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A Bangkok hanno presentato l'ultimo World Press Trend, il rapporto annuale
della World
Association of Newspapers and News Publishers. Ci sono un sacco di dati, ma fondamentalmente poco che
non si sia già detto e ridetto in questi aultimi anni.
Per me il vero takeaway è la conferma del fatto che non c'è mai stata una domanda così
forte di giornalismo e informazione. E che questa evidenza va accompagnata da un'altra di matrice
opposta: non sono più solo i giornali (e i giornalisti) a fare informazione.
I quotidiani sono solo «una piccola parte del consumo totale di internet,
rappresentando solo il 7% delle visite, solo l'1,3% del tempo speso,
e solo lo 0,9% del totale delle pagine viste».
Ma fatti un'idea tua. Te ne parlano, in italiano, Marco Bardazzi su
La Stampa e
Lsdi.
Il piano B per i giornali.
Sul versante industriale -quello che racconta di costi e fatturati, quello dove la crisi agisce
come un piano inclinato su cui scivolano via le certezze- nessuno ha soluzioni convincenti. Ma ci sono diverse letture interessanti.
La prima è un bel pezzo del solito Mathew Ingram, che costruisce un paragone tra editoria di news
e industria automobilistica.
Va letto soprattutto perchè suggerisce quali siano le convinzioni radicate che l'Huffington Post
ha letteralmente divelto. E sono, come di consueto, osservazioni lucide e stimolanti.
Il pezzo si intitola: If
media is being disrupted like the car industry, then who is the Tesla Motors of media?.
Però, soprattutto, dovresti leggere un post non recentissimo di Keith Perch. La sua analisi è
chirurgica e si conclude proponendo una risposta alla domanda che tutti si fanno: «come si
convincono di nuovo i lettori a pagare per le informazioni?»
La risposta di Keith è argomentata. Te la riassumo in breve. «Questo», spiega, «non accadrà
finchè i lettori non troveranno un valore nelle notizie abbastanza elevato da motivare i costi
-enormi- di produzione del giornalismo».
Ma dedicaci del tempo, soprattutto all'ultimo -lungo- paragrafo: No
sign of digital rescue as newspaper revenues continue to collapse
E per completare lo scenario con altri dettagli interessanti, leggi anche questo pezzo che ha un titolo che dice tutto:
As Publishers Play Defense, Innovators Move Ahead.
Chi ha più bisogno dei reporter?
A margine, c'è un pezzo di opinione del New York Times che riflette su come il giornalismo
stia subendo, oltre alla disruption industriale, anche pressioni da altri fattori.
Ad esempio la disintermediazione.
Vale una riflessione: Who
Needs Reporters?
Il piano B per i giornalisti.
Da diversi anni, parlando con gente del settore (giornalisti, ma anche persone che lavorano
nell'editoria), ho la sensazione che ci siano fondamentalmente tre approcci.
Il primo, quello di chi è prossimo alla pensione, è semplice: «lasciare che le cose accadano».
Il secondo, quello degli innovatori, è concentrato sulla ricerca di nuove opportunità.
Tutti gli altri sono alla ricerca -più o meno dichiarata- di una exit strategy o di
un «Piano B».
Ed è buffo perchè in questi giorni sono usciti un paio di pezzi che parlano proprio del «Piano B
per giornalisti».
Il primo è di Forbes e si intitola Career Advice for Aspiring
Journalists
Il secondo invece è su Buzzfeed: The
Journalists New Escape Plan: Start-Ups.
Me, se vuoi la mia opinione, i migliori consigli li trovi qui: 21 Things You Need to Know About Publishing 2.0.
Cose scritte altrove.
«Nell'editoria digitale il domani arriva presto». E molte cose che sappiamo oggi, domani potrebbero non essere più vere.
La Stampa, Terza Pagina, I miti da sfatare sull'editoria digitale.
 Il digitale, negli ultimi anni in particolare, ci sta forzando a ruotare la prospettiva su diverse attività che non funzionano più come funzionavano alla fine del XX secolo.
È facile che io sbagli, ma provare a elencarle potrebbe essere un buon modo per descrivere in sintesi lo scenario che sta vivendo la nostra cultura nel passaggio al digitale.
1. È in crisi «l'industria culturale», non la cultura.
L'idea di industria culturale è collegata alle caratteristiche funzionali dei vecchi media, che erano costosi da produrre e da distribuire.
Oggi che i costi di pubblicazione e distribuzione tendono a zero, non è più necessario che dietro alla circolazione della conoscenza ci sia un'industria. Questo non vuol dire -ovviamente- che la produzione industriale di «oggetti» culturali (in genere compravamo il supporto) sia inutile, ma semplicemente che non è più l'unica forma possibile.
Tocca competere con le alternative fornite dal digitale. Il self-publishing per i libri, i blog per l'informazione, ecc.
In generale, per chi acquisisce le competenze giuste, l'accesso alla cultura diviene più facile e più economico. Il che è coerente con l'evoluzione storica della conoscenza umana.
2. Gli editori ormai sono tech company.
Questa è facile, e vale sia per gli editori di libri sia per gli editori di news. Se la circolazione della cultura è digitale, risponde alle regole e alle esigenze di un mondo in costante evoluzione.
Un'azienda editoriale -per restare competitiva- deve essere in grado di dominare tutti i canali, di presidiarli, di governarli culturalmente, di sfruttarne le potenzialità.
Per dirla come la dico sempre, l'editoria oggi è un settore ad alta innovazione.
3. Tutte le aziende sono editori.
Lo chiamano content marketing, ma è solo l'unico modo possibile di stare in rete da soggetti vivi. Per avere una presenza nel digitale (e non avrebbe senso non averla) occorre produrre contenuti e produrli per tutti i canali (dal mobile, al web, ai social). Sono sempre di più le imprese -di tutti i settori- che hanno capito di dover cominciare a pensare "anche" da editori.
Tutte aziende oggi hanno bisogno di contenuti, e questa è una buona notizia per tutti coloro che lavorano per produrli.
(questa l'aveva spiegata bene anche Mike qualche settimana fa).
4. Queste tendenze non sono destinate a invertirsi.
Anzi, se la guardiamo nei tempi della Storia, siamo ancora nella prima infanzia di un processo. Dietro l'angolo ci sono oggetti come gli occhiali di Google (e altre diavolerie ancora nei laboratori di ricerca) che continueranno a ridisegnare il modo in cui ci raccontiamo il mondo e ci rapportiamo agli altri e alle informazioni.
5. Nel XXI secolo non possiamo smettere di imparare.
Chiunque lavori nella cultura o nella comunicazione non può più permettersi di star seduto su quello che sapeva fino a ieri. Il valore competitivo è dato dalla capacità di reagire in fretta a cambiamenti repentini di regole del gioco e di contesto.
