"Napoli è l'unica città africana
priva di quartiere europeo"
Ammiraglio
Nelson
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1. Una personalissima opinione a mo' di premessa. Il tema che sto per introdurre,
è spesso stato una specie di territorio franco per chi desiderasse appoggiare idee politiche
proprie o per chi avesse in animo di smontare idee politiche altrui. Personalmente sono
convinto che nessuna idea è politica in sè, mentre può essere politico l'uso che se ne fa.
Posso dunque precisare sin d'ora che lo scopo ultimo di queste righe che ho messo insieme non esula dalla
semplice volontà di tracciare un indice di titoli, avvicinando presumibili lettori a bellissime
trame. Trame che -per una volta- oltre che dalla letteratura, ci sono narrate dalla Storia.
2. Attualità di una guerra di ignoranza. Come ha avuto modo di scrivere recentemente Paolo
Mieli (Risorgimento, fossa della democrazia su La Stampa del 20 settembre 1998), è in atto
una vera e propria aggressione contro il Risorgimento, dovuta alla pubblicazione negli ultimi
mesi di saggi e pamphlets, come In difesa del Risorgimento (di Alfonso Scirocco,
Il Mulino), come Risorgimento da riscrivere (di Angela Pellicciari, Ares) o come L'unità
d'Italia: pro e contro il risorgimento di Alberto Castelli (Edizioni e/o).
L'opinione di Mieli, a conclusione dell'articolo, è indicativa e mi piace per la prospettiva:
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"Alle origini del Risorgimento, solo ed esclusivamente per come sono andate le cose,
senza colpe particolari, c'è dunque una sorgente di acqua inquinata che ha infettato il corso
del fiume della storia italiana impedendo al nostro Paese di diventare una democrazia come
tutte le altre. Che gli storici, pur schierandosi pro o contro il Risorgimento, tornino
su quegli anni e si comportino come chimici che cercano di individuare la natura di ciò che
ha corrotto quelle acque, sotto questo profilo, è in ogni caso proficuo. E forse ci può
essere d'aiuto per sciogliere alcuni nodi del presente."
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Tra i temi più caldi del dibattito, il ruolo dell'Italia inferiore (come veniva chiamato il meridione) e
l'opportunità (messa in discussione) della sua "inglobazione" nell''unione d'Italia. Soprattutto considerando
un fatto singolare nella storia dei popoli: il processo di unificazione italiano avvenne ad opera dei piemontesi,
che parlavano il francese come lingua di cultura e che non
si erano mai spinti fino a quelle contrade. Vienna e Parigi, oltre ad essere maggiormente attrattive,
erano più facili da raggiungere e nemmeno i mercanti tentavano di vendere i loro prodotti
in quel regno del sud curiosamente detto delle due Sicilie.
Illuminante il bellissimo Venga a Napoli, signor Conte di Mario Costa Cardol (Mursia 1986,
ripubblicato nel 1996 nella collana Storia e documenti a £. 18.000). Se già la copertina allude
(proponendo una stampa satirica dell'800 che ritrae Garibaldi che pesca mentre Cavour gli ruba i pesci),
il sottotitolo non lascia dubbi: Storia poco nota del nostro risorgimento. Per
dare una idea dei documenti minori riportati alla luce (dalla volontà di renderli noti), scelgo qualche
brano delle lettere inviate a Cavour dal Marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli:
" (...) considerate ch'io sono in Cina (...)"
"I preti e i gesuiti la fanno da padroni. La massa è stupida e brutale, in fondo
monarchica; la regalità è ancora una religione per questo popolo abbrutito. Fra la
borghesia si trova qualche bella individualità, qualche bella intelligenza, ma di
natura pavida, senza energia. Ciascuno teme per sè e per la sua famiglia... "
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Come anticipava De Maistre ai Savoia, saggiamente per quei tempi, ci sono nazioni immescolabili. E, sempre il De Maistre, aggiungeva: "l'unione delle nazioni non
presenta difficoltà sulla carta, ma nella realtà è un'altra cosa." E cosi', con le parole di Costa Cardol:
"Agli inizi del dicembre 1860 il problema del Mezzogiorno comincia ad assumere l'aspetto
bieco di una guerra che non è civile nè di conquista. Guerre civili erano le guerre di religione
in Germania e in Francia nel cinquecento e nel seicento; guerre di conquista quelle degli
inglesi contro gli scozzesi nel settecento; guerra civile era il conflitto tra il
nord e il sud degli Stati Uniti d'America; nel novecento classiche guerre civili si
sarebbero poi avute in Russia e Spagna.
La guerra, che nel Mezzogiorno d'Italia stava per iniziare sotto l'espressione attenuativa di
lotta al brigantaggio, era piuttosto una guerra di ignoranza, uno scontro fra due
mentalità, il frutto di un equivoco. Nè la Francia nè la Germania furono unificate così alla
cieca (...)
