in tutto. Gli altri due sono qui e qui. Ah, quella nella foto è Tigra, non Gaia.).
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012

«I giornali e i settimanali», leggiamo su Forbes, «sono come Wile E Coyote sospeso nel vuoto in attesa di cadere. Sono ancora lì, ma non hanno più la terra sotto i piedi. E il precipizio è profondo e scosceso».
L'articolo di Andrew Bender recupera questa efficace citazione di Andrew Sullivan e ragiona sulla chiusura dell'edizione di carta del prestigioso Newsweek.
Io il mio punto della situazione l'ho fatto qui, ma la similitudine con il famoso personaggio dei cartoon meritava la citazione. E il pezzo vale i cinque minuti di lettura: Newsweek's Move To Digital: The Death Of Print, Or Just The Death Of Newsweek?.
La svolta di Newsweek è stato un colpo psicologico molto forte, quindi continuano a scriverne un po' tutti. Merita una segnalazione il post di Craig Mod (uno dei più famosi book designer) che inizia dicendo: «Dimentichiamoci tutto quello che sappiamo sui periodici di carta». Il titolo ti dà una bella traccia: How magazines will be changed forever.
Certo, sebbene sul medio periodo il destino della carta sia segnato, c'è anche molta opportunità e molta speranza (ma solo per chi ha voglia di aggiornarsi in fretta e di innovare).
David Carr del New York Times dice che «la velocità con cui sta cambiando il giornalismo toglie il respiro». Ma, aggiunge, «Io non riesco a immaginare tempi migliori per fare questo mestiere».
Leggi tu stesso: New York Times David Carr Addresses W&L Journalism Ethics Institute.
Va letto poi un pezzo del Guardian su come il digitale sta ridisegnando il giornalismo: Digital age rewrites the role of journalism.
Per chiudere, Steve Buttry pubblica le slide del suo workshop all'Università del Colorado. E ha ragione @claudiogiua: «Sono 117 slide che molti di noi utilizzeranno».
Da sfogliare e studiare: Digital Journalism.
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012

Cose scritte altrove.
«I book blogger», mi disse un amico scrittore tempo fa, «ma chi se ne frega dei book blogger».
Questo mio amico, che aveva sempre pubblicato su carta (con editori importanti), stava affrontando per la prima volta il problema di dover lanciare un libro solo in digitale. E stavamo ragionando su come cambiano le modalità e l'approccio, quando la distribuzione non passa per le librerie fisiche.
La Stampa, Terza Pagina, Anatomia delle recensioni.
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012

Cose scritte altrove.
«Il declino della carta stampata», ha detto il Tg1 delle venti, «negli Stati Uniti è inarrestabile».
La notizia era quella che ieri ha scosso un po tutti. Newsweek, da gennaio, smetterà di stampare la sua edizione di carta. E, a sentire il Tg1, la prossima testata a fermare le rotative potrebbe essere addirittura Time.
L'Espresso, Media Shift, L'inarrestabile declino della carta stampata
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012

Il mio secondo Blackberry è spirato questa estate, dopo almeno quattro anni di onorato servizio. In realtà l'ho quasi sempre sempre tenuto in affiancamento all'iPhone, come numero di lavoro.
Ma c'è stato anche un periodo -un annetto buono- in cui prima di provare il mondo del touch e delle app, scherzosamente prendevo in giro i possessori degli iPhone.
Sbagliavo clamorosamente, però era un gioco. Un gioco molto diffuso tra nerd e geek, che -fortunatamente- la maggior parte di noi prende solo sul versante scherzoso.
Oggi la rivalità giocosa è tra possessori di aggeggi Apple e possessori di aggeggi con Android. Un tempo lo era tra PC e Mac (questa dura ancora) e c'è stato persino un momento in cui ci si sfotteva tra Blackberry e resto del mondo. Accade anche altrove: si scherza tra guzzisti e bmwuisti, eccetera. Nulla di diverso dal tifo calcistico, in fondo.
Però sono anche segnali di come evolve il mercato e di quali brand riescono a creare engagement. E riconoscerli ci aiuta un po' a guardare le tendenze.
Di fatto, all'improvviso, quello che è stato il primo vero smartphone ha cominciato a perdere appeal. E la notizia di questi giorni -soprattutto per gli appassionati di Instagram- è che forse anche chi possiede un Blackberry potrebbe avere finalmente accesso alla popolare app di fotografia. Proprio con l'ultimo treno.
Ma, per quelli che sanno prenderla con spirito, c'è un articolo del New York Times molto curioso. Descrive il Blackberry come una pecora nera. E il titolo con cui il pezzo viene lanciato sul giornale suona più o meno così: «Presto! Nascondi quel Blackberry. È troppo fuori moda».
E anche il testo del link dell'articolo la dice senza mezzi termini: Il Blackberry diventa fonte di vergogna.
Quick, Hide the BlackBerry, Its Too Uncool.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012

Twitter è il mio social network preferito (mi trovi qui). Lo è per diverse ragioni, tra cui quella di essere asimmetrico.
Mi pareva di notare, però, in queste ultime settimane, una diminuzione della sua efficacia. È probabilmente una percezione temporanea, destinata a sfumare nei giorni che verranno.
Però è interessante notare che anche Alan Jacobs ha notato una diminuzione del «dinamismo» delle conversazioni. E ha scritto un post intitolato The Decline and Fall of Twitter?.
Anche qui, è mera chiacchiera. Cui risponde Razib Khan con la sua opinione: Twitter is not declining.
Ma i due link davvero utili, su Twitter, sono altri.
Il primo è un post di Kevin Locker che è una buona lettura per i giornalisti (e anche per chi vuole stare nella modernità senza farne un mestiere).
Si intitola: 5 Stats on Who Makes The Twitter Narrative (and/or Whos On and Uses Twitter).
Il secondo merita più di qualche riflessione. È un pezzo del Guardian dal titolo autoesplicativo: How Twitter is winning the 2012 US election.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012

Cose scritte altrove.
«Il futuro», scrive il Wall Street Journal, «non appartiene a coloro che abbassano il volume, cancellano le proprie iscrizioni o si disconnettono dalla rete».
Piuttosto, «il futuro appartiene a coloro che imparano a variare la propria dieta informativa, che sanno ascoltare gli importanti -ma poco evidenti- segnali deboli. A coloro che si addentrano nel mondo per scoprire le persone interessanti, le idee illuminanti e i posti, i prodotti e i servizi di cui hanno bisogno».
L'Espresso, Media Shift, A chi appartiene il futuro
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012

Cose scritte altrove.
«Al momento», scrive Pierluca Santoro, «contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media company continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale».
L'Espresso, Media Shift, 5 versioni del futuro (dei giornali)
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012

Cose scritte altrove.
Diverse tendenze in atto non sono destinate a invertirsi. L'aumento di libri pubblicati è una conseguenza diretta dell'abbattimento dei costi di pubblicazione e distribuzione che il digitale consente.
Una simile opportunità sarà sempre più in grado di ridisegnare il modo in cui l'editoria funziona. E il mercato -diventando un mercato in cui il libro non è più una risorsa scarsa, ma una risorsa abbondante- sarà sempre più competitivo.
La Stampa, Terza Pagina, Istruzioni per salvare il libro di carta.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012

«Gli smartphone», scrive Jon Mitchell, «non sono solo uno strumento di potenziamento personale. Sono dei nodi di una rete che può rendere più intelligente un'intera città».
Per questo, dice, «Dobbiamo usare gli smartphone per supportare la nostra comunità».
Jon sta proponendo i suoi 5 comandamenti per l'utilizzo di questi aggeggi (sempre più fondamentali nella nostra vita). Ma nel ragionamento ci lascia anche un'altra definizione che a me pare interessante.
«Gli smartphone sono dei droidi assistenti in grado di estendere il potere della nostra creatività e della nostra capacità di osservazione».
E non a caso, tra i comandamenti, mette «Aiuterò le altre persone con il mio smartphone».
Se hai voglia, dedica cinque minuti a una lettura che potrebbe portarti a considerare in maniera diversa l'aggeggio che spesso utilizzi e che ti accompagna ogni giorno.
The 5 Commandments For Smartphone Owners.
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012

Cose scritte altrove.
Le Monde Diplomatique, il cui claim è «costruire un senso al mondo intorno a noi», ci regala un lungo articolo sul declino della carta e sull'innovazione del digitale.
La parte a mio parere interessante è quando viene sottolineato quello che qui consideriamo il valore aggiunto del giornalismo.
«Un giornale indipendente», scrive Serge Halimi, «deve essere capace di aiutare i lettori a imparare e a capire meglio. Deve fare ordine nel caos, non semplicemente aggiungere informazioni a quel caos».
L'Espresso, Media Shift, Prepararsi al declino della carta
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012

Cose scritte altrove.
«Quello che sicuramente sappiamo è che la nuova scuola, con i nuovi strumenti, deve darsi un'impostazione diversa. Deve essere in grado di saper preparare i giovani per un mondo che richiede loro competenze molto diverse.
E deve saperli educare a vivere in un ambiente in cui l'informazione è ubiqua e interdipendente. Deve insegnare a pensare in modo digitale e - probabilmente - abbandonare le sue consuetudini analogiche».
La Stampa, Terza Pagina,
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012

«Non conta che tu pensi o meno a te stesso come un brand», scrive Chris Baraniuk, «né che tu consideri una commodity le informazioni sulla tua vita. È così per il fatto stesso che usi Facebook».
Chris sta commentando le due notizie di ieri: Facebook, il miliardo di utenti e la possibilità di pagare per dare più visibilità agli status o ai post.
Ammetto di non condividere molto il suo lessico, ma è una lettura che può stimolare qualche riflessione, anche critica. Il titolo è: Facebook's Vision: Our Identities as Brand Identities.
Il tema è interessante, soprattutto per coloro che hanno compreso l'utilità di gestire in modo professionale la propria presenza in rete. È una skill che è sempre più necessaria per chiunque lavori nei media (dal giornalista al comunicatore), ma anche per tutti coloro che hanno un'attività che richieda di essere trovati da clienti o datori di lavoro.
E ancora di più per chi il lavoro lo sta cercando ancora.
Così può essere utile, magari, condividere la ricerca fatta da Ryan Cordell su The Chronicle of Higher Education.
Ryan mette insieme una buona base di risorse per cominciare a ragionare sul modo in cui gestiamo la nostra identità online e per provare a utilizzare meglio la rete.
Da studiare con attenzione, seguendo tutti i link: Creating and Maintaining a Professional Presence Online.
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012

Cose scritte altrove.
Da qualche giorno nel mondo anglofono circolano titoloni più o meno a effetto. Il tema è apparentemente serio: l'internet addiction, ovvero la dipendenza da Internet, è stata aggiunta nella lista ufficiale dei «disordini mentali».
Come spesso capita con certe non-notizie (tipo: Facebook fa ingrassare o Internet ci rende stupidi), i media vanno a nozze con la semplificazione. E i blogger scientifici fanno opera di debunking, ovvero di recupero della verità scientifica.
Così, se ti dovesse capitare di leggere che i bambini che usano gli schermi potrebbero essere dei disturbati mentali o che -come scrive Forbes- l'internet addiction sta per essere classificata come malattia mentale, forse ti conviene andare oltre il titolo e approfondire.
L'Espresso, Media Shift, No, internet non è una malattia
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012

Cose scritte altrove.
«I book blogger», dice Sir Peter Stothard, «possono uccidere la critica letteraria e rovinare la letteratura».
Stothard, che a sua volta è un blogger, è stato l'editore del supplemento letterario del Times per un decennio ed è il chair della giuria del Booker Prize di quest'anno. Qualche giorno fa, in un articolo sull'Independent, ha fatto dichiarazioni forti: «La critica professionale deve confrontarsi oggi con una concorrenza straordinaria».
«È meraviglioso che ci siano tanti book blogger», ha affermato, «così come è bello che ci siano tanti siti web dedicati ai libri. Ma essere un critico è molto differente dal condividere i propri gusti. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore».
La Stampa, Terza Pagina, I book blogger possono uccidere la critica?
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012

«Sta gente con la fissa per l'information overload», twittava qualche giorno fa Gabriele, «sembra proprio comunicarmi "non ho abbastanza cervello da filtrare quello che vedo"».

È una battuta, ma come molte battute riesce a insinuare una riflessione. Io dico sempre che il digitale (e con il digitale l'abbondanza di informazioni) ci obbliga a cambiare l'approccio al pensiero.
La grammatica della stampa ci aveva abituati a sovrastimare il valore dell'informazione che avevamo, perché non c'era l'accesso continuo a tutte le informazioni. E bisognava accontentarsi di quelle che si avevano.
Il digitale ci obbliga a passare «dal dato al metodo». Non è più strategico possedere l'informazione, ma saperla trovare, accorpare con altre, costruire analogie che conducano a significati più estesi e a letture della realtà più ampie.
Ma proviamo a fare un passo avanti.

Una delle caratteristiche deve avere il giornalismo moderno, secondo me, è far guadagnare tempo ai lettori gestendo questo processo di costruzione di una big picture, di una visione più ampia, filtrando la complessità. E per questo la curation è sempre più importante.
«La cosa che differenzia un discreto curatore da un grande curatore», scrive oggi Andrew Apostola, «non è la piattaforma che usa, ma l'ampiezza della sua capacità di scoperta».
«La curation», dice, «è 99% ricerca e scoperta e 1% presentazione».
Io, personalmente, credo che questa affermazione abbia le sue ragioni, ma non tutte le ragioni. La qualità della curation (ma anche la qualità della nostra alfabetizzazione di cittadini nel digitale) dipende moltissimo dal nostro sistema di fonti.
Questo perché il pensiero è un processo ed è intuitivo immaginare che se alzi la qualità degli input, aumenta la qualità dell'output.

Ma forse non basta, almeno nel modo in cui io vedo la capacità di essere alfabetizzati per il mondo di oggi.
Con il digitale bisogna saper pensare digitale, rivedere il modo «in cui siamo intelligenti».
E forse, se vuoi, può essere interessante leggere un post di Catalyst House che ragiona proprio su come stia cambiando il concetto di intelligenza.
«L'intelligenza è oggi», potrei sintetizzare, «la capacità di cogliere un quadro generale assimilando informazioni da un grande numero di fonti apparentemente non correlate».
C'è molto da riflettere ancora, ma a me questa definizione piace davvero tanto.
Se vuoi farti un'idea tua, senza fidarti della mia estrema sintesi, qui trovi il pezzo: Big-picture thinking: A new measure of intelligence.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 09/24/2012

Cose scritte altrove.
«La dura verità», dice Jason, «è che librerie ormai non hanno più la posizione di influenza che avevano nella vita di molti lettori. E come dicevi giustamente tu, anche il rapporto con i critici influenti è in crisi». La continua diminuzione nella diffusione dei giornali, e la crescente importanza delle recensioni online sono due fattori che non si possono ignorare.
«La sfida», continua Ashlock, «è quella che stiamo affrontando tutti noi che lavoriamo nel mondo del libro. Come facciamo a far leggere e trovare ai lettori i libri che meritano? Anzi, se vogliamo questa è esattamente la definizione di editore: un editore è qualcuno che riesce a far dare attenzione ai buoni libri».
La Stampa, Terza Pagina, Il declino delle librerie e «l'era dell'autore»
Posted by g.g. | # | Media | 09/24/2012

Cose scritte altrove.
La spiegazione è semplice: il giornalista di oggi, se vuole lavorare, deve essere in grado di far tutto: scrivere, editare foto, impaginare, usare i social media, fare infografiche, gestire strumenti avanzati. E se riesce, deve anche capire qualcosa di programmazione.
«L'organizzazione del lavoro da verticale a orizzontale», dice Cohn, «è probabilmente il maggior cambiamento che il mestiere sta vivendo, in un momento in cui i cambiamenti sono tantissimi»
L'Espresso, Media Shift, Il giornalista orizzontale
Posted by g.g. | # | Media | 09/24/2012

Un po' di cose di casa, chè era tempo che non ne parlavamo.
E si tratta di notiziole che possono interessare chi di solito si trova a passare da queste parti.
Ieri abbiamo pubblicato, tra gli altri, due unofficial di due amici.
Il primo, di Carlo, si intitola Il Giornalista Fantasma e tocca un tema caro a chi passa spesso da queste parti.
«Il mestiere è cambiato», dice Carlo. «E se il giornalista non si adegua, rischia di diventare come quei fantasmi che vagano per la realtà senza abitarla davvero».
Le altre informazioni le trovi sul sito italiano.
Il secondo titolo è di Vincos, e si intitola La Società dei dati. Anche qui, il tema è caldo e Vincenzo lo esamina con lucidità e attenzione, come ci ha sempre abituati a fare.
E come bonus puoi dare un'occhiata a un pezzo di Morozov che tocca degli aspetti tangenziali: The Tyranny of Algorithms.
Ma c'è un altro aspetto che mi interessa molto, raccontando quello che facciamo con gli unofficial. L'idea di pubblicare in ebook dei post "molto più lunghi" (da leggere comodamente sull'ereader) l'abbiamo lanciata sottovoce in piena estate.
I primi feedback sono buoni (anche perché alcuni dei primi autori sono pezzi della storia della rete italiana), ma ci stanno arrivando molte submission.
Se hai voglia, se hai qualche idea per raccontare ai tuoi lettori qualcosa di più approfondito, mandaci l'idea qui.
Posted by g.g. | # | Media | 09/20/2012

Si sa da tempo, grazie alle tecniche di eye-tracking, che la parte del diario di Facebook su cui si concentra la massima attenzione è la foto del profilo.
Circola in questi giorni, invece, uno studio che postula un argomento interessante. Pare -e ripeto pare- che la percezione della «bellezza» della nostra foto sul profilo sia influenzata dai commenti delle altre persone.
A mio modo di vedere si ragiona su concetti poco maneggevoli, ma un'occhiata allo studio vale la pena.
Facebook profile pictures influence perceived attractiveness.
Per chi invece si diverte a giocare con le foto dei profili (e su questo c'è un altro studio da prendere con beneficio di inventario) può essere divertente usare Avatr*.
L'app (che sull'iPhone richiede IOS 5.1) è una specie di Instagram dedicata agli autoritratti, con diverse funzioni sociali, inclusa una chat oltre ai classici follow e like.
Ovviamente consente la condivisione delle foto su Twitter e Facebook, aggiornando anche l'avatar.
Se sei curioso, TheNextWeb ti spiega tutto: Photography App Avatr* Makes Self-Portraits Social.
Posted by g.g. | # | Media | 09/18/2012

Cose scritte altrove.
«Il giornalismo non arriva con un manuale di istruzioni», dice in sintesi Mindy, «e ai giornalisti, oltre alle skill bisogna insegnare il metodo: insegnare loro a entrare in una logica di apprendimento continuo».
L'Espresso, Media Shift, Giornalismo. Prima che la realtà diventi maestra
Posted by g.g. | # | Media | 09/18/2012

Cose scritte altrove.
«Viviamo in tempi molto veloci, «esponenziali» come direbbe qualcuno. Con la transizione al digitale le pratiche e le regole del gioco dell'editoria stanno cambiando molto in fretta. E noi siamo spesso costretti a pensare le decisioni di oggi immaginandole nello scenario che troveranno tra qualche mese, o qualche anno.
La capacità di pensare il futuro prossimo è sicuramente una skill strategica di cui editori e autori non possono fare a meno. Da questa attitudine, infatti, deriva la cornice in cui si effettuano le scelte e si spinge o meno verso l'innovazione».
La Stampa, Terza Pagina, Istruzioni per immaginare il futuro
Posted by g.g. | # | Media | 09/18/2012

Ne parlavamo ieri, en passant a Baobab su Radio 1. Ieri, in particolare, il tema era capire se davvero leggere usando un ereader ci fa ricordare meno ciò che leggiamo.
Ma, come dice giustamente Kyle Hill sullo Scientific American, titoli come «Internet ci rende stupidi» (e altre variazioni di maniera) in qualche modo ci raccontano come la nostra generazione sia preoccupata, chi più chi meno, dagli effetti delle nuove tecnologie.
La mia risposta, ieri, è stata la solita. Tutte le nuove tecnologie hanno sempre inquietato l'opinione pubblica quando sono entrate a far parte della vita quotidiana. Lo ha fatto il libro, lo hanno fatto i videogiochi, i telefoni cellulari, Internet.
In fondo è abbastanza noto che «quando ci adattiamo a un nuovo fenomeno culturale, incluso un nuovo medium, il nostro cervello si modifica. Questo significa che i nostri neuroni vengono allenati a comportarsi in modo diverso anche quando non siamo davanti a un computer».
Ma se vogliamo andare a vedere ciò che la scienza davvero sa di quello che sta succedendo al nostro cervello, possiamo partire da quanto scrive Kyle.
«La ricerca su come il nostro cervello processa le informazioni su Internet», scrive, «è ancora nella sua prima infanzia. Questo ci porta ad avere da un lato grande ignoranza su cosa davvero succede. E dall'altro molte idee che ci ispirano».
Serve molta prudenza (e umiltà) nei giudizi.
Il pezzo è interessante, anche per l'elenco dei 5 fattori che possono indicare il livello di credibilità di un sito web. Te lo lascio qui.
This Is Your Brain on the Internet (Maybe)
Posted by g.g. | # | Media | 12/09/2012

Cose scritte altrove.
«Io credo», scrive Kira Goldenberg, citando Anthony de Rosa della Reuters, «che bisogna ripensare il formato dell'articolo con qualcosa che assomigli di più alla grammatica del web e che sia in grado di trarne vantaggio. Dobbiamo smettere di prendere i formati che usiamo per la stampa e sbatterli sul web».
L'Espresso, Media Shift, La notizia che non vale nulla
Posted by g.g. | # | Media | 12/09/2012

Cose scritte altrove.
«Le tendenze sull'hardware, alla fine, sono semplici da decodificare. Avremo dispositivi sempre più potenti, sempre più facili da usare e sempre più economici. Inoltre, poichè la tecnologia va verso la specializzazione, avremo una scelta sempre più ampia di device per poter scegliere quello che più si adatta alle nostre esigenze personali.
Il libro, però, non è hardware.».
La Stampa, Terza Pagina, Il libro non è hardware
Posted by g.g. | # | Media | 12/09/2012

Marco Belpoliti, su La Stampa, ci racconta di un saggio di Fred Ritchin, che inaugura un concetto interessante: l'iperfotografia.
Il presupposto è che «La fotografia digitale non si fonda, come quella analogica, su una registrazione iniziale statica, bensì sulla creazione di documenti discreti, linkabili, ricontestualizzabili, ricreabili».
È un po' il discorso che facevamo su Instagram in diversi post nelle ultime settimane.
L'articolo ha un titolo vagamente fuorviante, ma merita una lettura (così come, credo, il saggio di Ritchin): Adesso il fotografo diventa un disc-jockey.

John Neel, invece, scrive un bel post su Lytro e sul futuro della fotografia. Neel, fotografo di grande esperienza, è convinto che in un tempo relativamente breve questo nuovo approccio (basato sull'idea di light field imaging) si diffonderà tanto da essere in tutti i cellulari.
«La Lytro», dice John, «é una magnifica e magica impresa della tecnologia. Ed è un grandissimo esempio di pensiero futuristico».
La logica di funzionamento della camera è quella di catturare informazioni da diversi punti di luce. E di avere una messa a fuoco praticamente continua. Questo, spiega Neel, metterà anche le nonne in grado di scattare foto bellissime.
Leggi tu stesso: Lytro - The Deeper Meanings of a Futuristic Concept

In italiano puoi dare, per esempio, un'occhiata a questo post di Wired. O a questo pezzo un po' dubbioso di Jack.
Ma Stefano ne parlava nel suo libro (disclaimer: siamo gli editori). Trascrivo il passaggio in cui spiega il funzionamento:

«Questo ulteriore salto in avanti nelle tecnologie fotografiche è il risultato di un'intensa azione di ricerca e sviluppo (R&D) che ha portato l'azienda Lytro a concepire quella che è stata definita come Light Field Camera, una rivoluzione nel mondo della fotografia.
Non più foto statiche, ma dinamiche senza però essere dei video, ovviamente. Rivoluzionario, vero?
La tecnologia alla base di Lytro si basa sulla cattura di campi di luce (Light Field appunto). Fino a undici milioni di raggi capaci di descrivere il soggetto di una foto nella sua interezza e complessità. Non uno scatto piatto e statico, ma una rappresentazione dell'oggetto così come descritto dalla luce che lo raggiunge in un particolare istante. L'apposito sensore cattura i colori, l'intensità e le direzioni vettoriali dei raggi di luce, tutti elementi persi con una fotocamera tradizionale.
L'elaborazione successiva attraverso appositi algoritmi software della grande quantità di informazioni catturate al momento dello scatto, definisce il modo in cui limmagine verrà visualizzata, offrendo una molteplicità di alternative selezionabili all'istante».

Se uniamo i puntini, abbiamo di fronte -credo- uno scenario molto interessante. La tecnologia assisterà sempre più la qualità. E la diffusione del mobile e delle gratificazioni di condivisione (sui social network, ad esempio) porteranno a costruire un rapporto molto più diffuso e diverso con le immagini. Che probabilmente influenzerà lo storytelling, sia giornalistico, sia quotidiano.
Ma intanto, se hai voglia, guarda questo video: The future of photography... today.
Posted by g.g. | # | Media | 03/09/2012

Da diversi mesi mi sto divertendo molto con Instagram (e sul tema ho anche scritto qualche mio commento).
L'uso che faccio io di Instagram è molto lontano dall'idea di fotografia con la maiuscola («Se è arte non è Instagram. Questa è Instagram», dicevo).
Piuttosto è fedele alla tagline, che scherzosamente cita David Weinberger: Small pieces of my life, loosely joined.
Normalmente uso Instagram come unico strumento in rete su cui raccontare qualche sprazzo di vita personale, attraverso le immagini. Ma anche per usare le foto negli articoli o nei post.
Senza nessuna pretesa, insomma, e con un atteggiamento un po' divertito e un po' sornione. Usando, tra l'altro, sempre lo stesso filtro, vagamente pop, che emula le Lomo.
Però, ecco, mi è venuto lo sfizio di provare a selezionare le 5 foto che mi divertono di più, magari giocando anche con i Cliché indicati da Mashable.
Eccole:

1. Fissato con la simmetria. L'ascensore.



2. Fissato con la simmetria. Archi e luce.



3. La Terra di Mezzo.



4, 5. L'associazione a delinquere: l'accoppiata Instagram + gatte in casa





Se vuoi, su Instagram mi trovi come ggranieri. E se non hai uno smartphone, puoi usare uno di questi servizi per dare un'occhiata alle foto che sempre più persone condividono.
Posted by g.g. | # | Media | 03/09/2012

Cose scritte altrove.
«Sull'obiettività nel giornalismo si è discusso molto, anche se nella vulgata ha un significato basico e intuitivo.
Tuttavia, nel mondo che stiamo vedendo cambiare, potrebbe cominciare ad essere utile anche ragionare su quanto il concetto sia semplicemente un fattore legato alla carta e non al mestiere».
L'Espresso, Media Shift, Nuovi paradigmi nel giornalismo
Posted by g.g. | # | Media | 03/09/2012

Cose scritte altrove.
È un po' che aggiornavo l'elenco delle cose scritte su La Stampa. Invece che post singoli, faccio la lista:
* La Stampa, Terza Pagina, Il profumo della carta
* La Stampa, Terza Pagina, Un futuro complicato per i libri (e per le recensioni)
* La Stampa, Terza Pagina, Il nostro rapporto con il libro che cambia
Posted by g.g. | # | Media | 03/09/2012

Sull'Espresso in edicola questa settimana (quello di carta), il NonSoloCyber toccava a me. E si parla di Instagram.

Qui ne avevamo già discusso in un paio di post (Il mondo dopo Instagram e Tre consigli per Instagram), ma approfitto della segnalazione dell'articolo per aggiungere un paio di link.
Il primo racconta di come stia cambiando il nostro rapporto con la fotografia, e lo metto qui con il dovuto disclaimer (siamo gli editori del libro): è un estratto che si intitola Kodak Moments.
Il secondo è un pezzo di Social Media Today che racconta -tra le altre cose- della rapidissima crescita di Instagram negli ultimi mesi. Lo trovi qui.
E, per annotare quanto la fotografia stia diventando centrale nelle nostre condivisioni, si può riflettere sul fatto che -secondo una ricerca- oltre il 35% dei tweet sono ormai foto.
Detto questo, trascrivo l'inizio:
«"Il boom della televisione", ha scritto recentemente Steve Rubel, "negli anni cinquanta e sessanta ha creato una forte onda di innovazione nello storytelling per immagini". E tra gli effetti di questa rivoluzione cita l'ormai onnipresente spot da 30 secondi.
"Oggi", aggiunge, "sta avvenendo un fenomeno simile, ma è la fotografia a spingere un nuovo rinascimento del racconto visivo. La fotografia sta diventando la lingua franca di una società sempre più mobile, globale e sociale". Rubel, che è un analista molto ascoltato, osserva che le nuove tecnologie (in particolare la diffusione degli smartphone sempre connessi) e la possibilità di condividere in tempo reale gli scatti sui social network fanno della fotografia -che è immediata e non ha barriere linguistiche- una grande forma di racconto collettivo».
2012: Rinasce la fotografia, L'Espresso, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 08/18/2012

Cose scritte altrove.
«Diverso invece, e meno esplorato, è il modo in cui si sta trasformando la nostra percezione dell'autore in un mondo in cui non serve necessariamente più il libro per essere autori.
Ci sono mille strumenti (dai blog in poi) e la stessa idea di «pubblicazione» non ha più quelle barriere di accesso elevate che in qualche modo davano una certificazione autoriale in funzione della scelta dell'editore.»..
La Stampa, Terza Pagina, Il libro muore, ogni tanto
Posted by g.g. | # | Media | 08/18/2012

Post pigro e ozioso di piena estate, con un po' di letture trovate in giro.
Ehud Riven compila un elenco dei 10 libri scientifici che ogni geek dovrebbe leggere.
Tra questi ce ne sono alcuni che ho amato un sacco, come Il gene egoista di Richard Dawkins e Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter. E il Cigno Nero.
Il mio punteggio su questa lista è 5 su 10, quindi vado a mettermi dietro la lavagna in punizione. E non infierite.
Aggiungo però un fatto buffo: senza una reale ragione, poiché non è un autore da libri scientifici, a primo impatto mi sono trovato a pensare che mancasse un titolo di Borges. A mente fresca potrei infilarci Altre Inquisizioni (che è una raccolta di saggi) ma un geek che si rispetti deve aver letto almeno Finzioni.
Poi: Internazionale ci racconta che «l'ayatollah Ali Khamenei, attuale Guida suprema dell'Iran, ha aperto un account su Instagram». Il prossimo potrebbe essere Nino D'Angelo: a quel punto dovremmo considerare completato il processo di adozione.
Infine un ultimo link: Mary Sue scrive un bellissimo post che mescola Tolkien, videogiochi e -direi- considerazioni su come viviamo e impariamo.
«La società, in generale», dice, «ha la stupida e strana idea che giocare sia una cosa che devono fare i bambini». Eppure, aggiunge, «la frase stessa "giocare un gioco" implica una mancanza di sofisticazione e di duro lavoro».
Leggi tu stesso: That Time J.R.R. Tolkien Wrote A Short Story About Video Games.
Posted by g.g. | # | Media | 03/08/2012

Cose scritte altrove.
«La tecnologia», potrebbe dire Uno (ma anche più di uno) «non mi interessa».
Il rifiuto delle nuove tecnologie, diciamolo, è legittimo. Ma nel mondo di oggi non è una scelta saggia.
L'Espresso, Media Shift, Poi uno dice la tecnologia
Posted by g.g. | # | Media | 03/08/2012

Stamattina stavo preparando un pezzullo su Instagram per l'Espresso (quello di carta) e mi sono continuamente distratto a guardare i tanti link di tips & tricks.
Lo dicevamo, anche se la fotografia finisce in mano ai dilettanti, la comunità di pratiche in rete poi condivide sempre esperienze e suggerimenti. E in media si cresce tutti insieme.
Così, visto che Vito aveva iniziato il gioco, raccolgo qui i consigli che mi piacciono in modo particolare. E che, non a caso, sono relativi alla parte che mi affascina di più dell'uso di Instagram, la composizione (che recupera molte regole tradizionali, ma che è bello adattare al formato quadrato).
E che io per primo sto studiando (si sa mai che impari).