Per le organizzazioni, tuttavia, è ancora più complicato che per gli individui. Può passare molto tempo dal momento in cui si prende una decisione al momento in cui diventa attuata. Occorre quindi decidere utilizzando una logica predittiva che funzioni bene.
E anche questa è una bella sfida per chi legge il cambiamento come opportunità e non come perdita di rendite di posizione.
Cose scritte altrove.
Con Kindle Worlds Amazon legalizza la Fan Fiction. E «la domanda che gli editori dovrebbero farsi è semplice: perché non ci hanno pensato loro?»
La Stampa, Terza Pagina, Amazon riscrive di nuovo le regole del gioco per gli editori.
 Pur ostentando una profonda reverse snobbery (io leggo solo letteratura di genere), non ho comprato e non credo che comprerò il nuovo libro di Dan Brown.
C'è sempre stato qualcosa che mi infastidiva nella scrittura di Brown. Ma non avevo mai razionalizzato granché.
Il punto è questo: buona parte della letteratura di genere che leggo ha a che fare con temi scientifici o storici, che fanno da sfondo alla narrazione. Questo impone allo scrittore di costruire un contesto comprensibile per i lettori.
E ci sono dei mostri sacri che lo fanno benissimo: da James Rollins a Deaver, al migliore di tutti in questa abilità (che secondo me era Crichton).
Poi ci sono quelli che invece usano toni troppo divulgativi, banalizzano, trattano il lettore come un invertebrato. E lo fanno a livelli diversi, ovviamente. Molto spesso, come nel caso di Martin Rua -autore italiano di successo nel self-publishing-, è per evidente colpa dell'assenza di un editor. (E Dio li benedica gli editor bravi).
Nel caso di Dan Brown, invece, mi sento di sposare la definizione di Wikiprosa, che sintetizza benissimo in una sola parola le mie sensazioni di lettore.
Il pezzo è un post un po' da far west, in cui si spara sul pianista. O sulla Croce Rossa. Ma vale una lettura critica per farsi un'idea: Dan Brown's Wikiprose.
 «La nuova cultura», scrivevo qualche giorno fa «deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro)».
Il problema è che il centro, oggi, se vogliamo, non è più l'Istituzione o l'industria culturale, ma quello spazio indefinito in cui l'innovazione lavora a ritmo incessante per cambiare il modo in cui la nostra cultura sta funzionando. E l'Istituzione, il sistema educativo che dovrebbe insegnarci anche la contemporaneità, non fa in tempo a sistematizzare e distribuire le nuove competenze di information literacy che oggi fanno parte dell'alfabetizzazione di base.
Io cito spesso un video famoso che in poche parole descrive benissimo la situazione: «stiamo formando studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che non sono ancora state inventate». Brutale, ma efficace.
Negli Stati Uniti, però, nel mondo dell'istruzione stanno accadendo parecchie cose. Intorno ai MOOC (ne avevo scritto tempo fa sull'Espresso di carta) si sta sviluppando una discussione molto interessante.
Le conclusioni sono lontane, ma c'è abbastanza da leggere. «Il nostro sistema educativo», scrive Neeven Jain su Forbes, «magari non è rotto, ma sicuramente è diventato obsoleto». E propone un lungo ragionamento su cui vale la pena riflettere.
Il titolo è: Creating Adaptive, Personalized, Effective and Addictive Education System for the Next Century.
Poi c'è un altro pezzo interessante, di Paul Champion. Anche Paul frantuma il bersaglio su una riflessione più urgente e necessaria. «È sorprendente», scrive citando Daphne Koller, «come ancora stiamo insegnando agli studenti le cose nel modo che abbiamo usato negli ultimi 300 anni».
Leggi tu stesso e fatti un'idea: The End of Education As We Know It.
Io non ho un'opinione definitiva, ma posso metterci i miei due centesimi. Resto convinto che, su buona parte del cambiamento che stiamo vivendo, la responsabilità della comprensione torni sull'individuo. E non è facile.
Ma è ancora meno facile se pensiamo ai giovani e a come vengono formati. Difficilmente il sistema scolastico e universitario li formerà sulla cultura digitale e ancor più difficilmente li renderà competitivi nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Il rischio è che alla fine si crei un forte dislivello tra una maggioranza mediamente disinformata e coloro che hanno una famiglia alfabetizzata (che sa quindi istruirli e dar loro la giusta mentalità) o che incontrano qualche insegnante illuminato.
C'è un problema profondo di design strutturale del sistema educativo in un mondo che è cambiato e continuerà a cambiare. Ma l'istruzione resta cruciale e probabilmente anche in Italia -guardando a ciò che accade negli USA- si dovrebbe provare ad alzare l'asticella del dibattito e, magari, ricominciare a investire sui giovani cambiando anche qualche paradigma.
Cose scritte altrove.
La «nuova cultura» deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro).
La Stampa, Terza Pagina, 5 errori frequenti che gli intellettuali analogici fanno sul digitale.
 «Google+», scriveva qualche giorno fa Guy Kawasaki, «è il Macintosh dei social network: è il migliore, è usato da meno persone e spesso è condannato dagli esperti».
Io ho sempre ammirato molto il design minimalista di Google, e tra le altre cose mi piace che Google+ sia asimmetrico, come Twitter. Tu puoi seguire qualcuno, e non sei obbligato a essere reciproco. Ma il problema di Google+ era (e forse è ancora) un altro: in molti lo definivano una «città fantasma». E io, pur usandolo in maniera effettivamente residuale, avevo la stessa impressione.
È molto interessante il nuovo redesign a «carte». È bello, pulito ed elegante. Se vuoi farti un'idea, Vincos te lo spiega bene in italiano.
Ma forse ha ragione Robert Hof su Forbes. «Google», scrive, «sta ancora combattendo la sua battaglia per convincere la gente normale a usare Google+». Per quanto possa essere bello, infatti, il valore in un social network (a differenza dei Macintosh di cui parlava Kawasaki) è dato in gran parte dalle gente che lo usa e lo abita.
La teoria di Hof è che, pur con nuovo design più visuale, più simile a Pinterest se vogliamo (ma meno disordinato), Google+ continua a fare lo stesso lavoro di Facebook. E quindi la gente tenderà a rimanere dove già è.
L'analisi è interessante e si intitola: Google Still Struggles To Explain Why Normal People Should Care About Google+
Se vuoi approfondire, puoi dare un'occhiata al pezzo di ABC ( Google Plus Focuses on Photos in Fight Against Twitter, Facebook and Instagram) e a quello di FastCo: How Google Unified Its Products With A Humble Index Card
Ma, soprattutto, merita la lettura l'articolo del New Yorker: The Design That Conquered Google.
