Weblog di Giuseppe Granieri



Cose scritte altrove.
Il tradizionale pezzo di scenario di inizio anno. (Tradizione che va avanti dal 2007).
Apogeonline, L'Internet del 2013.
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013




Cose scritte altrove.
Con le piattaforme mobili, che creano facilmente un'audience di massa, la fotografia digitale è diventata un campo di battaglia e uno scontro di innovazione. E siamo solo all'inizio.
La Stampa, Terza Pagina, La guerra delle foto.
Posted by g.g. | # | Media | 11/01/2013




Per chi si informa su come sta cambiando il mondo non è una grande novità. Se ne parla tantissimo.
Per citare solo gli ultimi link, Bruce Sterling raccontava l'altro giorno che «il suo lavoro è cambiato appena ha capito cosa comportava Internet».
O tra i consigli per il nuovo anno, si legge continuamente che tutto è solo nuove skill o, ancora, che sopravvivere nel giornalismo significa essere capaci di lavorare sulle skill ibride (via Sara).

Qualche tempo fa avevo iniziato a prendere degli appunti per un ebook intitolato «Lettera a un giornalista di carta».
Non so se lo finirò mai (onestamente non credo) ma visto che siamo all'esordio del nuovo anno ed è tempo di buoni propositi, forse può essere interessante condividere l'inizio della mia bozza. Perché riguarda più di tutto quella che -secondo me- è la questione centrale: se cambia la cultura, dobbiamo cambiare mentalità.

Prendila davvero come una bozza e non aspettarti una conclusione (sono le prime pagine di un testo pensato per essere più lungo e molto divulgativo). Ma -soprattutto- considera che se c'è qualcosa su cui riflettere, quel qualcosa è nella similitudine che ci regala Crichton. Che è davvero istruttiva.

***

IL DATO E IL METODO

Ascolta. L'argomento non è dei più facili.

Lo prenderò un po' alla larga, perché l'età che stiamo vivendo è diversa da tutte le precedenti. Viviamo in un mondo ricchissimo di informazione, in cui il dato, la nozione, sono una commodity. E in cui tutto cambia così velocemente che l'unica via è costruirci un metodo per interpretare la continua innovazione e restare abitanti -a pieno titolo- della conteporaneità.

Per sopravvivere nel passaggio dal dato al metodo non servono manuali. Servono categorie interpretative. Strumenti di analisi culturale e intellettuale che ti facciano leggere le tendenze e che ti rendano capace di reagire prima degli altri. E meglio degli altri.

Categorie interpretative, dunque. Io qui provo a condividere le mie, che non sono probabilmente le uniche possibili, sono solo le migliori che ho.

Ma se cerchi un manuale, forse è inutile perder tempo ad avventurarti su queste pagine. Ce ne sono tanti in giro. Ho solo un consiglio: se ne cerchi uno, cercalo appena pubblicato. Perché i manuali sul giornalismo, in questi tempi veloci, invecchiano prima delle farfalle.

Se vuoi il mio consiglio, per quello che vale, lavora sul metodo. Costruisciti gli strumenti per interpretare l'innovazione continua cui un giornalista -giovane o vecchio stile- non può più sottrarsi.

GIORNALISTI A CAVALLO

In un famoso romanzo di Michael Crichton, per una serie di eventi narrativi, due storici si trovano catapultati in pieno medioevo, durante i torbidi eventi della guerra dei cent'anni. La beffa della trama li porta a doversi fingere cavalieri e a partecipare ad un torneo, uno di quelli con lancia e spada.

Miracolosamente sopravvivono e si allontanano dall'arena per rifiatare sulla riva di un fiume. Da lì vedono una serie di arcieri che si allenano in maniera sistematica, colpendo con veloci raffiche una serie di bersagli lontani almeno duecento metri.

Sono due culture che si scontrano. L'innovazione tecnologica ha abilitato un nuovo modo di combattere. Le cariche dei cavalieri vengono sistematicamente falciate dalla pioggia di frecce che gli arcieri riescono a scoccare a ripetizione.

I cavalieri reagiscono a loro volta con la tecnologia: rinforzano le armature e bardano i cavalli con protezioni, ma la loro resta una battaglia persa. I cavalieri non possono resistere a un tale fuoco di sbarramento. Uccide molti di loro e uccide anche i cavalli. Per questa ragione gli inglesi smontano da cavallo e combattono mentre i francesi vengono decimati prima ancora di avvicinarsi.

«Perché i cavalieri francesi non cambiano tattica?», chiede uno dei due storici. «Non vedono i risultati?»

«Li vedono, certo», risponde l'altro. «Ma cambiare tattica significa la fine di tutto un mondo, di una cultura».

I cavalieri sono tutti nobili e la cavalleria è il loro stile di vita. Devono comprare almeno tre cavalli, mantenere paggi e servitù, essere determinanti in battaglia e tenere vivo il codice d'onore.

Gli arcieri, invece, spiega lo storico, «non sono nobili. Vincono grazie alla coordinazione e alla disciplina. Non devono avere doti di particolare coraggio. Ricevono un salario e svolgono un lavoro. Eppure sono il futuro in campo bellico. Truppe pagate, disciplinate e anonime. La cavalleria è finita».

IL GIORNALISMO E L'ARTE DI SCOCCARE LE FRECCE

«ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia; proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto» [Francesco Guccini, Don Chisciotte]


Certo, l'accuratezza storica del racconto di Crichton potrebbe essere arricchita. La tecnologia ha sempre abilitato modi nuovi di combattere. L'invenzione di particolari come la staffa ha avuto esiti importanti sul modo di cavalcare e stare in battaglia.

Ma la fotografia che fa il romanzo, con l'osservazione degli arcieri nell'arena del torneo, tempio e talk-show (permettimelo) della cavalleria, descrive qualcosa di molto più profondo. Non ha nulla a che vedere con combattimenti e sorti della guerra: é un'istantanea nitida e significativa di un cambiamento culturale. Della fine di un'era così come i suoi abitanti la conoscevano. E dell'incapacità dei cavalieri di accettare le nuove regole.

I cambiamenti culturali sono una costante nella storia dell'uomo. Accadono continuamente, ma spesso in maniera lenta, con piccole evoluzioni, con tempi rarefatti. Tra gli eventi narrati da Crichton e la parodia della cavalleria del Don Chisciotte passano secoli. Così come dall'invenzione della stampa agli effetti che ha portato sulla cultura.

McLuhan raccontava - già molti anni fa- di come la Francia, che aveva interiorizzato la cultura della stampa, ha avuto la Rivoluzione Francese e l'illuminismo. Mentre l'Inghilterra, legata profondamente alla tradizione orale delle common laws non ha vissuto le stesse spinte. Ma anche qui ci sono voluti secoli.

E ce ne sono voluti ancora di più per il passaggio dall'oralità alla scrittura. E per quello dalla scrittura alla stampa.

Però la nostra cultura accelera inesorabilmente. Ci sono diversi video in rete (ad esempio la serie Did You Know su Youtube) che raccontano attraverso i dati la velocità del cambiamento. Io li uso abitualmente con gli studenti alla prima lezione, e osservo le loro facce colpite quando scoprono che molti dei lavori più richiesti oggi non esistevano solo una manciata di anni fa. O che stiamo preparando i nostri ragazzi per lavori che oggi non esistono e che useranno tecnologie che non sono state inventate per risolvere problemi che non sono ancora stati creati.

Sono dati molto vicini alla congettura, ovviamente. E risentono di quella retorica esponenziale cui le nuove tecnologie ci hanno abituati. Ma, milione di persone più milione meno, la velocità con cui le tecnologie digitali vengono adottate nella nostra società è infinitamente più rapida di quanto sia accaduto con la scrittura o con la stampa. E molto più veloce di quanto è successo con radio e televisione.

Non a caso abbiamo lasciato da parte armature, cavalli e frecce. Stiamo parlando ora di tecnologie che intervengono sul modo in cui oltre un miliardo di persone gestiscono la conoscenza e costruiscono il racconto del mondo che vivono.

Sono tecnologie che modificano a livello di sistema le regole attraverso cui la nostra cultura funziona. E -tra tutti- il mestiere del giornalista è probabilmente quello che non solo ha la responsabilità di comprendere prima degli altri il cambiamento. Ma anche di interpretarlo e contribuire ad indirizzarlo verso la costruzione di un mondo migliore.

Non ha senso restare affezionati all'armatura e ai paggi che ci aiutano a vestirla. È una decisione legittima, forse anche romantica, come quella dei cavalieri francesi.