1. Get Symmetrical
Il consiglio viene da Pei Ketron una bravissima fotografa che ha fatto della simmetria una scienza. «Per fare una foto simmetrica, devi metterti al centro, devi essere sicuro che le tue linee siano perfettamente dritte e devi essere perfezionista nel ritagliare il quadrato».
Io sono molto meno che un fotografo dilettante (un apprendista dilettante direi), ma la simmetria ha molto a che fare con la capacità del nostro cervello di percepire il bello attraverso le giuste proporzioni. In ogni caso, non fidarti di me e leggi quello che ne dice Pei.
Per lavorare sulla simmetria il consiglio base è usare la griglia che trovi tra le opzioni della camera dell'iPhone. Aiuta moltissimo.
E, in generale, non conviene mai scattare le foto direttamente da Instagram.

2. Rule of Thirds
Dan Cole suggerisce di prestare molta attenzione alla composizione e in particolare alla classica Rule of Thirds.
Composition101 te la spiega con gli esempi e Dan ti racconta come la interpreta lui.

Intermezzo
Qui trovi raccolte le 8 regole che vengono da 8 grandi fotografi. Tra queste, un paio le abbiamo viste e altre sono interessanti. Ma se ti diverte la parte più tecnica della scatto, potresti trovare molto utile l'approccio di @chrisozer (che scatta intenzionalmente in maniera sottoesposta e qui spiega bene come fa e perchè).

3. Combina con altre app
Può essere molto divertente lavorare la foto con altre app, prima di passarla su Instagram. Qui trovi alcuni consigli, ma ce ne sono tante.
La mia preferita è Color Splash, che consente di togliere selettivamente il colore da alcune aree dell'immagine, contribuendo a creare un nuovo layer di significato o semplicemente un effetto molto suggestivo.

Ovviamente la rete è piena di istruzioni e guide. Da quella di Anthony Quintano, ai consigli sulla netiquette a quella su come diventare popolari. E ce ne sono tante altre.
Se sei curioso, navigaci un po'.
Posted by g.g. | # | Media | 07/29/2012

Cose scritte altrove.
«I cambiamenti più grandi per l'editoria», racconta Mark Coker a Forbes, «devono ancora arrivare».
«Le vendite dei libri di carta», predice, «diventeranno sempre meno importanti, se non insignificanti»..
La Stampa, Terza Pagina, Cari editori, i grandi cambiamenti devono ancora arrivare
Posted by g.g. | # | Media | 07/29/2012

Cose scritte altrove.
«Se la notizia è una commodity, una cosa che ormai si trova ovunque, il giornalista oggi deve -a mio parere- essere capace di porsi qualche passo avanti rispetto al suo pubblico nel dargli una comprensione (io preferirei "visione") di un percorso nella complessità informativa.
Questo non sempre accade. I lettori più evoluti, oggi, sono molto più abili a muoversi in questi ambiti di quanto lo siano alcuni giornalisti. Il che assomiglia a dire che viviamo in un mondo in cui alcuni lettori sono migliori mediatori per se stessi rispetto ai mediatori tradizionali. È una sfida che il giornalismo -come mestiere- non può permettersi di perdere.»
L'Espresso, Media Shift, Gli asset del giornalismo moderno
Posted by g.g. | # | Media | 07/29/2012

«I membri di una comunità professionale», scrive Chas Edwards, «non sono mai felici quando i dilettanti hanno l'opportunità di competere con loro».
Edwards sta parlando di Instagram e dei due anni dalla pubblicazione della prima foto. E fa un ragionamento molto sensato, iniziando con un'osservazione chiara: sta accadendo alla fotografia ciò che accade a tutti gli altri settori dell'industria culturale.
Pensa ai blog o ai libri.
Edwards conclude con quello che mi sembra un punto di vista saggio: «È arrivato il momento di smettere di chiederci se la foto è stata scattata da un professionista o no. Dobbiamo iniziare a chiederci: questa foto attira la mia attenzione?»
Poi aggiunge una considerazione sull'approccio ai contenuti e indica casi esemplari come quello di Sports Illustrated. Quindi suggerisce: «smettiamo di chiamarli dilettanti e cominciamo a usare le loro foto».
Il titolo è: Don't Hate Instagram Because It's Disrupting Another Profession. Merita la lettura.

A me vengono in mente due cose. L'approccio Instagram non è certo una roba da puristi (ne parlavamo con Sergio tempo fa) ma mi pare che la combinazione filtri + ubiquità porti a codificare una nuova estetica -o almeno una nuova modalità- dello sguardo.
La saturazione dei colori, lo sdoganamento del formato quadrato (che obbliga a pensare la foto in modo diverso, più simmetrico), sono tra gli elementi che rendono più facile una foto bella.

Io dico sempre, scherzando, «Se è arte non è Instagram. Questa è Instagram».
Ma c'è un bell'esperimento che sta facendo Sara, sul racconto di una città (Potenza) attraverso Instagram e a me pare di vederci due fatti importanti. Il primo è che in molti commentano dicendo «Non sembra Potenza» (e secondo me accade proprio perché Instagram porta ad uno sguardo diverso).
Poi, la parte collaborativa (il gruppo su Facebook che alimenta la condivisione di foto) sta dando i primi segnali di un processo importante che abbiamo visto spesso accadere in rete: il gruppo si comporta come una comunità di pratiche.
C'è imitazione dei casi migliori, c'è apprendimento di tecnica. Persino alfabetizzazione, poiché -grazie al confronto con un tema noto e in comune, la città che abitiamo- si stanno avvicinando allo sguardo digitale persone che non erano poi tanto vicine -per età o familiarità- a certi universi di visione e condivisione.
E il risultato, mi sembra, è che man mano la qualità media delle foto cresca. Questa cosa assomiglia a una vecchia considerazione: se abbiamo gli strumenti, non abbiamo -o acquisiamo più lentamente- i linguaggi espressivi. Ma la pratica e l'esempio fanno crescere la qualità nel tempo. Anche qui, è accaduto con i blog, sta accadendo con il video. Eccetera.
È un esperimento iperlocale, ma se vuoi dargli un'occhiata qui c'è il Tumblr: Potenza Digitale.

C'è poi un altra cosa che io trovo interessante. Ed è un fattore che agisce, almeno su di me, a livello personale. Quando -ormai dieci anni fa- ho iniziato ad avere un blog, ho cominciato a «pensare da blogger». Molte cose che vedevo, o leggevo, o che mi apparivano interessanti e che normalmente avrei perso, diventavano una traccia per un post. E il post diventava un confronto, una condivisione e in qualche caso anche un'occasione di gratificazione da cui imparare.
Il lato social di Instagram genera lo stesso meccanismo. E io sto cominciando a osservare la realtà in modo diverso. Mi capita di cercare in una visione panoramica il «quadrato» da instagrammare o la combinazione di colori da rendere pop con il mio filtro preferito (quello che emula le Lomo).
Questo mi porta a pensare in maniera differente il mio rapporto con lo spazio e con ciò che osservo.
Personalmente credo che in tempi molto brevi gli smartphone saranno vicini ad essere il telefono entry-level e sempre più persone si avvicineranno a certe dinamiche.
E mi sembra un fatto positivo, oltre che un ennesimo aspetto di trasformazione che va seguito attentamente.
(Se hai voglia, su Instagram mi trovi come ggranieri)
Posted by g.g. | # | Media | 07/25/2012

Cose scritte altrove.
«Il mio consiglio, se vuoi allargare il tuo punto di vista, è quello di ampliare la visione del fenomeno, che assomiglia più a un profondo cambiamento culturale che non a una replica di vecchi modelli noti».
La Stampa, Terza Pagina, La maturità del self-publishing
Posted by g.g. | # | Media | 07/25/2012

Ok, il mio personaggio principale, quando giocavo a World of Warcraft, era un prete, ma era un troll.
L'elfo della notte è invece il character di Bonnie Nardi, antropologa dell'Università della California. E secondo Savage Minds il libro di Bonnie (intitolato My Life as a Night Elf Priest: An Anthropological Account of World of Warcraft) è qualcosa da non perdere.
Nella recensione, Alex Golub lo definisce come «la migliore etnografia di World Of Warcraft che si sia mai vista». E aggiunge che si tratta di un lavoro importante, destinato a cambiare il modello con cui lavora l'etnografia.
Il libro non è recente ma colpevolmente lo scopro ora, via Daniel Lende. E sono curioso di leggerlo.
Se vuoi, la review è qui: My Life as a Night Elf Priest. E il libro è disponibile anche free.
Sempre in tema, c'è un interessante post di Andy Wong che razionalizza una cosa che ho sempre pensato senza sapere di pensarla.
«La magia di questi giochi», dice Andy, «non è la meraviglia grafica, nè la profondità delle meccaniche di gioco. Piuttosto è la capacità del giocatore di percepire il mondo come tangibile».
Il post è interessante e merita la lettura per i diversi stimoli che offre: 5 Reasons Why RPG Worlds Are Dooming Themselves.
Posted by g.g. | # | Media | 07/22/2012

«Analizzare la scienza dei supereroi», scrive Josh Jones, «è una divertente attività collaterale per gli scienziati affascinati dal pop».
Ed è, in genere, una forma di divulgazione molto interessante per i lettori. Uno degli esperimenti più belli è sicuramente La Biologia di Star Trek, di Susan e Robert C. Jenkins.
È un libro appassionante da leggere, in grado di portarti in maniera piacevole alla comprensione di concetti che altrimenti risulterebbero inaccessibili a un non iniziato in biologia evolutiva.
Ma è anche uno di quei libri che poi riescono a farti guardare molte cose in modo diverso.
Certo, il mio giudizio è viziato dai precedenti: sostengo da sempre che la cultura pop sia una delle chiavi più belle per il racconto divulgativo (e più in generale per per la costruzione di racconti complessi).
In ogni caso, se ti appassiona il tema, puoi dare un'occhiata al post di Jones, magari seguendo tutti i link.
The Mathematics of Spiderman and the Physics of Superheroes.
Posted by g.g. | # | Media | 07/22/2012

Cose scritte altrove.
«Nel mondo di oggi essere un giornalista non ben alfabetizzato con la tecnologia», scrive il Guardian, «è come essere un pilota che non è bravo ad atterrare»
L'Espresso, Media Shift, 5 cose che un giornalista moderno deve imparare
Posted by g.g. | # | Media | 07/22/2012

Cose scritte altrove.
«Gli editori tradizionali», scrive Penelope, «non hanno idea di chi compra i loro libri», specie in un mondo in cui l'85% degli acquisti si fa online (soprattutto su Amazon).
E rincara la dose: «gli editori di carta non hanno idea di come si vendono i libri online. I vecchi sistemi per promuovere i libri -come i passaggi in TV o le quarte di copertina- sono ormai passati. Queste tattiche di marketing offline non hanno più valore laddove conta solo il marketing online, che è un gioco di metriche. Se vuoi vendere un libro devi avere molte informazioni su chi lo compra e perchè. Devi sapere qual è il messaggio di marketing che lo ha condotto fin lì. Devi conoscere la community cui stai parlando».
La Stampa, Terza Pagina, Due visioni sul futuro dell'editoria
Posted by g.g. | # | Media | 07/22/2012

Ieri discutevamo su come l'idea di libro si stia affrancando da quella costruita sull'idea di supporto fisico e stia invece diventando sempre più associata ad una modalità di lettura.
Oggi scrivendo un pezzo per un mensile, ho recuperato questo vecchio articolo di Tom Chatfield su Prospect Magazine.
È del 2010 (quasi un'era fa) ma forse vale la pena condividere alcune riflessioni.
«Alla fine dei conti», scriveva Chatfield, «la traduzione dei libri in formato digitale significa la distruzione di tutti i confini. E i confini sono ciò che costruiscono la nostra idea del libro di carta: i testi stampati sono oggetti immutabili, individuali, prestabili, tagliati fuori dal mondo. Una volta che la parola appare sullo schermo, i testi non sono più quello che erano. Iniziano ad occupare lo stesso spazio occupato non solo da altri testi digitali, ma anche da ogni altro medium. Musica, film, giornali, blog, videogiochi. È la natura della società digitale, tutte queste cose ci arrivano in parallelo, attraverso lo stesso canale, consumate simultaneamente o in sequenza ininterrotta».
Tom Chatfield, Do Writers Need Paper?
Posted by g.g. | # | Media | 04/07/2012

Ieri abbiamo lanciato i 40k Unofficial, un altro passo nella nostra personale esplorazione delle frontiere del libro.
Il claim è molto semplice «A metà tra editoria tradizionale e self-publishing. A metà tra blog e libro».
E i primi quattro autori sono ovviamente blogger: Luca De Biase (Scienza delle Conseguenze), Lia Celi (Diario di una battutista), Alessandro Gilioli (Bersani ti voglio bene) e Simona Melani (Social media fashion). Altri titoli arriveranno.

L'idea degli Unofficial ha diversi punti che sfruttano la peculiarità del digitale. In copertina c'è un retweet che svolge la funzione di descrizione del libro (poiché gli ebook non hanno una quarta).
Il concept è pensato per spostare i «post lunghi» -difficili da leggere sul web- verso un tipo di lettura propria del libro, quella lean back, rilassata, con un ereader.
E -sebbene la collana sia ancora in beta- tutti possono proporre il proprio Unofficial.
L'idea di fondo è: «Liberi come blog, libri come formato»

Ma la ragione per cui ne parlo qui -oltre al fatto che ci abbiamo lavorato un bel po'- è collegata a una considerazione più generale: quando lanci un'idea di frontiera ci sono due livelli di narrazione: quella che fai tu e quella che viene fuori «socialmente». La seconda tende a prevalere, e saperla ascoltare è sempre utile e illuminante.
In queste prime ore, Giovanni ci ha dato la sua (Re: @gba_mediamondo Editoria unofficial: tra self publishing e nuova circolazione), ma soprattutto c'è stata una interessante discussione su Twitter. Il tema era: come sta cambiando il libro.

In particolare, erano due i punti principali:
1. Cade la differenza tra libro e approfondimenti? (*)
2. Il ruolo dell'editore in una collana aperta (*)

Per come la vedo io, il punto 2 è un finto problema. Da un lato il self-publishing è già una reale opzione per gli scrittori, quindi si trasforma l'intera grammatica culturale. Lo abbiamo visto già accadere con l'arrivo dei blog nel mondo delle news.
Dall'altro gli Unofficial sono un modo per mettere a sistema una collaborazione proficua tra autore ed editore, lasciando all'autore il 45% di royalty.
Dopo la fase di sperimentazione (in cui anche noi impareremo molto) decideremo i criteri definitivi di selezione. Per ora, per dirla con le parole di Marco, «selezioniamo gli autori e non i temi o i contenuti»

Ma probabilmente il punto 1 è quello più disruptive nel passaggio dalla carta al digitale. Come stanno dimostrando moltissimi esempi, ci sono sempre più contenuti di tipo diverso che diventano ebook e quindi libro. Dai lavori giornalistici ai manuali operativi fast-food.

E non dovremmo stupircene. La nostra idea di libro nasce dalla caratteristiche funzionali del supporto. Con la carta era una «risorsa scarsa» (perché costosa, complicata da distribuire e da stoccare). Ed era un tipo di prodotto che portava con sé un set di regole che lo definiva: a partire dalla foliazione e dai suoi vincoli.
Con il digitale l'idea di libro-prodotto sfuma molto. E sfuma anche il diaframma che separava il libro dagli altri contenuti di lettura che non entravano nelle regole della carta.
Così, magari sbaglio, dobbiamo prepararci a un cambiamento di prospettiva.
Probabilmente l'idea di libro che avremo nel XXI secolo non sarà più collegata ad un oggetto, ma a una modalità di lettura. Quella che -per ragioni di supporto- prima collegavamo ai libri e che oggi si estende a tutti i testi.
Posted by g.g. | # | Media | 03/07/2012

Cose scritte altrove.
«I libri non faranno eccezione. Se guardiamo il presente, immerso nella transizione dalla stampa al digitale, possiamo non accorgerci del cambiamento in tutta la sua importanza.
Ma diventa interessante provare a immaginare come funzioneranno le cose quando saranno più mature le tendenze che oggi iniziamo ad osservare. Quello che accade negli Stati Uniti, in vantaggio su di noi di almeno un paio di anni nell'adozione dell'ebook, è spesso esemplificativo.».
La Stampa, Terza Pagina, Istruzioni per vendere gli ebook tra un paio di anni
Posted by g.g. | # | Media | 03/07/2012

Disclaimer: Siamo gli editori del libro. Ma in fondo la vita di un saggio (e in particolare di un saggio come questo) inizia proprio quando se ne comincia a discutere.

Ne palavamo, en passant, qualche giorno fa con Juan Carlos De Martin. E qualche tempo fa con Giovanni. In questo Paese il «tecnoentusiasmo» non ha mai avuto il suo ruolo, finendo spesso relegato in quel ghetto nerd che la parte di accezione negativa del termine regala al luogo comune.
Lo dico da persona che ha avuto a volte appiccicato addosso il bollino di tecnoentusiasta (quindi fai 2+2 e non darmi troppa attenzione): secondo me se ne dovrebbe discutere.
Si dovrebbe ridefinire e/o aggiornare il termine, magari cercando di entrare con maggior consapevolezza in quella zona grigia in cui il tecnoentusiasmo viene confuso con la capacità di proporre una visione che racconti la disruption in maniera problematica.
O anche solo per approfondire un po' la prospettiva, o per allargare con degli scenari la nostra comprensione del futuro e del presente, cosa che al momento fa bene solo la fantascienza migliore.
Ed è un tema su cui le posizioni nostalgiche aiutano da un altro versante, ma forse non bastano da sole. Sarebbe interessante provare a costruire un incontro nel mezzo.

Detto questo, su La Lettura (in edicola oggi con il Corriere) c'è un bel pezzo di Giuseppe Sarcina che recensisce "La Fine dell'Era del Buon Senso". E pone, in chiusura, delle buone questioni su cui ragionare e su cui cercare di costruire la nostra posizione personale.
«Sarà di per sè un valore possedere 12-13 apparecchi elettronici connessi, oppure diventerà decisivo considerare che tipo di contenuti stiamo condividendo?».
O, ancora, «ci possiamo chiedere se per caso i giovani della Primavera araba (un accenno volante nel testo di Maruzzi) non abbiano confidato soltanto sul Power of Connectivity senza integrarlo con il più elementare buon senso politico?».
E conclude: «Al dunque, nei prossimi anni potremo delegare molte funzioni importanti alla tecnologia. Ma sembra difficile poter rinunciare a intelligenza, cultura, esperienza e, sì, anche buon senso».
La Lettura, La nostra cambiale al potere della tecnologia (senza rinunciare al buon senso). Non online.
Posted by g.g. | # | Media | 01/07/2012

Si sta parlando abbastanza, in questi giorni, di un editoriale di Thomas Friedman.
Il Post ne trascrive uno stralcio evocativo: «La qualità della leadership politica declina ogni 100 milioni di nuovi utenti di Facebook o Twitter».
E Alessandro, su Reset, commenta il concetto principale, il Popularism: «un nuovo concetto che ha qualche parentela con populismo ma non è esattamente quello».
Alessandro riassume bene: «La preoccupazione del journoguru è che l'orizzontalità partecipativa del nuovo mondo digitale rischi di risucchiare i leader politici (americani, europei e anche arabi, scrive Friedman) in un vortice nel quale l'unità di misura risulta solo il successo con follower e amici e che la politica si perda per strada».
Per come la vedo io, osservando le cose dal punto di vista dei media (e di come stanno cambiando la nostra cultura), la politica sta vivendo -con le sue particolarità- la stessa disruption del giornalismo, dei libri, e dell'intera industria culturale.
Questo perché se cambiano le modalità di informazione e di accesso alla conoscenza (oltre che quelle di relazione), cambiano i contesti in cui si prendono le decisioni.
E se il primo effetto che stiamo vivendo è l'aumento di domanda di politica di qualità, probabilmente c'è molto da ragionare ancora su tante altre cose.
A partire dalla leadership (Luca ne parlava sempre a proposito di un altro articolo di Friedman) per arrivare all'idea stessa di rappresentanza, che forse negli anni andrà aggiornata.
Ma ecco, magari sbaglio, però a me sembra che in questi mesi stiamo vedendo già gli effetti e forse non ne riconosciamo la causa. Anche qui, alla fine, potrebbe servire allargare la prospettiva e cercare di ricostruire uno scenario in base alle nuove regole.
In fondo, per fare una parafrasi un po' avventurosa, non abbiamo mai vissuto la politica ma il racconto della politica. E se cambia il racconto della politica, cambia tutto il resto.
Posted by g.g. | # | Media | 06/27/2012

Sempre in tema di Giocattoli per early-adopter.
Grazie a Sara, che mi ha mandato uno screenshot, scopro che l'algoritmo di Flipboard (che io uso meno di Zite), quando presenta i miei articoli in vetrina, utilizza una foto che io non sapevo nemmeno che esistesse (o comunque di cui non ho ricordo alcuno).
Ed è una foto che non ho mai associato alle mie attività online, quindi -anche per un algoritmo- non dovrebbe essere il risultato più ovvio.
Al di là del fatto curioso, mi sembra interessante perché questi strumenti -oltre a personalizzare il consumo di notizie- lavorano con una cura sempre maggiore nella personalizzazione della dimensione editoriale e dell'esperienza.
Posted by g.g. | # | Media | 06/24/2012

Sull'Espresso oggi in edicola (la rubrichetta del NonSoloCyber toccava a me) si parla di Prismatic. Trascrivo qualche riga:
«Ancora poco noto in Italia, Prismatic ha avuto recensioni importanti, come quelle del New York Times, di Forbes e dell'Atlantic. È un modello che funziona già molto bene e che ci insegna tante cose su come ormai l'unità di senso del giornalismo moderno non sia più il contenitore o la testata, ma il singolo articolo. E di come la distribuzione delle notizie sia sempre più legata alla logica di rete. Ma forse è un esempio che ci racconta anche un nuovo modo di pensare il giornalismo di domani, perché se cambiano le abitudini del pubblico non può non cambiare anche il modo di pensare l'informazione.
Certo, ad oggi gli strumenti come Prismatic non hanno ancora una grandissima diffusione. Sono, tecnicamente, giocattoli per early-adopter, per persone che seguono l'innovazione e la sperimentano subito. Ma la diffusione di queste tecnologie, come ci ha insegnato il passato, è molto rapida. E pone delle domande cui forse bisogna cominciare a pensare già oggi».
L'Espresso, Informazione sempre più social, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 06/24/2012

Cose scritte altrove.
«Forse, a questo punto, l'idea di autore potrebbe tornare ad essere quella di una persona che viene riconosciuta per la propria voce, per il modo di raccontare o di costruire una visione. Ma, in una cultura come quella contemporanea, sicuramente anche per il modo di rapportarsi al suo pubblico.
E questo essere riconoscibili come autori, è probabile, non dipenderà più dal canale che si usa. Che sia Twitter, o un ebook, o qualcosa di diverso, potrebbe non essere più importante.
Il supporto non conta più. È il modo in cui l'autore viene riconosciuto come tale ad essere il punto sensibile».
La Stampa, Terza Pagina, Essere un autore, oggi
Posted by g.g. | # | Media | 06/24/2012

Il self-publishing (ne parlavamo ieri qui) è un fenomeno importante.
È probabilmente la forza che sta ridisegnando (reshaping, come direbbero gli anglofoni) maggiormente l'editoria e il modo in cui funziona.
Produce, al momento, due effetti visibili: da un lato una forte pressione sui prezzi, un'accelerazione della competizione e un aumento esponenziale dell'offerta.
Dall'altro, sta cambiando completamente la mentalità. Degli autori soprattutto. Ma gli editori seguiranno.
Al proposito, Christopher S. Penn ha scritto un lungo post che ragiona in modo molto lucido su come un autore debba configurare la scelta tra le due possibilità: self-publishing o editore tradizionale.
Io lo trovo interessante perché assomiglia molto alla nostra esperienza quando trattiamo con gli autori americani o inglesi (nella foto: Cory Doctorow).
Io ho sempre sostenuto che con il digitale gli editori devono cominciare a pensare a se stessi come media company. La teoria di Penn, che guarda all'editore dal punto di vista di un autore che oggi ha alternative, è ancora più radicale.
«L'editore», dice, «è prima di tutto una marketing house». Poi è una Skill House e, ancora, è un fornitore di servizi.
Il pezzo è ricco di spunti e molto lucido: Publisher 2.0 and the future of the book publishing industry.
Se vuoi approfondire, ci sono altre due letture interessanti. La prima è un lungo post di Kristine Rusch intitolato The End of The World as We Know It.
La seconda un articolo di Forbes: Publishers Still Dying Under The Consignment Model.
Posted by g.g. | # | Media | 10/06/2012

Pierluca è ottimista. Io lo sono meno, soprattutto se allargo l'orizzonte oltre i prossimi due o tre anni.
Alla fine è una questione di orizzonte che si osserva. Il mio è viziato dall'approccio, perché tendo a ragionare sulla strategia. E un orizzonte meno spinto in avanti assomiglia più alla tattica.
E ovviamente la mia è una congettura, costruita sul fatto che leggo mille tendenze diverse e -tra queste- nessuna porta notizie buone che mi autorizzino a credere che ci sia un futuro sostenibile per la carta.
Soprattutto dal punto di vista industriale, non da quello delle nostre preferenze personali.
Ma la mia opinione poi non conta molto. Può essere interessante invece leggere l'analisi della Reuters, che racconta di una di queste tendenze, da uno dei punti di vista possibili (i dati si possono leggere in mille modi).
«Man mano che molti giornali chiudono la loro edizione di carta», scrive Jennifer Saba, «e man mano che si focalizzano sull'edizione digitale, sta emergendo una nuova tendenza problematica: le vendite di pubblicità online non crescono».
Leggilo tu stesso per farti un'idea: In scare for newspapers, digital ad growth stalls.
E, se hai voglia, c'è anche questo bel pezzo di Peter Wilby che analizza il futuro del Guardian, testata che sta costruendo un fortissimo brand internazionale ma che ha grandi problemi con i conti.
«La verità», scrive Wilby, «é che il Guardian potrebbe non avere futuro. E come il Guardian tutti gli altri giornali. L'intera industria sta precipitando, esattamente come è stato per la musica».
Ma l'articolo è lungo e interessante, e va letto tutto: Alan Rusbridger: the quiet evangelist.
Posted by g.g. | # | Media | 09/06/2012

Cose scritte altrove.
«È una coincidenza», scrive Patrick Barckham sul Guardian, «il fatto che molti autori che stanno avendo successo con il self-publishing avevano già prima una forte presenza sul web?».
La Stampa, Terza Pagina, Come avere successo con il self-publishing
Posted by g.g. | # | Media | 09/06/2012

Cose scritte altrove.
«Non cè nulla di Twitter», dice Marshall, «che non avessimo già nel 2003. Non cè nessuna tecnologia nuova dietro Twitter. Ed è praticamente la stessa cosa per Facebook». Questi siti oggi importantissimi, suggerisce, non sono nuove tecnologie. Sono nuovi modi per imporre una visione.
E conclude: «La tecnologia non centra nulla. Quello che sta cambiando è lesperienza sociale, che è una cosa diversa dalla tecnologia. Sta cambiando il modo in cui le persone si relazionano luna con laltra, e cambia il modo in cui si consumano le notizie».
L'Espresso, Media Shift, Perché cambia il giornalismo
Posted by g.g. | # | Media | 09/06/2012

L'ipotesi, se vogliamo, non crea più di tanto stupore.
La storia recente racconta di un'innovazione molto veloce e di migrazioni forti da ambienti di rete ad altri. Così come racconta il declino di marchi che per noi dinosauri sono stati punti di riferimento e sembravano solidi ed eterni. Yahoo! ed Altavista, ad esempio. O Netscape.
E poi, diciamocelo, otto anni nella storia del digitale sono come otto anni nella vita dei gatti, se li compariamo al tempo degli uomini.
Otto anni fa non conoscevamo Youtube, Twitter, lo stesso Facebook. Per non dire di Instagram e altre diavolerie che oggi fanno parte del quotidiano.
All'epoca i giornalisti chiedevano in giro: cos'è un blog? E ti guardavano scettici alla risposta.
Così se hai qualche minuto di tempo e un po' di curiosità (mista a qualche etto di pensiero speculativo) puoi leggere questo post di Mashable.
Facebook Will Disappear by 2020, Says Analyst.
Posted by g.g. | # | Media | 05/06/2012

Cose scritte altrove.
Ci sono molte evidenze scientifiche, nella ricerca, che dimostrano come -all'aumento delle informazioni disponibili- la prima cosa che cresce siano le aspettative. E le aspettative dell'elettorato stanno crescendo.
Gli elettori non sono più il «pubblico di massa della Tv», che subiva l'agenda. Piuttosto, sono un nuovo insieme liquido che tende a influire sulle preferenze personali (e sulle opinioni) dei vicini. E che non è più disponibile ad accontentarsi di un sistema che poteva reggere al vecchio racconto del mondo, in cui l'informazione era una notizia scarsa.
L'Espresso, Media Shift, La domanda di politica di maggior qualità
Posted by g.g. | # | Media | 05/06/2012

Cose scritte altrove.
«Sin dall'inizio», argomenta Wasserman, «Jeff Bezos ha voluto essere grande in fretta. Non è mai stato il tipo da "piccolo e bello"». E comincia la sua analisi.
La Stampa, Terza Pagina, L'effetto Amazon e i dati sul self-publishing
Posted by g.g. | # | Media | 05/06/2012