( Su Google+ mi trovi qui)
 «Il cervello», scrive Annie Murphy Paul, «non fa nessuna differenza tra un'esperienza letta in un testo e una vissuta dal vivo».
Il tema non è nuovo, già anni fa usavamo questo argomento per spiegare che il virtuale, in fondo, non è così virtuale. E che le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale».
L'esempio che facevamo era facile: se sei impegnato in un videogioco di guida, il tuo corpo reagisce come se fossi nella realtà: i muscoli si tendono, si contraggono, eccetera.
Ma l'effetto è ancora più potente quando leggiamo (o comunichiamo attraverso il testo, come in chat), perché il ruolo della nostra immaginazione è molto forte nella costruzione del senso e del mondo che viviamo.
Tempo fa avevamo affrontato il tema, con il saggio di Livia (nella foto), anche dal punto di vista della lettura.
Ma il post di Annie è molto interessante, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere con maggior consapevolezza. Fa infatti il punto sui complicati rapporti tra mente e linguaggio quando leggiamo narrativa. E ci spiega -ad esempio- quali sono le metafore che hanno presa e quali invece vengono percepite semplicemente come parole.
Oppure ci racconta come reagiamo ai verbi di azione. È una buona lezione per chi vuole ragionarci anche dal punto di vista di come si scrive.
Si intitola Your brain on fiction e merita un po' di studio.
E se vuoi aumentare ancora di più la consapevolezza nell'uso del linguaggio, quando scrivi, c'è anche questo pezzo di Connie Malamed che può aiutarti: How To Write Better Analogies .
 Massimo, ragionando -tra le altre cose- sulla decisione di Mentana di abbandonare Twitter, ripesca dalla memoria della rete l'errore RTFM («Read The Fucking Manual»).
È una considerazione importante, che impatta su un fatto evidente: abbiamo una classe dirigente che è inciampata in Internet senza averne vissuto la storia e senza essersi educata a comprenderla. Senza avere l'umiltà di studiare un po' una complessità diversa, come dicevamo la settimana scorsa.
Sul caso Mentana nello specifico, io credo che alla fine la sua decisione sia assolutamente legittima. Può anche essere solo una forma molto umana di Social Media Fatigue.
Ma se qualcuno volesse trarne un insegnamento, dovrebbe riflettere su due cose. Semplici entrambe.
La prima è che Twitter non c'entra nulla. Se la televisione consentisse a Mentana di ascoltare i commenti dei suoi spettatori, probabilmente non abbandonerebbe la Tv. Twitter non fa altro che far emergere e rendere pubblici un po' di quei commenti.
La seconda è che, di fronte alla contemporaneità, scappare non è mai una strategia. Anche qui, è legittimo, ma non utile. È utile invece provare a capire meglio e trovare una propria posizione.
(e poi, tutto sommato, potrebbe aver ragione Ingram quando dice che i nuovi media ci stanno facendo tornare verso la nostra natura, mentre i mass media ce ne avevano allontanato. Fatti un'idea da solo: What if the mass media era was just an accident of history?).
Photo: credits
Cose scritte altrove.
Se tutti possono pubblicare un libro, oggi, «come si fa a far notare il proprio libro ai lettori?»
La Stampa, Terza Pagina, Gli autori, tra blogger e lettori.
Cose scritte altrove.
«A quanto pare, fare il giornalista negli Stati Uniti è uno dei lavori peggiori. Non è una novità -se ne era già parlato negli ultimi anni- ma uno studio di CareerCast ha monitorato 200 professioni, in base a parametri precisi, e il mestiere del reporter è risultato in ultima posizione.
Le ragioni sono diverse, ma spesso evidenti. Non è un lavoro pagato mai molto bene ed è un lavoro ad alto tasso di stress, vincolato a scadenze veloci e con una esposizione al pubblico che aumenta la tensione. E queste sono alcune caratteristiche note da sempre. Ma lo studio evidenzia diversi fattori che hanno origini più recenti. Innanzitutto le prospettive future: tutte le previsioni raccontano di un'industria -quella dell'informazione- che tenderà a essere sempre più in contrazione nei prossimi anni. E già nell'ultimo quinquennio ha perso molti posti di lavoro. Si riducono quindi le possibilità di immaginare serenamente una carriera.
Un altro elemento negativo che ha origine con lavvento delle nuove tecnologie, racconta lo studio, è lampliamento delle mansioni, che oggi rendono il giornalista responsabile non solo dellarticolo o della parte tradizionale, ma anche della presenza -ad esempio- sui social network. E poi pesa molto anche il clima generale di incertezza».
Il peggior lavoro del mondo, L'Espresso, versione integrale su carta ( non online).
 «La cosa più frequente con il digitale», scrivevo scherzando l'altro giorno, «è dare risposte semplici a problemi complessi. Ma le risposte facili non sono mai quelle giuste. Quindi il tuo lavoro consiste nel trovare il modo di rendere semplici le risposte complesse a chi vuole risposte semplici. E questo è complesso».
Il tema di cui si discute in questi giorni (l'intervista della Boldrini) ne è un perfetto esempio. È un tema ciclico, se vogliamo, dato che sono diversi anni che la rete deve difendersi dal pensiero semplicistico della nostra classe dirigente. Tra le tante risposte sensate puoi farti un'idea leggendo quella di Gianni, quella di Fabio, quella di Massimo. Ma ce ne sono tante.
Io posso aggiungere i miei due centesimi. La complessità del mondo digitale è molto superiore a quella del mondo analogico, quindi ci sono sempre molti argomenti sensati che non sono necessariamente in conflitto tra loro. E spesso sbagliamo quando invece di provare a renderla semplice, affrontiamo questa complessità in modo semplicistico. Lo facciamo tutti, non è facile.
Per questo, secondo me Juan Carlos coglie il nocciolo del problema quando dice che la sfida è educarci. Tutti.
Ma se il problema è semplice, la soluzione non lo è affatto. Prima di tutto perché non stiamo parlando del web, non più, ma del sistema nervoso della nostra cultura. Quindi non stiamo parlando di un manipolo di tecnocrati che difendono le proprie tecnicaglie.
Stiamo parlando, invece, di educarci alla nostra cultura contemporanea. E al modo in cui funziona.
E qui viene il vero problema. Veniamo da millenni in cui la cultura avanzava lenta, veniva codificata in un centro, distribuita alle periferie attraverso un sistema educativo regolato (scuola, università) e diventava condivisa.
Oggi invece la cultura avanza velocissima, nasce -come l'innovazione- spesso dalle periferie e non riusciamo a codificarla ma siamo -tutti- costretti ad inseguirla. A cercare di comprenderla man mano che la vediamo cambiare.
Quindi se vogliamo una soluzione, probabilmente il problema è: come ricostruiamo un sistema educativo in grado di affrontare questa nuova situazione?