Ma è una decisione che significa, su un piano astratto, abdicare alle responsabilità della professione. E, su un piano pratico, sad but true, trovarsi fuori dal mercato del lavoro in pochissimo tempo.

Forse rimanere affezionati al mondo da cui veniamo assomiglia davvero un po' alla scelta della cavalleria francese di rimanere ancorata alla sua tradizione. È tempo di cambiare.

Nota. L'incipit l'ho rubato a Tom (inizia così un suo bel saggio). L'immagine originale viene da qui

Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 04/01/2013




Da queste parti (e non solo qui) si sostiene da tempo che il giornalismo deve ripensare completamente il prodotto, e non solo a livello di supporto.
L'idea tradizionale di «articolo», come unità centrale del giornalismo, è in molti casi abbastanza superata dai tempi.
E oggi ci sono due letture interessanti da fare per ragionarci su.
La prima è un pezzo di Jeff Jarvis che spiega, con un esempio, «come l'online ci consente di atomizzare l'articolo e recuperarne solo gli asset di valore».
Jarvis ne fa una menzione vaga, ma alla fine ci riporta alla considerazione di base: in tempi di abbondanza di notizie e informazioni, il valore si crea sul tempo del lettore.
Quello che gli fai recuperare costruendo un vantaggioso rapporto tra tempo di investimento di lettura e qualità dell'informazione (o della comprensione).
L'articolo, dice Jeff, «è ancora nella forma dettata dalla stampa». Ma la carta non è più il futuro su cui esercitarsi.
Leggi tu stesso: il titolo è: Atomizing the article.
C'è poi un bel post di Erin Griffith che ci fornisce un altro spunto per mettere a sistema le logiche nuove, tutte da scoprire. Viviamo in un mondo in cui l'accesso alle informazioni è molto frammentato, tra varie fonti e social media.
«Questa frammentazione», scrive Erin, «è destinata ad aumentare e continuare». E il segreto sarà essere capaci di «trasformarla in storie più belle e ricche».
C'è molto da sperimentare, certo. Ma intanto unisci i puntini da solo: 2013, the year of storytelling.
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013




I più esperti non ci cascano mai e controllano l'istinto. Ma in genere è una cosa molto diffusa.
Sarà a capitato anche a te, di provarla, «l'improvvisa, irrazionale rabbia in risposta ad un reply su Twitter». O «la sensazione di stare attaccato a un computer senza un reale proposito».
Sono due delle «nuove emozioni» che ci vengono da Internet. Ma la cosa è ovviamente più complessa di come te la racconto.
Diana Adams mette insieme un vecchio post di Thought Catalog e un'elaborazione dell'artista visuale Pei-Ying Lin, che ne ha fatto un'infografica, incrociando le osservazioni con una classificazione scientifica delle emozioni.
Il risultato è interessante e sicuramente ci dà qualche stimolo a riflettere. E se sei uno coraggioso, magari puoi elaborarci qualche buon proposito per il 2013.
Guarda tu stesso: 5 Emotions Invented By The Internet
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013




Cose scritte altrove.
Secondo alcuni analisti, potrebbe essere l'anno del Kindle gratis. E arriveranno milioni di nuovi titoli a contendersi il mercato.
La Stampa, Terza Pagina, Editoria: cosa dobbiamo aspettarci nel 2013.
Posted by g.g. | # | Media | 01/01/2013




L'Espresso oggi in edicola ha una copertina molto significativa.
È bianca, con il titolo «Anno Zero».
E la tagline fa un buon lancio: «Perché i prossimi mesi saranno decisivi per l'Italia e per il mondo. Rispondono le firme dell'Espresso».
Ci sono, ovviamente, diversi articoli assai interessanti.
A me è toccato ragionare sulle sfide che deve affrontare il mondo dell'istruzione, a tutti i livelli: dalla scuola all'università.
Si parte dai MOOC e dalle tecnologie che ci sono dietro. E si arriva poi a uno scenario più generale.
Al solito, ne trascrivo un brano:
«Per molto tempo abbiamo investito cercando di portare la tecnologia nelle scuole e nelle università, senza ottenere benefici sostanziali. E alla fine la rivoluzione sta arrivando -come sempre è accaduto con il digitale- dall'esterno. Arriva dai milioni di dispositivi connessi a internet e dalla disponibilità di contenuti di eccellenza in rete. È un completo rovesciamento di prospettiva. Oggi anche uno studente della provincia più remota può accedere al pensiero più evoluto dei docenti più bravi nelle varie discipline. Spesso con metodologie innovative. E se sono anni che si sperimenta con l'educazione a distanza, oggi l'ubiquità della connessione e i numeri che consente stanno portando al punto di svolta».
L'Espresso, A scuola online. Su carta.
Posted by g.g. | # | Media | 12/28/2012




«Il singolo articolo», scrive Gabriel Kahn, «è l'unità giornalistica minima del commercio di notizie, ma solo di rado riesce a produrre un valore pari ai suoi costi di produzione».
Qualche giorno fa raccontavamo che -probabilmente- i rari casi in cui il costo di produzione di un articolo genera valore sono quelli in cui il lavoro è autoriale.
Mentre la produzione di notizie da batteria (ormai commodity) stenta ad avere anche una corretta retribuzione ed è considerata sempre più inutile e anacronistica.
L'articolo di Kahn è interessante perché propone una chiave di lettura molto utile. «Il giornalismo tradizionale», dice, «semplicemente non è scalabile». E su questa considerazione bisogna riflettere bene.
Gabriel poi suggerisce un po' di spunti, partendo da una considerazione che culturalmente stentiamo ad accettare: «bisogna cambiare o aggiornare la nostra idea di prodotto giornalistico».
Fatti da solo un'idea: Journalism's problem of scale demands a rethinking of the news product
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 12/25/2012




Cose scritte altrove.
Qual è il ruolo del cinema e dei videogiochi nella strage di Newtown?
La Stampa, Terza Pagina, Il massacro dei media.
Posted by g.g. | # | Media | 12/25/2012




È un po' il seguito del ragionamento che facevamo ieri. Ed è forse una delle tendenze che osserveremo nel 2013.
In Italia la strategia dei gruppi editoriali con i blogger è spesso diversa. Oscilla tra la quantità (molti blog di livello incostante per «consolidare il traffico»), e la qualità: pochi ma «firme apprezzate».
Nel mondo anglofono, invece, in cui l'idea di blog autoriale ha un suo peso rilevante, succede che una testata di nome come Discover magazine comincia a perdere i suoi blogger di punta e l'editore si trova costretto a smentire che ci sia aria di crisi.
A contendersi i blogger di Discover (giornalisti scientifici del calibro di Carl Zimmer e Ted Young) sono altri nomi di peso, da Slate a National Geographic.
Non è un problema solo di denaro, ma anche di costruzione di un contesto autorevole intorno a cui aggregare le intelligenze. E oltreoceano stanno cominciando a intuirlo con forza.
Come dicevamo ieri, la via autoriale è probabilmente una delle strade migliori per il giornalismo nei prossimi anni, e non solo per quello scientifico.
È facile immaginare che -man mano che la grammatica di rete tocca il digital first- le firme, sui blog come un tempo sulla carta, avranno sempre più valore. Mentre la produzione di contenuti «da quantità» sarà retribuita sempre meno o quasi zero. O zero.
La storia dei blogger contesi, che è in qualche modo istruttiva, la racconta la Columbia Journalism Review. Con un titolo che la dice lunga e che potremmo tradurre così: Se i blogger volano via.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 12/12/2012




Se io fossi un giovane giornalista che sta iniziando la carriera, magari in un giornale di carta o in un redazione, mi porrei il problema di un futuro professionale che deve durare qualche decina di anni, con un mestiere che nel frattempo cambierà continuamente.
E cambierà a una velocità che non ha precedenti nella storia.
Se la immaginiamo nei prossimi 30 o 40 anni, non è forse la carriera più sicura da fare. Anzi.
Ma quando gli scenari cambiano, si aprono anche delle opportunità. Così, se dovessi esercitarmi a fare un ragionamento speculativo, probabilmente mi darei questi consigli.
Che non pretendono di essere esaustivi, né i migliori possibili. Ma mi valgono come appunti.