Qualche giorno fa il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato Wasting Time Is New Divide in Digital Era.
Uno degli argomenti principali è vicino alla concezione più banale (e quindi in gran parte sbagliata) dei social media. L'idea di fondo è che la gente meno colta e più povera faccia un uso di internet meno consapevole e privo di significato.
Il momento in cui l'argomentazione funziona meno è quando si accenna alla perdita di tempo. In pratica, come si desume dal titolo, è un'opinione che potrebbe essere volgarizzata in una formulazione semplice: più sei ignorante e povero, più usi i social network.
Come spesso accade -e lo ripetiamo continuamente- queste posizioni potrebbero sembrare sospese tra il disinformato e la retroguardia. Ma sono importanti, soprattutto per le risposte che generano.
Così, se ti interessa il tema, puoi andarti a leggere la reazione della Technology Review del MIT. Il titolo è: There Is No Digital Divide ed è un'intervista a Jessie Daniels. Tra i tanti spunti c'è la proposta di cominciare a rivedere alcuni concetti base su cui ci appoggiamo.
Ma soprattutto, puoi leggere il punto di vista di Nathan Jurgenson, che prima recupera in uno storify i tweet di Jessie Daniels e poi scrive un bel post.
La conclusione è interessante e condivisibile: «C'è ancora tanto lavoro da fare per dimostrare quanto i social media arricchiscano la nostra vita di significato, quanto siano importanti e produttivi».
Il titolo è: Critiquing the Digital Divide Rhetoric.
Posted by g.g. | # | Media | 01/06/2012

Cose scritte altrove.
«Presente avanzato è ciò che sta accadendo ora, materialmente, nelle zone in cui si creano nuove soluzioni e si riscrivono le nostre mappe mentali, sentimentali, comportamentali».
Uno di questi luoghi è il giornalismo.
L'Espresso, Media Shift, Il giornalismo del presente avanzato
Posted by g.g. | # | Media | 01/06/2012

Cose scritte altrove.
«I benefici di vendere direttamente ai lettori richiedono una mentalità completamente nuova. Bisognerà combattere sempre con la capacità di rendere visibili i libri e con la sua nemesi, l'oscurità: se nessuno conosce il titolo, nessuno lo compra».
La Stampa, Terza Pagina, Tre prospettive sui libri e sul mercato
Posted by g.g. | # | Media | 01/06/2012

Nei giorni scorsi ho preso diversi appunti su come stia cambiando la grammatica dell'informazione e su come stia evolvendo la nostra «dieta» di notizie.
Se vuoi, qui e qui trovi degli spunti.
Per riassumere, la mia ipotesi è che l'idea del «contenitore» (il giornale o la rivista) sia legata alla grammatica culturale del XX secolo e ai limiti funzionali dei media analogici.
Oggi però non serve più tagliare sul medio e impaginare in maniera uguale per tutti. Soprattutto ora che possiamo fare diversamente.
Nella logica dei network accediamo alle notizie in base a principi di pertinenza e lo facciamo in maniera «indipendente» dal contenitore che le pubblica.
Ci sono poi diverse evidenze più generali. Ad esempio il fatto che sempre più persone con literacy sufficiente non si affidano più ai giornali (o al TG) per capire cosa è importante.
Al contrario, la nostra rete sociale (e la rete di fonti) determina ciò che conta e ciò che è di tendenza.
Un'altra evidenza importante è che questo processo di evoluzione richiede una curva di apprendimento a volte anche ripida. E richiede l'assunzione in proprio del ruolo (e della responsabilità) di mediatore.
Ci sono diversi strumenti che danno già oggi l'idea di come possa essere il risultato. Zite, tra tutti: è un'app che cambia completamente la prospettiva di chi la usa, aprendo un mondo.
Ma per poter usare bene questi strumenti serve aver già costruito un proprio sistema di fonti, serve aver selezionato le persone giuste da seguire, eccetera. I social media, in fondo, si chiamano così perché funzionano frazionando lo schema attraverso i comportamenti delle persone.
E serve saper educare l'app che si sta usando, istruirla perché impari ad essere sempre più efficace.
Oltre a quelle più conosciute, c'è poi un'altra applicazione -una applicazione web questa volta- che secondo me potrebbe dare un'idea di come ci informeremo domani. La sto testando da un paio di settimane e per i temi di cui mi occupo (e per come funziona la mia rete di fonti) mi sta dando qualche bella soddisfazione.
Se vuoi provarla, si chiama Prismatic e ho tre inviti. Se ne vuoi uno scrivimi una mail o contattami sui social network in cui mi segui.
Posted by g.g. | # | Media | 05/25/2012

Cose scritte altrove.
«Ma soprattutto la lettura degli ebook, e tanto più se bisogna studiarli, è legata moltissimo al possesso del dispositivo. Senza un ereader (o almeno un tablet) viene meno la cosiddetta "lettura lean back", quel tipo di lettura che associamo alla carta e non allo schermo di un computer. E difficilmente gli studenti posseggono ancora uno di questi dispositivi. Nè le università li forniscono su una scala sufficiente a invertire la tendenza.
D'altro canto, si tratta un fattore fondamentale per far accettare ai ragazzi l'innovazione. I lettori che sono passati al digitale lo hanno fatto nella maggior parte dei casi dopo aver testato l'esperienza di lettura (e di acquisto) attraverso i nuovi dispositivi».
La Stampa, Scuola, Gli studenti, tra la carta e l'ebook
Posted by g.g. | # | Media | 05/25/2012

Cose scritte altrove.
«Una cosa che ci ripetiamo spesso è che è necessario pensare la nuova complessità del digitale non in modo analogico. Bisogna comprendere la nuova grammatica culturale e imparare ad usare i nuovi strumenti per i nuovi problemi.
È una questione, spesso, di mentalità. Che ha a che fare soprattutto con il nostro modo di rapportarci alla «differenza». Non a caso gli americani -che hanno una grande tradizione nel tracciare profili- definiscono linnovatore (e anche learly-adopter) come una persona curiosa, pronta a sperimentare (quindi a sbagliare). Ma soprattutto "poco etnocentrica".
Il che, in senso ampio, descrive un individuo che ha un rapporto di attenzione e rispetto per ciò che è diverso da lui o diverso dal modo in cui ha sempre fatto le cose».
L'Espresso, Media Shift, L'importanza di pensare digitale
Posted by g.g. | # | Media | 05/25/2012

«Seguire le 70 persone giuste», dice William Gibson, «è come avere una borsa della spesa piena di giornali e riviste».
La citazione viene da un interessante post di Klint Finley sulla nostra dieta informativa, e si ricollega a un ragionamento che abbiamo fatto qualche tempo fa.
Io sono ogni giorno più convinto che la grammatica di rete ci condurrà sempre più verso la centralità del pezzo (articolo o post) e non del contenitore.
Ma intanto leggi le riflessioni -e segui i link- di Klint: Newspapers vs. Blogs in an Information Diet.
A margine potresti trovare interessante anche questo riassunto di Anna Helm: Paper is the Main Problem of Traditional Media
Posted by g.g. | # | Media | 05/21/2012

Cose scritte altrove.
Due post sul terremoto. Uno che esamina a caldo il racconto che ne ha fatto Twitter nelle prime ore. E uno che esamina l'evoluzione dell'hashtag #terremoto.
L'Espresso, Media Shift, Il terremoto in diretta su Twitter | L'hashtag #terremoto spiegato a un profano
Posted by g.g. | # | Media | 05/21/2012

Cose scritte altrove.
«Agresta ci regala un bel saggio su come si sia evoluto il concetto di libro, nella storia, grazie alle tecnologie. E si pone la domanda che tutti -in qualche modo- ci siamo posti almeno una volta: sopravviverà la carta? E in che forma sopravviverà?.».
La Stampa, Terza Pagina, La nuova forma del libro (e dello scrittore)
Posted by g.g. | # | Media | 05/21/2012

Non è una novità che si possano comprare follower su Twitter (si comprano anche fan su Facebook e -volendo- monete d'oro virtuali dai cinesi per World of Warcraft).
Succede da anni.
Ma in questi giorni se ne sta parlando. Lo hanno fatto, tra gli altri, Massimo e Giovanni. Il Sole invece parla di Mercato nero 2.0.
Io posso aggiungere una considerazione e un link. La considerazione -al di là del giudizio di merito, che resta dominio delle scelte personali- è che per come funziona la rete oggi, l'operazione ha comunque un senso funzionale.
Il numero di follower -comprati o reali- non serve a raccontare nulla su autorevolezza o credibilità, ma spinge (almeno un po') il processo di preferential attachment. Ovvero quell'effetto che porta nuovi follower a chi ne ha già tanti.
Il link invece porta ad un post di Bill Rundle, che fa alcune considerazioni interessanti. E a margine c'è una nota dell'editor che racconta di come Twitter gli abbia rimosso i follower dopo la pubblicazione del pezzo.
I bought Twitter followers.
Posted by g.g. | # | Media | 05/18/2012

Cose scritte altrove.
«Si parla molto, specie in questi ultimi mesi, dei rapporti tra Twitter e il giornalismo. In alcuni casi, tuttavia, tendono a propagarsi delle opinioni che risentono di una lettura tradizionale. Opinioni legittime, è chiaro, ma spesso non utili.
Ecco come la vedo io.».
Media Shift, 6 bugie, falsi miti e racconti di fate su Twitter e il giornalismo
Posted by g.g. | # | Media | 05/18/2012

Cose scritte altrove.
«Ma anche sul versante della "comunicazione dei libri" probabilmente c'è da svecchiare lessico e critica per riportare l'idea della lettura nel contesto delle nuove grammatiche culturali e per renderla attraente al pubblico di oggi e di domani».
Terza Pagina, Il pubblico che cambia
Posted by g.g. | # | Media | 05/17/2012

Se sei a Torino per il salone, sabato o domenica, potrebbe essere l'occasione per venirci a trovare.
Siamo tutti lì (40k, Bookrepublic e il resto della banda) al al padiglione 2, stand H146 e J145.
Se poi ti interessi di giornalismo e di futuro, c'è anche un appuntamento.
Sabato alle 15:00 -nella sala Book to the Future- parliamo con Marco Bardazzi e Anna Masera (entrambi de La Stampa) dell'ebook come nuovo formato per il giornalismo.
Tutti i dettagli li trovi qui.
Posted by g.g. | # | Media | 11/05/2012

Cose scritte altrove.
Sarà sempre più strategico per i giovani giornalisti -oltre a fare informazione- avere la capacità di trovare una propria voce, di diventare «autori», di proporre una visione del mondo, una comprensione diversa delle notizie che si raccontano. La capacità di cercare -e mantenere- un rapporto diretto con il proprio pubblico.
Media Shift, Perché il futuro -forse- è dei giornalisti e non dei giornali
Posted by g.g. | # | Media | 11/05/2012

Cose scritte altrove.
I signori di Internet Evolution hanno provato a immaginare il mondo della connettività nel 2022, dal «futuro della sfera sociale», all'«intelligenza riprogrammata» e all'«impresa trasformata». Ma sembrano anche preoccupati dell'ingerenza della politica.
Media Shift, Telefonami tra 10 anni
Posted by g.g. | # | Media | 10/05/2012

«La prima cosa che dobbiamo fare tutti», scrive Joshua Kim, «è aprire una discussione su edX».
Come era prevedibile, l'annuncio dell'altro giorno ha scatenato qualche reazione (e probabilmente ancora ne arriveranno).
Certo, edX è una novità importante, può essere un fattore di disruption molto forte nelle abitudini universitarie. Difficile da dire, al momento. Io non riesco a farmene ancora un'idea precisa, ma nel frattempo condivido qualche link per ragionarci poi con calma.
Il primo è proprio il post di Joshua Kim, che si intitola: How Should Your University Respond to edX?.
Bonnie Stewart invece ipotizza che edX possa facilmente diventare -in un prossimo futuro- una piattaforma in cui anche altre istituzioni abbiano spazio per offrire corsi sotto il brand del MIT e di Harvard.
Ma vede anche qualche questione aperta, soprattutto nell'aumento di scala che edX può consentire e nella possibilità di offrire apprendimento su numeri importanti. Uno fra tutti, il rischio che ci si concentri solo sull'offerta più popolare.
Leggi tu stesso: The Problem With EdX.
L'Huffington Post, invece, propone 5 idee per edX.
Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2012

Da tempo si ipotizzava qualcosa di simile: il digitale potrebbe mettere a disposizione degli studenti il meglio che offre l'insegnamento internazionale, senza i vincoli geografici.
Almeno teoricamente, tutti potrebbero accedere all'eccellenza di pensiero, senza doversi accontentare del pensiero locale. È un po' la logica della rete, come dimostra anche il successo di format come TED.
Ma, se avevamo tutti i bit necessari per avvicinarci a questa idea, forse fino a questo momento erano mancate le energie, o il coraggio per tentare una operazione su grande scala e con grande qualità
Ieri, invece, proprio due colossi dell'eccellenza nell'insegnamento (MIT e Harvard) hanno presentato una partnership importante, una joint-venture per creare edX.
L'obiettivo è di offrire -gratis- corsi online. Ci sarà molto da capire su contenuti, accesso e metodologie (per ora si racconta l'annuncio), ma il New York Times ha un po' di dettagli.
E l'Atlantic titola senza mezzi termini: The Single Biggest Change in Education Since the Printing Press.
Posted by g.g. | # | Media | 03/05/2012

«Da quando è stato inventato il web», scrive Martin Valigursky, «molte delle cose che facevamo offline abbiamo cominciato a spostarle online».
Non è un tema nuovo, in un'altra vita ci avevo scritto un libro persino io.
Ma ricollegandosi in qualche modo al dibattito che avevamo seguito negli scorsi post, Valigursky si chiede se questo sia un aspetto negativo della vita moderna, se non ci porti a guardare lontano trascurando chi ci abita accanto.
E la sua risposta è netta: «Ora più che mai la tecnologia sta accrescendo la nostra abilità di connetterci e di collaborare nella vita reale, soprattutto nelle comunità locali, migliorando il nostro stile di vita e la vita del nostro vicinato».
Il ragionamento e gli esempi che fa per argomentare la sua prospettiva sono interessanti. E a me, provinciale che ricorda bene come vivevamo isolati dal centro e in modo rarefatto negli anni prima di internet, piace molto la sua definizione di «mondo senza stranieri».
Il titolo è, non a caso: Technology is Creating a World Without Strangers.
Certo, per alcuni di noi è facile -anche per abitudine e predisposizione a guardare avanti- immaginare che non vi sia una opposizione tra online e offline. Che non siano affatto due mondi diversi. E che vi sia, piuttosto, un completamento, un'aggiunta di potenzialità.
Ma -per parafrasare Paolini su Galilei- il XXI secolo ci obbliga continuamente a «ringiovanire il nostro pensiero». E non è affatto un'operazione semplice.
Così, magari, può interessarti riflettere sulla definizione di digitally dominant e chiederti, con Daily Bits, quale sia la tua posizione personale. Quale sia il tuo equilibro tra i due mondi.
Però prendila con le molle, perché è vero che tendiamo a ragionare per semplificazioni analitiche (e qualsiasi definizione lo è), ma spesso per trovare il nostro posto ci serve comprendere i toni di grigio. E il digitally dominant, raccontato così, somiglia troppo a una patologia.
Are You Digitally Dominant?
Posted by g.g. | # | Media | 02/05/2012

Quando ero ragazzo c'era un volume della Disney che si intitolava -mi pare- I pensieri di Pippo.
Tra questi ce n'era uno -ovviamente molto Goofy- che diceva: «È strano come una discesa vista dal basso assomigli tanto a una salita».
Ed è un modo che trovo perfetto per riassumere molti dei dibattiti che si leggono in questi mesi tra i giornalisti sull'uso o meno di Twitter.
La centralità di Twitter nel nostro sistema informativo non mi pare sia in discussione. È diventato un canale usato direttamente dalle fonti, è una velocissima catena di distribuzione delle notizie.
Il lato negativo è che richiede molta literacy per essere usato bene, oltre al mestiere che ci vuole per valutare l'attendibilità delle notizie. Ma quest'ultimo era necessario pure prima, e Twitter è una roba moderna ma non per questo ci affranca dall'esercizio di una responsabilità delicata.
A questo proposito tra le letture di oggi merita qualche minuto un post di @gordonmacmillan. Che -tra l'altro- riporta una serie di tweet di Dave Hutchinson, importanti perché raccontano le fasi del ciclo di una notizia su Twitter:

1. Twitter fa notizia: arriva il primo tweet su un incidente;
2. Twitter fa notizia: arrivano altri tweet. Iniziano i RT, i MT, gli HT.
3. Twitter fa notizia: inziano le voci, le speculazioni. Cominciano ad apparire gli hashtag.
4. Twitter fa notizia: comincia ad arrivare qualche dettaglio nuovo, solido ed affidabile.
5. Twitter fa notizia: cominciano le battute e i commenti di colore.
6. Twitter fa notizia: a seconda del tipo di notizia, il punto 5 può generare la ripetizione del ciclo dal punto 2.

Ora, io prima di darvi il link al pezzo, annoterei due miei pensieri prescindibili.
Twitter è molto semplice da usare, ma difficilissimo da capire. E in soli 140 caratteri richiede un'alfabetizzazione molto elevata. Ad esempio, è facile che qualcuno che passa qui per caso si stia chiedendo ora cosa siano hashtag, RT, MT, HT e altre amenità in apparente linguaggio involuto.
Poi, per un giornalista che intercetta la notizia su Twitter, potrebbe essere importante capire in che momento di questo ciclo la sta intercettando. Ed è utile saperlo perché, oltre ai buoni consigli su come verificare le notizie sui social media (che abbondano in rete), si può anche comprendere molto contesto.
Il pezzo si intitola: Is Twitter ruining journalism or are journalists ruining Twitter?
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2012

Lo dico subito a mo' di disclaimer: il libro me lo ha mandato Antonio, ed è pure di carta (non ne toccavo uno da una vita). Però c'è anche in ebook.
Ovviamente non mi capita di scrivere di tutti i libri che mi mandano, ma questa è una lettura che mi sento di consigliare, perché affronta molto bene il cambiamento antropologico che stiamo vivendo grazie alle tecnologie.
E lo fa da una prospettiva interessante e non consueta rispetto alle più frequenti impostazioni geek o sociologiche.
Questo perché Antonio non è il classico studioso da scrivania, ma racconta cose che sperimenta e vive anche in prima persona. Ed è una di quelle voci che riescono a inquadrare il contemporaneo con la dovuta pacatezza e il necessario senso di futuro. Caratteristiche che da queste parti apprezziamo sempre.
Scelgo un solo passaggio, che si riconnette ai discorsi che abbiamo fatto qui in questi giorni negli ultimi post.
«Il cyberspazio», scrive Antonio, «è un 'luogo' emotivamente caldo e non tecnologicamente algido, come qualcuno sarebbe tentato di immaginare. Certo, basta disconnettersi, o chiudere il programma per chiudere la relazione. In alcuni casi, però, al contrario, la rete è bucata e le persone si incontrano in uno spazio reale».
Però, come al solito, non fidarti di me. Fatti un'idea leggendo la recensione di Luca, quella di Gianluca Nicoletti e quella di Europa.
Il libro si intitola Cyberteologia e come spesso accade ai libri moderni ha un suo sito internet.
Posted by g.g. | # | Media | 04/30/2012

Forse conviene dirlo subito: io sono sempre stato vagamente diffidente sui sistemi che misurano l'autorevolezza, almeno quelli visti finora.
Klout non fa eccezione: per me resta poco più di un giochino (ho creato solo oggi il mio profilo) e il titolo del post è una leggerezza ispirata al nome di questa band inglese.
Però, soprattutto oltreoceano, ha fatto molto notizia la storia di Sam Fiorella, un marketer con un buon curriculum che, nonostante tutto, ha perso un'occasione di lavoro perché il suo punteggio su Klout è stato giudicato troppo basso. La racconta Wired: What Your Klout Score Really Means.
Ora, non credo ci siano dubbi sul fatto che la nostra presenza sui social media sia una miniera di informazioni su di noi, quando ci valutano per un lavoro. Probabilmente è il modo migliore che abbiamo noi di presentarci. Ed é un ottimo strumento che ha chi valuta per conoscerci, in modo più profondo rispetto al vecchio tradizionale curriculum.
E sicuramente il caso di Klout è un caso limite. È un sistema che consente di autoalimentare il proprio score e che si presta facilmente a forzature, quindi difficile da prendere troppo sul serio.
Inoltre la qualità delle relazioni e la qualità dell'ascolto (che poi sono il senso ultimo dell'autorevolezza) non sono misurabili quantitativamente. Non ancora almeno.
Ma -come spesso accade- la discussione che ne è nata intorno vale i pochi minuti necessari per le letture. Così, se hai voglia, puoi partire da un post di Jeremiah Owiyang che si intitola, in modo significativo: How Social Profiling Will Work In The Real World.
O, se ti avanza qualche minuto, un pezzo di Ben Popper che in chiusura pone qualche domanda che mi pare corretta: Its terrifying how important your Klout score has become.
Posted by g.g. | # | Media | 04/27/2012

Se di solito passi da queste parti avrai notato che mi sto appassionando al dibattito (ricorrente) sul rapporto tra social media e solitudine. O, per meglio dire, su come i social media ridisegnano il nostro rapporto con gli altri.
Ne avevo scritto qui e qui.
Oggi vale la pena di segnalare un altro interessante (e lungo) pezzo dell'Atlantic. Ne trascrivo un brano, ma ti conviene leggerlo tutto per farti un'idea.
«Alcune persone», scrive Zeynep Tufekci, «potrebbero essere definite "cyber-asociali". Questo perché sono incapaci (o non hanno voglia) di affermare un senso di presenza sociale attraverso la comunicazione mediata».
Poi continua: «Io sospetto che potrebbero finire per trovarsi svantaggiate nella nostra società, come avrebbe potuto essere svantaggiato qualcuno che, alla fine del XX secolo, avesse deciso di non voler parlare al telefono».
L'articolo è denso e a tratti forse difficile, ma merita: Social Media's Small, Positive Role in Human Relationships.
Posted by g.g. | # | Media | 04/26/2012

Del rapporto sempre più intricato tra tecnologia e scrittura avevamo parlato qualche settimana fa, raccontando anche di Narrative Science.
E se ne parla sempre di più, segno che non si tratta probabilmente di un argomento destinato a passare di attualità.
Anche perché racconta di un futuro che coinvolge le scelte professionali di tanti giovani e le decisioni di molte aziende che lavorano nei media.
Nelle mie headline di oggi domina la reazione a un pezzo di Steven Levy su Wired, che inquadra proprio il lavoro dei signori di Narrative Science. Si intitola: Can an Algorithm Write a Better News Story Than a Human Reporter?
Tra i commenti, da leggere Rebecca Rosen sull'Atlantic, che titola il suo pezzo con la previsione a effetto: «entro 15 anni il 90% delle notizie che leggeremo sarà scritto da un algoritmo». E si chiede quando un algoritmo vincerà il Pulitzer. Leggi tu stesso.
Per farti un'idea più completa invece, puoi dare un'occhiata al riepilogo di Matthew Ingram, che offre qualche spunto anche sui costi del giornalismo, che sia basato sul carbonio, come quello umano, o sul silicio: Are robots and content farms the future of the news?
(L'immagine l'ho trovata qui)
Posted by g.g. | # | Media | 04/26/2012

La Boston Review, ripresa anche da Internazionale, aveva esordito un po' ironica.
«A leggere i titoli dei giornali statunitensi», iniziava Claude S. Fischer, «sembra che tutti si sentano soli: Sad, lonely world discovered in cyberspace (Il mondo solitario del ciberpsazio), Alone in the vast wasteland (Da soli in una landa desolata). E poi ci sono libri come The lonely american (L'americano solitario) e Alone together (Insieme ma soli). Le nuove tecnologie ci rendono sul serio più soli?»
È anche il tema di cui parlavamo ieri, a proposito del dibattito nato intorno all'articolo di Sherry Turkle.
Dal mio punto di vista, vale la pena di ribadire l'ovvio. La prima regola della rete la conosciamo da tempo: l'esperienza che ne hai dipende dalla gente che scegli di seguire.
E in un mondo così, per starci bene dentro, sono necessarie delle competenze che fanno parte dell'alfabetizzazione di questo secolo. Un po' come saper leggere e scrivere negli anni cinquanta.
Sono due fattori importanti, che credo sia utile considerare prima di essere tranchant. Ma forse l'ultima parola la merita il solito puntuale contributo di Matthew Ingram, che mette ordine e distribuisce stimoli.
Matthew ci ricorda che -come spesso accade- se qualcosa non funziona, è perché non capiamo come farla funzionare. E, soprattutto, che la rete non è alternativa alla realtà, ma richiede una comprensione diversa.
Il post si intitola: Is the Internet making us more lonely or less lonely? Yes.
Posted by g.g. | # | Media | 04/24/2012

L'altra sera, a cena, ragionavamo con Giovanni su come sia difficile oggi trovare autori che raccontino il cambiamento in modo pacato.
In parte è fisiologico. Internet si sta «normalizzando», sta diventando mainstream e segue la logica del ciclo di hype e di quello dell'innovazione.
Passato il picco di massimo entusiasmo (quello che porta al pensiero visionario), si arriva al momento in cui certe evidenze sono visibili a tutti. Tra queste, quella che racconta di come le tecnologie digitali ci stiano abilitando a cambiare la nostra vita in modi molto diversi.
Ma è un processo lungo, ancora nella sua fase embrionale. E non è facile provare a immaginare come ci cambierà. Nel frattempo però, è sempre più parte importante del nostro quotidiano e cominciano a fare notizia le posizioni estreme o reazionarie, quelle ispirate al «come eravamo».
Sono tuttavia posizioni che forse non ci aiutano a costruire una comprensione di uno slittamento che di certo non invertirà la sua rotta. Per questa comprensione, a mio parere, ci serve senso di futuro e capacità di indirizzare le nostre scelte.
In questo contesto guadagnano facilmente i titoloni autori come Nicholas Carr, Jerome Lanier e Sherry Turkle, che stanno costruendo la loro fortuna su posizioni amarcord. Carr aveva inventato il brillante «Google ci rende stupidi» (che ha generato un sacco di risposte più brillanti). Lanier è arrivato a sostenere che stiamo diventando dei gadget. E Sherry Turkle, proprio qualche giorno fa, ha scritto un lungo pezzo sul New York Times in cui sostiene che stiamo sacrificando la «conversazione» a vantaggio della «mera connessione», portandoci alla solitudine.
L'articolo si intitola: The Flight From Conversation
Ora, ciascuno di noi si farà un'idea. La mia personale è questa: benché io sembri istintivamente diffidente verso certe posizioni, riconosco loro un ruolo importante: generano risposte, stimolano la riflessione, mettono in circolazione pensiero importante.
Così, di solito, quando leggo qualcosa di Turkle, Carr o Lanier, inizio a pregustarmi il dibattito che ne viene fuori. E anche in questo caso non sono stato deluso.
Tra le risposte alla Turkle, te ne consiglio un paio. La prima è quella garbata di Dave Cormier.
Ma ti consiglio soprattutto un bel pezzo di Alexandra Samuel, sull'Atlantic, che -almeno dal mio punto di vista, per quello che vale- ristabilisce una prospettiva assai più corretta.
«Non coglieremo mai le nuove opportunità», scrive Alexandra, «se le raccontiamo con la nostalgia per come andavano le cose prima, se continuiamo a descrivere le spinte della cultura digitale in termini generazionali, o se continuiamo ad assolverci dalla responsabilità di usare queste possibilità per creare un mondo in cui la qualità delle connessioni è la norma e non l'eccezione».
L'articolo (da cui è tratta anche la citazione significativa nell'immagine) si intitola Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do e credo meriti la lettura.
Posted by g.g. | # | Media | 04/23/2012

Sull'Espresso da oggi in edicola c'è un mio lungo pezzo che ragiona sul futuro del giornalismo e sullo stato dei giornali di carta.
Se segui questo blog, nei post precedenti troverai i link alle fonti principali (qui e qui in particolare).
Trascrivo l'inizio:

«Se i giornali fossero una squadra di baseball», ha scritto nei giorni scorsi Eric Alterman, «sarebbero i Mets. Una squadra senza speranze per l'anno a venire». Alterman, giornalista, blogger e critico dei media, gioca con la retorica e la provocazione. Ma dopo un incipit a effetto enumera quelle che definisce le «continue deprimenti statistiche» che hanno come protagonista l'informazione su carta stampata.
È un declino che dura da molto: negli Stati Uniti, negli ultimi trent'anni, i ricavi sono stati in calo costante e anche se i valori vengono aggiornati all'inflazione, risultano dimezzati rispetto al 1984. Ancora, per dare l'idea dello slittamento nel potere, le vendite combinate di tutti i giornali americani nel 2011 non arrivano ai due terzi del fatturato di Google. È una tendenza, dice Alterman, che non è destinata a invertirsi: «il peggio deve ancora arrivare».
Certo, guardando al presente esistono modi diversi di leggere lo stato di salute dei giornali. Ma ogni nuovo report continua a suggerire preoccupazione per il futuro. LinkedIn, il popolare social newtork del mondo professionale, ha pubblicato recentemente una serie di dati sulle industrie in crescita e su quelle in calo, misurando i posti di lavoro persi o guadagnati. Il grafico, anche qui, è allarmante: i giornali sono in assoluto l'industria che negli ultimi quattro anni ha bruciato più occupazione.
E qualche giorno dopo è stato rilasciato l'importantissimo rapporto sullo Stato dell'informazione Americana, uno studio molto strutturato che anno per anno descrive bene il settore. E che contiene rivelazioni interessanti sui comportamenti dei lettori e sul modo in cui gli ambienti sociali (Twitter e Facebook in particolare) iniziano a lavorare come canali di distribuzione delle notizie. Il dato che davvero descrive il problema, però, è quello sui ricavi: dal digitale i giornali mettono in cassa solo un dollaro per ogni dieci che ottengono dalla carta.
L'opposizione tra carta e bit, infatti, non è una banale questione di supporto, o di affezione a un'idea. È prima di tutto un problema industriale: l'adozione delle nuove tecnologia porta a un modello di informazione diverso: man mano che il pubblico dei giornali cambia le sue abitudini di consumo, il modello tradizionale va in crisi.
L'Espresso, Alla guerra delle notizie, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 04/13/2012

Tempi difficili per chi vuole iniziare una carriera nel giornalismo, dicevamo.
Al di là dei problemi dell'industria delle news (se ne discute quotidianamente qui), leggevo oggi dei dati che fanno riflettere: un sito americano ha stilato una lista dei 200 lavori più attraenti e il «giornalismo» è quint'ultimo (196esimo in classifica).
Come al solito, in questi casi, la metodologia andrebbe verificata con cura. Ma possiamo prendere l'informazione con beneficio di inventario e spirito curioso.
I parametri considerati sono comunque importanti: stress, perdite di posti di lavoro e reddito. Lo raccontano i bravi ragazzi di Journalism.co.uk: Newspaper reporter: fifth worst job? US careers study seems to think so.
È poi interessante la carrellata di consigli per gli aspiranti giornalisti che pubblica il Guardian. La mia impressione generale è che -da qualsiasi punto si guardi- il mestiere ha sempre più nell'information literacy la sua chiave di volta nel cammino verso la modernità. Ma fatti un'idea tu stesso: Advice for aspiring journalists.
Se invece sei uno della vecchia guardia o uno che -come me- ha imparato a vivere nel XX secolo, non puoi perdere questo bellissimo post di Steve Buttry.
«Caro giornalista brontolone», scrive Steve, «a volte anche io condivido l'ansia e le preoccupazioni sul futuro del giornalismo. Anche io ho imparato il giornalismo dalla vecchia scuola. Ma oggi mi sto divertendo come non mi sono mai divertito prima in 40 anni di professione».
Merita davvero: Dear Newsroom Curmudgeon....
Infine, un pezzo di ZDNet che -da un punto di vista diverso- affronta ancora il tema delle skill necessarie per il giornalismo contemporaneo: Here's how newspapers could save themselves: teaching.
Posted by g.g. | # | Media | 12/04/2012

A volte i social network ci mettono molto a trovare una fisionomia e a diventare popolari.
Quando alcuni di noi si sono iscritti (nel mio caso, ora che controllo, 5 anni, 3 mesi, 5 giorni, 4 ore, 13 minuti e un secondo fa) Twitter era un posto stranissimo in cui dovevi rispondere alla domanda «Che stai facendo?».
E le risposte erano le più banali: da cosa stavi mangiando per colazione al tempo che c'era fuori.
Poi, come ci ha insegnato anni fa Clay Shirky, succedono cose strane. Gli ambienti sociali hanno delle regole che sono impredittibili persino per gli stessi progettisti: la gente comincia ad usarli nel modo che ritiene o nel modo in cui li vede usati dagli altri.
Così oggi Twitter è diventato sempre più centrale nella nostra vita di rete. È, in qualche modo, il crocevia di tutti i media. Ed è una parte importante della dieta informativa di un cittadino che voglia essere partecipe del contemporaneo.
Ma Twitter non è facilissimo da usare bene, sebbene sia semplice nella sua struttura. Molti si registrano e non ne comprendono potenzialità ed utilizzo. Lo vedono come un mondo piatto privo di attrattive. Questo perché per sfruttarlo in modo utile e per capirlo -come per tutte le cose che seguono la grammatica dei network- è necessaria una buona dose di alfabetizzazione.
E serve risalire una piccola curva di apprendimento.
Così magari ci può interessare questo lungo post di The Digital Writer, intitolato The Ultimate Guide to Building a Tribe on Twitter.
È tecnicamente un post markettaro, ma non farti fregare dai pregiudizi: contiene diversi spunti non banali. Tra questi la riflessione sul «non cercare attenzione, ma autorevolezza», che a mio modo di vedere è un diaframma importante che separa il buon utilizzo di Twitter dal cattivo utilizzo.
Oppure, se vogliamo approfondire in maniera meno piatta le dinamiche interne, c'è questo articolo dell'Atlantic: What Fuels the Most Influential Tweets?.
Infine, per i giornalisti, due link bonus. Il primo -che magari serve a posizionare nel modo giusto il rapporto tra ambienti di rete e informazione- è un articolo di Journalism.co.uk che si intitola -non a caso- How to: verify content from social media.
E poi, se hai voglia, c'è questo tutorial che è ancora interessante: Twitter for journalists.
Posted by g.g. | # | Media | 11/04/2012

È una mia vecchia fissa, che in genere racconto in diversi modi. La similitudine più frequente è quella della differenza tra guidare l'automobile e guidare la moto.
Quando guidi l'automobile presti attenzione alla macchina davanti a te, perché sai di poter gestire i tempi di reazione. Quando guidi la moto, il panorama ti scorre intorno molto più velocemente, sai che la minore sezione frontale inganna gli altri sulla velocità con cui arrivi, sai che a parità di velocità hai bisogno di tempi di reazione molto più rapidi. Devi guardare molto più avanti se vuoi evitare errori.
Il XXI secolo ha un «tempo accelerato» rispetto al XX. Per come cambiano le cose, quello che nel secolo scorso accadeva in venticinque anni, oggi può accadere in cinque. E dobbiamo tenerne conto, perché è strategico per le nostre vite, per la nostra attività professionale, per le nostre decisioni, per la nostra comprensione del mondo che abbiamo intorno.