Cose scritte altrove.
«No, l'editoria non sta morendo, è solo in evoluzione. Molti autori lo stanno comprendendo e stanno cambiando il loro approccio. Gli editori tradizionali dovrebbero fare lo stesso».
La Stampa, Terza Pagina, Le verità che gli editori non vogliono ascoltare.
(E, se ti interesa, c'è anche una relativa discussione molto interessante)
 «Oggi basta strizzare l'occhio per scattare una foto», scrive Nick Bilton sul New York Times, «o muovere la testa per spegnere gli occhiali».
Stiamo vivendo un nuovo, ennesimo, passaggio importante. È di pochi giorni fa la notizia che gli smartphone oggi si vendono più dei telefoni normali. E in pochissimi anni (davvero pochi) questi aggeggi e i tablet hanno modificato il nostro rapporto con le tecnologie. E con l'informazione.
Come dicevamo spesso (di recente sull'Espresso di carta), non si tratta solo di uno scenario interessante a livello di individui, ma piuttosto di una riflessione urgente per chiunque lavori nei media, nella cultura, nella comunicazione, nel marketing.
Se cambia l'interfaccia con le informazioni (e con il mondo) cambia il modo in cui circola e si produce la conoscenza.
Così, se vuoi farti un'idea, puoi leggere il pezzo di Bilton che ha un titolo che non lascia nessun dubbio: Disruptions: Brain Computer Interfaces Inch Closer to Mainstream.
Oppure puoi leggere l'analisi di Mike Loukides, che pure ha un titolo significativo: Google Glass and the Future.
Ma ancora, per avere qualche altro spunto, ci sono le esperienze dirette. «Sto usando gli occhiali di Google da due settimane», scrive Robert Scoble, «e non voglio toglierli mai più».
E se vuoi approfondire, c'è anche il pezzo più ampio di Co.Design. Con un altro titolo marcato sulla chiarezza: Why The Human Body Will Be The Next Computer Interface.
Ha davvero ragione Seth Godin quando dice che oggi la parte di valore del lavoro è quella difficile. Quella che gli altri non sanno fare, perché se la sanno fare tutti è una commodity. E la parte di lavoro che oggi ha valore è quella dell'innovazione.
E per chi vuole costruire una carriera in questi settori, per chi ha a che fare con la parola, con le idee, la parte difficile è sicuramente quella di capire prima degli altri come cambia il mondo. E quanto in fretta.
Ma anche capire che la tecnologia abilita nuove possibilità, però sono queste ultime -e non la tecnologia- la vera opportunità.
Sopratutto per i giovani, io credo sia una bella sfida.
Cose scritte altrove.
«Il futuro abbraccia lo storytelling in tutte le sue forme possibili. E il nostro ruolo di narratori è quello di abbracciare il futuro in tutti i suoi aspetti»
La Stampa, Terza Pagina, Come racconteremo le storie nel futuro.
 È molto interessante il dibattito che si sta costruendo intorno al ruolo della rete nella prima giornata di votazione per il Presidente della Repubblica.
Io ne ho scritto qui ieri ( Chi ha paura di Twitter?) e Massimo -tra gli altri che ne hanno parlato- ha postato poi Tre argomenti contro. Da leggere.
Il quarto argomento contro è un lungo post di Fabio che si intitola Twitter, il Colle e i tecnoschiavi. Merita il tempo dell'approfondimento.
Io credo che si possa aggiungere qualcosa. Tra le tante sensate interpretazioni che possiamo dare di quanto accaduto, ce n'è una che non comprende la «quantità» di gente che usa Twitter e la rete in generale. E che non riguarda né i numeri né il fatto che la politica davvero ascolti.
Quello che a me è sembrato -e magari sbaglio- è che Twitter abbia fatto emergere un dissenso della base del PD -ma anche di suoi esponenti di un certo rilievo, come nel tweet della foto.
Questo dissenso si è trasformato in una call to action, come l'occupazione delle sedi del Pd. E si è trasformato in un segnale forte che è arrivato ben chiaro dentro l'aula, tra dissenso di insider, giornalisti e voci ascoltate.
Ora a me continua a piacere la similitudine di Luca sul tifo e sullo stadio. Secondo me il tifo si è sentito e ha esercitato -almeno su molti del Pd che hanno scelto di seguire la coscienza- una sorta di moral suasion. Si sono sentiti i fischi del pubblico.
Ora, c'è un tema spesso implicito, quando si parla di queste cose, su cui spesso ci avvitiamo. Il tifo allo stadio non determina il risultato. Ma abilita degli effetti (incoraggiamento o tensione, ad esempio). Condiziona la squadra. O meglio, può condizionare la squadra.
Allo stesso modo, certe tecnologie non determinano nulla. Abilitano.
Twitter non è stato importante perché si è sentita la folla. È stato importante perché ha fatto guardare fuori chi stava dentro. E senza i social media, forse, quella moral suasion non ci sarebbe stata. Perché all'interno dell'aula in molti non avrebbero sentito il polso delle voci cui guardano per regolarsi.
Voci che non sono quelle dei cittadini che la politica non ascolta, o ascolta a spruzzo. Ma sono, piuttosto, le voci che la politica ascolta per capire che aria tira. E che possono -in momenti di crisi- indurla a prendere decisioni.
Ma infine, hai quattro ragioni contro e una forse a favore. Decidi tu che idea farti.
 Sull'Espresso in edicola oggi (quello di carta) il NonSoloCyber toccava a me.
E si parla degli occhiali di Google, che potrebbero essere sul mercato forse già dalla fine di quest'anno.
Al solito ne incollo uno stralcio:
«L'idea dei computer indossabili non è certo nuova. Come non è nuova nemmeno l'idea della «realtà aumentata», che sovrappone un livello di informazione sulla realtà fisica. Ma con l'investimento che sta facendo Google, seguito da altri centri importanti della nostra cultura, siamo obbligati a cominciare ad interessarci dei cambiamenti che queste innovazioni comporteranno sulla nostra vita sociale, sul nostro modo di informarci e sul nostro rapporto con quanto ci circonda.
È facile pensare che il già sottile diaframma che separa il mondo di carne e ossa dalla rete tenderà ad assottigliarsi ulteriormente. E ci sarà molto da scoprire. Ma è un orizzonte che riguarda, probabilmente, anche il modo in cui funziona la nostra cultura e la comunicazione. E quindi è una sfida da non sottovalutare anche per editori e giornali».
L'Espresso, Google mette gli occhiali, non online.
Cose scritte altrove.
I bibliotecari e i giornalisti, oggi e soprattutto nel prossimo futuro, potrebbero avere un ruolo importante nell'educazione all'informazione.
La Stampa, Terza Pagina, Il bibliotecario e il giornalista. Digitali..
