Autorsfera

Qualche mese fa, Richard Nash (a IfBookThen) aveva dato delle percentuali sul numero di americani che in qualche modo frequentano la scrittura creativa o si ritengono scrittori. Non ricordo il dato, ma mi aveva colpito perché era alto e impressionante. Oggi circola questa annotazione sui 200 milioni di americani che hanno intenzione di scrivere un libro.

Io credo che chi lavora nell’editoria debba fare molta attenzione a questa serie di processi che si innescano sotto l’etichetta -oggi di moda- del self-publishing. E credo che sottovalutare, ironizzare o adottare la linea di antico snobismo, considerandolo un fenomeno da persone eccentriche, non aiuti a capire bene l’impatto che avrà sul mondo del libro.

Certo, la qualità di molti di quei testi, soprattutto inizialmente, sarà bassa per gli standard dei lettori educati, esattamente come molti blog erano rilevanti solo per gli amici dell’autore, che pure ne traeva una sua gratificazione. Ma l’immissione nell’ecosistema editoriale di un numero così elevato di autori e di libri avrà impatto sul modo in cui tutto funziona, prima ancora che nelle discussioni sulla storia della letteratura.

Potrei sbagliare ovviamente. Le previsioni in queste cose sono come puntate alla roulette. Però io al momento, se dovessi fare un’ipotesi, direi che l’offerta di lettura aumenterà molto e che invece il tempo di lettura non crescerà in maniera proporzionale. Quindi torta appena più grande e fette più piccole per tutti. Ma complessivamente una buona parte della torta finirà in mano agli autori che corrono da soli. Una similitudine potrebbe essere fatta con la raccolta pubblicitaria, che su carta era divisa fra le testate giornalistiche a prezzi alti e che invece in rete si fraziona in un’infinita serie di possibilità, in cui competono anche le testate giornalistiche.

Se devo proseguire il ragionamento, poi, mi viene facile dedurre che in un mondo in cui la visibilità di un libro dipende da algoritmi e link, gli autori sono più forti dell’editore a promuovere il testo, a crearsi una piattaforma e un sistema di relazione (ne leggevamo ieri). Questo perché l’editore non può lavorare con la stessa intensità di un autore su tutti i suoi titoli. E questa è una sfida che gli editori dovranno trovare il modo di affrontare con idee e soluzioni nuove. Il vecchio modello semplicemente è destinato a funzionare sempre meno.

Amazon (e altre librerie a ruota) hanno già capito che parte del mercato (e dei ricavi) si sta spostando in quella direzione. Ma questa potrebbe essere anche solo la prima fase. Se si innesca un circolo virtuoso tipico del digitale (sei abilitato a fare una cosa, ne trai gratificazione, la rifai, la fanno anche altri dopo aver visto il tuo esempio) la concorrenza per l’attenzione diventerà spietata, l’offerta gratuita -magari monetizzata in reputazione o altro- aumenterà e potrebbe perdersi l’abitudine a comprare i libri.
La nostra cultura va sempre in direzione di una maggiore efficienza nella distribuzione di conoscenza (e in questo il digitale è un salto quantico rispetto alla carta). Ma questa efficienza significa anche costi più bassi, potenzialmente tendenti a zero. Chi paga più l’informazione oggi?

Questo scenario è solo una bozza, uno dei mille possibili. Però ecco, il cambiamento non è mai dovuto alla tecnologia che lo abilita. Piuttosto si genera attraverso il modo in cui migliaia di individui usano le nuove possibilità. Ed è per questo forse che, se vogliamo provare a guardare sul medio periodo, più che appassionarci a supporti e formati dovremmo cercare di essere molto attenti a come si muovono le persone. Che oggi stanno cambiando le loro abitudini (di acquisto, di lettura, di scelta degli autori e dei titoli) e che stanno entrando nell’editoria dalla porta principale. E non credo che si tornerà indietro.

Quanto ci vorrà è difficile dirlo. Dipende da fattori abilitanti e massa critica. In Italia avremo sicuramente delle particolarità legate a ai primi e alla seconda. Però ecco, io comincerei a guardare con attenzione. E con uno sguardo laico, perché -come è stato per i blog prima e i social network poi- non credo che questi processi si fermino se un intellettuale raffinato non li trova di qualità.

E questi processi -oltre a dare una direzione al cambiamento- pongono molti problemi che il «nuovo modello» dovrà risolvere (remunerazione del lavoro, sistema di ricavi, incontro con le community, eccetera eccetera). E dovrà risolverli per tempo, cosa che si può fare -immagino- solo iniziando a sperimentare ora.

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