Il punto è semplice: se devi prendere una decisione oggi devi prenderla con lo scenario di domani, perché il domani arriva nel tempo che impieghi ad attuarla. Se pensi al presente basta un attimo ed è troppo tardi.
Però, in particolare in Italia ma anche come scenario generale, la nostra società non è abituata a pensare il futuro. È la prima cosa che insegnano ai politici: «non parlare di futuro, non costruire scenari di mondo migliore, non pensare a lungo termine. La gente vuole che tu faccia promesse sui problemi di oggi». Come se i problemi di oggi potessero essere risolti senza una strategia di medio periodo.

Vale per tutti i temi che tocchiamo qui, da quello che sta accadendo al mondo dell'informazione, ai libri, al modo in cui sta cambiando la nostra cultura. Guardare solo al presente, a quello che accade, non ci dà nessun dato utile per capire dove saremo domani. E per valutare l'effetto delle nostre analisi e delle nostre scelte.
È -anche questa- una forma di responsabilità che abbiamo nei confronti di noi stessi o, se abbiamo un ruolo, nei confronti delle persone che dipendono dalle nostre decisioni.

«Il futuro c'è già», dice Bruce Sterling, «ma sta accadendo nelle nicchie». Ed è una riedizione del classico «Il futuro c'è già ma non è stato distribuito» di William Gibson.
Così non è un caso che -piano piano- molte organizzazioni importanti stiano cominciando a educarci all'idea di «futurismo». In Italiano questa parola non funziona, perché la ricolleghiamo a una delle avanguardie storiche del secolo scorso e non a una forma di pensiero attuale.
Potremmo usare futurologo, ma a me questo termine continua ad evocare qualche tipo strambo che vende pentole o rimedi curativi eccentrici nelle piazze.
Dobbiamo trovare una parola, probabilmente. Anche perché se il linguaggio non prevede un'opzione è difficile riuscire a pensarla in modo corretto. Ci vorrà tempo.
Ma intanto, se hai voglia, una piccola rassegna di letture interessanti.

«La gente sta cominciando a pensare in maniera speculativa sul futuro», scrive l'Independent, «in un modo che non avevamo mai visto. E sta cominciando a rivalutare la fantascienza perché inizia a rapportarsi in maniera speculativa con la propria vita e il proprio lavoro».
La fantascienza, altro termine ormai desueto e da aggiornare, è probabilmente il genere letterario che meglio racconta il presente.

Il pezzo -ricco di stimoli- si intitola New Scientist's new digital magazine combines science-fiction and futurology ed è la presentazione di un nuovo magazine (fatto appunto dai signori del New Scientist) che si chiama Arc. Il primo numero ha una tagline assoluta: The Future Always Wins.

Anche il prestigioso Smithsonian Institute ha lanciato una sezione dedicata al futurismo. E qui trovi l'articolo di Sterling da cui ho tratto la citazione di prima: The Origins of Futurism.

Infine, se hai voglia, c'è questa intervista a William Gibson, pubblicata su Wired: Why William Gibson Distrusts Aging Futurists Nostalgia.
Posted by g.g. | # | Media | 03/26/2012

Prendiamola con le molle, perché il punto di partenza del ragionamento è troppo da «titolo di guerra» per essere preso sul serio.
Computerworld pubblica un lungo articolo che riflette su come stia cambiando il consumo di notizie e su cosa implica per i quotidiani. L'attacco, dicevamo, soffre di gusto esagerato («Il nuovo iPad è una catastrofe per i giornali»), ma il resto del pezzo fa un discreto punto della situazione. Con qualche occasione per riflettere.
«Una volta i giornali», scrive Mike Elgan, «erano indispensabili, erano la fonte di ogni tipo di informazione per i cittadini educati». Oggi «questa descrizione non può più essere applicata ai quotidiani. Si applica, invece, a Internet».
Ma Internet è il luogo della specializzazione, non del generalismo. La grammatica della rete prevede che sia il lettore ad andarsi a cercare il meglio da chi lo fa meglio e non il taglio medio da chi taglia medio tutto. «La transizione», continua Elgan, «non è tanto nel passaggio dalla carta al digitale quanto dal fare ogni cosa al fare una cosa bene».
La conclusione di Elgan sfonda una porta aperta: «I giornali di carta sono in crisi perché sono inefficienti». Occorre investire nel digitale e nell'innovazione, ma la cosa non è necessariamente facile. Proprio il rapporto sullo Stato dell'Informazione Americana (di cui avevamo parlato nei post scorsi) ricorda che per ogni 10 dollari di raccolta pubblicitaria che fa la carta, l'online ne fa solo uno. E lo stesso Elgan non si nasconde che il problema vero è come ricollegare il consumo di news con l'idea che bisogna pagare l'informazione.
Personalmente condivido parte dell'analisi (soprattutto l'idea che il concetto di breaking news si stia trasformando) e la previsione di base: «Internet renderà più efficiente l'informazione, con o senza i giornali». Ma leggi tu stesso: The newspaper industry must change, or become yesterday's news.
Sempre in tema andrebbe letto il pezzo di Eric Alterman che, come tutti in questi mesi, parte dalle «continue e deprimenti statistiche» che una alla volta si susseguono per descrivere il mondo dei quotidiani. Anche qui materiale per riflettere da un altro punto di vista: Think Again: The End of Newspapers and the Decline of Democracy.
Una buona domanda, in prospettiva di medio periodo (l'unica su cui abbia senso ragionare per uscire del declino), viene fuori da un articolo di Peter Preston sull'Observer: «Man mano che i grandi giornali approdano nel cyberspazio, riusciranno a costruire e far durare l'autorevolezza delle loro testate come hanno fatto nei secoli precedenti?».
Il titolo è: Newspapers should be wary of link-ups with digital brands.
Infine, se ti appassioni al tema, leggi questa intervista ad Amy O'Leary, reporter del New York Times, che ragiona saggiamente su sperimentazione e fallimento delle sperimentazioni. La trovi qui: Storytelling Journalism Goes Digital.
Posted by g.g. | # | Media | 03/25/2012

Per spiegare quello che sta succedendo ai libri e ai giornali di carta io di solito dico che «la carta ha esaurito il ciclo di innovazione, mentre il digitale ha appena iniziato il suo».
Una variante potrebbe essere questa: «la carta era il miglior strumento che avevamo per gestire la conoscenza e l'informazione. Oggi abbiamo un'alternativa che è molto più efficace».
David Weinberger invece utilizza un concetto meno intuitivo ma forse più potente. Una parola che in inglese suona bene e in italiano ha un suono meno pregnante.
David parla di scalabilità, ovvero della capacità di un sistema di aumentare di scala quando è necessario.
«La carta», dice David, «non è scalabile. La conoscenza su carta non è scalabile. I network sono scalabili. La conoscenza attraverso i network è scalabile».
L'occasione per arrivare a questa conclusione è un post davvero godibile sul perché l'Enciclopedia Britannica ha smesso di pubblicare su carta. Weinberger elenca 14 provocatorie ragioni che hanno il pregio di evidenziare come la carta perda la competizione con il digitale sulle caratteristiche funzionali. Ovvero sulla sua capacità di essere efficace.
Il post si intitola: 14 reasons why the Britannica failed on paper.
Posted by g.g. | # | Media | 03/22/2012

La nostra lingua, in questi tempi veloci, fa fatica ad aggiornarsi e a coniare le parole nuove che servono a descrivere il modo in cui la nostra cultura cambia.
Una di queste parole è disruption, che in italiano potremmo tradurre con «disfacimento», o «disgregazione». Ma si tratta di una traduzione letterale che -pur non perdendo l'effetto evocativo- non descrive il senso con cui il termine è usato nel lessico moderno.
La disruption, nell'era del digitale, è quella forza che impatta contro i paradigmi del mondo analogico (quello del XX secolo) e li sostituisce con regole aggiornate alla contemporaneità.
Disruption è quanto sta accadendo ai giornali, alla musica, all'editoria. A tutta l'industria culturale ma anche (in maniera meno evidente, per ora) all'intero modo in cui la nostra cultura funziona.
Così per riallacciarci al tema di questi giorni, parlando sempre del rapporto sullo stato dell'informazione americana (e del futuro dei giornali), Robert Niles propone una descrizione chirurgica ed efficace di quanto sta accadendo.
«Ovunque ci siano alte barriere di accesso», dice Niles, « ovvero costi, attrezzature e qualsiasi altra cosa che impedisce alla gente di produrre e distribuire contenuto, c'è un'industria pronta per la disruption. Ovunque qualcuno sta facendo denaro controllando l'accesso all'informazione e provando a venderla, c'è un luogo in cui la gente perderà posti di lavoro nel prossimo futuro».
Il consiglio di Niles è saggio ed è l'unico possibile: «se vuoi sopravvivere, anticipa la distruption». Il titolo, non a caso, non lesina chiarezza: Turn news industry disruptions to your advantage.
Se poi ti appassioni al tema e vuoi capire meglio come funziona il processo di distruption, puoi dedicare qualche minuto a un bel pezzo di Horace Dediu, che vale la pena: What is disruption and how can it be harnessed?.
Posted by g.g. | # | Media | 03/21/2012

«Ho investito gli ultimi cinque anni», racconta Dave Copeland, «costruendo la transizione da una carriera nel giornalismo di carta a una carriera nel giornalismo online. E da allora sto cercando continuamente di educare i miei studenti a fare lo stesso».
Per i giornali di carta la battaglia, almeno in prospettiva futura (quella di chi imposta una carriera per i prossimi 30 anni), ha un destino già segnato.
E probabilmente la strada del giornalismo moderno sarà popolata da una competizione in cui -come vediamo già accadere negli USA- non saranno solo le storiche testate a giocare la partita. Emergeranno mille piccole nuove realtà assai agili e dinamiche, più veloci ad innovare dei grandi gruppi. La facilità di pubblicazione e distribuzione del digitale aprirà sempre nuovi scenari. E poi, chi sa, anche i robot inizieranno a far concorrenza. Già ci provano.
Tempi difficili, dunque. Così i consigli di Copeland sono molto utili e ricchi di buon senso. Dalle «vecchie abitudini dure a morire» fino al «come ci sembra il futuro», alla fine è soprattutto una questione di imparare le nuove skill che i tempi moderni richiedono. Il titolo è: Want To Save Journalism? Start At The Bottom.
È interessante anche dare un'occhiata a un post dell'International Journalists' Network che descrive le caratteristiche in grado di rendere «attraente» un giornalista sul mercato del lavoro. Io punterei soprattutto su curiosità e pensiero critico. In fondo la capacità di trovare una propria voce e proporre ai lettori una prospettiva diversa sulle cose è ciò che distingue «l'autore» dal replicante di notizie.
E in un mondo in cui le notizie sono commodity (tutti le hanno e tutti ne hanno accesso) l'unica via è quella di avere un approccio personale e riconoscibile. Ma non ascoltare me, leggi tu stesso e fatti un'idea: Five qualities editors seek in journalists
Infine, un'analogia che ci sta bene. In questi tempi accelerati, un giornalista non può permettersi di restare indietro. Non può farlo perché non avrebbe senso per la sua carriera, ma non può farlo soprattutto -credo- per la responsabilità che ha con i suoi lettori.
«Se l'ambiente intorno a te cambia continuamente», scrive Razib Khan, «sarai sempre a rischio di essere un passo indietro rispetto all'ultimo cambiamento». È una lettura su cui vale la pena riflettere: When independent thought flourishes.
Posted by g.g. | # | Media | 03/20/2012

Uno dei momenti più interessanti dell'anno, se ti appassioni al mondo moderno e a come funziona, è l'uscita del rapporto sullo «stato dell'informazione americana».
Così oggi c'è abbastanza materiale utile da leggere. «Per i giornali», scrive il New York Times, «è una questione di sopravvivenza. Un numero crescente di addetti ai lavori predice che entro 5 anni molti giornali offriranno una versione di carta solo la domenica». Il pezzo si intitola: News, the Good and the Bad.
Ma a dominare le headline che accompagnano l'uscita del rapporto è -soprattutto- la crescente importanza dei social media nel ciclo delle news. PBS titola Facebook, Twitter Not Dominating News Landscape Just Yet e anche PaidContent fa un annuncio prudente: Twitter, Facebook Aren't Moving As Much News As You Think.
Certo, è anche vero che la lettura dei dati spesso dipende da quello che nei dati cerchi di osservare. Così è interessante vedere l'opinione di Poynter, che secondo me coglie un punto davvero sensibile, in grado di descrivere non tanto il funzionamento dei giornali quanto il modo in cui ci informiamo: Facebook users get news from family & friends, Twitter users get news from journalists.
Infine un altro titolo che racchiude tutto il rapporto, sempre dai signori di Poynter: State of the News Media 2012 shows audience growth for all platforms but newspapers.
Posted by g.g. | # | Media | 03/19/2012

Se scrivi solo su carta, probabilmente questi dibattiti non ti interessano.
Ma se sei un giornalista che si confronta con il mondo moderno (o anche se scrivi solo in rete per i fatti tuoi) ci sono diversi concetti che stanno modificando in maniera profonda il modo in cui si fa informazione.
E poiché il digitale continua a proporre sempre nuovi «ambienti» e nuovi strumenti da usare, la discussione è sempre in corso.
Ecco alcuni link interessanti che ho trovato in questi giorni. Al solito, se mi segui su Twitter li avrai già visti passare in tempo reale, quindi salta pure il post.
» Il ruolo dei giornalisti (e dei media) nell'educazione dei lettori al nuovo mondo dell'informazione, dicevamo, è centrale.
Il Nieman Journalism Lab parte da uno studio importante (il report elaborato dal Project for Excellence in Journalism). E rileva come ci sia carenza di leadership nel mondo dei giornali. E soprattutto come si stia abdicando ad un ruolo, interpretando male il «dovere» di guidare la nostra cultura verso i media digitali.
Il pezzo è interessante: A call for leadership: Newspaper execs deserve the blame for not changing the culture.
» Da quando Jeff Jarvis ha coniato la prima regola del giornalismo digitale (Cover what you do best. Link to the rest) le riflessioni sul concetto di curation sono spesso interessanti. Segnalo due letture: la prima è un pezzo di Marco Arment (via Internazionale) che ragiona sull'idea che anima Curator's Code. Il post si intitola: I'm not a curator.
La seconda è una delle solite lucide rassegne di Matthew Ingram, che a un certo punto riassume molto bene la battaglia ideologica tra la vecchia guardia e i contemporanei: «La chiami curation se ti piace, aggregazione se non ti piace». Come tutti i pezzi di Ingram, anche questo ricapitola un dibattito e va letto seguendo tutti i link. Il titolo la dice lunga: It's not curation or aggregation, it's just how the Internet works.
» Data la fonte (Advertising Age) è un pezzo scritto per la gente del marketing. Ma secondo me è interessante per tutti noi, almeno in una certa misura: In Age of Pinterest, Instagram, Marketers Need An Image Strategy.
» Noi abbiamo fatto l'esperimento con La Stampa (ne ho parlato qui e qui). Oggi Journalism.co.uk propone un articolo che secondo me centra il punto con buona mira e propone spunti: Ebooks: a new publishing solution to an old business problem?.
» Come scenario generale, l'Economist racconta di un trend che porta le testate giornalistiche sempre più verso l'internazionalizzazione. Leggi tu stesso: News Of The World.
E sempre Matthew Ingram -partendo dalla fine dell'edizione cartacea dell'Enciclopedia Britannica- dice che, in fondo, i giornali sono esattamente come le enciclopedie. Funzionano meglio se sono aperti.
» Infine, un ragionamento su come si confezionano le notizie nell'era di Internet e dell'informazione in tempo reale. Lo spunto è un libro che si intitola Newsjacking: How to Inject your Ideas into a Breaking News Story and Generate Tons of Media Coverage.
E il commento di Freek Janssen guarda la cosa dal lato dei PR ma è comunque interessante: Why Real-Time Journalism Requires Newsjacking.
Posted by g.g. | # | Media | 03/16/2012

A distanza di una settimana, la ricerca fatta da LinkedIn sullo «stato delle industrie» continua a far parlare.
Non tanto per la prospettiva generale, quanto perché evidenzia come -negli Stati Uniti- i giornali stiano registrando il declino più veloce rispetto a tutti gli altri settori che non crescono. Di fatto i giornali perdono più velocemente posti di lavoro dal 2007 ad oggi rispetto a tutti gli altri impieghi presi in considerazione.
Ne avevamo parlato qui qualche giorno fa, ma si sono aggiunte altre riflessioni interessanti. Prima di tutto quella di Derek Thompson sull'Atlantic, che commenta il grafico e nota come il «collasso della raccolta pubblicitaria sulla stampa» sia un trend che si registra già da decenni. Leggi tu stesso: Newspapers Are America's Fastest-Shrinking Industry.
Poi, se hai voglia, c'è la bella analisi di Robert Niles sulla Online Journalism Review. «Perché oggi un giovane dovrebbe investire nella carriera giornalistica?», si chiede Niles. «E perché una qualsiasi scuola di giornalismo "etica" dovrebbe incoraggiarlo?». La lettura merita, perché offre diversi spunti: The fastest-dying industry in America.
Ci sono due considerazioni da fare, secondo me. La prima è che non è in crisi il giornalismo, ma il prodotto-carta che non è più coerente con la modernità e con sistemi più efficaci che abbiamo per fare quello che oggi la carta fa oggettivamente peggio. Questo è un problema industriale, non professionale: è un problema generato da costi che rimangono alti e ricavi che si riducono in fretta.
La domanda di giornalismo e di informazione cresce continuamente, ma il giornalismo professionale costa. Quindi secondo me la vera questione resta quella di sempre: con quale modello industriale il digitale potrà rendere sostenibili i costi del giornalismo? È la strada che stanno prendendo le testate illuminate che adottano la logica del digital first.
Poi è interessante ragionare in maniera laica sulla motivazione dei giovani a intraprendere la carriera. Ce n'è tanta, molti ragazzi -anche di talento- hanno voglia di impegnarsi e di dedicare la loro vita al giornalismo. Io, quattro anni fa, raccontavo di aver difficoltà nel consigliare agli studenti e ai giovani di intraprendere questo percorso, soprattutto guardando al futuro di una vita.
Ma oggi, se vuoi ragionare sul problema, c'è questa bella «lettera al giovane giornalista» che contiene un sacco di saggi consigli. Incluso quello base: «Se capisci come funzionano i nuovi media sei già in una posizione forte».
Il titolo dà già un'idea dell'impostazione: Traditional journalism is being crushed: letter to a young journalist.
Posted by g.g. | # | Media | 03/15/2012

Una delle cose più interessanti che mi sembra di osservare in queste settimane è la centralità di Twitter nell'ecosistema dell'informazione e nel racconto del mondo che ci fanno i media.
Da un lato capita sempre più spesso che la «disintermediazione», una delle parole più abusate dell'era di internet, si veda applicata in modo esplicito. Veniamo da un sistema in cui il politico (o il personaggio) di turno facevano una dichiarazione al Corriere o a Repubblica, per parlare all'opinione pubblica o ai loro colleghi. Oggi il sindacalista, il leader politico, il ministro, «dichiarano su twitter». E nei telegiornali le timeline dei tweet passano sempre più spesso, come fonte della cronaca politica o dell'informazione che poi viene confezionata sulle testate.
È un modello in cui non è più il giornalista a procurarsi la fonte e a ricevere la notizia, ma è la fonte a darla pubblicamente con il giornalista che si trova a monitorarla. Man mano che questo processo evolve, credo, vedremo accadere cose interessanti.
Ma Twitter sta diventando trasversale a tutti i settori dell'industria culturale. Con usi anche molto creativi. L'altro giorno, guardando Tv Talk (uno dei programmi più intellgenti della televisione italiana) ho notato con interesse che i trending topics venivano utilizzati per monitorare in modo diverso l'ascolto dei programmi televisivi. Per esempio, si diceva, il programma di Panariello è entrato tra i topic di tendenza solo a notte alta. E anche qui c'è molto da riflettere su come si può utilizzare l'«ascolto sociale» per capire come funziona davvero la televisione. Soprattutto in una modernità che ha invecchiato di colpo l'Auditel, già sistema discutibile prima.
E ancora, se hai voglia, c'è questo pezzo del Telegraph che merita la lettura. Il titolo è: How Twitter is changing the literary world.
Posted by g.g. | # | Media | 03/14/2012

La «vicenda Urru» ha tutti gli estremi per diventare un caso di scuola sui rapporti tra giornalismo e modernità. Ne hanno parlato Marco (La realtà non corre alla velocità di un "tweet"), Luca con la sua risposta, poi anche Mario Calabresi. E ovviamente se n'è parlato molto in rete (se vuoi, guarda anche il riepilogo di Pier Luca).
Aggiungo i miei due centesimi, più per tenerne traccia che per altro. E non tanto per i fatti in sé del caso Urru, quanto per chiarire a me stesso alcuni problemi di configurazione del ragionamento.

Secondo me una impostazione corretta del discorso potrebbe tener conto di qualche punto fermo:

a) In questo contesto, Twitter non funziona bene come «soggetto della frase» (così come non funzionerebbe Facebook, o Internet o Il Popolo della Rete). Il punto non è questo o quel social network, ma il modo in cui li usiamo. Twitter è una piattaforma di «distribuzione» dei contenuti, che ha le sue regole implicite. Regole che funzionano alla grande per l'ecosistema dell'informazione in alcuni casi (ne avevamo parlato qui e qui), mentre funzionano meno alla grande in altri. Il punto rimane: nuovi strumenti, come usarli meglio?

b) I social network in generale e Facebook e Twitter in particolare rendono semplicemente esplicita la circolazione delle notizie, che prima non potevamo tracciare (perché non potevamo seguire i commenti dei lettori a casa o al bar). Certo, aumenta la scala e la velocità con cui i lettori redistribuiscono le notizie. E questa è una cosa di cui il giornalismo deve tener conto prima. Semplicemente è così che funzionano le cose oggi.

c) È evidente (almeno per me, ma magari sbaglio) che un ecosistema così nuovo e potente (e anche molto efficace) implica delle responsabilità nuove. Che da un lato toccano le skill professionali del giornalista e dall'altro l'«educazione ai media» dei lettori.
È un passaggio credo importante: se vogliamo fare informazione oggi dobbiamo tener conto che parte del lavoro di mediazione (che prima spettava ai gatekeeper in regime di scarsità) si è spostata sul lettore. Ed è uno snodo cui il nostro sistema educativo non ha ancora preso le misure. Ma, in un certo senso, è anche qualcosa su cui riflettere da un altro punto di vista, quello del modo stesso in cui il giornalismo a volte abdica alla sua funzione di divulgazione e di educazione dei lettori.

d) last but not laeast, io non perderei il senso di prospettiva. Il redesign dell'ecosistema informativo è ancora molto giovane, lo stiamo inseguendo da pochissimi anni ed è impensabile -a mio parere- che si debba già considerarlo maturo. È un processo ancora in corso, appena iniziato. E ragionare su questi temi con responsabilità, secondo me, richiede un po' di senso del futuro.

Detto questo, per quello che vale, la solita lettura bonus. Ho trovato stamattina un lunghissimo articolo che tratta anche della trasformazione del giornalismo e che forse è utile condividere.
Il pezzo -lo confesso- mi ha lasciato perplesso in alcuni passaggi (guarda caso quelli in cui manca il senso del futuro), ma vale una riflessione: Why has the Internet changed so little?
Posted by g.g. | # | Media | 05/03/2012

È abbastanza fisiologico che accada. L'innovazione tecnologica è molto veloce e la nostra cultura molto più lenta ad assimilarla, ad imparare, a costruire consapevolezze più profonde di quelle intuitive.
E uno dei modi con cui l'innovazione viene adottata passa attraverso l'imitazione: vediamo qualcuno usare un nuovo strumento e iniziamo a usarlo. Vediamo come qualcuno utilizza qualcosa e proviamo a farlo nello stesso modo.
È un pattern (vicino a quello delle «comunità di pratiche») che abbiamo imparato a riconoscere sempre nella diffusione del digitale.
Ma spesso il «salto di qualità» si fa quando allarghiamo la prospettiva e cominciamo a pensare con un orizzonte più ampio, o iniziamo a pensare outside of the box.
Così è interessante vedere come il Guardian sceglie e seleziona dal «magico mondo del TED» le 10 idee che possono aiutarci a dar forma ad un mondo migliore. Tra le mie preferite c'è quella di Brené Brown sul gift of imperfection e mi piace assai lo slogan «sii vulnerabile, ma non debole», con tutto quello che c'è dietro.
Guarda tu stesso: 10 innovations that could help shape a better world.
Sempre in tema di pensiero meno convenzionale, può anche interessarti questo pezzo di SocialSamosa, che si intitola The Rise of the Machines in the Social Media Space e che a un certo punto ha un paragrafo che comincia così: «Aiutami, dimmi che devo fare, voglio tornare di nuovo umano».
Posted by g.g. | # | Media | 04/03/2012

Un po' tutti, anche quelli che bazzicano la frontiera dell'innovazione, hanno un certo numero di capisaldi di retroguardia. Io, tra miei, ho una certa resistenza all'abuso di vocali, che peraltro è abbastanza comune su Facebook e in altri luoghi della rete densamente popolati.
Ma il linguaggio evolve con gli strumenti e spesso il cambiamento non è necessariamente una cosa nuova o barbarica come saremmo portati a pensare. Se ne è discusso molto anche a proposito degli SMS, sebbene ancora la posizione più diffusa -a livello di conversazione- resti quella del «poveri noi, signora mia».
Il New York Times ha invece un bel pezzo che racconta, da un punto vista scientifico, come le giovani donne stiano diventando dei trendsetter nell'evoluzione linguistica e nei pattern vocali.
Se ti interessa, l'articolo è godibile e si intitola: They're, Like, Way Ahead of the Linguistic Currrrve
Posted by g.g. | # | Media | 01/03/2012

Non riuscirei mai a fare queste rassegne in modo metodico, ma già che ci siamo condivido un po' di cose interessanti lette in giro negli ultimi giorni.
Se mi segui su Twitter probabilmente questi link li hai visti passare in diretta, quindi ignora pure il post.

Giornalismo

» Steve Battry spiega una cosa che ai blogger è chiarissima ma che per alcuni giornalisti (e per alcune testate) rimane controintuitiva: mettere i link significa fare buon giornalismo e significa fare bene il proprio mestiere: 4 reasons why linking is good journalism; 2 reasons why linking is good business
» Moriremo cartacei, dice Rosanna.
» David Weinberger su come i giornali devono capire che aprirsi gioca a loro favore e che restando chiusi stanno sostenendo una battaglia persa. Linking Is a Public Good.
» Il rapporto tra giornali e digitale, visto dal punto di osservazione forse meno scontato. Sull'Economist: The Rebirth of Reading

Digitale

» Facebook è il nuovo Windows. È sempre più disconnesso dalle necessità degli utenti, dice la Technology Review del MIT.
» Gary Nix, da non perdere: 14 Trends of Social Media Culture
» Perché il passato è differente dal futuro. E, sì, se vuoi un mondo troppo ordinato probabilmente sei portato ad essere conservatore. Brain Pickings.
» Produrre contenuti diventerà nei prossimi anni il lavoro di chiunque nelle organizzazioni, anche di chi apparentemente non dovrebbe essere deputato a farlo. Lo sostiene Advertising Age: What Is Content Marketing?.
» Il nostro Paul recensisce su B&N 9 Algorithms That Changed the Future. «Un algoritmo è una cosa terza rispetto ad hardware e software. È una ricetta precisa che specifica la sequenza esatta per risolvere un problema».
» Come costruiamo davvero le nostre relazioni nel sistema spesso superficiale di condivisione dei social network?. Mike Loukides, su O'Reilly Radar: The Privacy Arc
» Jay Bear racconta 9 Social Media Hacks I Use Every Day. Vale la pena farci un salto solo per scoprire If This, Then That. Non ho avuto tempo, ma è sicuramente da provare.