1. Blogga o non esisti. Può suonare forte, ma è solo una variante banalizzata di un vecchio detto americano: If You Didn't Blog It, It Didn't Happen.
Dopo 10 anni di blog, ho imparato diverse lezioni. Da un lato è una palestra importante per apprendere la grammatica della comunicazione digitale e per svecchiare il linguaggio. I feedback dei lettori ti aiutano a capire molto bene come scrivi e come puoi migliorare.
Ma il blog è un punto di presenza personale importantissimo in rete ed è l'approdo naturale su cui archiviare i propri contenuti (i social network, come Facebook e Twitter, fanno un altro lavoro, più simile alla distribuzione).

2. Se il mestiere cambia continuamente, il tuo capitale sei tu.
Lo stanno dicendo in tanti. Buona parte del lavoro tradizionale nelle redazioni -così come lo concepiamo oggi- è sempre più irrilevante, inutile e anacronistico. Le notizie sono commodity e la produzione di semplici news tenderà ad assomigliare sempre più al lavoro dei polli di batteria.
Il tuo nome è il tuo brand. E va associato a una produzione sempre più di tipo «autoriale». Ormai sempre più persone non guardano più alla testata, ma cercano la «voce» che sappia dare un valore aggiunto nella comprensione dei fatti e della complessità.
Non buttar via le vecchie cose che hai imparato, perchè servono sempre. Ma non bastano più, quindi impara le nuove skill. Ricostruisci il tuo rapporto con le fonti. Acquisisci information literacy.
Abituati a usare la scrittura sul web, che è molto diversa da quella della carta. Anche in relazione a concetti importanti ed etici.
Trova una tua voce, dialoga con i tuoi lettori. Renditi riconoscibile.
Non sappiamo se tra cinque o dieci anni esisteranno ancora le redazioni come le intendiamo oggi. Nè come si monetizzerà il lavoro intellettuale e creativo. Ma qualsiasi sia la soluzione, se devo scommettere una birra, il valore che nessuno potrà toglierti e che potrai spendere è la riconoscibilità del tuo nome.
E la qualità di quello che sai fare.

4. Impara dagli smart guys.
L'assunto di partenza è che il mondo cambia in fretta. E se -invece di inseguirli- vuoi essere «davanti» ai tuoi lettori (e quindi essere credibile per loro), devi obbligarti ad avere una comprensione profonda e rapida di quello che sta accadendo.
La tecnologia corre in fretta, e la tecnologia non riguarda solo se stessa. Se appena ci stiamo abituando al fatto che i nostri lettori leggono sempre più attraverso gli smarthpone, già domani potranno farlo attraverso gli occhiali intelligenti (e lo dice l'Economist). Se cambiano le regole del gioco, cambia il tuo mestiere.
Quindi apri Google Reader, usa Prismatic o Zite, scegli il modo più congeniale. Ma comincia a seguire le persone che leggono le tendenze e te le raccontano. Ti aiuteranno a capire come cambiano i tuoi lettori e il mondo intorno a te (qui hai un primo elenco).

4. Costruisciti una platform.
L'idea di platform è semplice ed è diventata famosa tra gli scrittori americani (perchè anche vendere libri, ormai, è diventato un problema diverso dal passato). I tuoi lettori vogliono leggerti ovunque e devono poterlo fare.
Il modo migliore per costruirsi una platform è quello di essere utile agli altri. A questo punto -se hai fatto i passi precedenti- dovresti avere un blog. E un sistema di fonti che funziona. Ci sono due lavori che devi imparare a fare e che sono importanti per i tuoi lettori.
Il primo è quello di filtro. Usa Twitter (come ad esempio faccio io) per condividere le cose più interessanti che leggi quando fai la tua rassegna mattutina su Google Reader o Prismatic.
Il secondo è quello di curation. Metti insieme spunti e ragionamenti per costruire un contesto nuovo, semplifica ai tuoi lettori la comprensione di una complessità che richiede tempo e competenze. È questo il valore aggiunto del giornalismo moderno.

5. Pensa al futuro.
Non interessarti esclusivamente del «mondo come funziona oggi». La carriera è una cosa lunga. E anche se oggi sei tra i fortunati e hai uno stipendio, il tuo deve essere un investimento a lungo termine.
Quindi studia, perchè siamo costretti a non smettere mai di imparare. Prova i nuovi strumenti, sperimenta diversi modi di narrazione, di approccio alle cose. E fai tuo il mantra della silicon valley, chè serve sempre: sperimenta, sbaglia, sperimenta meglio.

Come link bonus, magari serve, ecco le 10 tendenze del giornalismo nel 2013.
Twitter: @gg. (L'immagine è presa dal link dell'Economist)
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012




Cose scritte altrove.
La tecnologia è diventata il sistema nervoso attraverso cui la nostra cultura circola e viene elaborata. Ma siamo pronti?
La Stampa, Terza Pagina, La cultura è sempre più nerd.
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012




Cose scritte altrove.
«Non è la stampa ad essere in crisi, quanto un'idea di informazione superata dagli eventi»
L'Espresso, Media Shift, 5 spunti per l'informazione locale.
Posted by g.g. | # | Media | 11/12/2012




«Un giornale digitale fatto da veterani della carta», dice Talking New Media, «assomiglia molto a una ricetta per un disastro»
Il tema su cui tutti si stanno esercitando oggi è quello della chiusura di The Daily, magazine per iPad lanciato da Murdoch.
L'analisi di Talking New Media è interessante e si intitola: The obligatory obituary for The Daily.
Ma ci sono diversi spunti da raccogliere in giro: Nieman Lab fa una bella curation sulle lezioni da imparare.
Jack Shafer insinua che alla fine il Daily non sia fallito, ma sia stato ucciso da Murdoch (che non gli ha dato il tempo di crescere). E Derek Thompson (sull'Atlantic) osserva che uno dei grandi errori è stato quello di essere poco social: Why The Daily Failed. Sempre sull'Atlantic Alexis Madrigal rilancia l'argomento.
Anche Forbes ragiona sulle 3 lezioni da raccogliere. Ma è sicuramente da leggere il commento di Marco Arment, fondatore di The Magazine.

Riportando il ragionamento su un tema più generale, ci sono tre letture che vanno considerate con attenzione.
Luca, discutendo del manifesto della Columbia (ne avevamo parlato qui), sintetizza bene dicendo che ormai il giornalismo è un mestiere per innovatori.
Alan Mutter dice che il problema vero dei giornali (e dei giornalisti) è l'inerzia.
E, soprattutto, va studiato questo post di Robert Picard che si intitola: What we now know about news and news revenue in the digital world.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012




Cose scritte altrove.
Prosegue il viaggio de «La Stampa» nel nuovo mondo digitale per scoprire come la tecnologia sta trasformando le nostre vite e quali sono e saranno le sfide e le opportunità che offre a ciascuno di noi. Questa quarta puntata dellinchiesta è dedicata alla cultura e all'informazione.
La Stampa, su carta e online, L'età dell'abbondanza (di informazioni).
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012




Cose scritte altrove.
La televisione sta andando incontro a grandi cambiamenti. È già un'esperienza a doppio schermo, ma deve imparare a esserlo in maniera più profonda.
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro della televisione è già un po' qui.
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012




Cose scritte altrove.
Il giornalista deve lasciar perdere o ridimensionare l'importanza delle notizie, ormai vere commodity. E la definizione che ne dà Sonderman a me piace molto: «Il giornalista non è più chi racconta i fatti. Oggi è un investigatore, un traduttore, uno storyteller sospeso tra la gente e gli algoritmi che danno le news»
L'Espresso, Media Shift, Inizia ufficialmente l'era del giornalismo moderno.
Posted by g.g. | # | Media | 04/12/2012




Cose scritte altrove.
Spesso è anche una questione di approccio, in questi tempi veloci. Tutto cambia molto in fretta e la capacità di immaginare il futuro fa di te una persona del presente, mentre se leggi solo il presente resti costretto a inseguire.
L'Espresso, Media Shift, Tu e le tecnologie. E anche un pizzico di mondo.
Posted by g.g. | # | Media | 11/26/2012




Cose scritte altrove.
Gli smartphone sono diventati un laboratorio culturale, «un incessante spettacolo di transizione».
La Stampa, Terza Pagina, La cultura degli smartphone.
Posted by g.g. | # | Media | 11/26/2012