 Quasi tutti, ormai, abbiamo osservato che ieri -forse per la prima volta in Italia- la rete è stata decisiva nel decidere quello che succedeva durante l'elezione del Presente della Repubblica.
Il primo a osservarlo è stato Luca, con una moderazione che condivido. «Proprio per questo», scriveva ieri, «ci ho pensato bene prima di accettare che probabilmente quello che è successo oggi con la candidatura Marini non sarebbe successo senza internet e i social network».
E bisogna riflettere anche sulla similitudine efficace che usa: «Io credo che in queste 24 ore il parlamento abbia giocato come allo stadio: col pubblico di casa del centrosinistra che faceva il tifo, e che facendo il tifo ha fatto vincere il suo desiderio di far saltare Marini. Lo so che fa paura, perché oggi quel pubblico di casa aveva sacrosante ragioni e domani chissà (il M5S si muove già molto dentro questo chissà). Ma le riflessioni su cosa è buono e cosa cattivo sono complicate, e a me interessa soprattutto il cambiamento, se c'è».
Oggi ne parlano Cesare Martinetti (in un editoriale su La Stampa, intitolato Twitter, il tam tam che insidia la politica) e -sempre su La Stampa- Alberto Infelise con un pezzo dal titolo che non lascia dubbi: Su Twitter debutta la rivolta in diretta degli elettori del Partito Democratico.
A me viene solo da aggiungere una riflessione. Come è già stato in altri casi, Twitter -e la rete in genere, persino le mail- non sono un sistema a parte, svincolato dalla realtà fisica. Piuttosto, ne sono il sistema nervoso.
Un sistema nervoso tutto nuovo, con cui buona parte della nostra classe dirigente (formatasi in un'altra epoca, che non c'è più) sta facendo i conti.
Strumenti come Twitter aiutano a rendere esplicito -e quindi pubblico, con un impatto sulle scelte- ciò che accade nella realtà e che non sarebbe pubblico in una società a informazione più rarefatta, come ad esempio quella analogica cui eravamo abituati.
Anche perché gli stessi mass-media (dai giornali ai telegiornali) svolgono un ruolo di amplificazione.
Dietro quello che abbiamo visto su Twitter, ci sono persone, movimenti, idee che altrimenti non vedremmo. E «gambe che si muovono», come quelle dei militanti del Pd che hanno occupato le sedi del partito.
Pensavamo che fosse bastato Grillo ad insegnare alle vecchie dirigenze politiche che c'è più domanda di partecipazione e che i burocrati di partito non vivono più protetti sulle loro torri d'avorio.
Ma, nel caso non fosse bastato, forse ieri abbiamo avuto un'altra lezione.
Cose scritte altrove.
«Se gli editori abdicano all'innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi»
La Stampa, Terza Pagina, Gli editori sono aziende di tecnologia.
Cose scritte altrove.
Forse, come sostengono molti commentatori, non serve a nulla lavorare su posizioni di retroguardia. È invece utile cominciare a costruire una consapevolezza di come stiano davvero cambiando le regole del gioco. E serve davvero cominciare a elaborare uno scenario più realistico dei tempi contemporanei.
La Stampa Gli autori non stanno morendo. È il mestiere che cambia.
Cose scritte altrove.
«L'idea che abbiamo oggi di computer non è stata pensata per la maggioranza della popolazione. Nel giro di 5 o 10 anni avremo cinque miliardi di persone con uno smartphone in tasca. E molte di loro lo useranno come un computer, senza aver mai avuto accesso a quello che noi oggi chiamiamo computer»
La Stampa, Terza Pagina, Facebook, il computer e gli amici del futuro.
Cose scritte altrove.
«L'acquisto di Goodreads da parte di Amazon sciocca l'industria editoriale». E rafforza la potenza di Bezos sull'asset strategico dell'editoria di oggi.
La Stampa, Terza Pagina, Il controllo sui lettori.
Cose scritte altrove.
Se non cominciamo a pensare la politica in modo coerente con il secolo in corso, il rischio di usare gli strumenti nuovi con le logiche vecchie è molto pericoloso.
L'Espresso, Media Shift, Lo streaming, la trasparenza e la buona domanda
 Qualche giorno fa raccontavo (su La Stampa) della visione di Mike Shatzkin, convinto del fatto che ormai tutti siamo editori. L'editoria, già oggi, non è più un'industria ma una funzione.
Oggi Mike calca ancora di più la mano e dice: «Stanno arrivando molti nuovi editori». Poi insiste: «la prossima ondata sono "tutti gli altri": chiunque abbia una reputazione, un brand, un sito web».
Il post si intitola: More on atomization: why the new publishers are coming.
Sempre oggi, circola anche un'analisi interessante che continua a tracciare uno scenario che per molti insider è intuitivo: il valore dei libri, degli ebook e delle app tenderà a zero.
«Il tuo modello di business prevede di vendere contenuti?», chiede Jani Patokallio. E risponde: «Se è così preparati a veder calare i ricavi ogni quadrimestre». L'unica soluzione, dice, è lavorare su un nuovo modello di business che non preveda che qualcuno paghi per i contenuti.
Non fidarti della mia sintesi e fatti un'idea: Down, down, down: Books, e-books and apps all trending to zero.
Dicevamo che questo scenario non è una grande novità. Già un paio di anni fa -e lo citiamo spesso- Richard Nash mi raccontava che non si farà più denaro vendendo i contenuti.
Ma questo non significa, forse, che ci sarà meno lavoro per chi -giornalisti e autori- è disponibile a cambiare mentalità e a guardare alla carriera in uno spazio di 20/40 anni (invece che al passato o al presente).
Se tutti diventano editori, i brand in particolare, ci sarà molta domanda di contenuti di qualità. La scommessa è sempre quella di investire le proprie competenze sul versante autoriale e meno su quello a zero valore aggiunto (come le attività di desk, ad esempio).
E ci sono diversi segnali interessanti. Uno ce lo racconta Mauro, che dice: «Sempre più convinto che le aziende possono prendere spazi oggi occupati dai publisher. Non tanto come business model, che è ovviamente diverso da quello degli editori e dei professionisti dei media, quanto in termini di attenzione, considerazione e fiducia. Ossia quei valori decisivi prima di arrivare al portafogli delle persone».
Il post si intitola: Le aziende alle prese con i Branded Content.
Il secondo viene da Forbes, che fa pagare dai 50.000 ai 75.000 dollari al mese alle aziende, per gestire un canale sul proprio sito. La storia ce la racconta Marc Slocum su O'Reilly e io non la sottovaluterei: The media-marketing merge.
A questo punto, se è vero che editoria tradizionale e giornalismo tradizionale stanno perdendo molti posti di lavoro (e continueranno in questa tendenza), forse diventa opportuno investire sulla propria carriera in modo diverso. Magari andando a colmare una domanda che cresce invece di una che è in declino.