Editoria, scrittura

» Tim Parks, sul New York Times, ci regala una bella riflessione sul ruolo dello scrittore oggi. The Writers Job
» Cory su BoingBoing: The Everything is a Remix theory of creativity

Gaming

» Ogni tanto la scienza gratifica noi ragazzi invecchiati giocando. Science Daily: World of Warcraft Boosts Cognitive Functioning in Older Adults.
Posted by g.g. | # | Media | 02/29/2012

Io, da un po' di anni, ho sviluppato una reverse snobbery per la scrittura concentrata sulla bella forma e non sulla costruzione della storia o del messaggio.
Così, con il tempo, mi sono convinto che il primo passo per scrivere bene sia tutto nel modo di pensare quello che si sta per scrivere, nella forza degli argomenti, nella capacità immersiva ed evocativa della storia. Lo dico come disclaimer, non perché io ci riesca.
Però, se sei un giornalista o scrivi in rete, la capacità di elaborare una visione delle cose -in un mondo in cui le notizie sono una commodity- è probabilmente il fattore che costruisce il vero valore aggiunto del tuo lavoro. E questo dipende in maniera abbastanza decisa dal modo in cui pensi.
Tuttavia non sempre è così semplice: noi bipedi eretti spesso siamo portati a pensare commettendo degli errori logici (quello più frequente è il post hoc ergo propter hoc), oppure ad usare argomentazioni costruite con lo straw man argument, che ci danno magari un vantaggio di breve periodo ma non costruiscono credbilità.
O, ancora, come succede spesso dialogando con gli altri (o a proposito di altri) siamo portati a tralasciare il focus sull'argomento e a spostarlo sulla persona. E così via.
Se ti interessano questi ragionamenti, Bridge8 (un'agenzia australiana) ha condiviso sei brevi animazioni da un paio di minuti che illustrano il modo in cui funziona o dovrebbe funzionare il pensiero critico. Meritano.
Six Vintage-Inspired Animations on Critical Thinking
Posted by g.g. | # | Media | 02/28/2012

Che la carta stia esaurendo le sue energie nella nostra cultura è ormai qualcosa che si può accettare più o meno con senso della Storia.
I quotidiani hanno sempre meno diffusione (è di questi giorni la notizia che Público chiude l'edizione su carta mentre nelle testate illuminate si cerca la via migliore al digital first). E anche i libri fisici non sono in formissima.
Per quanto possiamo esserci affezionati, carta oggi significa, per ragioni industriali, debiti e ristrutturazioni. Segnali evidenti di un modello che non è più efficace e concorrenziale nella modernità che stiamo vivendo.
Ma sono tempi interessanti, perché nei momenti di forte transizione si aprono spazi nuovi e -per definizione- si trovano modi nuovi di fare le cose.
«Cosa deve fare la "vecchia carta" per salvarsi?», si chiede Jordan Kurzweil. La risposta è efficace: «deve smettere di pensare che si possono sistemare le cose semplicemente con un nuovo arredamento del Titanic». Che tanto affonda comunque.
Kurzweil dà poi consigli di buon senso: il primo è «guardare in faccia la realtà». Il secondo è quello di «pensare come una startup». Ma i suggerimenti sono 9 e valgono tutti una riflessione.
TechCrunch: Print is Dead! Long Live Print?
Posted by g.g. | # | Media | 02/26/2012

Massimo qualche giorno fa notava una cosa apparentemente eccentrica: le tradizionali classifiche dei libri cominciano ad apparire un po' fuori fuoco e invecchiate, se paragonate a quelle degli store online.
Ci sono diverse considerazioni interessanti che si possono fare. Giustamente, dice Massimo, «io non credo a nessuna classifica». Ed è un argomento su cui anche qui abbiamo spezzato diverse lance a proposito di diverse classifiche. Ma.

Ma quando la scoperta dei libri non avviene più passeggiando attraverso le pile (come nelle librerie tradizionali), le classifiche -se sono fatte per genere, sottogenere ed abbastanza esplose- diventano per i lettori uno strumento importantissimo di scoperta. Un modo per imparare «cosa leggere dopo». E in una libreria moderna le classifiche non sono lette nel modo tradizonale (vende quindi lo compro), ma sono accompagnate da molto contesto.
Una serie di strumenti, i libri correlati ad esempio, o le opinioni degli altri lettori, ne fanno un modello di navigazione efficace nel sempre più vasto mondo dell'offerta dei libri. E diventano uno dei fattori di efficacia nel matchmaking. Uno dei tool migliori che abbiamo per fare ciò che Internet per la prima volta nella Storia ci consente di fare: utilizzare sistematicamente l'esperienza degli altri per aggiungere dati al modo in cui decidiamo.
Seconda considerazione: nel determinare i libri che vendono, alcuni dei canoni tradizionali ridimensionano molto la propria importanza. La capacità di un grande editore di posizionare i libri sulle parti più visibili di tutte le librerie, ad esempio. O la capacità di un grande editore di far trovare fisicamente il libro ovunque.

Il modello digitale è molto più equo, perché abbassa molte barriere di accesso: se capisci, conosci e sai sfruttare la logica dello store (se impari a usare bene i metadati e sai fare il networking necessario per far uscire il titolo dall'oscurità) hai esattamente le stesse possibilità di un grandissimo editore. Tutti i libri sono allo stesso click di distanza, ma la differenza ltra quelli visibili e quelli invisibili la fanno fattori nuovi. E i libri invisibili non vendono.
Ora, in questo periodo di mezzo, la carta è probabilmente ancora il core business degli editori e degli autori. Ma se negli Stati Uniti i soli numeri del digitale già bastano a entrare nelle classifiche generali, anche in Italia il cammino si sta consumando molto in fretta.

Questo significa, a mio parere, varie cose. La prima è che vedremo sempre classifiche diverse sui diversi store, perché hanno regole diverse per rendere visibili i titoli del loro «scaffale infinito». La seconda è che nel dare le classifiche (quelle dei giornali, ad esempio) bisognerebbe tener conto che i dati sono imprecisi, imperfetti e con grandi lacune.
La terza è che i «percorsi» dei lettori saranno sempre più centrali nel determinare quale libro ha successo. E la quarta è che in questa nuova «grammatica» il ruolo dell'autore sarà sempre più importante, perché gli autori di successo nel digitale saranno quelli che sapranno usare i nuovi strumenti.
Certo, lo dico spesso, come molti giornalisti arriveranno alla pensione senza capire come è cambiato il loro lavoro, anche molti scrittori probabilmente non aggiungeranno mai le nuove skill alla loro idea del «mestiere».
Però -probabilmente- è utilissimo cominciare a riflettere su come cambiano questi modelli. Man mano che l'editoria diventa digitale, man mano che la percentuale di acquisti si sposta verso l'online, queste nuove regole saranno quelle che ci aiuteranno a capire cosa i lettori vogliono.
Come lettura bonus, per esercitare la riflessione, un testo da leggere anche con un minimo di sguardo critico: Why the 21st Century Author is an Internet Entrepreneur.
Posted by g.g. | # | Media | 02/22/2012

«Io vivo in un ospizio», diceva ieri un signore greco a un giornalista in un telegiornale (non chiedetemi quale, chè non lo ricordo). «I politici invece guadagnano diecimila euro al mese».
Il tema è caldo, specie di questi tempi. C'è l'argomento della crisi, in diverse formulazioni: dal livore di «Io faccio sacrifici e i politici non li fanno» alla prospettiva di buon senso che vorrebbe che «I primi a sacrificarsi dovrebbero essere loro, dando l'esempio».
Poi c'è l'argomento dell'antipolitica, nelle sue diverse varianti, più o meno aggressive. C'è quello della chiacchiera da bar, c'è quello del ragionamento serio. E c'è quello, vario e multiforme, dell'opinione pubblica che sente una distanza sempre maggiore tra chi governa e chi invece vive da governato.
È difficilissimo -però a tratti potrebbe essere divertente- fare un inventario del «pensiero sui politici» in questo inzio di millennio. Ma, secondo il Boston Globe, c'è anche un argomento scientifico.
Uno studio recente -a quanto pare- dimostra che avere buone (o grandi) disponibilità di denaro modifica molto il modo in cui ci si comporta e si prendono decisioni. Il sottotitolo è un buon sommario: «La scienza sta scoprendo che il denaro cambia effettivamente in modo in cui pensiamo e agiamo. E non per il meglio».
Il titolo va da sé: Why it matters that our politicians are rich.
Posted by g.g. | # | Media | 02/20/2012

Con tutti i disclaimer del caso, specie sulla difficoltà di affrontare problemi e temi complessi, Ed Young ha ripostato un interessantissimo pezzo su come le metafore che usiamo disegnano la forma del mondo che abitiamo. E su come influenzano le decisioni che prendiamo.
Questo in qualche modo vale anche per l'approccio con cui affrontiamo il cambiamento.
Se immaginiamo l'innovazione come un nemico o come qualcosa da rifiutare, probabilmente la soluzione che troveremo al problema sarà influenzata da questa prospettiva. E ne risentirà in maniera importante.
Il modo in cui pensiamo, alla fine, è quello con cui costruiamo il racconto della realtà di cui ci circondiamo. E, come dice Young, «la scelta di poche semplici parole che usiamo può avere una forza segreta nel determinare la nostra vita».
Il post è lungo ma assai interessante e ripercorre «quello che la scienza sa in merito». Vale la lettura: Is crime a virus or a beast? How metaphors shape our thoughts and decisions.
Posted by g.g. | # | Media | 02/18/2012

Quando l'innovazione corre veloce, le posizioni di retroguardia -a differenza di quelle di buon senso- spesso fanno notizia. Da Umberto Eco (che ogni tanto ne inventa una) al capostipite Nicholas Carr e al suo Google ci rende stupidi. Dalle ultime uscite di Franzen a Jennifer Egan -vincitrice del Pulitzer- che se la prende coi social network.
Dal punto di vista dell'impatto sui media, la ricetta è facile: la spari grossa e parlano di te. Pubblicità a buon mercato, in fondo.
Ma se ti interessa il tema e vuoi cercare di capire perché alcuni intellettuali -non tutti per fortuna- si appassionano ad argomenti nostalgici invece di raccontare e vivere il loro tempo, Francesco Piccolo ha formulato una godibile ipotesi. L'occhiello descrive per accumulo: «Indignati alla Mastrocola, neo-retrò alla Franzen: la reazione emotiva del ceto medio riflessivo».
Il titolo è La sinistra è come mia zia.
Dall'altro lato dell'oceano le cose non vanno molto meglio. E Nathan Bransford si chiede se gli scrittori non siano improvvisamente diventati dei musoni intrattabili. Non ha risposte, Nathan, ma si pone la domanda: Why Are So Many Literary Writers Technophobic?.
(photo: credits)
Posted by g.g. | # | Media | 02/17/2012

In questi anni, forse, si potrebbe ritoccare una vecchia citazione e riformularla così: «Una volta era la stampa, bellezza».
Seth Godin, che è uno che deve la sua fama alla capacità di costruire formulazioni semplici ma potenti, giustamente osserva che la fine della carta cambia tutto. E non si tratta di innescare il solito vecchio discorso (che non porta a nulla) della carta contro il digitale. Piuttosto, già oggi, con la convivenza (con la carta che scende e il digitale che sale), stiamo osservando un sistema che funziona in maniera diversa.
L'idea del giornalismo che ereditiamo dal XX secolo era fortemente legata all'idea della stampa, e al prodotto giornale. Erano i mezzi più efficaci che avevamo. Ma oggi è tutto diverso. È diversa l'intera grammatica dei media, che inserisce il giornalismo in un ecosistema con regole tutte nuove.
Così è interessante la riflessione che propone David Weinberger sul significato che diamo al termine informazione. David cita Shannon e ragiona sul valore della «scoperta».
A me torna in mente un vecchio aneddoto raccontato da Annamaria Testa in un libro, che sfatava una volta per tutte l'opposizione tra rumore e informazione. Diceva più o meno così, cito a mente: «Un ramoscello spezzato è rumore per un ragioniere di Busto Arsizio, ma è informazione per Tarzan che ci vede il passaggio di un predatore». È lo schema con cui funziona il digitale, che rovescia la mediazione sulla capacità dell'informato di costruirsi un sistema efficace (e personalizzato) di filtro e fonti.
Una delle cose che siamo tutti obbligati a fare, oggi, -dal giornalista al lettore- è educarci a un mondo in cui il rapporto tra informazione rumore e scoperta si assesta su canoni nuovi. La riflessione di David la trovi qui: Information is the opposite of information
Poi, come commenta Mario Tedeschini su Twitter, «Jarvis provoca ancora: dubbi, pensiero, forse risposte».
Questa volta Jeff racconta di come il valore del giornalismo (forse) non è più nella semplice produzione di contenuti (tipica del mondo lineare e monodimensionale della carta) ma negli effetti del contenuto: «Segnali sugli interessi delle persone, sull'autorità e su temi e tendenze».
Anche qui, come al solito, non fidarti della mia sintesi: il ragionamento di Jarvis merita una riflessione seria. Are media in the content business?

Ancora: il Guardian si chiede se il confine tra libri e Internet non stia svanendo. Come in tanti diciamo da tempo, con il digitale l'editoria è sempre più media e sempre meno editoria. Ed è -credo- un mondo pieno di opportunità per chi ha voglia di sperimentare cose nuove.
Qui ogni tanto parliamo anche di fatti nostri, ma a volte fanno parte dello sporcarsi le mani coi concetti su cui si ragiona. Proprio in tema di sperimentazioni, e di confini tra generi e prodotti che sfumano, oggi esce il nuovo ebook in coedizione tra noi e La Stampa, che continua ad esplorare le possibilità di un nuovo formato per il giornalismo. Il primo della serie ha venduto migliaia di copie e ha dimostrato che c'è un interesse per l'approfondimento e la lettura diversa e rilassata (sull'ereader) dell'informazione.
Nicola Bruno, autore de La scimmia che vinse il Pulitzer, lo ha detto con parole più efficaci delle mie: «è il segnale che anche in Italia sta emergendo il bisogno di un rallentamento nell'informazione». Leggi tutto: Refreshing Journalism, intervista a Nicola Bruno.

Infine, last but not least, Internazionale racconta di come si stia affermando il giornalismo narrativo, che è un altro tema interessante. Specie per chi, come me, è convinto che oggi fare informazione sia anche costruire un'esperienza dell'informazione. il link è qui: Il boom del giornalismo narrativo.
Posted by g.g. | # | Media | 02/16/2012

Tra le letture di stamattina e di questi giorni ricorre spesso l'idea di futuro. Così, se hai voglia, puoi dare un'occhiata a come si guarda all'innovazione dal punto di vista degli investimenti. Il documento ha un titolo che di per sé giustifica la curiosità: What Happened to the Future? We wanted flying cars, instead we got 140 characters.
Percorrendo la navigazione al contrario, merita una lettura anche il pezzo di Big Think (ricco di link belli da seguire). Lo trovi qui: What Does Technology Look Like in an Age of Abundance?.
Poi, in un articolo di Capital, trovo una considerazione di Mark Taylor che in qualche modo ribadisce una mia vecchia convinzione: «A raccontare il mondo moderno sono sempre più gli scrittori di fiction e sempre meno quelli che invece scrivono di tecnologia».
A questo proposito è interessantissimo e va letto un pezzo di The Bulletin, che racconta di come la fantascienza abbia un impatto sulla scienza. Di solito tendiamo a credere che sia soprattutto il contrario: The Science Fiction Effect.
Posted by g.g. | # | Media | 02/15/2012

Tornando a parlare di blog, e delle ragioni per cui sono uno strumento utilissimo (e per nulla stanco), c'è un bel pezzo di Mark Sample che vale tutta la lettura.
«Scriviamo in pubblico», sostiene Mark, perché «vogliamo riscrivere in pubblico».
Il post di Mark tocca altri argomenti importanti, tra cui quello semplicistico della minore concentrazione che ci darebbe la rete. Ma l'aspetto che più mi interessa è la naturale affermazione di quello che Sample chiama ongoing process e che è il ciclo della scrittura e della crescita attraverso i feedback.
Questo è il decimo anno del mio blog e in questi dieci anni io credo di dover moltissimo a questo processo. Mi ha aiutato a capire come costruire pensiero e argomentazioni, a guardare le cose da punti di vista diversi (complementari o contrari al mio), a imparare un sacco.
Ed è questa la ragione per cui -quando posso e riesco, o quando ho qualcosa da dire- il blog resta l'approdo ideale per qualsiasi pensiero che non vada gestito in solitudine.
Ma leggi tu stesso: Sample Reality, Serial Concentration is Deep Concentration
Posted by g.g. | # | Media | 02/13/2012

Sabato ho scritto per La Stampa un pezzo intitolato La cultura degli algoritmi.
È un ragionamento sull'aumento di complessità nel mondo dell'editoria e su come questo aumento di scala nelle informazioni disponibili sta cambiando il modo in cui la nostra cultura funziona.
Sempre sabato, ho scoperto stamattina, il New York Times ha affrontato lo stesso tema da un punto di vista diverso. Il focus è sul concetto di Big data, che non ha una traduzione italiana efficace (o se ce l'ha io non la conosco).
Big data, alla fine, significa «quella quantità di dati che non riusciamo a gestire con tecniche tradizionali» ma che sono dati comunque disponibili e che migliorano le nostre «optimization task». Ovvero -per rimanere sui temi che ci interessano- tutti quei dati bruti, che una volta elaborati ci fanno trovare con più efficacia le informazioni che ci servono, i libri che possiamo voler comprare, la notizia che cerchiamo eccetera.
Per dirla in modo più preciso, tutti quei dati che una volta elaborati decidono cosa per noi è importante. Con tutte le implicazioni del caso.
Ce ne siamo accorti da tempo, con l'approccio sbagliato (quello difensivo dell'information overload, che pensa in modo analogico la complessità del digitale). Di fatto, la cultura di rete costruisce enormi quantità di informazioni grezze che non riusciamo ad affrontare se non con nuovi strumenti.
«E questi strumenti per generare nuova conoscenza nei tempi di Internet», scrive il New York Times, «stanno guadagnando velocemente importanza». Non riusciamo ad elaborarli col cervello, ma i dati che ci spaventano (o che semplicemente tralasciamo affidandoci solo alla cognizione di cui disponiamo) vengono trattati con modelli matematici.
«Nonostante gli allarmi», conclude Steve Lohr, autore dell'articolo, «è una strada senza ritorno. I Big Data sono sul sedile del conducente». Stanno guidando la nostra cultura.
Il pezzo è lungo ma vale la pena: The Age of Big Data.
(Quanto al mio punto di vista, ho il sospetto che la cosa migliore su questo tema devo averla scritta nel 2006: La formazione delle coppie nella società digitale.
E -se vuoi approfondire- c'è anche questo pezzo del McKinsey Global Institute: Big data: The next frontier for innovation, competition, and productivity).
Posted by g.g. | # | Media | 02/13/2012

Non è un argomento nuovo. Lo conosciamo dalla saggezza popolare («Sbagliando si impara») e da svariate citazioni colte («Se non provi, non sbagli. Ma non c'è problema. Riprova. Sbaglia ancora, sbaglia meglio», Samuel Beckett).
In certe aree avanzate della nostra cultura di innovazione, è diventato un mantra.
Nella Silicon Valley, ad esempio, è un grande principio di base (e Google -tra tutti- lo applica metodicamente come logica di sistema). È uno degli strumenti per venire a capo della velocità e della complessità dei tempi moderni.
Ma nella mentalità diffusa l'errore è visto come qualcosa da evitare. Qualcosa che non solo non dobbiamo considerare un elemento strutturale del nostro lavoro ma che -anzi- non dobbiamo consentirci. Qualcosa che si scontra in maniera forte con la nostra percezione psicologica e che mette in crisi il modo in cui pensiamo a noi stessi.
Eppure l'errore è uno dei principali carburanti dell'innovazione. Così, se hai voglia di farci una riflessione, David Armano commenta l'opinione di Richard Edelman.
«Richard dice quello che tutti i dipendenti vorrebbero ascoltare», scrive David. «Come amministratore delegato, crede che la cosa migliore da fare sia incoraggiare una cultura in cui l'errore non è evitato, ma abbracciato come parte del processo di innovazione».
David Armano, Permission To Fail.
Posted by g.g. | # | Media | 10/02/2012

Si discute molto, da anni, sulla «competizione» tra umani e computer, e si fanno un sacco di previsioni sul momento in cui l'intelligenza artificiale raggiungerà (o supererà) il cervello che l'evoluzione ha dato in un tempo lunghissimo a noi bipedi.
È un tema da scenario di fantascienza, al momento. Ma per alcuni settori della scienza, quella fatta di metodo e non di fantasia, è semplicemente un «problema di lavoro»
Se ti appassioni a queste cose, Andrea Kuszewski ha scritto un paio di lunghi articoli che propongono punti di vista interessanti. Il primo si intitola: I, Robopsychologist, Part 1: Why Robots Need Psychologists.
Il secondo, invece, va dritto al punto: I, Robopsychologist, Part 2: Where Human Brains Far Surpass Computers
Posted by g.g. | # | Media | 10/02/2012

La mia posizione probabilmente la conosci già, perché la ripeto spesso. Se guardi le cose dal punto di vista del digitale (e non da quello del XX secolo), la pirateria è un fattore di sistema. È parte della natura intrinseca dei beni digitali e non trova una collocazione nella logica con cui siamo abituati a far funzionare il mercato.
Quindi, se devo scommettere la mia solita birra parlando del futuro, io credo che la soluzione non sia combatterla (cosa che assomiglierebbe a remare con un fiammifero) quanto capirla e cercare di immaginare un sistema -per l'intera industria culturale- che ridisegni valore e remunerazioni in modo coerente con il digitale.
Non va combattuta la pirateria (e magari va chiamata anche in un altro modo): vanno aggiornate alla modernità le regole e le categorie interpretative.
Ma la mia posizione personale non è poi tanto interessante. Sono interessanti invece un po' di ragionamenti che si stanno leggendo in questi giorni. A partire dallo scenario che racconta le nuove dinamiche, con l'idea -tutta contemporanea- dello sharing.
«Non condividiamo perché siamo pazzi, cattivi o ubriachi», scrive Jeff Jarvis. «Condividiamo perché, alla fine, la tecnologia ci consente di farlo e noi ne traiamo benefici».
È un punto importante, perché quando la tecnologia abilita la gente a far qualcosa di utile, la gente lo fa. Poi -abbiamo visto- ai sistemi e alle leggi tocca il compito di seguire le prassi e aggiornarsi. Cosa che richiede molto più tempo rispetto alla velocità di innovazione tecnologica, perché i sistemi complessi sono più lenti a reagire e vivono dei conflitti tra i portatori di interesse.
C'è poco da fare: abitiamo una cultura che aggiorna le sue regole con molta più lentezza rispetto alle nuove pratiche che adottiamo. Ma il pezzo di Jarvis va letto tutto: Economist debate on sharing.
Kim Davis, poi, tocca un punto importante, sulla strategia. «I pirati ci saranno sempre», dice. «Ma noi possiamo convincere il nostro pubblico a comprare i nostri contenuti in modo legittimo». La chiave è il prezzo (equo) e la facilità di accesso. Se sei uno che usa i DRM dovrebbero fischiarti le orecchie.
Il pezzo si intitola: Living With Piracy.
Infine, in italiano, le belle menti del Post ricapitolano un altro po' di opinioni: Ancora su diritto d'autore e pirateria.
Posted by g.g. | # | Media | 09/02/2012

Twitter è uno dei social network più semplici come concetto (quello che ci puoi fare alla fine è mandare messaggi di 140 caratteri), ma probabilmente anche il più difficile da capire.
Si è evoluto molto negli anni e per essere usato bene richiede diverse competenze: per un singolo tweet serve un sacco di literacy.
Poi negli ultimi mesi, in italia, sono approdati su Twitter -buoni ultimi- molti personaggi noti dei media tradizionali. Se ascolti la radio ormai è diventato popolare quanto le «pagine Facebook» in tutte le trasmissioni. Spesso nei servizi di cronaca in Tv appaiono screenshot di tweet mandati in diretta. Eccetera, eccetera.
Se ne scrive sempre di più. Ovviamente partendo dall'addiction: appena una cosa diventa popolare c'è subito qualcuno che lancia l'allarme sulla dipendenza. È successo con tutte le nuove tecnologie che ci danno gratificazioni o vantaggi pratici, dai telefoni cellulari ai videogiochi. Stranamente nessuno ne parla a proposito del calcio, forse perché non usa silicio.
Ma, come racconta bene l'Atlantic, bisogna ricordare che usare la tecnologia per diventare più intelligenti è una componente essenziale della natura umana: Why Cognitive Enhancement Is in Your Future (and Your Past).
Così, tra un allarme e l'altro, a quanto sembra resistere a Twitter è più difficile che resistere a sigarette o alcool (la notizia è vecchia ma il commento è recente: Addicted to Twitter? Heres the Science!).
Poi c'è la faccenda dei ragazzi e dei giovani. Siamo tutti preoccupati -pare- per la loro educazione e in questi giorni si leggono titoli curiosi: Teens join Twitter to escape parents on Facebook: survey. Oppure: Teens slowly migrating to Twitter.
Anche qui, come dice Giovanni, forse serve un po' di prudenza nelle analisi.
Ma ci sono letture interessanti in giro anche su aspetti più vicini alla literacy e ad una comprensione più generale. La Technology Review del MIT racconta di come alcuni studiosi abbiano identificato i processi che portano alla diffusione delle notizie su Twitter. Vale la lettura, soprattutto per i giornalisti: How to Predict the Spread of News on Twitter.
Il Telegraph, poi, ci regala le nove regole d'oro per usare Twitter: la mia preferita è la sette.
E infine un ponderoso pezzo della London School of Economics, il cui titolo dice tutto: Can't tweet or won't tweet? What are the reasons behind low adoption of web 2.0 tools by researchers?.
Posted by g.g. | # | Media | 08/02/2012

Sta diventando un vero e proprio genere letterario. Si prende una posizione radicalmente di retroguardia e si alimenta con argomentazioni controcorrente in modo da farla diventare notiziabile. Poi il battage dei media e della rete fa il resto.
Uno degli ultimi maestri (ma forse il più grande e talentuoso di tutti) è Nicholas Carr. In ogni caso, in questi giorni ha dominato la scena lo scrittore Jonathan Franzen, che è riuscito a prenderle da chiunque. In modo anche sonoro.
Non che sia un problema, in fondo l'obiettivo probabile non era salvare il mondo dalla rete quanto farsi pubblicità. Però, ecco, alla fine tante mazzate.
Si possono leggere centinaia di articoli e post, dal Guardian (Jonathan Franzen is wrong: the digital age is making us smarter) a Carl Zimmer (Ebooks: More Boon to Literacy Than Threat to Democracy).
Ma il titolo più definitivo è quello di NPR: No More E-Books Vs. Print Books Arguments, OK?
Posted by g.g. | # | Media | 06/02/2012

Quando parliamo di settore ad alta innovazione (ma non vale solo per l'editoria, si può estendere a tutto il mondo dei media e dell'industria culturale) stiamo raccontando l'effetto di Internet sulla nostra cultura.
L'innovazione è un processo complesso che non si esaurisce affatto con la messa a punto di un'idea. Piuttosto ha molto a che fare con la capacità di una buona realizzazione, con l'assenza di vincoli e barriere per innovare e -soprattutto- con la capacità di far accettare il nuovo.
Così, se ci chiediamo perché le cose stanno cambiando tanto in fretta e spesso malgrado la volontà dei principali protagonisti, può essere utile un concetto di Lawrence Lessig. Non è un concetto nuovo per chi studia il digitale da anni, ma probabilmente fornisce una buona chiave per chi oggi vede il suo lavoro modificarsi ed è tentato dalle posizioni di retroguardia (che non funzionano più).
Il punto è che le cose cambiano perché Internet (e -più in generale- il digitale) facilita «l'innovazione senza permesso». La nostra cultura reticolare oggi ha gli strumenti per cui chiunque (tra quelli che ci provano e ne sono capaci) può introdurre innovazione nel sistema.
Ma Lessig lo spiega meglio: Without the 'permissionless innovation' enabled by the internet, Facebook would not have got off the ground. | via Antonio Santangelo.
Posted by g.g. | # | Media | 06/02/2012

«Richard Florida ha coniato l'espressione "classe creativa"», scrive Joseph Puopolo, «ed è convinto che questi 30 o 40 milioni di persone finiranno per guidare lo sviluppo nel mondo postindustriale».
Già come attacco, l'idea di numeri così alti di «creatori di contenuto» (rispetto a quella tradizionale dei gatekeeper, dei media di massa e del XX secolo) rende bene l'aumento di scala che il digitale porta con sé. È un modo diverso di essere autori che ridisegna il concetto di autorialità lavorando anche su formati differenti da quelli tradizionali e su nuove leggi di distribuzione.
Ma l'intero articolo è interessante, con riflessioni che spaziano dai «paradigmi che vengono cambiati dalla nuova creazione di contenuti» fino all'evidenza secondo cui «man mano che emergono nuovi trend, il mondo si adegua a nuove regole». L'articolo è interessante e merita la lettura: The Emergence Of The Content Creation Class.
Come complemento può essere utile riflettere anche su un altro punto di vista. PaidContent pubblica un bel pezzo di Jeff Roberts che si intitola: Five Ways Twitter Is Changing Media Law
Posted by g.g. | # | Media | 01/31/2012

Sull'Espresso in edicola da oggi, c'è un mio lungo articolo che racconta le mie impressioni su Star Wars: The Old Republic, ma -più in generale- anche come si sta evolvendo il mondo dell'intrattenimento.
Avevo già condiviso degli appunti (qui e qui), ma ne trascrivo un pezzo per darti un'idea:
«Non è una scoperta recente. Diversi anni fa, in un libro intitolato Emotional Design, Donald Norman (che è stato anche Direttore dell'Istituto di Scienze Cognitive dell'Università della California) aveva scritto che ormai i videogiochi vengono progettati per le capacità cognitive e culturali dei trenta-quarantenni.
E, notava Norman, l'abitudine all'interazione, a essere parte della storia, spinge a un modello di partecipazione che gratifica moltissimo.
"Le trame si vanno facendo sempre più complesse e realistiche", scriveva, "le richieste al giocatore più riflessive e cognitive, meno viscerali e immediate".
La conclusione è ugualmente interessante: "Il risultato è che quando dei giocatori esperti di videogame guardano un film, avvertono la mancanza di tale controllo, sentendosi come bloccati ad assistere a una trama a senso unico". E i numeri confermano una tendenza solida. Da diversi anni il mercato dei videogiochi fattura più di Hollywood. Ma, come scriveva nel 2009 Tom Chatfield sul Guardian, "non è solo il denaro a rendere importante l'industria dei videogame. La metafora può sembrare azzardata, ma c'é più di qualche elemento elisabettiano nella fase che stiamo vivendo con i videogiochi: una forte coincidenza tra gusti del pubblico ed eccellenza in un medium ancora giovanissimo ma che sta crescendo in fretta"».
L'Espresso, Oltre il Game, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 01/27/2012