A volte capita di fare delle cose divertenti. Come portare in Basilicata il «papà dell'ispettore Ferraro» (ma anche autore di libri splendidi come Metropoli per Principianti).
E ti capita di fargli raccontare, in un diario di viaggio, la nostra terra con il suo sguardo.
Il risultato è un ebook scanzonato, non convenzionale, a tratti cinico ma divertente.
Il librino è disponibile gratis in tutte le librerie (ed è già secondo in classifica generale su Amazon).
E poi capita di leggere una recensione in 5 righe sul Sole, che inizia così (e da sola ti vale la giornata e un sorriso): «Un ebook (gratuito) per tutti quelli che non credono all'esistenza della Basilicata. La buona notizia è che esiste e la grande notizia è che l'APT della Regione, in barba a chi credeva fosse arretrata, ha avviato una collana di ebook in cui scrittori italiani e stranieri, ospitati in terra lucana, raccontano le loro esperienze e suggestioni».
(In ogni caso, posso confermare per esperienza diretta. I lucani esistono. E la Basilicata pure) :)
Posted by g.g. | # | Media | 11/20/2012




Cose scritte altrove.
«Twitter sta ridisegnando il racconto giornalistico del mondo. Sta trasformando in fretta il ciclo delle notizie, coinvolge i cittadini, modifica il rapporto dei reporter con le fonti e crea nuove configurazioni -in parte ancora da scoprire- sul modo che abbiamo di informarci».
La Stampa, Terza Pagina, L'impatto di Twitter sulla cultura.
Posted by g.g. | # | Media | 11/20/2012




Sull'Espresso in edicola questa settimana c'è un mio lungo pezzo sullo scenario politico e democratico che potremmo dover affrontare nei prossimi anni.
Il punto di partenza è l'osservazione di quanto già oggi vediamo accadere: una società con maggiore informazione alza le aspettative e chiede una politica di maggior qualità.
E tra le soluzioni -alcune già in fase embrionale- potrebbe esserci una revisione del concetto di rappresentanza, su cui abbiamo costruito l'attuale idea di democrazia rappresentativa.
Al solito, trascrivo un brano:

«Le tecnologie che abbiamo oggi, invece, lasciano pensare che questo modello abbia alternative. Ci abilitano a rivedere l'idea di partecipazione democratica in diversi modi: dal controllo sull'operato dei nostri rappresentanti (grazie alla possibilità di rendere accessibili le informazioni in modo molto più efficace rispetto al passato) fino all'intervento nel decidere le priorità durante i mandati.
O -addirittura- fino all'idea di consultazione continua.
La piattaforma Liquid feedback, resa popolare dal Partito dei Pirati tedesco, è uno dei primi esempi di come questa abilitazione tecnologica possa prendere forma. È un sistema che consente agli attivisti di mantenere una sorta di assemblea permanente e di partecipare in maniera più attiva alla vita politica.
Ma non è l'unico: in Finlandia il governo farà esordire in questi giorni un sistema -chiamato Open Ministry- che metterà i cittadini in grado di proporre dei disegni di legge. Se una proposta ottiene l'adesione di almeno 50.000 elettori, il Parlamento sarà obbligato a discuterla. Come ha dichiarato Joonas Pekkanen, il fondatore di Open Ministry, «è un punto di non ritorno nell'evoluzione della partecipazione dei cittadini».
Come dicevamo, dunque, disponiamo già oggi di tutta la tecnologia necessaria. Ma l'innovazione tecnologica è sempre più veloce della capacità di una cultura di assimilarla e di governarla. Dopo i primi discorsi -più o meno utopici- sull'intelligenza collettiva abbiamo imparato -negli ultimi anni- che non tutto funziona in maniera così semplice.
La famosa Wisdom of Crowds (la saggezza delle folle) non si attiva sempre nei modi sperati. La ricerca ci racconta che Internet -con i suoi molti milioni di persone connesse- è molto efficace se poniamo una domanda precisa. È formidabile se vogliamo sapere come si configura un computer o quali sono i sintomi di una malattia. Ma non è altrettanto efficace se deve dare una risposta a una domanda complessa. A una domanda come quelle che ci si pone davanti a una crisi economica o prima di scelte di governo»
L'Espresso, E la Democrazia Fece Click, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 11/17/2012




Dopo l'uragano Sandy, Instagram diventa sempre più centrale anche nel racconto delle elezioni americane.
Il New York Times ha raccolto le fotografie degli elettori, e non è stata l'unica testata. The American Prospect, per esempio, ha «mandato in missione i lettori» per documentare il voto.
Guarda tu stesso: Get Out the Instagram.

Ed è interessante anche annotare che centinaia di migliaia di persone hanno persino instagrammato la propria preferenza. Lo racconta All Things D, che nota anche come una buona percentuale di elettori (oltre il 20%) abbia reso pubblico su Twitter o Facebook il proprio voto.
If You Want to Stay out of Jail, Dont Instagram Your Ballot.

Poi c'è la novità dei profili sul web. Da ieri, progressivamente, tutti coloro che usano l'app hanno anche la pagina ufficiale, visualizzabile dal browser. È un passo importante, perché in questo modo Instagram esce dai confini (forse un po' angusti) dello smartphone.
«Questa scelta», scrive, John Paul Titlow, «porta molti benefici agli utenti, che avranno ora un'identità più completa».
Leggi tu stesso: Instagram Finally Breaks Free Of Its Mobile-Only Confines.
L'interfaccia web è interessante e assomiglia molto a quella di Facebook. Se ti appassiona la logica che c'è dietro, investi qualche minuto in questo post di Mike Isaac: As Instagram Debuts Web Profiles, Its Beginning to Look a Lot Like Facebook.

Ma forse il pezzo migliore è quello di TechCrunch, che coglie la vera essenza del successo di Instagram. «Mai come oggi», scrive MG Siegler, «la fotografia è una forma di espressione e di comunicazione che può competere seriamente con la parola scritta».
«È il modo più attuale», conclude Siegler, «di immaginare su una scala molto più ampia il vecchio detto "una fotografia vale mille parole"».
Il titolo è geniale: If Pen Beats Sword, Camera Beats Pen.

Infine, se vuoi farti un'idea dello scenario della fotografia contemporanea, due link che meritano lo studio.
Il primo viene da Brain Pickings e racconta le 100 idee che hanno cambiato la fotografia e che ne fanno un linguaggio che si reinventa continuamente.
Il secondo (via Sara) è la segnalazione di un libro che incide un quasi-epitaffio per la fotografia analogica. E ci ricorda che siamo alla fine della fotografia come l'avevamo sempre conosciuta.
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012




Cose scritte altrove.
«Grazie a Instagram», scrive Bianca Bosker sull'Huffington Post, «gli abitanti della costa est degli Stati Uniti non hanno solo documentato l'uragano Sandy. Lo hanno reso meraviglioso».
La Stampa, Terza Pagina, Se Instagram rende meraviglioso un disastro.
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012




Cose scritte altrove.
«Non era forse necessario un segnale in più, ma l'astensionismo in Sicilia (53%) è stato l'ennesimo indicatore di un rapporto sempre più difficile tra politici ed elettori.
Io sono molto affascinato dall'analisi delle cause, che -secondo me- indicano più la fine di un periodo che non una congiuntura. E mi sto facendo l'idea che queste cause siano in parte endogene e in parte esogene alla politica».
L'Espresso, Media Shift, 6 cose del XXI secolo su cui i politici potrebbero riflettere
Posted by g.g. | # | Media | 07/11/2012




Twitter, lo scrivevamo di là, è sempre più strategico per i giornalisti.
Qualche tempo fa Sarah Marshall aveva postato una lista di persone che ogni studente di giornalismo dovrebbe seguire su Twitter. È molto interessante, soprattutto perchè in questi tempi di cambiamento veloce, siamo tutti studenti.
La trovi qui: 100 Twitter accounts every journalism student should follow.

Ma se vuoi seguire l'evoluzione del giornalismo, guardando soprattutto a quanto accade oltreoceano (dove le cose accadono prima), ecco una lista di italiani che svolgono un grande lavoro di studio e di filtro, facendo ottime rassegne sul giornalismo.
Non sono i soli, ovviamente, ma li ho scelti perchè sono i più focalizzati sulle tematiche dell'evoluzione della professione, sui dati e sulle analisi. O perchè hanno scritto dei saggi.
Ovviamente -lo dico come disclaimer- sono tutti amici (Internet replica spesso le dinamiche da small town nei suoi diversi centri di interesse). Ma giudica da solo se vale la pena di seguirli.