La domanda di lavoro in crescita la conosciamo da anni. C'è sempre più bisogno di costruire capacità di ascolto. E per farlo bisogna essere bravi a costruire storie e narrazioni che abbiano un valore.
«Non è importante quello che hai da dire», spiega Howard A. Tullman, «se non c'è nessuno ad ascoltare». E anche qui il titolo ti spiega perché potresti dedicare qualche minuto di attenzione al pezzo: Why the Story Is Everything.
E poi, se hai voglia, c'è questa fantastica presentazione (con articolo annesso) che vale davvero la pena: 7 Lessons From the World's Most Captivating Presenters.
Cose scritte altrove.
«Molto presto coloro che oggi lavorano nell'editoria non lavoreranno più per editori»
La Stampa, Terza Pagina, L'editoria non è più un'industria, ma una funzione.
 Ogni anno, quando esce il rapporto State of News Media è un po' come il compleanno di un vecchio amico cui siamo affezionati. Ne ricordiamo i fasti, ma lo vediamo invecchiare. E con il rapporto praticamente facciamo il conto delle rughe.
Pierluca, come al solito, ne fa un ampio resoconto in italiano. Jenny Xie invece individua le lezioni da imparare che ci regala il rapporto di quest'anno. E forse quella più interessante riguarda l'allargamento della professione del giornalista al settore -in espansione- del brand content. Il post si intitola: 5 Key Takeaways from Pew's State of the News Media 2013.
L'Atlantic, poi, coglie il punto vero. E racconta -casomai servisse ancora- come il declino dei ricavi della pubblicità su carta assomigli a un uomo che si butta dal grattacielo. Mentre la crescita dei ricavi dalla pubblicità online assomiglia a una formica che sale su una briciola di pane. Il grafico è assai indicativo.
«Man mano che crollano i ricavi», commenta Derek Thompson, «crolla il giornalismo». E intitola il pezzo in maniera forte: This Is the Scariest Statistic About the Newspaper Business Today.
Io condivido un certo pessimismo sui giornali. Ma non sono così pessimista sul giornalismo. Bisogna cominciare a pensare la professione in modo diverso, bisogna adattarsi al mondo che cambia, ma di giornalismo -soprattutto di buon giornalismo- c'è e ci sarà sempre bisogno.
Scott Smith scrive oggi di un concetto che deve farci riflettere (e che a me è caro e ne parlo spesso). Io lo chiamo «presente avanzato», lui «superdensità». Il succo è che viviamo in un presente che è già bagnato di futuro (e cambiamento che arriva veloce). Viviamo, dice Scott, «in un momento molto denso di futuro» e dobbiamo avere la capacità di decidere oggi per scenari che arriveranno prima che che ce ne accorgiamo.
Dobbiamo adattarci in fretta, abbracciare le cose che cambiano.
E dobbiamo imparare a essere tutti futuristi, perché leggere il presente non paga. «Nel 2013», conclude, «abbiamo il futuro già in tasca e dobbiamo essere capaci di trovargli un senso». Il pezzo, da leggere e rileggere, si intitola: Everyone Is A Futurist Now.
Siamo obbligati a cambiare mentalità. E approccio. Il problema è sempre lo stesso: retribuire il lavoro del giornalista quando i giornali ci riescono sempre meno e tenderanno a non riuscirci quasi per nulla.
La soluzione è sempre più difficile. Joshua Grillin, su Poynter, racconta di come una parte sempre maggiore del lavoro venga fatta gratis: Reporters say they're now being required to do entirely too much work for free.
Io, personalmente, sono convinto che in futuro ci saranno anche le sottoscrizioni. Solo che non si sottoscriveranno le testate, ma le singole voci dei giornalisti. Quelli che sapranno costruire una loro capacità autoriale che dia vantaggio ai lettori e alla qualità dell'informazione.
Quelle che anche i giornali avranno interesse a pagare.
Magari sbaglio, certo. Ma c'è questo articolo molto interessante su Forbes che può aiutarci ad allargare la prospettiva. «Bisogna costruire un ponte», scrive Lewis DVorkin, «che aiuti i giornalisti a trovare il loro futuro sociale e digitale».
«Io credo», conclude, «che viviamo in tempi eccitanti per i giornalisti di talento che hanno voglia di aprire le loro menti e sperimentare modelli di lavoro diversi».
Leggi tu stesso: Journalists Need to Explore New Payment Models.
 Te lo dico da laico: è stato emozionante in un modo che non immagini.
Nonostante il freddo, le tante ore in piedi con l'umidità che ti corrodeva i muscoli (abbiamo assistito, con mio padre, a tutte le fumate), è stata davvero forte la sensazione di stare in mezzo a una folla contenta e sorridente, disponibile ad aiutarsi e a sopportare insieme i disagi della pioggia e della calca.
Il Post ha ripubblicato, con un commento, la foto della piazza piena di smartphone e tablet. Il pezzo si intitola Perché il confronto fra le foto di piazza San Pietro è un po' impreciso.
Io, a vederla da lì, posso garantire che davvero quando cercavi di guardare la fumata, o il Papa o il maxischermo, dovevi cercare un angolo di visuale che dribblasse gli schermi sollevati in alto. Nonostante gli ombrelli e la pioggia battente.
Poi c'è stato un fatto buffo. Tornando in auto verso casa, in autostrada, la sera abbiamo ascoltato i commenti su Radio 1 RAI e in generale si rifletteva sul fatto che la piazza fosse ammutolita quando ha sentito il nome del Papa. Perché non se lo aspettava, era l'ipotesi.
La realtà dei fatti è un po' più divertente. Il problema era che l'annuncio era stato fatto molto velocemente e nessuno -nessuno- aveva capito chi fosse il nuovo Papa.
Tra l'altro eravamo isolati, per cui non funzionava la rete cellulare, né la rete dati. Non si riusciva a comunicare o a ricevere notizie dall'esterno (a parte l'sms di gioia che mi ha mandato Antonio, che però deve usare una rete ultraterrena, un po' come i trasmettitori di Radio Maria).
Oggi abbiamo la ricostruzione raccontata da lui. Ma di fatto, per quasi mezz'ora nessuno sapeva chi fosse questo Papa. Davanti a me c'era una troupe di una televisione sudamericana che consultava un giornale coi profili, per cercare di capire. E chiedeva a tutti sperando che qualcuno avesse un'idea. Nel nostro settore si oscillava tra chi aveva capito Scola e chi un non meglio precisato «l'americano».
Poi, piano piano, si è diffusa la notizia che fosse «l'argentino». Io e mio padre ne abbiamo scoperto il nome solo dopo esserci allontanati dalla piazza, quando Internet ha ricominciato a funzionare.