Internazionale pubblica un bell'articolo di Paul Graham. Il pezzo riflette sulle startup, che sono il motore dell'innovazione e l'energia che spinge un Paese verso la crescita.
«Se date un'occhiata alla classifica delle città statunitensi in base alla popolazione, il numero pro capite delle startup di successo varia a seconda dell'ordine di grandezza. In un certo senso è come se la maggior parte dei posti negli Stati Uniti fosse ricoperta di veleno per startup», dice Graham.
E aggiunge: «Poi, un paio di settimane fa, ho capito. Mi facevo la domanda sbagliata. Il problema non è che la maggior parte dei posti uccide le startup: la verità è che ogni startup è destinata al fallimento e la maggior parte delle città non riesce a salvarle».
E da lì argomenta su quali siano i fattori (o alcuni dei fattori) che favoriscono la crescita delle nuove imprese. Buoni spunti per riflettere.
L'antidoto che salva le startup
Posted by g.g. | # | Media | 01/26/2012

Facebook è ormai oggetto di una letteratura sterminata, che si aggiorna di ora in ora. Ma c'è qualche link, curioso o serio, che vale la pena di condividere.
Il primo racconta di un esperimento fatto da Donnelly Curtis, un bibliotecario dell'Università del Nevada, che ha creato due finti account per due studenti del 1910. Il suo scopo era quello di rendere la storia locale più interessante e di raccontarla su strumenti moderni, con il linguaggio e i modi di oggi.
«Bisogna essere sempre aggiornati», racconta Curtis, «non è mica scritto sulla pietra che le biblioteche continueranno ad esistere. Se non saremo capaci di restare in contatto con la gente, non è detto che ci sia ancora un ruolo per noi». A me questa idea è piaciuta molto: The Future of History is on Facebook.
Poi, grazie a @lucatremolada, ho trovato questa piccola guida che può essere interessante per giornalisti, blogger e lettori: How Journalists Are Using Facebook Subscribe.
Infine, Neuroanthropology ha pubblicato un post che racconta un po' l'ideologia di Zuckerberg e ha un titolo che la dice tutta: Facebook as a Colonial Power?.
Posted by g.g. | # | Media | 01/26/2012

Janet Paskin, sulla Columbia Journalism Review si pone una domanda che sembra oziosa, ma non lo è.
«Perché», scrive, «se i media a stampa sono in declino sempre più avanzato, e se il futuro del giornalismo è online, i giornalisti amano vedere il proprio nome sulla carta?».
La percezione è ancora importante, nonostante la diffusione della stampa sia in calo costante e ormai sotto i limiti di guardia. Nella risposta che propone la Paskin, c'è un punto cruciale della trasformazione del giornalismo. Questa cosa durerà, sostiene, finché la carta pagherà di più. Ma non solo.
«Durerà», dice, «finché gli articoli saranno concepiti come blocchi di testo. Ma le cose cambieranno quando lo standard dell'informazione si aggiornerà e la notizia diventerà ancora più interattiva e sarà sempre più arricchita da infografiche, video, illustrazioni, e slide».
Il pezzo si intitola The Velvet Rope Why do journalists still care about seeing their name in print?.
Se hai tempo, sempre sulla Columbia Journalism Review c'è un altro articolo che vale i 5 minuti di lettura: How Sharing Disrupts Media.
Posted by g.g. | # | Media | 01/24/2012

Deve esserci stato un momento in cui, nella sala riunioni della Kodak, qualcuno ha detto ai dirigenti qualcosa tipo: «Ehi, nel giro di pochissimi anni tutti avranno una fotocamera digitale in tasca, inserita anche nei telefoni da 30 euro».
La transizione verso il digitale stava iniziando e deve essere stato più o meno come quando, qui in Italia, al Salone del Libro del 2010 gli editori dicevano: «l'ebook arriverà tra vent'anni».
È un passaggio che ha toccato tutti i settori dell'industria culturale (dall'informazione alla musica) e che ancora vive di dialettiche fortissime tra chi innova cambiando le regole e chi viene da modelli di business analogici.
Ma il caso Kodak è molto interessante perché l'azienda non ha mai adottato politiche difensive e di retroguardia e godeva di un brand popolarissimo. Che tuttavia non l'ha tutelata e non le ha evitato la bancarotta.
Ci sarebbe molto da studiare e da riflettere, ma puoi partire dall'opinione di Al Ries (che propone un punto di vista meno scontato): Kodak Wasn't Slow to Digital; It Was the First One In.
Posted by g.g. | # | Media | 01/20/2012

Io appartengo alla prima generazione che é cresciuta con i videogiochi. Oddio, erano delle cose molto primitive, rispetto ad oggi, ma per noi è stata una bella avventura scoprirli.
All'inizio dell'adolescenza ho iniziato a giocare con Commodore 64, e per caricare il gioco dovevi mettere al metro preciso il nastro di una audiocassetta. Adesso è tutto diverso, roba da aprirti un mondo.
Per i genitori di oggi, specie ora che -come dicevamo- i videogame sono l'intrattenimento più evoluto, si pone spesso il problema di come regolarsi con i propri figli, che già piccini cominciano a giocare con iPad e altri aggeggi. La mia posizione, in breve, è che i videogame rappresentino una delle più complete sorgenti di stimoli. Ma puoi prescindere dal mio punto di vista.
È invece interessante leggere cosa dice Peter Gray, psicologo e studioso del tema. «I bambini di oggi», dice, «non sono danneggiati da troppo computer o da troppo tempo dietro uno schermo. Piuttosto patiscono il troppo controllo degli adulti e il fatto di non avere sufficiente libertà».
L'articolo è su Psychology Today (The Many Benefits, for Kids, of Playing Video Games) e ha un sottotitolo deciso: «Pensaci due volte prima di limitare ai bambini l'uso dei videgame». Puoi leggere anche l'interessante commento di Wired: No Limits to Computer Play.
Poi, puoi dare un'occhiata a questo riepilogo sullo stato degli studi sui videogame, che racconta di come ci «rendano più intelligenti», aiutandoci a sviluppare il pensiero critico, il problem solving e i processi di decision-making.
Here's How You'll Get Smarter By Playing Video Games.
Posted by g.g. | # | Media | 01/19/2012

L'allarme per il SOPA non è una cosa recente (qui ne avevamo parlato già a novembre) ma in questi giorni è finalmente esplosa la giusta attenzione.
Luca spiega perché non é una buona cosa, John Dupuis -che è un bibliotecario moderno- dice che è una cattiva idea e Salon racconta il blackout di ieri.
Ma se vuoi capire in sole due righe qual è il punto (o almeno uno dei punti), fidati di Tim O'Reilly: «uno dei maggiori problemi con SOPA e PIPA è che cercano di regolare il sistema in base alla logica della vecchia economia e non della nuova».
Mike Loukides, Putting money where our mouths are.
Posted by g.g. | # | Media | 01/19/2012

Spesso quando ragioniamo su una nuova tecnologia (che sia l'ebook o l'ultima innovazione che ci interessa) siamo portati a mancare di prospettiva.
Guardiamo quello che si vede, ma trascuriamo di inserire quello che vediamo in un contesto più ampio. Oppure semplifichiamo partendo dal presupposto che la società adotti solo le migliori tecnologie (cosa non sempre vera: ci sono molti altri fattori che entrano in gioco).
L'adozione di nuove tecnologie da parte di una società è un processo complesso e assai ben codificato. Ma è sempre interessante leggere punti di vista diversi su come si realizza l'adozione.
Così, se hai voglia, puoi dedicare qualche minuto a questo godibile pezzo di Brian David Johnson, intitolato: The Four Stages of Introducing New Technologies.
Posted by g.g. | # | Media | 01/18/2012

A quanto scrive Ars Technica, che sostiene di avere fonti indiscrete e sicure, Apple potrebbe annunciare una piattaforma che viene descritta come GarageBand per ebook. E che pare avrebbe le potenzialità per mettere sottosopra il mercato dei libri di testo e a cascata avere effetto su diversi aspetti dell'apprendimento.
Il titolo del post è abbastanza netto: Apple to announce tools, platform to "digitally destroy" textbook publishing.
Se ti interessa il tema, leggi anche questo pezzo di Cult of Mac che offre buone riflessioni: Apples War On Amazon Starts Thursday.
Posted by g.g. | # | Media | 01/17/2012

Un altro spunto che può essere aggiunto alla discussione di ieri.
David Weinberger e Jeff Jarvis non hanno bisogno di presentazioni. Entrambi sono legati a filo doppio alla storia e all'analisi di quanto sta cambiando con il digitale.
Devid ha pubblicato un nuovo libro, Too Big to Know, e Jeff ha scritto una lunga e meditata recensione. Scegliendo, come nota David, i giusti money quote.
Uno tra tutti; «Quando la conoscenza viene distribuita nei network, la persona più intelligente nella stanza non è quella che sta tenendo la conferenza e non è la saggezza collettiva del pubblico in sala. La persona più intelligente nella stanza è la stanza stessa: il network che collega le persone e le idee dentro lo spazio chiuso e fuori da quello spazio.
Non è che i network stiano diventando dei supercervelli capaci di coscienza. Piuttosto la conoscenza sta diventando inscindibile dai network. O, meglio, sta diventando impossibile immaginarla fuori dai network che la abilitano. E il nostro compito è progettare stanze ancora più efficaci. Costruire network che ci rendano più intelligenti, specialmente se consideriamo che quando sono progettate male, certe stanze, ci rendono più stupidi».
Leggi tutto: Network Knowledge
Posted by g.g. | # | Media | 01/17/2012

Sebbene molti dei nostri ragionamenti siano (giustamente) costruiti su quanto vediamo e osserviamo oggi, io tendo sempre a cercare di ricordare che Internet è ancora in una fase infantile, embrionale addirittura. La prospettiva storica, proiettata anche su un'idea del futuro, è importantissima perché stiamo parlando di una potente infrastruttura che sta cambiando la nostra cultura. Un qualcosa cui non abbiamo ancora preso le misure. E che stiamo raccontando in corsa, a volte stupendoci delle sue imperfezioni da fase di lavorazione.
Per questa ragione la miglior risposta che ho alla domanda «dove ci porterà Internet?» la devo a Bruce Sterling, che anni fa mi disse: «Avremo l'Internet che ci meritiamo».
Ma per questa stessa ragione trovo molto interessante anche la prospettiva di William Gibson, che in un'intervista al Wall Street Journal, dice: «Internet è uno di quei progetti che ci caratterizzano come specie umana, una di quelle cose che abbiamo iniziato a progettare appena siamo scesi dagli alberi nella savana». La tendenza delle comunicazioni umane e della gestione della conoscenza è sempre andata in questa direzione, verso la massima efficacia possibile. Il resto, direbbero i saggi anziani, sono problemi di crescita che dobbiamo considerare e risolvere ma non definire come strutturali. Nè usarli come alibi per farci fermare.
L'intervista a Gibson è ricca di spunti e la trovi qui.
Posted by g.g. | # | Media | 01/16/2012

Ogni tanto riemergono dei dibattiti che persino la realtà ha superato con scioltezza. Douglas Page dà voce alla sempre più ridotta schiera dei laggard e scrive che «i giornali dovrebbero pensarci due volte prima di abbracciare il digitale». In fondo, dice, un giornale online è solo un altro sto web. Leggi tu stesso.
Chris Meadows gli risponde con buon senso: «Che Page lo ammetta o no, la circolazione dei giornali di carta è sempre più ridotta, anno dopo anno. Mi sembra chiaro dove sta andando il mercato. La carta non morirà mai completamente, ma raggiungerà presto il punto in cui non converrà più. Persino i giornali che non vogliono rinunciare alla versione su carta dovranno fare attenzione a quello che il mercato vuole».
Douglas Page: Newspapers should think twice before going digital
Posted by g.g. | # | Media | 01/14/2012

Ralph Koster, game designer, ha scritto un lungo e interessante pezzo in cui sostiene -da fan del gioco immersivo- che «la capacità di immersione, in un videogame, non è più un elemento centrale ma uno stile di gioco. Questo è ancora più vero in un mondo in cui i giochi stanno diventando di massa e tutto è mobile e pieno di interruzioni».
Il post va letto tutto (Is immersion a core game virtue?) e se hai poco tempo puoi leggere la sintesi di Massively, che definisce «un lamento» l'analisi di Ralph.
La mia prima reazione è stata di totale disaccordo. Poi, complice anche un articolo cui sto lavorando (su Star Wars: The Old Republic), ho finito per rifletterci meglio e avvicinarmi alla posizione di Koster. Con qualche distinguo.
Così ho pensato di condividere alcuni appunti, più per razionalizzarli io che per interesse generale. Se ti appassiona il tema, leggi il post completo.
Posted by g.g. | # | Media | 01/14/2012

Non fa molta differenza, perché in fondo questo post è una banale e prescindibile opinione personale. Però, alla fine, quattro quarti di quanto sto per dire vanno intesi come disclaimer: stiamo parlando di persone cui sono legato da lunga amicizia e da percorsi fatti insieme per diversi anni.
Sergio ha lasciato Apogeonline, Massimo è riuscito a condensare il commento nel solo titolo (Apogeoffline) e Giovanni ha rispolverato dal suo armadio magico un inedito cappello da storiografo.
Io l'ho detto in privato e lo ripeto in pubblico. Comprendo perfettamente la scelta, su un piano professionale. Ma da un punto di vista generale, la rete italiana sta perdendo qualcosa: Apogeonline era probabilmente il miglior posto per scrivere (e leggere) di "cultura" digitale senza il rumore di fondo della tecnologia fine a se stessa e dei lanci di news, con tanta attenzione invece su quello che davvero serve: analizzare quello che succede. In quella palestra si era raccolto un bel numero di autori e un buon catalogo di punti di vista. Ne sentirò la mancanza e sotto sotto spero che qualche altro editore coraggioso vada a colmare il vuoto.
Ovviamente la webzine non chiude, cambia linea editoriale. E il resto dello staff (da Fabio a Federica) ha tutto il talento che serve e farà di tutto per darci altri contenuti interessanti. Quindi facciamo il tifo. E mettiamoci un «in bocca al lupo».
Posted by g.g. | # | Media | 12/01/2012

Giovanni riassume bene un dibattito ciclico, che riguarda «la capacità di selezione ed il rischio di omofilia, per cui tendiamo ad incontrare contenuti incapaci di produrre differenze rispetto al nostro modo di pensare».
Al dibattito hanno partecipato altri portatori di punti di vista interessanti (tra cui Luca e Riotta) Io ne ho scritto diverse volte, anche nei libri, però oggi grazie a Kevin Kelly ho trovato una formulazione semplice, che riassume in modo molto efficace quello che io ho sempre provato a spiegare (a me stesso prima di tutto).
La frase, di poche parole, l'ha scritta Stevin Berlin Johnson, una delle menti più lucide di questi anni.
Magari puoi essere d'accordo o meno, ma io la trovo perfetta e quasi conclusiva nella sua chiarezza: «La gente convinta che il web stia uccidendo la serendipity semplicemente non sta usando il web in modo corretto».
Kevin Kelly, Sourced Quotes
Posted by g.g. | # | Media | 08/01/2012

Massimo gioca con le statistiche dei post pubblicati e propone una riflessione sui luoghi che davvero abitiamo in rete. Nel mio caso, sono passato dagli 11 post del dicembre 2010 ai 3 (questo è il quarto) del dicembre 2011. Non che sia una novità, sono sempre stato un blogger non prolifico: uso questo dominio da 15 anni ed è un blog da quasi 10, e in quasi 10 anni ho scritto meno di 1500 post (roba che i blogger tosti scrivono in un anno o due).
Ma la questione centrale è che -secondo me- non c'è vera concorrenza tra i social network e i blog. Fanno lavori diversi e complementari. I social network, per dirla con la Technology Review, «costruiscono un layer di intelligenza distribuita», sono utilissimi per la distribuzione dei contenuti e per l'accesso diffuso in un modello a rete.
Ma se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio, eccetera eccetera. Sono davvero tante le ragioni, ma se non ti fidi di me puoi leggere un post di Anil Dash di un annetto fa: If You Didn't Blog It, It Didn't Happen.
Poi, certo, la tecnologia va sempre verso la specializzazione e ciascuno di noi finisce per usare gli strumenti che gli servono nel modo in cui gli servono.
Personalmente non so se ci sia un Rinascimento Blog, ma posso affermare in tutta tranquillità che in questi 10 anni io non ho smesso un attimo di leggere i blog e sono molto grato a tutti coloro che li usano per condividere idee, pensieri e spunti di riflessione.
Posted by g.g. | # | Media | 12/28/2011

Nella retorica che spesso circonda la grande onda del self-publishing negli USA (una retorica per cui a volte sembra più figo essere self-publisher che non avere un editore) ci sono spesso degli spunti utili per una riflessione.
Jeff Bennington ad esempio, su The Writing Bomb, pubblica una breve analisi che in qualche modo elenca le ragioni del successo degli autori Indie. Un punto, a mio modo di vedere, è interessante a prescindere. «I self-publisher», scrive Bennington, «sono technically savvy». E, se si legge bene, non si riferisce alla semplice capacità di usare le tecnicaglie del digitale: piuttosto elenca un set di competenze utilissime per sopravvivere nell'editoria moderna.
Ora, possiamo pensarla come vogliamo sul fatto di pubblicare da soli o sull'importanza di avere un editore. Ma queste nuove skill (insieme a diverse altre non elencate) faranno sempre più parte del mestiere di autore. E tutto questo assomiglia molto a quanto è accaduto qualche anno fa con il set di competenze che si è aggiornato per il mestiere dei cugini giornalisti.
Come allora per chi lavorava nel mondo delle news, oggi c'è molto da studiare e da inventare per completare la nuova idea della professione di scrittore. Anche da questo punto di vista, secondo me, sono tempi interessanti.
Jeff Bennington, 5 Reasons Why Indie Authors Are Succeeding
Posted by g.g. | # | Media | 12/12/2011

Ci sono delle cose, nel passaggio dall'analogico al digitale, che vanno provate. Per imparare, per capire come funziona la nuova grammatica. O anche solo per avere dei dati su cui riflettere.
Da tanti anni esiste l'idea che la disponibilità di una versione gratuita possa non interferire con le vendite di quella a pagamento. Ci sono casi di successo noti e casi su cui non si hanno feedback sufficienti. Noi abbiamo in circolazione da meno di un mese la versione a pagamento dell'edizione inglese di Chicken Little di Cory Doctorow (che è disponibile anche in download gratuito). E i primi dati sembrano incoraggianti.
Ieri però abbiamo lanciato un esperimento che forse può avere qualche risvolto interessante. Abbiamo fatto una nuova edizione di Cardanica (piaciuto molto in Italia e negli USA), con nuova cover e nuovi isbn (per i vari formati). E l'abbiamo messa online come Pirate Edition, invitando i lettori a farla circolare e a condividerla nei modi che ritengono più opportuni.
I signori di Actualitté si sono presi la briga di andare a monitorare se qualcuno l'avesse già messa sui circuiti p2p. Ma forse è ancora presto.
In ogni caso, credo, sul medio periodo acquisiremo dei dati che ci permetteranno di valutare l'impatto della versione free su quella a pagamento. Ed è importante, perché sospetto che nel digitale ci sia un legame diverso tra "circolazione" e "visibilità" rispetto a quanto accadeva nel mondo della carta.
Io sono molto curioso di osservare come evolve. Intanto, se vuoi vedere come abbiamo strutturato la cosa, è tutto qui: Please, Pirate This Book.
Posted by g.g. | # | Media | 09/12/2011

All'inizio era «il social network per stare in rete in mutande», poi è cambiato molto. Oggi, a qualche anno dalla nascita, l'Italia sta scoprendo (in qualche caso riscoprendo) Twitter. Il fenomeno ha lo stesso pattern osservato negli USA: arrivano le celebrità e in tanti le seguono.
Sull'Espresso in edicola in questi giorni (il NonSoloCyber toccava a me) una riflessione su come si sia evoluto l'uso di Twitter rispetto alla sua prima fase. Ne riporto uno stralcio:
«Da un lato Twitter è diventato uno dei principali canali di distribuzione delle notizie, molto efficace se si 'seguono' le persone giuste. Dall'altro la diffusione dei dispositivi mobili e la facilità dei 140 caratteri ne hanno fatto uno dei principali (e più veloci) strumenti di testimonianza del presente. Sempre più spesso le cose 'accadono' o vengono registrate su Twitter. Ci sono persino troppi casi: dall'afgano che racconta in diretta il blitz per catturare Osama alle indiscrezioni sulle dimissioni di Berlusconi dei giorni scorsi.
Ma la cosa più interessante è il modo in cui i media tradizionali e le grandi testate di informazione lo hanno integrato nel proprio flusso di notizie. Capita sempre più di frequente che i giornali facciano le 'dirette Twitter', che nei principali telegiornali appaia il flusso di aggiornamenti, che questi brevi messaggi diventino fonti importanti nella nostra ricostruzione del mondo sotto forma di news.
La facilità di concetto del breve messaggio, unita alla disponibilità di connessione mobile e moltiplicata per milioni di cittadini diventa un insieme potentissimo. Sarà sempre più facile che quando accade qualcosa ci sia qualcuno con un accesso a Twitter per raccontarla in fretta. Ed è un modo tutto nuovo per scrivere la Storia di questi anni.»
L'Espresso, Metamorfosi Twitter, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 06/12/2011

Oggi debutta la collana La Stampa / 40k, una serie di ebook dedicati all'approfondimento dell'attualità. Nel primo titolo, le migliori firme de La Stampa (dal direttore Mario Calabresi a Gianni Riotta, ma sono tante) raccontano la crisi economica, anche con una bella webstory. Confesso di essere molto contento di questa collaborazione che inizia,
Ma -tralasciando la nostra personale soddisfazione- il punto interessante, a mio parere, è quello che sposta il ragionamento su un piano più astratto. L'ebook, una volta emancipato dai vincoli di foliazione della carta, può diventare un importante formato giornalistico. I quotidiani più avanzati del mondo ci stanno provando (dal Guardian all'Huffington Post, con i primi esperimenti anche in Italia) in modi diversi. Ma il principio resta valido: personalmente credo che spostare un approfondimento, rapido ma più lungo, su un tipo di lettura diversa (quella rilassata con un ereader, tipica dei libri) possa essere una via tutta da esplorare ancora.
Si crea secondo me un nuovo strumento su cui il giornalismo dovrà sperimentare anche tagli e linguaggi, per cominciare a considerare questo formato uno dei suoi ferri del mestiere.
Anche da questo punto di vista, la tecnologia consente molte nuove opzioni a chi ha voglia di battere strade nuove. E l'intersezione tra libro e news è una delle più interessanti. Secondo me in futuro la vedremo affermare in maniera sempre più coerente nella dieta informativa. E potrebbero riguadagnare terreno anche forme di giornalismo penalizzate dal formato breve, come l'inchiesta.
I prossimi mesi, credo, saranno abbastanza interessanti. Se devo giocarmi la mia solita birra, vedremo un sacco di novità su questo fronte. E cominceremo a capire come funzionano queste nuove dinamiche.
Posted by g.g. | # | Media | 11/23/2011

Anche in Italia sta cominciando a vedersi una tendenza che sarà sempre più prevalente. Dopo Gargoyle e Mondadori (lo raccontava Loredana), qualche giorno fa anche Apogeo ha lanciato la sua prima collana ebook only.
Fatti i dovuti disclaimer, che valgono anche come consigli di lettura (Sergio è un amico fraterno, il libro di Letizia ha la mia prefazione), la mia riflessione è in qualche modo centrata sul punto di vista da autore. Se dovessi scrivere un altro libro (non che sia certo di avere la cosa in programma), cosa farei?
La risposta sicuramente è complessa, ma credo che -già oggi, in Italia- chi è interessato a un libro ha meno barriere a trovarlo in ebook, rispetto alla versione di carta. Lo dico da potentino che doveva andare a Napoli a comprare i libri, e capisco che per chi vive in una grande città possa apparire meno evidente.
Però la difficoltà di distribuzione su carta (reperibilità nelle librerie di provincia, spazio sugli scaffali, eccetera) è già un disincentivo importante, se non sei Vespa o Stephen King. Certo, con i libri elettronici serve un lettore (costano sempre meno e con pochi titoli acquistati te lo ripaghi) e serve superare una piccola curva di apprendimento. Ma poi hai accesso a tutti i libri del mondo in un modo molto più efficace, rapido ed economico.
Da autore, oggi non so se accetterei il 5% o il 10% di un contratto editoriale medio. Non accetterei sicuramente di vedere il libro uscire dopo 9, 12 o 18 mesi. Non punterei sulla carta per dare visibilità alle mie idee. Certo, uscire anche su carta significa non precludersi un canale. Ma il rapporto tra costi e benefici di quel canale è destinato a sfumare molto rapidamente nel tempo e al momento è già meno efficace.
Poi ci sono anche altri fattori, da considerare. Ad esempio il cortissimo ciclo di vita di un libro di carta, tra rese e permanenza nelle librerie. Eccetera eccetera.
Così la risposta che mi darei, viziata da esperienze pregresse e dalle mie abitudini di lettura attuali, è che per me -se scrivessi un nuovo libro- il formato principale sarebbe l'ebook. Chiederei di farlo uscire appena pronto, nel giro di qualche settimana (poi se si deve fare la carta, che esca quando si può, dopo). E lo vorrei senza DRM.
Ora, io probabilmente non faccio testo per mille ragioni. Però al momento, se devo immaginare uno scenario prossimo venturo (molto prossimo), lo vedo basato su queste dialettiche tra autore ed editore. Anche per la narrativa, in un tempo brevissimo. E confesso di non sorprendermi affatto se gli editori cominciano a scegliere di pubblicare solo in ebook quei titoli che sono destinati a non vendere decine di migliaia di copie (il 99% della lista).
Poi, come è facile che sia, magari le mie congetture sono sbagliate. Ma sarà comunque interessante vedere come si ridisegna la geografia editoriale.
Posted by g.g. | # | Media | 11/21/2011

Se ti capita di leggere i siti stranieri avrai probabilmente incontrato il buffo acronimo SOPA. Di buffo però c'è poco, perché SOPA sta per Stop Online Piracy Act e fa riferimento a una materia complicata e difficile.
Così, se vuoi farti un'idea, puoi leggere cosa segnala Cory Doctorow (SOPA: the whole world's Internet under US jurisdiction) o un ponderoso e attento articolo di PaidContent: How The Stop Online Piracy Act Will Kill Innovation.
O, ancora, un editoriale sul prestigioso New York Times: Stop the Great Firewall of America.
Se preferisci leggere in italiano, trovi qualcosa qui: La legge anti-pirateria USA potrebbe devastare Internet.
Posted by g.g. | # | Media | 11/17/2011

Più passa il tempo più mi rendo conto di non essere un geek. Non ho mai avuto interesse per l'hardware o per le sue specifiche, tranne forse quando mi serviva una macchina in grado di far girare World of Warcraft o giochi simili.
Lo premetto come disclaimer, perché capisco benissimo che si possano avere approcci diversi. Però c'è una cosa che mi stupisce molto nel mondo (e nel mercato) della tecnologia di oggi. Ed è il modo in cui la acquistiamo o ne parliamo. Ci sono molti prodotti (tablet, smartphone, ereader) che apparentemente competono su piccole sfumature di prestazione. Questo ha un processore più veloce, quello uno schermo con più pixel. Però -secondo me, ed è facile che sbagli- si tratta di questioni in genere irrilevanti, che nel mondo di oggi hanno un senso sempre più relativo.
Nella tecnologia di oggi -escluse esigenze particolari- non compriamo più l'hardware, ma l'ecosistema che c'è intorno. Compriamo il mondo che ci abilita. Bezos lo ha detto esplicitamente quando ha sostenuto che «il Kindle è un servizio». E io riconosco la logica nelle mie decisioni di acquisto. Non comprerei mai uno smartphone con migliori prestazioni e un ecosistema fallimentare dal punto di visto di accesso alle risorse (app, servizi, "esperienza", ecc.).
La grande battaglia che si conducendo sul mercato è costruita tutta su «quello che c'è intorno» e la cosa che effettivamente paghiamo è questa, non il pezzo di ferro plastica e silicio. E quando compriamo qualcosa è a questo che prestiamo attenzione. Ed è questo che ne determina il valore.
Man mano che i «consumatori» (parola bruttissima) matureranno consapevolezza di questa logica sarà interessante vedere come evolverà il mercato. E come reagiranno -se sopravviveranno- i produttori di hardware che si ostinano a vendere hardware con poco o nulla intorno. Ed è interessante anche provare a immaginare quanti ecosistemi saranno sostenibili, dato che il valore di un ecosistema è proporzionale alla massa critica che ha. Più persone lo usano, più si investe in servizi, più si sviluppano soluzioni, eccetera. Amazon, Apple, stanno dando una grande lezione. Google segue a ruota. Ma quanto spazio c'è per altri?
Sarà anche utile osservare come cambierà il nostro rapporto con la tecnologia quando diventerà invisibile e quando impareremo a concentrarci soprattutto sull'uso che possiamo farne e sui modi nuovi di far le cose che ci consente. Nei prossimi anni i dispositivi costeranno meno, la connessione sarà sempre più ubiqua e le persone che utilizzeranno la tecnologia saranno sempre di più. L'innovazione tenderà ad accelerare ancora di più.
Sarà una bella avventura.
Posted by g.g. | # | Media | 11/15/2011

C'è una bellissima intervista a William Gibson, sulla Paris Review, in cui l'autore racconta la genesi del termine cyberspazio nel suo romanzo Neuromancer. Ha qualcosa di straordinario il fatto che lo abbia composto su una macchina da scrivere portatile e che l'ispirazione gli sia venuta guardando i ragazzini che giocavano ai videogiochi nei bar, quelli con i grandi cassoni enormi e la grafica pixelata tipo Space Invaders.
Questi ragazzi davano a Gibson la sensazione di voler spostare la propria vita all'interno di quelle macchine. Poi, un giorno a Vancouver, Gibson (che non aveva mai visto né usato un computer in vita sua) vede un manifesto della Apple alla fermata dell'autobus. E pensa: «Questa roba finiremo per possederla tutti e si creerà un grande spazio comune dietro questi schermi». Era il 1984.
Sempre in tema di capacità di intuire il futuro, e di lavorare sull'immaginario che poi diventa comune venti anni dopo, Neal Stephenson scrive in Snow Crash, nel 1992 (millenovecentonovantadue), un paragrafo che -a parte la battuta finale, comunque in un certo senso ancora più inquietante e predittiva oggi- è illuminante:
«Persino la parola "biblioteca" comincia a diventare un po' oscura. Un tempo era un posto pieno di libri, perlopiù vecchi. Poi hanno cominciato ad aggiungersi videocassette, dischi e riviste. In seguito tutte le informazioni sono state tradotte in linguaggio macchina e cioè in tanti uno e zero. L'aumento del numero dei media ha fatto sì che il materiale diventasse sempre più aggiornato e i metodi per cercare le informazioni sempre più sofisticati tanto che, a un certo punto, non vi fu più alcuna differenza sostanziale tra la Biblioteca del Congresso e la CIA».
Io oggi mi stupisco di quanto molti scrittori di fantascienza -anche famosissimi- siano poco tecnologici. Alcuni di loro nemmeno leggono ebook e hanno un rapporto con il digitale che è alquanto personale. Ma forse questo dimostra che non è la tecnologia la cosa importante.
Piuttosto, diventa centrale la capacità di leggere come cambia la nostra cultura e di immaginare la strada che sta prendendo.
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2011