Radar, filtri, insider
Mario Tedeschini
Twitter: @tedeschini
Blog: Giornalismo d'altri
Pierluca Santoro
Twitter: @pedroelrey
Blog: Il Giornalaio
Claudio Giua
Twitter: @Claudiogiua
Blog: -
Sara Lorusso
Twitter: @saralorusso10
Blog: Sara Lorusso
Arianna Ciccone
Twitter: @_arianna
Web: Festival del Giornalismo

Gente che ci ha scritto dei libri
Marco Bardazzi
Twitter: @marcobardazzi
Blog: Da Gutenberg a Twitter
Massimo Russo
Twitter: @massimo_russo
Blog: Cablogrammi
Sergio Maistrello
Twitter: @sergiomaistrello
Blog: Sergio Maistrello
Luca De Biase
Twitter: @lucadebiase
Blog: Luca De Biase
Carlo F. Dalla Pasqua
Twitter: @carlofelice
Blog: Se una notte d'inverno un giornalista
Vittorio Zambardino
Twitter: @zambafeed
Blog: Scene digitali
Il dodicesimo consiglio, in realtà, è un gruppo su Facebook in cui ci sono 231 iscritti che condividono notizie e opinioni sul futuro del giornalismo.
Lo trovi qui: Giornalismo 2020.


Considera questa lista un punto di partenza. È parziale, come tutte le sintesi. Ma se inizi a seguire loro, scoprirai altre fonti interessanti.
Twitter: @gg.
Posted by g.g. | # | Media | 10/31/2012




Cose scritte altrove.
«I critici dei social media», scrive Mathew Ingram, «si divertono a puntare l'attenzione sulle notizie false che circolano durante grandi eventi come l'uragano Sandy. Ma Twitter e altri servizi sono velocissimi nel correggere queste anomalie e sono diventati parte integrante dell'ecosistema delle news in continua espansione».
L'Espresso, Media Shift, Twitter è «la macchina della verità» per le notizie

Il problema è quello di avere le competenze e i di conoscere i tool necessari per fare fact-checking ai tempi dei social media. Sei ancora un bravo giornalista se non ti muovi a tuo agio con questi strumenti nuovi? Gridare al fake non è una strategia.
L'Espresso, Media Shift, Giornalisti con l'uragano sbagliato
Posted by g.g. | # | Media | 10/31/2012




Come avevamo già visto con il terremoto negli USA e con quello in Emilia, Twitter in caso di grandi eventi svolge un ruolo molto interessante nella narrazione collettiva (e in quella giornalistica).
E come era già capitato (circolavano Tweet del tipo: «È più saggio scappare prima e solo "poi" twittare»), anche con l'uragano Sandy ci sono annotazioni un po' buffe e un po' serie.
il New York's fire department -ad esempio- ha dovuto avvisare la gente di non usare Twitter per chiedere aiuto in caso di emergenza: meglio continuare con il tradizionale 911. (via @annamasera).

Sul fronte della narrazione, Sandy ci sta facendo sperimentare però una novità importante. Con Instagram che viaggia ormai sui 100 milioni di utenti, il racconto per immagini diventa sempre più pregnante.
Al momento in cui scrivo, l'hashtag #sandy raccoglie già quasi mezzo milione di foto.
Così, ad esempio, Chris Akerman e Peter Ng hanno creato Instacane, un sito dedicato alla copertura dell'uragano attraverso Instagram.
Poynter, invece, fa notare che una delle foto più condivise (quella delle sentinelle del milite ignoto sotto la pioggia, che ha avuto decine di migliaia di condivisioni e like) non ha nulla a che fare con Sandy. È stata scattata a settembre.
E l'Atlantic ha un bell'articolo che spiega come distinguere le foto reali di Sandy da quelle finte: InstaSnopes: Sorting the Real Sandy Photos from the Fakes.

Per i giornalisti, invece, questi eventi sono un'occasione importante per sperimentare. Così Jeff Sonderman propone 5 modi creativi per raccontare l'uragano.
Andrew Beaujon, invece, raccoglie i 6 meme che stanno circolando su Sandy.

Sul sul versante dei consigli pratici, ecco come curare la narrazione dell'uragano ripostando foto altrui che hanno valore di notizia.
E se dovesse servire, ecco come mettere facilmente le foto di Instagram sul proprio blog o sul proprio sito: Embedding Images from Instagram.
Twitter: @gg | Instagram: @ggranieri.
Posted by g.g. | # | Media | 10/30/2012




L'idea delle città intelligenti (smart cities) è un tema sempre più caldo, perchè agisce in modo sensibile su due concetti strategici per il secolo a venire: sviluppo e qualità della vita.
Ed è ovviamente uno dei grandi business del ventunesimo secolo, non a caso giganti come IBM ne hanno fatto uno slogan e una prospettiva commerciale.

Ma è anche una sfida affascinante per chiunque si dedichi a immaginare il futuro, in termini di progettazione e soluzioni.
Così, se ti interessa, condivido -senza alcuna pretesa di costruire un quadro generale- qualche appunto mio e qualche lettura che mi è parsa significativa.

1. Le città sono sempre state intelligenti

In un bellissimo libro, che tuttavia non esiste in ebook (e secondo me è difficile da trovare anche su carta), Steven Johnson racconta come le città tendano ad assumere delle proprie configurazioni anche a prescindere dal modo in cui sono governate. C'è una forma di intelligenza che emerge dalle semplici attività di cittadini.
«Una città», scrive Steven, «è una sorta di amplificatore di configurazioni: i suoi quartieri sono un modo per quantificare ed esprimere il comportamento ripetuto delle più ampie collettività: catturano informazione relativa al comportamento del gruppo e condividono quella informazione con il gruppo».
Così succede che, «poiché quelle configurazioni sono restituite alla comunità, piccoli cambiamenti del comportamento possono rapidamente trasformarsi in vasti movimenti». E nel cambiamento della città.
E conclude: «Non c'è bisogno che regolamenti e pianificazioni creino deliberatamente queste strutture. Tutto ciò che serve sono alcune migliaia di individui e alcune semplici regole di interazione».
Se vuoi approfondire: La nuova scienza dei sistemi emergenti.

2. La città come computer a cielo aperto

L'Economist ha un bellissimo articolo che parla, tra l'altro, del lavoro di Carlo Ratti (italiano prestato al MIT di Boston), uno dei più noti ricercatori sul tema delle Smart Cities.
Un paio di anni fa parlammo proprio di questo al Festival della Scienza con Carlo (e con Peter Ludlow). La presentazione che fece Carlo fu illuminante.
Il pezzo dell'Economist, tutto da leggere, spiega quale può essere il ruolo della mole di dati che le tecnologie digitali stanno producendo sulle attività cittadine. «Gli smartphone sempre più diffusi e tutti i dispositivi connessi», scrive il settimanale, «stanno trasformando le nostre città in fabbriche di dati».
Leggi tu stesso: Open-air computers.

3. Le città come network più veloci

Tra le varie riflessioni che il pezzo dell'Economist propone, ce n'è una che appare scontata, ma che scontata non è. Ne scrivevamo qualche giorno fa da un altro punto di vista.
La qualità delle interazioni mediate dalla tecnologia non comporta -come molti ancora credono- una riduzione della qualità delle relazioni.
«Le conversazioni elettroniche», scrive l'economist, «possono rinforzare invece di indebolire le relazioni faccia-a-faccia. La comunicazione elettronica, sempre più a buon mercato, può portare a creare delle economie costruite su relazioni più intense, in grado di richiedere molto più contatto».
Ma le comunicazioni con i nuovi strumenti digitali portano intelligenza nell'organizzazione e -soprattutto, a mio modo di vedere- una maggiore circolazione delle idee.
E la ricerca ci dice che quanto più velocemente circolano le idee, tanto più aumenta la capacità di una comunità di creare sviluppo. E c'è anche una correlazione forte tra la quantità di idee in circolazione e la qualità delle idee che una cultura può esprimere.
Se vuoi farti un'idea, puoi partire da qui: The Medici Effect

4. Abbiamo già tutti i bit necessari

Sugli aspetti tecnologici si sta facendo tantissimo lavoro. Per costruirti una prospettiva puoi dare un'occhiata a un post di Boyd Cohen, che propone dei casi esemplari.
Boyd ragiona anche sulla definizione, suggerendo come l'idea di Smart City tenda ad essere ambigua.
«Alcuni», scrive, «riducono il concetto alla fornitura di servizi ai cittadini utilizzando le nuove tecnologie. Io preferisco una definizione più ampia: le città intelligenti usano queste tecnologie per essere più efficienti nell'utilizzo delle proprie risorse, risparmiando sui costi, migliorando i servizi e la qualità della vita».
Cohen, poi fa degli esempi concreti. Il titolo è: The Top 10 Smart Cities On The Planet.