Però, nonostante questo, tutti avevamo capito che il nuovo Papa si chiamava Francesco. E la folla gridava Fran-ces-co, Fran-ces-co, come allo stadio. Ed è stato emozionante sentire che un Papa inizia a parlarti con una battuta (quella che avete letto sui giornali), che dal vivo suonava ancora più informale che mai, in quell'atmosfera. Qualcosa tipo: «Hey, mi hanno pescato alla fine del mondo».
E poi, quando tutto ci sembrava finito e ci stavamo muovendo per anticipare il deflusso dalla massa, abbiamo sentito -dandogli già le spalle- il Papa che ci diceva «Buonanotte».
Cose scritte altrove.
Google chiude il Reader, «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». E forse accelera la decadenza di un formato aperto che ha segnato lo sviluppo della rete.
La Stampa, Terza Pagina, La morte di un lettore.
Cose scritte altrove
Riesco ad appuntarmelo solo ora, più per promemoria mio che per altro. Sull'Espresso in edicola la scorsa settimana (quello di carta) il NonSoloCyber toccava a me.
E nel pezzullo raccontavo di una ricerca americana che comincia a considerare «più normale» essere su Facebook che non esserci.
Riporto, come al solito, un estratto.
«Al di là dello studio in sé -che avrebbe bisogno di maggiori evidenze scientifiche- il ragionamento è ormai intuitivo. Se tutti -o quasi- hanno innestato il popolare social newtork nel centro nevralgico della propria vita sociale, la prospettiva tradizionale può essere rovesciata. In fondo diventa "normale" ciò che è più frequente. E ciò che lo è molto meno comincia ad apparire "anormale" o almeno eccentrico.
Per questo gli studiosi cominciano a vedere l'attività su Facebook come un riflesso di una vita sociale sana. "Internet", dice lo psicologo Christopher Moeller, "è diventato una parte naturale della nostra vita"».
L'Espresso, non online, Sei su Facebook? Sei normale
Cose scritte altrove.
«Google ha sommessamente annunciato la morte del giornalismo il 21 febbraio 2013. E Facebook ha scritto il suo epitaffio il 7 marzo». Ma per il giornalismo è solo una sfida di evoluzione.
La Stampa, Terza Pagina, La morte del giornalismo è un po' esagerata.
 «La verità», scrive Humair Haque sull'Harvard Business Review, «è che le Grandi Idee spesso non sono soluzioni. Anzi, al contrario, molte delle Grandi Idee sono problemi».
L'articolo è -come spesso accade su quelle pagine- particolarmente denso e illuminante. E se ci pensiamo bene potremmo estenderlo ai concetti di ricerca e innovazione, il cui compito spesso (e contrariamente al senso comune) è quello di generare nuove domande e non nuove risposte.
Cambiare il modo in cui ci rapportiamo alle idee, nel mondo di oggi, è una scelta di strategia.
«La nozione per cui le idee sono importanti», conclude Humair, «non deve basarsi sulla semplificazione che ci porta a dire: "risolvono i nostri problemi". Piuttosto, sono importanti perché ci mettono di fronte a nuove sfide»
Lettura davvero consigliata: Let's Save Great Ideas from the Ideas Industry.
Cose scritte altrove.
Perché ci interessa discutere e immaginare il presente come un percorso.
E non più -come nel XX secolo- come una piazza.
L'Espresso, Media Shift, Il futuro sotto la curva.
Cose scritte altrove.
Perché i «messaggini» sono un fenomeno interessante e utile. E perché non dobbiamo preoccuparcene.
La Stampa, Terza Pagina, Parlare con le dita.
 La mia analisi sul voto l'ho scritta cercando di superare -come provo sempre a fare- le beghe di breve periodo. E provando a costruire uno scenario.
Il mio ragionamento postula un'ipotesi in cui dalle bastonate i partiti imparano e poi, finalmente, innovano. Si intitola, con un po' di speranza, Perché forse abbiamo vinto tutti.
La mia riflessione può essere arricchita da qualche altra lettura. Il direttore di Reset fa due osservazioni interessanti. La prima è quella che dà una dimensione alla lezione da cui imparare: «In queste elezioni il Pd, da solo senza SEL, ha preso alla Camera 8milioni e 642.700 voti; alle politiche del 2008 ebbe più di 12 milioni, esattamente 12.095.306, da solo senza Di Pietro. Ne ha persi dunque per la precisione 3.452.606».
E la seconda descrive con precisione la causa: «La vocazione conservatrice della vecchia sinistra italiana a una politica di "manutenzione" del suo consueto elettorato ha prevalso su tutto il resto. L'avventura del cambiamento è una prospettiva che si è preferito lasciare ad altri, con i risultati da incubo, che ora abbiamo davanti agli occhi».
Il pezzo si intitola: Perché lo sconfitto è il Pd di Bersani.
Ora, io non mi interesso di politica in senso stretto, di correnti, di candidati. A me interessano le idee e il senso di futuro, mi interessa che il Paese smetta di abdicare alla ricerca, all'innovazione.
Così, dicevo scherzando qualche giorno fa, «A sinistra di Renzi c'è solo il XX secolo».
Il senso di questa boutade, se vogliamo, lo spiegava Bruce Sterling in un'intervista, tempo fa, dicendo che nel mondo moderno -ad di là della sinistra e della destra- non siamo più certi di chi siano i conservatori. Perché ci sono due problemi non risolti: l'innovazione di processo nella politica e la necessità di pensare una sinistra con idee coerenti con il XXI secolo. Tocca lavorarci e subito.
Così, da elettore di sinistra, uno che ha sempre votato tutto quello che c'è stato tra il PCI e il PD -passando per la gioiosa macchina da guerra di Occhetto e arrivando a Bersani qualche giorno fa- io mi auguro che a questo punto si cominci a imparare. E si costruisca una sinistra da secolo in corso.
Non so se sia questione di leader, nè di dimissioni dell'uno o dell'altro. Credo sia piuttosto una questione di visione e di idee, di cultura politica. Cominciamo a costruire una sinistra coerente con i linguaggi e i processi del contemporaneo. Anche qui tocca lavorarci. Facciamolo, magari, tutti insieme.
La lezione c'è, è davanti a noi.
Se ci avessero detto, prima del voto, che avremmo letto una headline tipo: «Il PD propone un accordo a Grillo», l'avremmo presa per satira.
E l'epilogo, buffo e facilmente immaginabile, è un contrappasso che nemmeno Dante avrebbe saputo architettare, ma che descrive bene lo stato del cambiamento. Grillo risponde di no.
Da un blog.
Cose scritte altrove.