«Per mia figlia di un anno», dice l'autore del video, «un giornale di carta è solo un iPad che non funziona. E sarà sempre così nella sua vita». E poi scherza: «Steve Jobs ha codificato parte del sistema operativo di mia figlia».
Ho sempre trovato illuminante il modo in cui bambini che hanno da 1 a 3 anni si rapportano con l'iPad. Questo tipo di interfaccia (che non è solo un'interfaccia con l'hardware ma è soprattutto un'interfaccia con i contenuti che l'hardware ci abilita a governare) ha quasi la stessa età di quei bambini. Cresceranno insieme.
Così io magari sbaglio, ma sospetto sempre che se vogliamo immaginare il futuro dell'editoria, dobbiamo cominciare a pensare al mondo che vivranno loro (che non capiranno mai la carta). E quel mondo, credo, bisogna cominciare a immaginarlo oggi. Ragionare su quello che vediamo accadere non ha senso senza questa iniezione di prospettiva: il presente (e i prossimi due o tre anni) non ci dicono nulla. Ci mostrano solo la transizione che inizia. Ma sono loro (bambini e nuovi strumenti) a darci una direzione.
Via Marco Pratellesi
Posted by g.g. | # | Media | 10/14/2011

Sul numero attualmente in distribuzione della rivista de «Il Mulino» c'è un mio saggio intitolato La via del self-publishing.
I signori del Mulino, con ottimo fair play, lo hanno reso disponibile gratuitamente sia per la lettura sul web sia scaricabile in .ePub per i tablet e in .mobi per il Kindle.
"La via del self-publishing", Il Mulino, numero 5/11
Posted by g.g. | # | Media | 10/13/2011

«Ammettiamolo», scrive David Gaughran, «noi contiamo molto su Amazon. Ci sono un sacco di ragioni per cui Amazon è la preferita da chi fa libri in modo indipendente». Il post merita una lettura e una riflessione: Building A Sustainable Writing Career: How To Develop Multiple Income Streams.
Il Kindle Store (uno dei principali vettori del cambiamento nell'editoria) sta per arrivare in Italia. Certezze non ce ne sono, ma molti segnali dicono che non bisognerà attendere a lungo. E questo porterà probabilmente un'accelerazione in tutti i processi di trasformazione che stanno covando sotto la calma della cenere.
Ragionavamo su questi scenari, scherzando, con Dario. Ed è venuta fuori una battuta (che come tutte le battute taglia la realtà con l'accetta).
Per come stanno cambiando le cose velocemente, e per la curva di apprendimento richiesta agli autori (e agli editori), se si prendesse di peso uno scrittore italiano oggi (abituato "solo" alle nostre dinamiche prevalentemente analogiche) e lo si portasse dentro il mercato anglofono, ci sarebbe un forte straniamento. Qualcosa come Un americano alla corte di Re Artù, ma al contrario. Più simile forse all'idea di Lancillotto catapultato dentro Snow Crash.
Certo, rispetto agli USA in Italia ci sarà più di qualche distinguo, ma l'occasione di cominciare a guardare quello che accadrà prima che accada, è -credo- importante. Noi in Italia possiamo saltare qualche tappa di apprendimento. E osservare quello che accade oltreoceano è utile anche per poter fare le valutazioni del caso sulle specificità del mercato italiano.
Così forse (o forse no) può tornare utile questa lista di persone da seguire che avevamo elaborato tempo fa. O magari, per i più scrupolosi, questa più estesa fatta da Sam Missingham.
Posted by g.g. | # | Media | 09/25/2011

Sull'Espresso in edicola questa settimana (il NonSoloCyber toccava a me) propongo una piccola riflessione sull'idea di dipendenza dal digitale su cui ogni tanto si esercita qualche allarmismo.
Lo spunto è una ricerca che, qualche settimana fa, paragonava il nostro rapporto con i device (dallo smartphone all'iPad) al vizio del fumo.
Trascrivo un brano per raccontare come la vedo io: «Ma la narrazione di queste piccole attività ormai consuete forse non merita di essere costruita con le caratteristiche dell'addiction, del vizio di cui siamo schiavi. Noi non abbiamo un rapporto diretto con lo schermo, o con il pezzo di tecnologia che teniamo in mano. Piuttosto, abbiamo un rapporto con il mondo che quell'aggeggio ci apre. Senza l'accesso a "quanto conosce il web" siamo meno intelligenti, senza quei dispositivi -piccoli e grandi- non abbiamo accesso a parti importanti della nostra vita. Pensiamo alla porzione di lavoro che passa per il mondo immateriale dei network. O pensiamo ai mille modi nuovi che oggi abbiamo per restare in contatto con i nostri amici (o per conoscerne di nuovi).
La tecnologia ci consente facilmente di impostare un interruttore su "on" come su "off". Se centinaia di milioni di persone decidono di utilizzarla, probabilmente non è perché ci sia una qualche forma di mistica dipendenza di massa. È più facile che la spinta venga da un sistema di gratificazioni (culturali, sociali, professionali) che, alla fine, diventano una componente importante delle nostre vite.»
L'Espresso, "Il Web non va in fumo" (non online).
Posted by g.g. | # | Media | 08/29/2011

Ho provato a fare una sintesi per tendenze di quanto sta accadendo al mondo del libro, all'editoria, alle librerie, agli autori.
In parte sfrutta l'esperienza che stiamo facendo sul mercato americano, in parte è una riflessione che deriva dall'abitudine di guardare a cosa succede oltreoceano, per capire cosa potrà succedere qui. E lascia le conclusioni aperte.
Purtroppo in questi giorni non ho modo di farne una versione in italiano, ma magari nemmeno serve. Se ti interessa, è qui: Trends we see in publishing
Posted by g.g. | # | Media | 08/26/2011

È buffo come la tecnologia e l'innovazione mettano in moto dei cambiamenti così profondi da spostare il focus in maniera radicale sul modo di fare le cose. E finisce per sembrare un po' paradossale. Se uno non si schiera, a guardarla bene è il bruco che chiama fine del mondo ciò che la farfalla considera l'inizio della vita. Con buona pace della saggezza orientale.
Da un lato, raccontando la storia di Borders, l'Economist scrive che «sono tempi oscuri per l'editoria». E si ragiona su un modo di fare le cose che sembra in declino.
Dall'altro, Joel Friedlander enumera le ragioni per cui stiamo entrando nell'età dell'oro del self-publishing. Ed è importante osservare come queste considerazioni siano un buon elenco di cose che la tecnologia abilita a fare in modo nuovo. Leggi tu stesso: 8 Reasons Why We're Entering a Golden Age for Self-Publishing.
Io non so se davvero l'editoria tradizionale stia cominciando ad abbracciare il self-publishing, ma la lista di Joel secondo me ci dice qualcosa e ci invita a qualche riflessione.
Posted by g.g. | # | Media | 07/22/2011

Se vuoi una lettura non banale delle implicazioni che potrebbe avere Google+, O'Reilly Radar ci regala un'approfondita riflessione, che una volta tanto non si schiaccia sul tormentone del Facebook Killer che sembra la norma delle analisi.
In un certo senso è un articolo che tocca un tema molto sensibile. E che conferma la mia sensazione latente e ancora povera di argomenti: G+ potrebbe effettivamente essere un'innovazione nel modo in cui funziona la rete (e nel modo in cui la usiamo), dopo tanti anni di piccoli rinnovamenti di minore o scarsa importanza.
L'ipotesi di lavoro è che Google+ potrebbe aiutare le «macchine» a renderci un servizio migliore, diventando la backbone (letteralmente "spina dorsale") della nostra organizzazione sociale. Edd Dumbill, l'autore dell'articolo, spiega anche perché può riuscirci Google+ e non Facebook. Le ragioni sono diverse, dall'apertura (che Facebook non ha) fino all'argomento (delicato) secondo cui il gigante di Mountain View -a differenza di Zuckerberg- non ha interesse a possedere il nostro grafo sociale. Ma ci sono anche i problemi, tra cui il principale: la privacy.
Google+ is the social backbone.
Posted by g.g. | # | Media | 07/21/2011

Il pensiero anticonformista, si sa, fa notizia anche (e soprattutto) quando è costruito in modo fazioso. A Nicholas Carr, che in qualche modo ha inventato il tormentone del «Google ci rende stupidi» abbiamo risposto in tanti e anche la ricerca scientifica si è preoccupata di smentire le finte evidenze del suo ragionamento. Con altri, come Jaron Lanier (che sosteneva che stiamo diventando dei «gadget»), si era ormai capito di essere dentro un filone letterario. E il dibattito è stato meno caldo.
Ma, dal punto di vista della ricerca, il nostro rapporto con le tecnologie che usiamo è un tema molto sensibile, che descrive un profondo mutamento antropologico. E da ieri sta circolando rapidamente uno studio apparso su Science, che viene raccontato bene da Ed Yong.
C'è un passaggio che trovo molto interessante e significativo: «A questo punto la storia che ci dipinge come dipendenti dai gadget elettronici potrebbe essere solo una forma di nostalgia. Ne siamo dipendenti nello stesso modo in cui siamo dipendenti dalla conoscenza che riceviamo da amici e colleghi di lavoro, o da chiunque entra in contatto con noi. L'esperienza di perdere la connessione a Internet diventa sempre più simile a quella che abbiamo perdendo un amico. Noi dobbiamo rimanere connessi per continuare a conoscere ciò che Google conosce».
L'articolo si intitola The extended mind - how Google affects our memories ed è ben sintetizzato anche dalla splendida vignetta di XKCD.
Posted by g.g. | # | Media | 07/15/2011

Non credo di riuscire a ritrovare un link, ma ho un ricordo chiaro di una cosa che mi ha colpito qualche anno fa. Un giudice americano, ordinando la pubblicazione di una sentenza (come spesso si fa anche da noi) decise che non doveva essere pubblicata sui giornali, ma in rete. Questo perché, a detta del giudice, ormai la diffusione dei giornali di carta non era più socialmente significativa.
L'Economist ha un articolo molto interessante (inserito in uno speciale intitolato non a caso «Come i giornali se ne stanno andando»), che racconta quanto i tempi siano sempre più difficili per l'informazione a stampa.
Ma, tra i vari spunti, questo grafico mi sembra molto significativo:



Incrociando i dati di diffusione dei giornali (per mille abitanti) con la nascita di strumenti di informazione alternativa, il grafico racconta di come la carta, man mano che emergono nuove alternative più efficaci, sconti i suoi limiti di rigidità del prodotto. Come dire, prima la carta era la soluzione migliore che avevamo. Oggi, terminato il suo ciclo di innovazione, comincia ad essere un supporto sempre meno competitivo.
Ma il grafico racconta anche un'altra cosa: il declino della diffusione dei giornali non è dovuto al digitale, piuttosto è un processo storico iniziato molto prima. Il digitale certo, sta mettendo molto in crisi il modello industriale e il sistema di ricavi delle news corporation, ma per comprendere quello che sta accadendo, credo, bisogna ragionare sulle caratteristiche funzionali del prodotto (rigido, non aggiornabile, tagliato per un pubblico indistinto, costoso da produrre e distribuire). Così non stupisce che laddove ci sia forte presenza di alternative (connessione ubiqua, sistemi di news evoluti, alfabetizzazione elevata), il ruolo della carta decresca. Mentre in alcuni Paesi emergenti si verifica il contrario.
Come al solito, siamo nel regno delle congetture. Ma, personalmente, credo che il Guardian sia sulla linea corretta di evoluzione, essendo il primo giornale a definirsi «non più di carta».
In ogni caso, al di là questi miei appunti prescindibili, l'articolo si intitola A little local difficulty e merita una riflessione.
Posted by g.g. | # | Media | 07/14/2011

«L'interfaccia», scrive Oliver Reichenstein, «non è il cosa ma è il come facciamo le cose». E, in un post ricco di spunti, spiega passo passo la sua interpretazione dell'interfaccia di Google+.
«Quando uso l'interfaccia di Google+», dice, «sorrido come quando leggo un libro ben scritto». Quindi analizza con pazienza tutte le ragioni di questa sensazione.
E poi rincara la dose: «Google+ fa sembrare Facebook una specie di Myspace».
Merita la lettura: Why and How Google+'s Interface Is Kicking Ass.
Via Sebastian Posth (L'immagine la devo a Rebecca Woolread)
Posted by g.g. | # | Media | 07/07/2011

Era qualche giorno che avevo l'accesso a Google+, ma solo stamattina sono riuscito a giocarci un po'. La prima impressione è che abbia ragione Craig Mod, che nota come ci sia un effetto immediato, una «dissonanza cognitiva» che «invecchia» l'interfaccia di Facebook.
Per il resto, mi piace la logica dei circles e l'impostazione in generale. A differenza di Wave e Buzz mi sembra che stavolta a Mountain View siano riusciti a coniugare la completezza di funzioni (anche avanzate) con una facilità di approccio enorme, anche per utenti non smaliziati.
Per un giudizio completo, credo, sarà necessario iniziare a vedere come lo usa la gente e che tipo di «regole sociali» verranno fuori.
Se devo trovare un difetto, così al volo e avendo chiaro che è ancora tutto da sviluppare, la cosa che ha deluso un po' le mie aspettative è stata Sparks. Avevo letto in giro che si presentava come un gran passo avanti nella scoperta di news e fonti interessanti ma, al momento, su questo fronte Zite mi dà molta più soddisfazione.
Posted by g.g. | # | Media | 06/07/2011

Quando parliamo di volgarizzazione dell'editoria o della forza dei nuovi processi, il più delle volte lo facciamo appoggiandoci a un'idea generale e non a dei dati.
Il Guardian ha due articoli che, all'interno di ragionamenti interessanti, forniscono qualche numero. Il primo racconta che il consumatore medio in UK spende 4 sterline al mese in ebook. Ed è una quantificazione a suo modo utile, dato che da quelle parti sono più vicini all'Europa, come diffusione del libro elettronico, di quanto non lo siano rispetto agli USA.
Il secondo, invece, ci dice che a fronte di 316.000 libri tradizionali -nel 2010- negli USA sono stati pubblicati 2,8 milioni di libri non tradizionali. E il trend del self-publishing è in crescita, quindi è presumibile che i dati 2011 siano ancora più impressionanti.
Ci sono molti ragionamenti da fare, ma intanto ecco gli articoli: Want to know print's future? It will cost you... | Now anyone can 'write' a book. First, find some words...
Posted by g.g. | # | Media | 06/27/2011

Sull'Espresso oggi in edicola (il NonSoloCyber toccava a me), riprendo un po' delle discussioni sul tormentone "Google ci rende stupidi" e -per stare sul più recente- su quello che ha Twitter come soggetto.
Per argomentare cito un post, che qui posso linkare e che si intitola Analyzing digital literacy with a single simple tweet (via @NicolaBruno). Le mie conclusioni sono queste:
«Questo ragionamento si può estendere a tantissime delle attività che svolgiamo in rete. Tutte o quasi ci richiedono una presenza di attenzione e una partecipazione nella decodifica di quello che facciamo. Anche quando scorriamo lo stream dei nostri amici su Facebook o cerchiamo notizie, due delle opzioni più semplici che abbiamo come navigatori, siamo attivi su diversi fronti. Dalle competenze tecnologiche a quelle di educazione all'informazione, a quelle più generali della cosiddetta media literacy. Competenze che spesso dobbiamo acquisire da soli, perché nessuno ce le insegna. E anche questo è un modo di allenare il nostro cervello»
L'Espresso, "La Rete sveglia la mente" (non online).
Posted by g.g. | # | Media | 06/18/2011

Forse in Italia si nota meno, ma nella blogosfera anglofona gli elenchi sono sempre più diffusi, in mille modi diversi.
Si va dalle «10 cose che devi sapere stamattina» che quotidianamente pubblica Silicon Alley Insider fino aile «6 ragioni per pubblicare con un editore tradizionale», eccetera. Sempre più spesso riduciamo il mondo in forma di elenco analitico per renderlo più comprensibile e per accedere in minor tempo ad una mediazione su contenuti complessi.
Non si tratta, probabilmente, di una moda estemporanea. Piuttosto potrebbe essere una delle conseguenze dell'abbondanza di informazioni, che ci porta a utilizzare forme di organizzazione diversa del pensiero. Quindi è -se fatto bene- un modo molto sofisticato di curare i contenuti.
In un mondo con quantità enormi di cose da leggere e di stimoli, la curation è spesso più strategica della produzione di materiali nuovi, perché ci consente di affrontare un tema con maggior efficacia. Senza ricostruirlo da zero magari, investendo una quantità di attenzione ridotta in cambio di un risultato migliore.
Malcom McIver stila così un elenco delle 10 ragioni per cui facciamo elenchi di 10 ragioni. Tra scherzoso e scientifico, Ten Reasons We Are Seeing An Excess of Lists of Ten Things We Should Know.
Posted by g.g. | # | Media | 06/15/2011


«Crediamo di aver paura della tecnologia, ma in realtà abbiamo solo paura di invecchiare», scrive Daniel H. Wilson sul Wall Street Journal. Lui è l'autore di Robopocalypse, che pare diventerà un film di Spielberg, e l'articolo è molto godibile.
«Zuckerberg», argomenta Daniel, «non ha creato Facebook per gente con figli e mutui da pagare. La tecnologia è creata dai giovani per i giovani».
E tra l'ironica domanda del secolo («sicuramente ti sei chiesto a che diavolo serve Twitter») e furgoncini Volkswagen, arriva alla sua conclusione: l'unica costante è il cambiamento continuo. E lui non vuole essere lasciato indietro.
Magari non c'è da essere d'accordo su tutto, ma vale i suoi cinque minuti: The Terrifying Truth About New Technology.
Posted by g.g. | # | Media | 06/14/2011

«Non possiamo fermare lo tsunami», ha detto Riccardo Cavallero, «possiamo solo comprare una tavola da surf. Dobbiamo cambiare radicalmente».
L'immagine, così come girava su Twitter, è molto efficace (tanto che ha avuto il suo hype) e funziona benissimo per dare un'idea del cambiamento.
Ma -se sei curioso di afferrare meglio la logica- ce n'è un'altra versione più ragionata, che si conclude così: «La grande onda della digitalizzazione è già qui, ed è qui per restare. Quindi, prendi la tua tavola da surf e cerchiamo di divertirci».
Merita la lettura e qualche minuto di riflessione: The digital revolution in the book publishing industry by Riccardo Cavallero
Posted by g.g. | # | Media | 08/06/2011

Io probabilmente non faccio testo. Però se devo guardarla partendo dai miei comportamenti (al Salone di Torino, l'ho notato con il senno di poi, non ho degnato nemmeno di un'occhiata i libri di carta, che in genere invece mi attiravano come sirene), non posso avere una grande fiducia nel futuro delle librerie. Almeno delle librerie così come le conosciamo oggi.
Oltreoceano però si stanno confrontando in maniera diretta con il cambiamento di abitudini dei lettori. E per le librerie è già un problema pratico, mentre qui da noi è ancora -forse- teorico o accademico. Ed è interessante vedere idee, opinioni e strategie che si adottano quando le vendite calano sensibilmente.
Così, ad esempio, Mark Wilson sostiene che un libraio debba fare cose che Amazon non può fare, per differenziarsi. E il ragionamento si allarga anche se -credo- nessuno ha ancora in mano una soluzione certa ed efficace.
Se ti interessa, dedicagli qualche minuto: New vision for Joseph-Beth.
Posted by g.g. | # | Media | 07/06/2011

Il self-publishing sta rapidamente diventando il fenomeno più importante dell'editoria di questi anni, anche quanto a numeri e capacità di risonanza.
Tutto ruota intorno ad Amazon. Shatzkin avvisa gli editori: forse è il momento di cominciare a raccogliere nuove sfide, a partire da quella dei prezzi e delle promozioni, seguendo la strada degli autori indie.
E Passive Voice segnala due post interessanti. In uno sintetizza bene una grande differenza di approccio: gli editori conoscono i libri, Amazon conosce i lettori. Nell'altro si accenna alla miopia di marketing e si raccoglie un paragone con le ferrovie, che per lungo tempo hanno creduto di essere nel mercato delle ferrovie e non in quello dei trasporti. Il titolo anche qui la dice lunga: Publishings Six Big Freakouts.
Se hai tempo e hai voglia di rifletterci su, sono letture interessanti.
Posted by g.g. | # | Media | 06/06/2011

Qualche mese fa, Richard Nash (a IfBookThen) aveva dato delle percentuali sul numero di americani che in qualche modo frequentano la scrittura creativa o si ritengono scrittori. Non ricordo il dato, ma mi aveva colpito perché era alto e impressionante. Oggi circola questa annotazione sui 200 milioni di americani che hanno intenzione di scrivere un libro.
Io credo che chi lavora nell'editoria debba fare molta attenzione a questa serie di processi che si innescano sotto l'etichetta -oggi di moda- del self-publishing. E credo che sottovalutare, ironizzare o adottare la linea di antico snobismo, considerandolo un fenomeno da persone eccentriche, non aiuti a capire bene l'impatto che avrà sul mondo del libro.
Certo, la qualità di molti di quei testi, soprattutto inizialmente, sarà bassa per gli standard dei lettori educati, esattamente come molti blog erano rilevanti solo per gli amici dell'autore, che pure ne traeva una sua gratificazione. Ma l'immissione nell'ecosistema editoriale di un numero così elevato di autori e di libri avrà impatto sul modo in cui tutto funziona, prima ancora che nelle discussioni sulla storia della letteratura.
Potrei sbagliare ovviamente. Le previsioni in queste cose sono come puntate alla roulette. Però io al momento, se dovessi fare un'ipotesi, direi che l'offerta di lettura aumenterà molto e che invece il tempo di lettura non crescerà in maniera proporzionale. Quindi torta appena più grande e fette più piccole per tutti. Ma complessivamente una buona parte della torta finirà in mano agli autori che corrono da soli. Una similitudine potrebbe essere fatta con la raccolta pubblicitaria, che su carta era divisa fra le testate giornalistiche a prezzi alti e che invece in rete si fraziona in un'infinita serie di possibilità, in cui competono anche le testate giornalistiche.
Se devo proseguire il ragionamento, poi, mi viene facile dedurre che in un mondo in cui la visibilità di un libro dipende da algoritmi e link, gli autori sono più forti dell'editore a promuovere il testo, a crearsi una piattaforma e un sistema di relazione (ne leggevamo ieri). Questo perché l'editore non può lavorare con la stessa intensità di un autore su tutti i suoi titoli. E questa è una sfida che gli editori dovranno trovare il modo di affrontare con idee e soluzioni nuove. Il vecchio modello semplicemente è destinato a funzionare sempre meno.
Amazon (e altre librerie a ruota) hanno già capito che parte del mercato (e dei ricavi) si sta spostando in quella direzione. Ma questa potrebbe essere anche solo la prima fase. Se si innesca un circolo virtuoso tipico del digitale (sei abilitato a fare una cosa, ne trai gratificazione, la rifai, la fanno anche altri dopo aver visto il tuo esempio) la concorrenza per l'attenzione diventerà spietata, l'offerta gratuita -magari monetizzata in reputazione o altro- aumenterà e potrebbe perdersi l'abitudine a comprare i libri.
La nostra cultura va sempre in direzione di una maggiore efficienza nella distribuzione di conoscenza (e in questo il digitale è un salto quantico rispetto alla carta). Ma questa efficienza significa anche costi più bassi, potenzialmente tendenti a zero. Chi paga più l'informazione oggi?
Questo scenario è solo una bozza, uno dei mille possibili. Però ecco, il cambiamento non è mai dovuto alla tecnologia che lo abilita. Piuttosto si genera attraverso il modo in cui migliaia di individui usano le nuove possibilità. Ed è per questo forse che, se vogliamo provare a guardare sul medio periodo, più che appassionarci a supporti e formati dovremmo cercare di essere molto attenti a come si muovono le persone. Che oggi stanno cambiando le loro abitudini (di acquisto, di lettura, di scelta degli autori e dei titoli) e che stanno entrando nell'editoria dalla porta principale. E non credo che si tornerà indietro.
Quanto ci vorrà è difficile dirlo. Dipende da fattori abilitanti e massa critica. In Italia avremo sicuramente delle particolarità legate a ai primi e alla seconda. Però ecco, io comincerei a guardare con attenzione. E con uno sguardo laico, perché -come è stato per i blog prima e i social network poi- non credo che questi processi si fermino se un intellettuale raffinato non li trova di qualità.
E questi processi -oltre a dare una direzione al cambiamento- pongono molti problemi che il «nuovo modello» dovrà risolvere (remunerazione del lavoro, sistema di ricavi, incontro con le community, eccetera eccetera). E dovrà risolverli per tempo, cosa che si può fare -immagino- solo iniziando a sperimentare ora.
Posted by g.g. | # | Media | 05/26/2011

Magari su qualcosa si può discutere, ma questo post di Out:think fa un buon inventario di spunti per ricostruire una prospettiva più moderna sul mondo dell'editoria di oggi.
Anche solo mettendo i fila i titoletti, lo scenario appare chiaro. Il numero di libri pubblicati sta esplodendo (se ti sembravano già troppi prima del self-publishing, ora puoi immaginare quanti saranno), ma l'industria del libro è in declino. Le vendite medie del libro medio sono sempre più basse e il ciclo di vita dura sempre meno. Ogni anno si fa più difficile vendere libri, che sono venduti principalmente (e solo) alla community degli autori e dell'editore. La comunicazione sui libri ormai la fanno gli autori e non gli editori. Il numero di novità nell'editoria, in crescita continua, non sta facendo crescere le vendite. Eccetera.
Leggi tu stesso, magari con un po' di spirito critico. A me sembra che valga la lettura: The 10 Awful Truths About Book Publishing
Posted by g.g. | # | Media | 05/25/2011

«La nostra destinazione», scrive Kevin Kelly, «non è né l'utopia, né la distopia, né il mantenimento dello status quo, ma piuttosto la protopia. Protopia è quello stato per cui si sta meglio di come si stava prima, anche se magari solo di poco. Protopia significa che ci sono nuove migliorie ma anche nuovi problemi».
Da quando siamo entrati in questa grande trasformazione, abilitata dalle tecnologie digitali ma condotta da milioni di persone, tutti siamo portati a proiettare la retta delle cose che cambiano e a immaginare il futuro. E mi pare che il concetto di protopia sia uno di quelli molto utili ad appoggiarci ogni previsione. E a fare da base per mettere in ordine la nostra visione del mondo che si muove in fretta.
Così, se hai voglia, il post di Kevin merita la lettura: Protopia.
Posted by g.g. | # | Media | 05/23/2011

«Molto spesso» scrive Darren Sharp «le innovazioni più importanti emergono dalla periferia, quando qualche cittadino creativo applica la regola del prima fai, poi chiedi il permesso. E questo approccio genera benefici per l'intera comunità globale».
Ecco a me sembra che questo brano colga davvero l'essenza della storia di internet e della sua capacità di introdurre innovazioni da ogni punto. Così come descrive bene il modo in cui scopriamo che qualcuno da qualche parte ha innovato qualcosa.
Però magari è solo un'impressione mia.
Posted by g.g. | # | Media | 05/17/2011

Tornando al modo in cui è stata trattata dai media la vicenda di Osama, ci sono diverse considerazioni interessanti. La prima è che il dibattito pubblico non è probabilmente destinato a risolversi, così come sempre accade quando un grande fatto è originato da azioni coperte da segreto di Stato.
Ci sono cose che non sapremo mai. Ma siamo nati e cresciuti con i media, e sappiamo capire -spesso intuitivamente- quando la dialettica tra potere e opinione si basa su strategie evidenti. Così in pochi ci siamo stupiti osservando come le versioni dei fatti si andassero aggiustando nel tempo (Il Post ha un buon riepilogo).
Ma quello che noi riconosciamo in maniera implicita (la tecnica della politica di fornire versioni differenti nel giro di breve tempo per parlare a pubblici differenti) ha anche un suo racconto scientifico e ha spesso un impatto che invece non sappiamo riconoscere. Così, se ti appassioni al tema, puoi trovare interessante il post di Vaughan Bell.
«La ricerca ci mostra», dice, «che quando una versione dei fatti viene corretta, anche se siamo a conoscenza della correzione, tendiamo a credere al primo erroneo racconto che ne abbiamo avuto». Ma ci sono molti altri spunti che valgono una riflessione. Leggi tu stesso: Why the truth will out but doesnt sink in.
Posted by g.g. | # | Media | 05/05/2011

Ci sono mattine in cui ti svegli e trovi la notiziona che non ti aspetti. Certo, da un lato le valutazioni sociali, culturali e politiche di un fatto così importante sono appena all'inizio. Ci vorranno giorni per capirne di più e descrivere gli scenari che si aprono.
Ma dall'altro è sempre interessante vedere come una notizia di questo tipo passa sui media.
Così, se ti interessa il tema, leggi il post di David Armano. David fa considerazioni assai interessanti, alcune delle quali (ad esempio la riflessione «sull'era della validazione») sono sicuramente da approfondire.
What Bid Laden's Death Teaches Us About Modern Media.
Posted by g.g. | # | Media | 02/05/2011

Rhys (con la sua verve immaginativa sospesa tra Borges e Calvino, ma condita con spirito gallese) ha cominciato a scrivere il secondo episodio del suo «Investigatore dell'Assurdo» Sampietro Mischief (il primo era Il Disgregatore Astrale).
A quanto mi ha raccontato Rhys, il titolo dovrebbe essere The Polo Match e la storia narra di Litalia alle prese con robot di Marco Polo.
Ma iniziando a scrivere si è divertito a disegnare una mappa di Litalia (o Italia Letteraria) che è il mondo immaginario in cui sono ambientate le storie. Ed è un'Italia rovesciata in cui le città hanno i nomi (e le caratteristiche delle opere) di grandi scrittori italiani. Di fronte alla Calabria e alla Sicilia, si vede la testa di Chives, il maggiordomo mostro (e insubordinato) di Sampietro. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Rhys Hughes, Sampietro Mischief
Posted by g.g. | # | Media | 04/27/2011