5. Il vicinato intelligente

C'è un altro post interessante che puoi puoi leggere.
È un post in cinque punti. E il primo di questi, quello del vicinato intelligente, è affascinante soprattutto se ricordiamo quello che ha scritto Johnson e di cui abbiamo parlato prima.
«I quartieri sono il microcosmo base della città. Se vuoi rendere intelligente una città, devi partire dal renderla intelligente al livello di quartiere».
Si intitola 5 Ways The Smart City Will Change How We Live In 2012

6. Il cittadino intelligente

In tutte queste sfide affascinanti che si stanno portando avanti, c'è un aspetto che secondo me viene trattato come condizionale, ma che condizionale non è.
Se il punto di partenza è che (nelle città come negli ambienti di rete) sono le dinamiche sociali a determinare le configurazioni, forse non basta innestare semplicemente della tecnologia. Per quanto intelligente.
Magari sbaglio, ma forse potrebbe essere interessante spostare più in profondità il layer di progettazione. Partire dal riconoscere le configurazioni locali, e usare la tecnologia per innestare dei circoli virtuosi.
Ma forse non bisogna concentrarsi solo su hardware e software, perchè l'effetto della tecnologia è quasi sempre derivato dal modo in cui migliaia di persone la usano. E dalla cultura e dalla consapevolezza con cui i nuovi e potenti strumenti sono utilizzati.
Bisogna lavorare molto per esaltare quel livello di intelligenza emergente di cui parlava Johnson.

Una delle strade potrebbe essere più culturale che tecnologica: bisogna cominciare a elaborare anche racconti diversi della città. E qui la responsabilità non può non tornare, per esempio, sui media locali (quelli che costruiscono la cornice sociale e la narrazione) e sulle istituzioni che hanno il compito (e il dovere) di lavorare sulla cultura della contemporaneità.
Va costruita, come diceva anche Luca tempo fa, una visione. E questo è invece compito dei politici e dei progettisti.
Ma il punto vero, forse, è quello che coglie Aubrey De Grey: «Il futuro e le sue narrazioni, sia scritte che orali, sono creati dalla gente del presente».
E secondo me, mai come oggi, abbiamo bisogno di acceleratori culturali che rendano smart i cittadini mentre proviamo a rendere smart le città.
Ma questo è tutto un altro discorso.
Posted by g.g. | # | Media | 10/29/2012




Cose scritte altrove.
«Man mano che i nuovi media diventano più diffusi», scrive Jason Pontin sulla Technology Review del MIT, «siamo portati ad immaginare che gli scrittori adattino la loro prosa alle esigenze delle nuove piattaforme di pubblicazione. Ma questo non sta accadendo».
Perché?
La Stampa, Terza Pagina, Blog, libri e social. Com'è cambiato il mondo.
Posted by g.g. | # | Media | 10/29/2012




Sull'Espresso oggi in edicola (il NonSoloCyber questa settimana toccava a me), una riflessione su come parte importante della conversazione politica americana si sia spostata su Twitter.
Trascrivo un passaggio, approfittando per linkare la fonte:

«Rispetto alle ultime elezioni presidenziali, Twitter è cresciuto molto e sta assumendo un ruolo centrale nel dibattito politico americano. "L'ultima campagna" ha commentato Garance Franke-Ruta, senior editor dell'Atlantic, "era stata incentrata soprattutto sui blog e sull'importanza crescente del giornalismo online. Quest'anno invece il ruolo di Twitter è determinante, perché buona parte delle conversazioni si è spostata lì. A partire da quelle degli insider".
Il Guardian, riportando le parole di Franke-Ruta, nota l'importanza di Twitter anche durante i confronti tra i candidati. E mette nell'occhiello un concetto interessante: "il dibattito politico si sta muovendo dal ciclo di 24 ore delle notizie a quello dei 140 caratteri di Twitter". Il modo stesso in cui i candidati utilizzano il popolare social network è interessante. Quando, durante la convention repubblicana, Clint Eastwood ha fatto il suo discorso con la sedia vuota dell'invisibile Obama, lo staff del Presidente ha risposto in tempo reale. La foto postata su Twitter con la didascalia "questa sedia è occupata" ha fatto rapidamente il giro del mondo, rilanciata dai media tradizionali. Ma anche durante il primo dibattito televisivo tra i due contendenti, lo staff di Obama confutava in diretta le posizioni di Romney.
Twitter dunque è sempre più la fonte per i giornalisti e il luogo in cui si tende a far opinione. "Il rischio", nota Stepehen Mills sul Guardian, "è che questa tendenza possa portarci verso una politica più veloce ma anche di qualità più bassa"»
L'Espresso, La sfida politica ora è su Twitter, non online.
Posted by g.g. | # | Media | 10/26/2012




Cose scritte altrove.
Ma il virtuale, per chi ancora usa questa parola pericolosa, finisce esattamente dove incontriamo l'altro. Parlando, discutendo, emozionandoci, abbiamo un impatto sulla vita del nostro interlocutore. E questo, se è differente nei modi, nel suo senso ultimo è totalmente realtà.
«Noi storicamente ci siamo evoluti», scrive Chris Abraham, «attraverso le limitazioni delle nostre menti connesse con quelle dei nostri amici. E non è una metafora, è letteralmente così. Noi utilizziamo le persone con cui abbiamo relazioni come estensioni attive per pensare e ragionare». E la scienza dimostra che queste relazioni determinano anche l'assetto e lo sviluppo del nostro cervello.
«Le nostre menti quindi si estendono anche includendo le menti di chi ci sta intorno». E, se prima avevamo a disposizione solo la gente del vicinato geografico, Internet espande tantissimo tutto questo.

L'Espresso, Media Shift, Io amo il mio computer perché i miei amici ci vivono dentro
Posted by g.g. | # | Media | 10/26/2012




Io non sono mai stato un grammar-nazi. Anzi, ho sempre tifato molto per l'evoluzione del linguaggio. E anche personalmente tendo a usare la grammatica in modo qualche volta creativo.
Certo, in molti casi sono scelte stilistiche consapevoli. In molti altri, invece, le tecnologie che abbiamo a disposizione ci portano a scrivere in un certo modo.
Giocando online, o in chat, ad esempio io stesso non riesco mai a scrivere la parola «comunque» per intero, optando sempre per «cmq». Anche se non arrivo mai agli estremi di usare la k al posto del ch o di usare «dv» per «dove».
Probabilmente questi 20 anni che vanno dagli SMS a Whatsapp hanno contribuito molto a cambiare le nostre abitudini di uso della lingua. Anche se, collocandolo nella storia, non è un fenomeno nuovo. Tachigrafia e Brachilogia hanno alle spalle un lungo percorso.

Così, se ti interessa il tema e se vuoi farti un'idea in maniera rapida, Edudemic ha una bellissima infografica che riassume lo stato della ricerca sull'evoluzione del linguaggio in questi anni e con gli strumenti di texting di cui disponiamo.
La trovi qui: How Texting Is Changing Your Grammar .
E -se sei un professore o un insegnante- vale la pena di dare un'occhiata anche a un altro post: The 60-Second Guide To Texting In The Classroom.

È facile immaginare che le nuove tecnologie stiano accelerando questo processo di innovazione nell'uso della lingua. Ed è molto interessante annotare che la spinta evolutiva (almeno per la lingua inglese) viene soprattutto dai cosiddetti «giovani adulti».

Se poi hai voglia di approfondire la questione, e di capire come si innova la lingua che usiamo, Mark Nichol lo spiega in modo semplice.
«Come fa una cultura a stabilire se un modo di scrivere e di parlare è corretto?»
Sebbene gli oltranzisti possano decidere di rifarsi a una fonte accreditata (che so, i Lincei o un prestigioso dizionario), è necessario capire che questo «appoggio» è solo uno dei possibili. Ed è generalmente quello che altri possono considerare «conservativo».
La risposta alla domanda di Mark, infatti, è più complessa: ci sono diverse forze che intervengono e nessuna è necessariamente più autorevole dell'altra.
«Il corpo del linguaggio», spiega efficamente Mark, «è determinato da un precario consenso basato sulle prescrizioni di grammatici e linguisti, sulla tradizione e sull'innovazione degli scrittori professionisti e sulle abitudini orali e di scrittura della gente comune».
E conclude: «È la tensione tra queste forze il processo che fa evolvere il linguaggio».
Poi suggerisce che, alla fine, la tecnologia ci aiuta -facendo l'esempio del self-publishing- a innovare ancora di più. Il che, forse, è anche un modo per trovare la nostra voce quando scriviamo.
Ma non fidarti della mia sintesi e fatti un'idea tua. Sono scelte personali, alla fine: Who Is in Charge of Language?
Posted by g.g. | # | Media | 10/23/2012




(Diceva un saggio: «di un gatto non sarai mai padrone. Al massimo socio alla pari»)

1. Mettiti sull'uscio della porta dello studio e dille con voce ferma: «Andiamo Gaia, esci».
2. Osservala mentre ti guarda e decide.
3. Fai finta di inziare a chiudere la porta, sapendo che odia essere chiusa dentro.
4. Osservala mentre stabilisce che tutto sommato può far contento il bipede, per quieto vivere.
5. Non spazientirti mentre con esasperata lentezza si avvia verso la porta.
6. Metti in conto che al quarto passo avrà urgenza di leccarsi per lavarsi la zampa anteriore destra. La vita è fatta di priorità. E certe operazioni esigono calma e dedizione.
7. Non illuderti quando ormai è quasi sulla soglia.
8. Non stupirti quando all'improvviso decide che è divertente se torna sotto la scrivania (posto tattico da cui è praticamente impossibile riuscire a prenderla di peso).
9. Fai qualcos'altro e torna dopo qualche minuto.
10. Riparti dal punto 1.