In Italia, invece, si cadde dalle nuvole. Improvvisamente si scoprì che i meridionali
non volevano i piemontesi, com'erano chiamati, per estensione, gli uomini del Nord. Una
sciocchezza: centomila e più morti in cinque anni per un equivoco, una sbadataggine,
una carenza di informazioni"
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3. La storia bandita. In questa guerra dell'ignoranza, sotto la bandiera della
rivolta contadina e con la scusa della restaurazione borbonica, guadagnarono atroce e giusta fama i briganti, figure
grandiose e ambigue, romantiche e crudeli. Alcuni, come Crocco e Ninco Nanco,
erano fuori dalla legge perchè "era meglio brigante in patria che inutile eroe chissà dove e magari per un monarca straniero". Altri, come il generale Borjès, maestro di guerriglia accorso dalla Spagna per salvare il re
Borbone, briganti lo diventarono perchè dovettero combattere accanto a loro e farsi compagni di
razzia e spartizione.
Ma il brigantaggio non nasceva allora. Come racconta Raffaele Nigro nel suo straordinario romanzo I fuochi
del Basento (Rizzoli, £. 18.000), già dai principi del secolo molti contadini si erano dati alla
montagna, chi per scelta definitiva, chi come attività stagionale (razziando in primavera ed estate e nascondendosi
nei mesi freddi). Nella saga narrata da Nigro (con uno stile degno delle epopee di Marquez, ma più raffinato)
si scoprono le ignorate gesta del brigante Taccone che, dopo la rivoluzione napoletana, si proclama "Re di Calabria,
Basilicata e Terra di Lavoro". Il novello Lope de Aguirre, con un esercito di 700 uomini ed una corte itinerante, muove su
Napoli per liberarla dal dubbio dei suoi tre re uccidendo il Murat (messo sul trono da Napoleone) e impedendo il
ritorno dei Borbone. Perennemente inseguito dalle truppe francesi del generale Manhes, ma accolto in pompa magna nei paesi e
nelle città, persino invitato a tutti i matrimoni, Taccone esercita il suo potere attraverso la paura e
la crudeltà, lasciando l'impronta nel paese.
E prima di lui il generale Francesco Nigro, fomenta e comanda la rivoluzione contadina accanto ai
galantuomini liberali. Analfabeta, ma con il dono del versetto e della rima, grazie alle sue razzie accumulerà
migliaia di volumi nelle grotte dell'Appennino, sperando un giorno di imparare a leggere. Morirà in battaglia, combattendo per il
sogno di una repubblica di intellettuali.
Quanto a Crocco e alla sua rivolta contadina, un altro grandissimo romanzo, L'eredità della priora di Carlo Alianello (Feltrinelli.
Edizioni Osanna), ce ne racconta le gesta:
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"Carmine Donatello Crocco fu un bellissimo uomo, alto, slanciato, con ventre
magro e torso grande, amplissime le spalle, ladro, assassino, disertore dell'esercito
borbonico, lancia spezzata dei liberali nell'insurrezione lucana, garibaldino e poi
ancora disertore, assassino ancora, ladro sempre. Fu soprattutto il cafone armato che
infuria, il motore e il banditore della rivoluzione contadina, piuttosto che della
reazione borbonica. La sua è la rivolta del popolo magro contro la durezza dei
piemontesi che han portato con loro tristi novità, tasse, sequestri, sfratti
e fucilazioni... "
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Nella banda di Crocco, generale come tutti i grandi briganti, c'erano Ninco Nanco, lugotenente crudelissimo, brigante di professione dal nome
evocativo di terrore, poi Romaniello, Pasquale Biscione detto Fedele e tanti altri.
Don Josè Borjès, invece, generale carlista, fu chiamato dal generale Clary a prendere il comando
dell'esercito reazionario, ovvero delle bande brigantesche. Questa truppa eterogenea, armata di forcole e ronconi,
coltelli e qualche fucile, ma guidata dal carisma di Crocco, paese dopo paese occupa il Vulture e la zona del melfese. Ma, ad un certo punto, quando già -grazie ad uno
stratagemma di Borjès- stavano per prendere Potenza ed andare definitivamente avanti, minacciando
"seri strappi all'unità d'Italia", si fermano e tornano indietro. Cosa successe mai?
Secondo lo storico Tommaso Pedio (Prefazione a La mia vita tra i briganti, diario del generale Borjès)
il dissidio tra i due generali fu fatale all'azione e portò alla divisione delle truppe e dei destini. Crocco, molti anni dopo, nel 1867,
fu processato, dopo essersi arreso in cambio della vita. Borjès, invece, fu imprigionato a Tagliacozzo
mentre tentava di fuggire a Roma per ricostruire un esercito regolare.
Fu giustiziato nel dicembre del '61.
Non sappiamo e probabilmente non sapremo mai cosa accadde veramente. Se, dopo tutte queste letture, qualcuno
volesse approfondire ulteriormente, suggerisco la consultazione delle memorie di Borjès e -soprattutto- delle Cronache
Potentine del Riviello, che riportano ampi stralci del processo a Crocco, tenutosi di fronte alla Corte
di Assise di Potenza.
g.g.
- H o m e P a g e -
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