Ogni lettore ha le sue idiosincrasie e ha diritto ad averle.
Io, dopo aver letto tantissima letteratura «alta», da molti anni soffro di una non rara forma di snobismo al contrario. Mi inquieta particolarmente tutto ciò che ha presunzioni artistiche, che costruisce tutto sullo stile dell'autore, che eccede in descrizioni («la letteratura è sottrazione», diceva Hemingway) e che tira la coperta sul versante psicologista. Non pretendo che gli altri siano d'accordo, ma tra me e me io la chiamo «letteratura ornata». E la evito con molta cura.
A un romanzo chiedo soprattutto che mi racconti una bella storia e che nella storia lo scrittore sia trasparente, che non si metta tra me e la trama facendomi percepire virtuosismi. Poi, se vogliamo andar di lusso, chiedo che il racconto in cui mi immergo mi insegni qualcosa. E i libri che mi rimangono in mente hanno un ulteriore livello di appagamento: riescono a raccontarmi il presente facendomi riflettere su un «come se» differente, postulando uno scenario nuovo.
Così, se condividi questa premessa, puoi leggere L'Altare dell'Eden. L'idea di un gruppo di esseri umani connessi mentalmente, che si comportano con tutte le caratteristiche dell'intelligenza di sciame (la swarm intelligence che chi si occupa di digitale conosce benissimo) è molto affascinante. E se hai una mente anche solo un po' speculativa, vedrai che ti piacerà.
Posted by g.g. | # | Media | 04/22/2011

Brian Murray, il CEO di Harper Collins (uno che dati di mercato importanti deve averne), alla London Book fair propone degli spunti di riflessione assai interessanti.
Dice che i lettori di ebook negli USA sono passati dai 15 milioni dell'anno scorso ai 40 milioni di quest'anno. Dice che la crescita è molto importante ma che è ancora più importante di quanto raccontino i numeri. L'impatto è superiore a quello che i semplici dati dicono.
Questo perché «quelli che leggono ebook sono i "lettori forti"», coloro che comprano 12 libri l'anno. Quindi si stanno spostando sul digitale quei lettori che pesano uno nel conto dei lettori, ma pesano molto di più nel valore del mercato. E tanti di questi lettori, dice Murray, «non entrano più in libreria».
Lo racconta The Bookseller.
Posted by g.g. | # | Media | 04/14/2011

Sull'Espresso oggi in edicola (il NonSoloCyber toccava a me) discuto in duemila battute sull'importanza di una tecnologia banale come i feed RSS.
«Per le persone alfabetizzate e pronte al nuovo mondo dell'informazione, il gesto di leggere i feed assomiglia molto alla vecchia abitudine di leggere il giornale». Solo che il nuovo giornale è composto da quello che le nostre fonti -le fonti che noi abbiamo scelto- vedono intorno a loro e decidono di raccontarci. É un giornale scritto da insider, da esperti dei temi che ci interessano, dalle persone a noi umanamente care. Ed è un giornale che racconta il mondo guardato attraverso i loro occhi, ma anche attraverso gli sguardi di chi scegliamo di fidarci.
«Da anni si discute proprio su questo. Si ragiona sul fatto che se tutti selezioniamo in maniera personalizzata le nostre fonti, finiamo forse ad aver a che fare con pensiero simile al nostro. Finiamo a rinchiuderci in un racconto del mondo tranquillizzante e troppo simile alle nostre opinioni. In realtà è un falso problema: la rete, il web, i social network ci espongono continuamente alla differenza. Ed è un ottimo esercizio critico continuo». Tanto che spesso la massima efficacia di questo modello di informazione si ha proprio quando la componente umana della selezione devia improvvisamente dai canali pianificati. Quando un insider che seguiamo perché si occupa di un tema ci segnala un articolo su un argomento diverso. O quando un esperto di musica che seguiamo per i suoi consigli, ci suggerisce un libro. «Questo aspetto informale della composizione del nostro giornale è un costante vettore di scoperta. La nostra rete funziona al meglio proprio quando ci porta fuori da se stessa».
L'Espresso, Benedetti Feed, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 08/04/2011

Ci sono dei post in cui sei quasi obbligato a elencare a te stesso -prima di scriverli- una lunga serie di premesse. Questo perché sono cose che hai già raccontato a qualche amico a voce e hai una dettagliata lista dei «ma» e dei «però» che arrivano da chi non ha fatto la stessa esperienza o non ha mai provato.
Così, ecco il paragrafo delle premesse. Ho la casa piena di libri, non li conto da una vita ma è un numero a quattro cifre. La letteratura è in soggiorno, su diverse librerie, con i titoli a strati e spesso a castello. I saggi sono nello studio, impilati anche per terra e sopra una stampante che non uso più e che funge da ripiano. Leggo sull'iPad, con la luminosità abbassata al tono giusto e a luce spenta. Mi trovo benissimo. So che il Kindle e gli eink eccetera eccetera, ma con l'iPad mi trovo meglio e prenderei il Kindle solo per twittare gli highlights. Poi la tecnologia va verso le preferenze personali e ognuno usa l'eraeder che gli piace di più. E, last but not least, so perfettamente che quanto sto per dire non é una regola generale ma un aneddoto personale.
Ora, detto questo, posso iniziare il post.
Un paio di giorni fa ho iniziato a leggere un parallelepipedo di carta. Erano mesi che non lo facevo. Poiché si tratta di un romanzo, ho iniziato a leggerlo a letto, che è il posto dove leggo la narrativa. La prima cosa che ho pensato, prendendolo in mano, è stata: «Maledetti hardcover. pesa quanto l'iPad e non si connette a Internet». La seconda è stata «Mi conviene iniziarlo ora che devo partire? Altro peso in borsa. Con l'iPad verrebbe con me comunque».
Poi mi sono messo a letto e ho iniziato a leggere. Sbuffando: «Ma cavolo, non è nemmeno retroilluminato» (sì, ho scoperto che oggi mi infastidisce leggere con la luce accesa, come pure ho fatto per tanti anni). Dopo qualche minuto di lettura, infine, i miei amati parallelepipedi di carta mi sono definitivamente caduti dal cuore. Ed è stato quando ho cercato di evidenziare un brano passando due dita sul foglio e non è successo nulla.
C'è poco da fare. Facendo le cose in modo diverso, e trovandoci bene, cambia il nostro rapporto con gli oggetti. E quelli che usavamo prima ci sembrano poi improvvisamente desueti. Il mio rapporto con i parallelepipedi, ora, è più o meno lo stesso che ho con lo stereo (un aggeggio primitivo cui sono affezionato ma che non uso da anni e che è persino staccato dalla rete elettrica) o con il videoregistratore. E mi sono scoperto a guardare tutti i miei libri di carta con estremo affetto, ma con la sensazione di avere la casa piena di videocassette di un tempo che fu.
Le nostre abitudini cambiano in fretta. E c'è sempre un momento in cui oggetti, anche quelli di culto, diventano vintage. O forse non sono loro a cambiare, ma siamo noi. E le nostre aspettative.
Posted by g.g. | # | Media | 03/20/2011

Il New York Times, tra risatine e commenti ironici, lo aveva annunciato l'anno scorso. Ora il paywall è diventato operativo e -a distanza di dodici mesi- stranamente ho letto in giro considerazioni più possibiliste.
La mia opinione di scenario resta questa, ma in questi giorni si leggono post interessanti (come -ad esempio- quello di Joshua Kim, The NYTimes: A Remembrance).
Tuttavia se dovessi consigliarti un'analisi da non perdere, sicuramente ti consiglierei quella del Nieman Journalism Lab: The price you pay for asking people to pay the price.
Posted by g.g. | # | Media | 03/18/2011

«I giornalisti hanno perso il controllo delle notizie», titola un articolo il Nieman Journalism Lab, ed è una riflessione interessante. Soprattutto per le conclusioni che, una volta di più, ci ricordano qual è la strada che il giornalismo deve seguire per continuare ad essere sano: «investire in analisi profonde, sperimentare nuove forme di storytelling, e costruire modelli alternativi».
Ma c'è un dato più importante, che spesso viene tenuto sottotraccia. In questo mondo a informazione sempre più piena, il giornalismo ha perso il controllo delle sue piattaforme. Ci informiamo ovunque e sempre più spesso fuori dai siti delle grandi news corporation. E Facebook, che è in qualche modo l'agenda dinamica con cui centinaia di milioni di persone decidono cosa è importante per loro e costruiscono le loro preferenze personali, è sempre più il «grande distributore di notizie».
Così merita la lettura l'articolo di Joshua Gans sull'Harvard Business Review. Il titolo la dice tutta: Facebook Is the Largest News Organization Ever.
Posted by g.g. | # | Media | 03/13/2011

L'altro giorno, quando mi hanno chiesto di scegliere un libro per questo gioco, ho rosicato perchè dovevo spiegare la mia preferenza solo con un aggettivo. Così ho pensato di farci un post.
Le ragioni per cui ho scelto L'Autunno del Patriarca sono due. La prima è che per quello che ho letto e per i miei gusti personali, è il miglior romanzo del XX secolo. Per certi versi è l'apice di un ciclo: i romanzi precedenti di Marquez erano in qualche modo degli «studi» per arrivare al capolavoro, mentre i romanzi successivi sono semplicemente «opere di scuola e di maniera». Parabola che assomiglia a quella di Saramago, che ha il suo apice nel Memoriale del Convento (che per me è al terzo posto tra i romanzi del XX secolo).
Certo, Marquez ha anche il secondo gradino del mio personalissimo podio con Cent'anni di Solitudine. Ma la saga dei Buendia è -per certi versi- più «facile» dell'Autunno del Patriarca. Nella mia testa tra i due romanzi corre la stessa differenza che c'è tra la poesia di un quadro di Magritte e la forza espressionista dell'Urlo di Munch.
La seconda ragione è più facilmente argomentabile e meno soggettiva. Tanti anni fa Rosalba Campra, in un libro intitolato «L'America Latina, l'identità e la maschera», ci regalò una grande chiave interpretativa per il realismo magico (ne accenavo qui). «Il realismo magico», diceva Rosalba, «incarna la metafora».
Marquez in questo romanzo fa esattamente questa operazione: è un romanzo sul potere, ma il potere non viene trattato come materia astratta, assume i tratti fisici e mostruosi del protagonista. Il «Patriarca» è un uomo che combatte contro i segni del tempo sul suo corpo, controlla la comunicazione, vive in una residenza in cui intere ali sono abitate dalle sue concubine, ha un totale sprezzo dell'evidenza e gestisce la cosa pubblica come se fosse un patrimonio personale. Anche in questo la metafora si incarna in fatti veri e propri, con i cittadini che si svegliano una mattina e non trovano più il mare, che Lui ha fatto fare a pezzi nella notte e ha venduto ad una potenza straniera. Lui è il potere.
Un romanzo visionario, realisticamente magico, terribilmente opprimente. E attualissimo nell'Italia di oggi.
Ma non è un romanzo facile, specie per i lettori non educati a certe asprezze, dato che è spesso duro, anche nella prosa. A partire dall'incipit, che più lo rileggi più è straordinario.
Posted by g.g. | # | Media | 06/03/2011

«La mia teoria dei "1000 veri fan"», scrive Kevin Kelly, «l'avevo formulata qualche tempo fa. La mia idea parte dalla convinzione che un musicista, un artista o uno scrittore possano vivere del loro lavoro contando su 1000 veri sostenitori».
Da lì poi Kelly costruisce un ragionamento e lo applica alle notizie di queste settimane, la letteratura indie e Amanda Hocking (ne avevamo parlato qui e qui).
Come (quasi) tutti i post di KK, merita la lettura (ma è interessante anche esplorare con attenzione i link che suggerisce): The Stars of 1,000 True Fans.
Posted by g.g. | # | Media | 06/03/2011

Ok, probabilmente il titolo è un po' roboante per un pezzo di duemila battute, ma sull'Espresso oggi in edicola (il Non Solo Cyber toccava a me) c'è un mio spunto su un'intuizione di McLuhan, ripresa da Kevin Kelly.
Già nel 1966 il grande sociologo canadese aveva pronosticato che «i prodotti stanno diventando servizi». Il che assomiglia moltissimo al modo in cui oggi consumiamo video e musica in streaming o acquistiamo licenze d'uso degli ebook (mentre prima possedevamo il supporto). Io trovo sempre affascinante la lucidità con cui intelligenze molto sensibili riescono a mettere insieme i segnali deboli e a immaginare con logica visionaria la configurazione che prenderà la cultura dopo anni.
Ed è questa una delle ragioni per cui Kelly secondo me oggi è interessante da leggere. Già nella prima metà degli anni novanta aveva intuito cose che -mentre noi lo prendevamo in giro dandogli (appunto) del visionario- oggi ci sembrano normali.
L'Espresso, «Come Capire il Futuro».
Posted by g.g. | # | Media | 02/25/2011

Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. Non è un tema nuovo, la retribuzione del lavoro autoriale è all'ordine del giorno, tra i problemi irrisolti, da quando la musica -per prima- è passata al digitale.
Una delle varianti del problema è la formulazione «sostenere i costi del giornalismo», che è il mantra degli editori di news. Le stanno provando tutte, abbonamenti, app, salti carpiati eccetera. Ma forse -io ne sono sempre più convinto- stanno cercando di ricostruire una retribuzione sul prodotto sbagliato, il giornale (o la rivista).
Sono entrambi prodotti pensati nella logica culturale e funzionale della carta. Nel digitale sono poco efficienti: sono tagliati per un pubblico medio, indiscriminato, danno moltissime informazioni inutili (utili per qualcuno, ma inutili per gli altri) eccetera. Tanto che il modo in cui li usiamo è: vado a pescarci quello che mi serve poi vado altrove. Se li pensiamo come contenitori, sono poco interessanti, troppo poco per spingere una massa critica sufficiente a pagare per informarsi.
Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull'iPad o in qualche app che mi costringe a star lì dentro.
E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l'ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la long-story, ne parla anche Luca). Il secondo è questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.
Sono congetture, ovviamente. Ma se la vedo da lettore e se guardo ai miei feed, ce ne sono un bel po' per cui pagherei un abbonamento ragionevole che comprenda aggiornamenti quotidiani mirati e approfondimenti periodici.
Posted by g.g. | # | Media | 02/17/2011

La prima vera prova l'ho fatta oggi, ma l'impressione è che Storify sia uno strumento molto potente e molto interessante. Per i blogger, ma soprattutto per le testate online che hanno voglia di sperimentare un modo nuovo per «curare» l'informazione che danno, in una logica coerente con la grammatica di rete e con la domanda di informazione che viene dai lettori.
Storify è un tool di curation, ti permette di costruire una «storia» prendendo tutti i frammenti e i pezzi originali dalle varie fonti (blog, Twitter, Facebook, e qualsiasi altra cosa). Tutto con semplicità estrema, trascinando gli elementi nella tua «lavagnetta» e spostandoli o collegandoli come reputi opportuno.
Dopo averci giocato un po', non fatico ad immaginare degli usi intelligenti che potrebbero farne i giornalisti e le redazioni.
Insomma, sembra molto interessante, anche se -come dicevo- per ora è solo l'idea che ne ho dopo un primo contatto. Me lo studierò meglio in questi giorni.
Posted by g.g. | # | Media | 02/13/2011

Ci sono dei libri che devi leggere per forza, quelli che ti aiutano a comprendere il presente in un modo che «altrimenti poi ci arrivi solo dopo», con calma, quando quella comprensione della realtà è già diventata patrimonio comune.
Uno di questi libri è Quello che vuole la tecnologia di Kevin Kelly. Chi di voi segue Kevin sul suo blog, lo ha visto certamente crescere in questi anni attraverso i ragionamenti evoluti di The Technium. KK ci ha spesso guidato, attraverso i suoi post (ma anche attraverso le visioni dei suoi vecchi libri), verso consapevolezze più strutturate, meno banali della reductio a social network che pratica la maggioranza.
Se ne vuoi un assaggio, te lo offre oggi Il Post, qui
Posted by g.g. | # | Media | 11/02/2011

Stamattina accennavo qui ad una comunità di pratiche, quella degli scrittori che saltano gli editori, che condivide dati e strategie per affrontare il mercato. C'è una certa retorica di fondo (quella delle «migliaia» di copie vendute al mese) che un po' ricorda il primo hype su Second Life, quando tutti la raccontavano come la terra promessa per arricchirsi. E in questo contesto Konrath -il primo caso di successo cui tutti si ispirano- è un po' l'Anse Chung della Second Life di allora.
Però, fatta la tara alle punte retoriche, molti dei bestseller su Amazon nelle categorie calde (suspense, thriller, mystery) sono opere indie. E costano in media 99 centesimi. «Gli editori tradizionali», scrive per esempio Kait Nolan, «non capiscono che la domanda preme verso prezzi più bassi. E la letteratura indie sta colmando il vuoto». Forse non è l'unica spiegazione possibile, ma è abbastanza convincente per rifletterci su. L'onda non va sottovalutata.
Il teorema indie, quello che sta andando per la maggiore in questo periodo, si fonda sulle caratteristiche dell'ebook (bene riproducibile a costo zero) e sostiene che se abbassi il prezzo guadagni di più, perchè il numero di copie vendute eccede di molto quelle vendute a prezzo più alto. E anche se ricavi la metà (Amazon taglia al 35% le royalty per prezzi sotto $2,99) su un prezzo molto più basso, alla fine i ricavi complessivi aumentano.
La scommessa è semplice: se devo prendere il 70% su una copia a un prezzo di 2,99 io vendo a 0,99, prendo il 35% e spero di venderne almeno sei volte più copie. E i dati, a determinate condizioni, sembrano dare ragione a chi fa questa scelta.
Ovviamente queste maths hanno molte variabili (il rapporto 1/6, applicato per esempio ai titoli 40k, può variare da 1/5 a 1/8 per una serie di questioni che qui sarebbe lungo spiegare). Ma poi contano tanti altri fattori (genere, appeal del libro, piattaforma dell'autore, eccetera). Quello che mi sembra di capire (ma voglio ancora studiarci sopra) è che -in una situazione ottimale- l'acquisto del libro a 0,99 (che è potenzialmente un acquisto di impulso facilitato dal Buy Now With 1 Click del Kindle) può produrre un numero di copie talmente elevato da compensare abbondantemente i fattori critici e i ricavi minimi sulla singola transazione.
Semplicemente la desiderabilità del libro, in quella fascia di prezzo, si allarga a una quantità di persone che non lo riterrebbero interessante ad un prezzo più alto.
Molti autori sono alla ricerca del «prezzo giusto» e si sta costruendo collettivamente una casistica assai interessante.
Io non sono totalmente convinto (ci sono fattori importanti in gioco, come la percezione di valore del libro, eccetera), soprattutto perchè il prezzo è solo una variabile tra tante, spesso ugualmente importante rispetto alla piattaforma dell'autore e ad altre considerazioni. Anche se, per dovere di frontiera, stiamo facendo anche noi qualche esperimento negli USA.
In ogni caso, anche se il teorema indie difficilmente può essere applicato ad un editore, quanto sta accadendo negli States dovrebbe essere osservato con maggiore attenzione. Perchè al di là dei 99 centesimi, c'è un fermento ed una sperimentazione continua che le grandi organizzazioni non hanno mai avuto. E sul versante della letteratura indie bisogna, sospetto, avere l'umiltà di riconoscere che può esserci molto da imparare.
Posted by g.g. | # | Media | 01/29/2011

Ora che è arrivato il nuovo router e che non abbiamo più davanti quel noioso messaggio («La connettività su questa rete è limitata o assente»), provo ad appuntarmi qui delle cose su cui forse avrei fatto un post in questi giorni. Così non me le perdo.
#. Previsioni per il 2011. Come ogni inizio d'anno ne ho lette (ne abbiamo tutti lette) tante. Però in questi quindici anni di digitale abbiamo imparato molto sulla velocità con cui accadono le cose. Quindi mi faccio una note to self per il 2012: se dovessi scrivere le previsioni, le prime cinque sarebbero così, tutte uguali: «trend che ancora non riusciamo a immaginare e che durante l'anno ci faranno parlare molto».
#. Quora de mammà. Tutti parlano di Quora: Minimarketing ha una buona sintesi (Cosa è Quora e che vuole da noi) se vuoi recuperare un po' di discussioni. Io ci sono entrato un attimo e per il momento non ci ho visto nessun utilizzo immediato (alla fine sono strumenti che devono servirci a qualcosa, e i criteri sono personali).
Magari in futuro ci investirò del tempo, ma ora come ora la cosa che mi interessa appuntarmi è una riflessione sul «processo» che mi pare molto utile: «difficilmente i fenomeni importanti per la rete hanno uno sviluppo così rapido», scrive Adam Tinworth. «In genere partono da un'incubazione molto più lenta da parte degli early-adopter». Il post si intitola Quora: Over-hyped and flooding my in-box e vale la lettura come controcanto all'hype.
Avrei altre cose, ma sono andato già lungo. Magari ne parliamo a parte. Tanto ora c'è di nuovo un router.
Posted by g.g. | # | Media | 12/01/2011

I nuovi strumenti, se funzionano, spesso creano nuove abitudini che producono nuovi bisogni e rendono inaccettabile il vecchio modo di fare le cose. Lo raccontavamo a proposito dell'iPad che mi ha immediatamente invecchiato le routine di lavoro al Pc.
Con gli ebook una delle cose che amo è la capacità di evidenziare passaggi e prendere annotazioni, avendo poi accesso immediato ad un indice delle mie note in quel volume. Coi libri di carta sottolineavo (a penna, spesso), piegavo gli angoli con sistemi evoluti (in basso per certe cose, in alto per altre), eccetera. Ma il 99% degli stimoli che provavo a ricordare andavano perduti. Semplicemente non li trovavo o non li cercavo mai più.
Questo perchè le mie abitudini, da anni, usano la condivisione in rete per tenere traccia delle cose che mi interessano. Trovo uno spunto, lo condivido (su Twitter o dove è opportuno in base al tema) e poi «so» dove ritrovarlo con accesso immediato.
Così ieri sera avevo trovato un passaggio che mi interessava nel libro che leggevo sull'iPad e l'ho evidenziato. Ci ho scritto una nota. E avrei voluto avere uno di quei tastini che ci sono sulle app intelligenti dell'iPad (tipo Reeder) per condividerlo in un solo «tap» con voi e con me stesso nel futuro.
Che io sappia solo il Kindle ha questa funzione: consente di evidenziare e twittare il testo per condividerlo e renderlo accessibile dopo. Ma se ho capito bene lo fa solo il device e non le varie app per iPad e compagnia.
Però, ecco, io trovo molto utile la possibilità. Anche di leggere un brano, metterlo come quote e postare il commento sul blog in forma di post. Magari qualcuno ci pensa (o se qualcuno ci ha già pensato, per favore, avvertitemi).
Posted by g.g. | # | Media | 07/01/2011

Qualche giorno fa, ragionando con Livia sull'adeguamento dei prezzi in dollari di 40k, mi sono reso conto che alcuni dei concetti su cui lavoriamo non sono poi così intuitivi. Livia diceva: «perchè uno dovrebbe pagare tot dollari per un saggio di 8000 parole quando paga tot+3 dollari per un saggio di 600 pagine?».
La mia risposta è stata la solita «i libri non si comprano al chilo come il sale e lo zucchero» (io ho pagato 17 euro un ebook con i DRM semplicemente perchè ero motivato a leggerlo più di quanto il prezzo e i DRM demotivassero). Ma la logica che c'è dietro, e lo dico da persona che si è cimentata a scrivere saggi, è più radicale.
Il formato a stampa molto spesso obbliga a scrivere saggi prolissi per arrivare ad un numero di pagine decente e questo spesso genera lavori che per molti capitoli ripetono lo stesso concetto. Ma guardandola dal lato del lettore la cosa, secondo me, si fa più interessante. Un saggio molto lungo ci richiede un investimento molto oneroso in termini di tempo di lettura. E ci richiede un investimento importante anche per il lavoro di filtro che ci impone sulle tante informazioni dsponibili.
Così -qui forse il ragionamento può apparire controintuitivo- a me sembra un valore l'idea di fornire in un formato breve (mezz'ora, quaranta minuti di lettura) una spiegazione esaustiva di un concetto. Non pago il numero di pagine, ma una maggiore efficacia nel rapporto «investimento di lettura» / «cose imparate».
Magari è solo una mia idiosincrasia. E si tratta di un ragionamento non sempre vero: in alcuni casi il saggio lungo è importante per argomentare bene ragionamenti complessi. Però si apre molto spazio per il «saggio focalizzato».
E, al di là dell'esperienza di 40k, questo ragionamento porta a immaginare qualche ipotesi. Forse l'area di innovazione che gli ebook consentono non passa necessariamente per gli effetti speciali della tecnologia. Magari passa più facilmente attraverso la comprensione del superamento dei limiti funzionali del libro a stampa. E passa -necessariamente- attraverso la capacità di pensare una scrittura che entri culturalmente in nuove strutture e formati nuovi. Che non è più -spesso- un problema dell'editore ma un grande spazio di sperimentazione che può aprirsi nella testa degli autori.
Posted by g.g. | # | Media | 12/31/2010

L'Espresso in edicola tra oggi e domani (dipende dai posti) ha uno speciale sul 2011 con lunghi articoli di approfondimento.
Tra questi un'intervista a Julian Assange e un pezzo di Umberto Eco su Wikileaks e sui rapporti con il Potere («Sarà una notte buia e tempestosa»). Ma ce ne sono tanti altri interessanti, soprattutto per chi si appassiona alle vision di fine d'anno. Sulla copertina hai qualcosa di simile ad un indice (clicca per ingrandire).
In così eccellente compagnia (sulle spalle dei giganti, direbbe qualcuno) c'è anche un mio articolo che fa il punto sul digitale e che si intitola «E dopo l'iPad, l'umanità 2.0».
Se capiti in edicola (o sull'iPad), lo trovi lì.
Posted by g.g. | # | Media | 12/30/2010

Dalla mattina di Natale mi sto divertendo a osservare tutti i tweet dei «nuovi» possessori di Kindle, quelli che l'hanno trovato sotto l'albero di Natale o l'hanno regalato alla mamma. Basta inserire «Kindle» nella ricerca di Twitter e scorrere la lista per trovarne tanti ancora oggi.
Naturalmente non c'è nessun valore statistico, ma di sicuro è una buona impressione. Soprattutto perchè probabilmente non si tratta più di geek o early-adopter. Inizia la prima ondata di massa.
La maggior parte raccontano di aver finito il primo libro e di essere entusiasti, o raccontano di aver finito già il secondo. Annunciano, con l'emozione a occhi sgranati tipica dei nuovi arrivati in un nuovo mondo, di aver fatto il primo acquisto o di aver twittato direttamente dal Kindle. Di cercare la cover per quello regalato alla zia. Di aver fatto amicizia con altri (sconosciuti) possessori di Kindle solo perchè entrambi possiedono un Kindle. E' un entusiasmo molto umano, bello e interessante se si considera che veniamo da una resistenza costruita su abitudini diverse («ah il profumo della carta»).
In Italia non so bene, ma a leggere queste cose forse nel mondo anglofono la lettura elettronica in questo Natale ha fatto un enorme passo avanti.
Posted by g.g. | # | Media | 12/27/2010

Quando una dici una cosa, spesso c'è qualcuno che la dice meglio di come lo diresti mai tu. Così, sulla questione di Wikileaks come Napster (di cui parlavamo qui settimane fa) puoi leggere la versione dell'Economist (o il recap in italiano di Nicola Bruno).
Ma la cosa più interessante su Wikileaks -anche a giudicare da come la rete ne ha parlato worldwide- l'ha scritta il «nostro» Bruce Sterling, meritandosi pure una risposta ufficiale dall'Atlantic e dall'Economist (ancora). Pezzi che meritano una lettura e una riflessione, se vuoi costruirti un'idea più strutturata.
Bruce Sterling, The Blast Shack; The Atlantic, Hacker Culture: A Response to Bruce Sterling on WikiLeaks; The Economist, Bruce Sterling's plot holes.
Posted by g.g. | # | Media | 12/26/2010

In questi ultimi mesi, ogni tanto abbiamo punteggiato i ragionamenti sull'editoria che cambia con dei piccoli aneddoti che davano l'idea, invece, di come la «cosa» venisse percepita fuori. Uno è qui, un altro lo raccontava Viola: «ma lo sai che me l'hanno chiesto in libreria? "Signorina non può comprarlo lei, me lo stampa e me lo vende?"».
In questi giorni, invece, girando per negozi ho visto molti ereader in vendita e molta gente informata che chiedeva delle caratteristiche e che cercava modelli precisi con competenza (persino sui formati). In una grande catena di elettronica ero nella sezione hardware e sembrava di stare in libreria.
C'eravamo detti spesso che il digitale finisce sempre per cambiare le nostre abitudini più in fretta di quanto crediamo. Ma, se devo dar fede all'impressione che ho avuto in questi giorni, confesso che sono persino stupito.
Posted by g.g. | # | Media | 12/22/2010

Nell'editoria di oggi, in cui il successo di un libro dipende dai link dei lettori e dagli algoritmi di Amazon, la maggior parte degli autori non ha ancora capito il meccanismo. Ma ci sono quelli svegli, che iniziano a costruirsi la loro platform sul web. E poi ci sono quelli «più svegli», forse un tantino troppo.
Così da un lato si combinano le solite marachelle, anche a danno dei colleghi antipatici. E dall'altro, su Goodreads (piattaforma in cui editori ed autori sono oggi obbligati a vivere anche secondo il New York Times) qualcuno ha capito che l'unione fa la forza. E, nel gruppo Published Authors, ha preso vita un thread interessante come processo: ogni autore linka i suoi libri su Amazon e tutti gli altri lo taggano.
Tagging each other's books, easy Amazon promotion
Posted by g.g. | # | Media | 09/12/2010

Parlavamo ieri della storia del batterio che «racconta più del giornalismo scientifico di quanto racconti dell'astrobiologia».
Nelle ore successive, poi, il dibattito è montato in maniera importante. La Columbia Journalism Review ha un lungo pezzo che riepiloga le reazioni e le posizioni. Non è un caso che se ne occupino alla CJR, con uno dei loro articoli ricchi di fonti. Anche il titolo è significativo: The Right Place for Scientific Debate?.
Discover Magazine, invece, pubblica ben due post: Arsenic and old Universe e poi un secondo con un titolo ancora più esplicito: Scientist Smackdown: Experts Challenge Story of Arsenic-Loving Bacteria.
Posted by g.g. | # | Media | 08/12/2010

C'è tutto un filone letterario che ricercatori e scienziati alimentano quotidianamente, facendo debunking al pressapochismo del giornalismo scientifico da comunicato stampa. Che è poi quello che arriva alla grande massa, con effetti spesso divertenti. Come quando ci avvisano che Facebook fa ingrassare o che Internet ci rende stupidi.
A volte si toccano vette importanti nel redesign di sintassi e informazioni, come in questo pezzo di oggi sul Corriere, che ha qualche perla: «Nelle ragazze infatti c'era chi qualche sigaretta la fumava, ma, soprattutto, anche se non abusavano di alcol ed erano meno depresse, in molte aumentavano l'aggressività e i comportamenti da "maschiaccio" come fare a botte o addirittura portarsi dietro un coltello da difesa anche in classe».
Più spesso, invece, si segue lo schema di