(Questo post rientra nell'ipotetica categoria cats & nerds. A mia discolpa posso dire che in 10 anni di blog è il terzo in tutto. Gli altri due sono qui e qui. Ah, quella nella foto è Tigra, non Gaia.).
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012




«I giornali e i settimanali», leggiamo su Forbes, «sono come Wile E Coyote sospeso nel vuoto in attesa di cadere. Sono ancora lì, ma non hanno più la terra sotto i piedi. E il precipizio è profondo e scosceso».
L'articolo di Andrew Bender recupera questa efficace citazione di Andrew Sullivan e ragiona sulla chiusura dell'edizione di carta del prestigioso Newsweek.
Io il mio punto della situazione l'ho fatto qui, ma la similitudine con il famoso personaggio dei cartoon meritava la citazione. E il pezzo vale i cinque minuti di lettura: Newsweek's Move To Digital: The Death Of Print, Or Just The Death Of Newsweek?.
La svolta di Newsweek è stato un colpo psicologico molto forte, quindi continuano a scriverne un po' tutti. Merita una segnalazione il post di Craig Mod (uno dei più famosi book designer) che inizia dicendo: «Dimentichiamoci tutto quello che sappiamo sui periodici di carta». Il titolo ti dà una bella traccia: How magazines will be changed forever.
Certo, sebbene sul medio periodo il destino della carta sia segnato, c'è anche molta opportunità e molta speranza (ma solo per chi ha voglia di aggiornarsi in fretta e di innovare).
David Carr del New York Times dice che «la velocità con cui sta cambiando il giornalismo toglie il respiro». Ma, aggiunge, «Io non riesco a immaginare tempi migliori per fare questo mestiere».
Leggi tu stesso: New York Times David Carr Addresses W&L Journalism Ethics Institute.
Va letto poi un pezzo del Guardian su come il digitale sta ridisegnando il giornalismo: Digital age rewrites the role of journalism.
Per chiudere, Steve Buttry pubblica le slide del suo workshop all'Università del Colorado. E ha ragione @claudiogiua: «Sono 117 slide che molti di noi utilizzeranno».
Da sfogliare e studiare: Digital Journalism.
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012




Cose scritte altrove.
«I book blogger», mi disse un amico scrittore tempo fa, «ma chi se ne frega dei book blogger».
Questo mio amico, che aveva sempre pubblicato su carta (con editori importanti), stava affrontando per la prima volta il problema di dover lanciare un libro solo in digitale. E stavamo ragionando su come cambiano le modalità e l'approccio, quando la distribuzione non passa per le librerie fisiche.
La Stampa, Terza Pagina, Anatomia delle recensioni.
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012




Cose scritte altrove.
«Il declino della carta stampata», ha detto il Tg1 delle venti, «negli Stati Uniti è inarrestabile».
La notizia era quella che ieri ha scosso un po tutti. Newsweek, da gennaio, smetterà di stampare la sua edizione di carta. E, a sentire il Tg1, la prossima testata a fermare le rotative potrebbe essere addirittura Time.
L'Espresso, Media Shift, L'inarrestabile declino della carta stampata
Posted by g.g. | # | Media | 10/22/2012




Il mio secondo Blackberry è spirato questa estate, dopo almeno quattro anni di onorato servizio. In realtà l'ho quasi sempre sempre tenuto in affiancamento all'iPhone, come numero di lavoro.
Ma c'è stato anche un periodo -un annetto buono- in cui prima di provare il mondo del touch e delle app, scherzosamente prendevo in giro i possessori degli iPhone.
Sbagliavo clamorosamente, però era un gioco. Un gioco molto diffuso tra nerd e geek, che -fortunatamente- la maggior parte di noi prende solo sul versante scherzoso.
Oggi la rivalità giocosa è tra possessori di aggeggi Apple e possessori di aggeggi con Android. Un tempo lo era tra PC e Mac (questa dura ancora) e c'è stato persino un momento in cui ci si sfotteva tra Blackberry e resto del mondo. Accade anche altrove: si scherza tra guzzisti e bmwuisti, eccetera. Nulla di diverso dal tifo calcistico, in fondo.
Però sono anche segnali di come evolve il mercato e di quali brand riescono a creare engagement. E riconoscerli ci aiuta un po' a guardare le tendenze.
Di fatto, all'improvviso, quello che è stato il primo vero smartphone ha cominciato a perdere appeal. E la notizia di questi giorni -soprattutto per gli appassionati di Instagram- è che forse anche chi possiede un Blackberry potrebbe avere finalmente accesso alla popolare app di fotografia. Proprio con l'ultimo treno.
Ma, per quelli che sanno prenderla con spirito, c'è un articolo del New York Times molto curioso. Descrive il Blackberry come una pecora nera. E il titolo con cui il pezzo viene lanciato sul giornale suona più o meno così: «Presto! Nascondi quel Blackberry. È troppo fuori moda».
E anche il testo del link dell'articolo la dice senza mezzi termini: Il Blackberry diventa fonte di vergogna.
Quick, Hide the BlackBerry, Its Too Uncool.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012




Twitter è il mio social network preferito (mi trovi qui). Lo è per diverse ragioni, tra cui quella di essere asimmetrico.
Mi pareva di notare, però, in queste ultime settimane, una diminuzione della sua efficacia. È probabilmente una percezione temporanea, destinata a sfumare nei giorni che verranno.
Però è interessante notare che anche Alan Jacobs ha notato una diminuzione del «dinamismo» delle conversazioni. E ha scritto un post intitolato The Decline and Fall of Twitter?.
Anche qui, è mera chiacchiera. Cui risponde Razib Khan con la sua opinione: Twitter is not declining.
Ma i due link davvero utili, su Twitter, sono altri.
Il primo è un post di Kevin Locker che è una buona lettura per i giornalisti (e anche per chi vuole stare nella modernità senza farne un mestiere).
Si intitola: 5 Stats on Who Makes The Twitter Narrative (and/or Whos On and Uses Twitter).
Il secondo merita più di qualche riflessione. È un pezzo del Guardian dal titolo autoesplicativo: How Twitter is winning the 2012 US election.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012




Cose scritte altrove.
«Il futuro», scrive il Wall Street Journal, «non appartiene a coloro che abbassano il volume, cancellano le proprie iscrizioni o si disconnettono dalla rete».
Piuttosto, «il futuro appartiene a coloro che imparano a variare la propria dieta informativa, che sanno ascoltare gli importanti -ma poco evidenti- segnali deboli. A coloro che si addentrano nel mondo per scoprire le persone interessanti, le idee illuminanti e i posti, i prodotti e i servizi di cui hanno bisogno».
L'Espresso, Media Shift, A chi appartiene il futuro
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012




Cose scritte altrove.
«Al momento», scrive Pierluca Santoro, «contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media company continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale».
L'Espresso, Media Shift, 5 versioni del futuro (dei giornali)
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012




Cose scritte altrove.
Diverse tendenze in atto non sono destinate a invertirsi. L'aumento di libri pubblicati è una conseguenza diretta dell'abbattimento dei costi di pubblicazione e distribuzione che il digitale consente.
Una simile opportunità sarà sempre più in grado di ridisegnare il modo in cui l'editoria funziona. E il mercato -diventando un mercato in cui il libro non è più una risorsa scarsa, ma una risorsa abbondante- sarà sempre più competitivo.
La Stampa, Terza Pagina, Istruzioni per salvare il libro di carta.
Posted by g.g. | # | Media | 10/17/2012




«Gli smartphone», scrive Jon Mitchell, «non sono solo uno strumento di potenziamento personale. Sono dei nodi di una rete che può rendere più intelligente un'intera città».
Per questo, dice, «Dobbiamo usare gli smartphone per supportare la nostra comunità».
Jon sta proponendo i suoi 5 comandamenti per l'utilizzo di questi aggeggi (sempre più fondamentali nella nostra vita). Ma nel ragionamento ci lascia anche un'altra definizione che a me pare interessante.
«Gli smartphone sono dei droidi assistenti in grado di estendere il potere della nostra creatività e della nostra capacità di osservazione».
E non a caso, tra i comandamenti, mette «Aiuterò le altre persone con il mio smartphone».
Se hai voglia, dedica cinque minuti a una lettura che potrebbe portarti a considerare in maniera diversa l'aggeggio che spesso utilizzi e che ti accompagna ogni giorno.
The 5 Commandments For Smartphone Owners.
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012




Cose scritte altrove.
Le Monde Diplomatique, il cui claim è «costruire un senso al mondo intorno a noi», ci regala un lungo articolo sul declino della carta e sull'innovazione del digitale.
La parte a mio parere interessante è quando viene sottolineato quello che qui consideriamo il valore aggiunto del giornalismo.
«Un giornale indipendente», scrive Serge Halimi, «deve essere capace di aiutare i lettori a imparare e a capire meglio. Deve fare ordine nel caos, non semplicemente aggiungere informazioni a quel caos».
L'Espresso, Media Shift, Prepararsi al declino della carta
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012




Cose scritte altrove.
«Quello che sicuramente sappiamo è che la nuova scuola, con i nuovi strumenti, deve darsi un'impostazione diversa. Deve essere in grado di saper preparare i giovani per un mondo che richiede loro competenze molto diverse.
E deve saperli educare a vivere in un ambiente in cui l'informazione è ubiqua e interdipendente. Deve insegnare a pensare in modo digitale e - probabilmente - abbandonare le sue consuetudini analogiche».
La Stampa, Terza Pagina,
Posted by g.g. | # | Media | 11/10/2012




«Non conta che tu pensi o meno a te stesso come un brand», scrive Chris Baraniuk, «né che tu consideri una commodity le informazioni sulla tua vita. È così per il fatto stesso che usi Facebook».
Chris sta commentando le due notizie di ieri: Facebook, il miliardo di utenti e la possibilità di pagare per dare più visibilità agli status o ai post.
Ammetto di non condividere molto il suo lessico, ma è una lettura che può stimolare qualche riflessione, anche critica. Il titolo è: Facebook's Vision: Our Identities as Brand Identities.
Il tema è interessante, soprattutto per coloro che hanno compreso l'utilità di gestire in modo professionale la propria presenza in rete. È una skill che è sempre più necessaria per chiunque lavori nei media (dal giornalista al comunicatore), ma anche per tutti coloro che hanno un'attività che richieda di essere trovati da clienti o datori di lavoro.
E ancora di più per chi il lavoro lo sta cercando ancora.
Così può essere utile, magari, condividere la ricerca fatta da Ryan Cordell su The Chronicle of Higher Education.
Ryan mette insieme una buona base di risorse per cominciare a ragionare sul modo in cui gestiamo la nostra identità online e per provare a utilizzare meglio la rete.
Da studiare con attenzione, seguendo tutti i link: Creating and Maintaining a Professional Presence Online.
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012




Cose scritte altrove.
Da qualche giorno nel mondo anglofono circolano titoloni più o meno a effetto. Il tema è apparentemente serio: l'internet addiction, ovvero la dipendenza da Internet, è stata aggiunta nella lista ufficiale dei «disordini mentali».
Come spesso capita con certe non-notizie (tipo: Facebook fa ingrassare o Internet ci rende stupidi), i media vanno a nozze con la semplificazione. E i blogger scientifici fanno opera di debunking, ovvero di recupero della verità scientifica.
Così, se ti dovesse capitare di leggere che i bambini che usano gli schermi potrebbero essere dei disturbati mentali o che -come scrive Forbes- l'internet addiction sta per essere classificata come malattia mentale, forse ti conviene andare oltre il titolo e approfondire.
L'Espresso, Media Shift, No, internet non è una malattia
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012




Cose scritte altrove.
«I book blogger», dice Sir Peter Stothard, «possono uccidere la critica letteraria e rovinare la letteratura».
Stothard, che a sua volta è un blogger, è stato l'editore del supplemento letterario del Times per un decennio ed è il chair della giuria del Booker Prize di quest'anno. Qualche giorno fa, in un articolo sull'Independent, ha fatto dichiarazioni forti: «La critica professionale deve confrontarsi oggi con una concorrenza straordinaria».
«È meraviglioso che ci siano tanti book blogger», ha affermato, «così come è bello che ci siano tanti siti web dedicati ai libri. Ma essere un critico è molto differente dal condividere i propri gusti. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore».
La Stampa, Terza Pagina, I book blogger possono uccidere la critica?
Posted by g.g. | # | Media | 05/10/2012




«Sta gente con la fissa per l'information overload», twittava qualche giorno fa Gabriele, «sembra proprio comunicarmi "non ho abbastanza cervello da filtrare quello che vedo"».

È una battuta, ma come molte battute riesce a insinuare una riflessione. Io dico sempre che il digitale (e con il digitale l'abbondanza di informazioni) ci obbliga a cambiare l'approccio al pensiero.
La grammatica della stampa ci aveva abituati a sovrastimare il valore dell'informazione che avevamo, perché non c'era l'accesso continuo a tutte le informazioni. E bisognava accontentarsi di quelle che si avevano.
Il digitale ci obbliga a passare «dal dato al metodo». Non è più strategico possedere l'informazione, ma saperla trovare, accorpare con altre, costruire analogie che conducano a significati più estesi e a letture della realtà più ampie.
Ma proviamo a fare un passo avanti.

Una delle caratteristiche deve avere il giornalismo moderno, secondo me, è far guadagnare tempo ai lettori gestendo questo processo di costruzione di una big picture, di una visione più ampia, filtrando la complessità. E per questo la curation è sempre più importante.
«La cosa che differenzia un discreto curatore da un grande curatore», scrive oggi Andrew Apostola, «non è la piattaforma che usa, ma l'ampiezza della sua capacità di scoperta».
«La curation», dice, «è 99% ricerca e scoperta e 1% presentazione».
Io, personalmente, credo che questa affermazione abbia le sue ragioni, ma non tutte le ragioni. La qualità della curation (ma anche la qualità della nostra alfabetizzazione di cittadini nel digitale) dipende moltissimo dal nostro sistema di fonti.
Questo perché il pensiero è un processo ed è intuitivo immaginare che se alzi la qualità degli input, aumenta la qualità dell'output.

Ma forse non basta, almeno nel modo in cui io vedo la capacità di essere alfabetizzati per il mondo di oggi.
Con il digitale bisogna saper pensare digitale, rivedere il modo «in cui siamo intelligenti».
E forse, se vuoi, può essere interessante leggere un post di Catalyst House che ragiona proprio su come stia cambiando il concetto di intelligenza.
«L'intelligenza è oggi», potrei sintetizzare, «la capacità di cogliere un quadro generale assimilando informazioni da un grande numero di fonti apparentemente non correlate».
C'è molto da riflettere ancora, ma a me questa definizione piace davvero tanto.
Se vuoi farti un'idea tua, senza fidarti della mia estrema sintesi, qui trovi il pezzo: Big-picture thinking: A new measure of intelligence.
Twitter: @gg
Posted by g.g. | # | Media | 09/24/2012




Cose scritte altrove.
«La dura verità», dice Jason, «è che librerie ormai non hanno più la posizione di influenza che avevano nella vita di molti lettori. E come dicevi giustamente tu, anche il rapporto con i critici influenti è in crisi». La continua diminuzione nella diffusione dei giornali, e la crescente importanza delle recensioni online sono due fattori che non si possono ignorare.
«La sfida», continua Ashlock, «è quella che stiamo affrontando tutti noi che lavoriamo nel mondo del libro. Come facciamo a far leggere e trovare ai lettori i libri che meritano? Anzi, se vogliamo questa è esattamente la definizione di editore: un editore è qualcuno che riesce a far dare attenzione ai buoni libri».
La Stampa, Terza Pagina, Il declino delle librerie e «l'era dell'autore»
Posted by g.g. | # | Media | 09/24/2012

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