Nel digitale, pur salvando il meglio della storia del giornalismo, bisogna adattare le nuove regole -e la nuova prospettiva- ai modelli di funzionamento del nuovo ecosistema delle notizie.
La Stampa, Terza Pagina, 4 spunti pratici sul nuovo giornalismo.
Cose scritte altrove.
Gli occhiali di Google sono «oggetti un po' nerd, un po' cool. Ma ci stanno mostrando una parte di futuro». Gli editori sono avvisati.
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro arriva rapido, e sempre in modi misteriosi.
 C'è questo vecchio saggio di Cody Brown, del 2009, che racconta l'evoluzione del giornalismo vista attraverso il New York Times. Ed è ancora oggi un saggio carico di stimoli per riflettere su come cambia la relazione del pubblico con le notizie.
Anche il titolo è bellissimo (purtroppo non riesco a trovarne una versione completa): A Public Can Talk to Itself
Giova ripeterlo, era il 2009. Ma c'è un passaggio che -soprattutto in questi giorni di campagna elettorale- descrive in modo molto preciso la nostra maniera di essere cittadini con voce pubblica.
«Se qualcuno con un nuovo account su Twitter fa una domanda a un senatore», argomenta Cody, «la probabilità di avere risposta è pari a zero». E spiega: «questo non succede perché i nuovi media sono inefficaci. Piuttosto accade perché il collaboratore del senatore (o chiunque gestisca il suo account Twitter) può guardare il tweet e rilassarsi. Probabilmente capisce subito che non sarà un problema se non risponde. Oppure, in caso contrario, se chi fa la domanda ha migliaia di follower -e la domanda magari viene ritwittata da molte altre persone- potrebbe sentire la pressione e rispondere esattamente come farebbe con un giornalista».
Io non ho mai creduto che i numeri facessero reputazione. La quantità di follower su Twitter è un dato facile da drogare, e non solo «comprandoli». I più attenti, infatti, non guardano il numero assoluto, ma guardano la ratio, ovvero il rapporto tra quanti segui e quanti ti seguono. O, meglio ancora, non si lasciano condizionare da questo dato.
A me in generale -sia che si parlasse anni fa delle classifiche dei blog o più recentemente di Klout- non convince la correlazione tra numeri e reputazione. Anzi, io ripeto sempre la vecchia battuta americana (aggiornandola a Obama): «Ho un blog: ho 3 lettori. Ma quei lettori sono Obama, Bill Gates e Steve Jobs. Sono o non sono mainstream?»
( okok dovrei aggiornarla anche su Steve Jobs).
Sui grandi numeri però, la quantità di follower resta un marcatore importante. Il punto è: non riusciamo a misurare la qualità delle relazioni. Ma la questione interessante che pone il ragionamento di Cody, è che la stragrande maggioranza delle persone valuta il nostro rapporto con gli altri su Twitter in funzione di quella che chiamerei la «nostra capacità di distribuzione dei contenuti».
È una sorta di impact factor banalizzato delle nostre opinioni, del nostro essere pubblici. Un potenziale di distribuzione che i numeri mostrano in maniera grezza e che potrebbe essere calcolato meglio.
Ci sono domande che nel profilo di Twitter non hanno una risposta limpida. Quanto pesano le reti dei nostri follower?. Quanto ci danno attenzione (mettendoci nelle liste eccetera) e quanto ci redistribuiscono?.
Al di là degli studi e delle ricerche, al di là dell'esame dei dati (spesso messo a punto da gente in gamba come Vincos), resta -secondo me- il fatto che il numero di follower, nel descriverci pubblicamente, conta quasi quanto la bio. Per qualcuno, anche più della bio. È la prima informazione che guardiamo; è intuitiva, per quanto grossolana, e alla fine ci definisce con la potenza di «una prima impressione».
Twitter, forse, con i dati che ha potrebbe lavorare su questo aspetto. E io -magari sbaglio- credo che, man mano che parte della vita pubblica si sposta online, questo tema diventerà sempre più interessante e cruciale per raccontare l'idea moderna di partecipazione.
Proprio perché, se lo guardiamo in termini di capacità distributiva (almeno potenziale), è un indicatore della portata delle nostre opinioni di cittadini e un descrittore della nostra identità.
E mi sembra un versante su cui abbiamo molto da lavorare. E da riflettere.
Cose scritte altrove.
Con il digitale «i media oggi devono essere capaci di inventare il loro nuovo "genere" giornalistico»
La Stampa, Terza Pagina, Perché è necessario un nuovo giornalismo.
Cose scritte altrove.
Non mi era mai capitato di scrivere un articolo sulla mia città. Poi, come sempre accade, le cose capitano.
E forse è un articolo che si applica facilmente a molte piccole città italiane. E a chi si interessa di smart city.
Il Quotidiano della Basilicata, Potenza, città contemporanea.
 Ci pensavo l'altro giorno, quando una mia amica mi ha detto di aver comprato uno dei miei libri.
Mi è sembrato buffo, come se in realtà quei libri (i miei libri) appartenessero a un'altra vita. E
mi sono chiesto perché. E forse sono pure riuscito a spiegarmelo.
Sono diversi anni che non scrivo un libro e per una serie di circostanze non credo che ne scriverò
mai più uno, a meno che non mi metta a scrivere romanzi (cosa possibile, certo, ma abbastanza improbabile).
In questo tempo che è passato dall'ultima «pubblicazione», sono cambiate tante cose nell'editoria. E mi è capitato
di viverle in prima persona. Due soprattutto.
La prima è stata seguire (e raccontare per La Stampa e altri) il
grande cambiamento che sta vivendo l'editoria nel suo passaggio al digitale.
La seconda è stata l'esperienza di tre anni da direttore editoriale con 40k e la familiarità con il concetto che
poi Amazon avrebbe semplificato bene lanciando i singles: «idee alla loro lunghezza naturale».
Così se oggi dovessi scrivere un altro saggio, non penserei a farlo di carta perchè probabilmente
circolerebbe meno del digitale (per una serie di ragioni). E quando scrivi un saggio la cosa che
ti interessa di più è regalare il miglior destino possibile alle tue idee. E farle circolare,
aprirci una conversazione intorno. Magari emendarle e migliorarle con il contributo dei commenti.
Ma soprattutto, se dovessi farlo, non userei un editore. Posso farlo perché -da buon dinosauro che usa
Internet da 17 anni- ho una platform discreta in rete,
un sistema
di networking che funziona decentemente e saprei come procurarmi in proprio le competenze di squadra necessarie
per realizzare un prodotto di buona qualità editoriale (dall'editing al proofreading, alla cover art).
Questa scelta mi consentirebbe di avere controllo sul mio lavoro, così come sui ricavi (Amazon paga il 70% contro la media del 25%
dei migliori editori). E mi consentirebbe di non essere obbligato a scrivere un certo numero di pagine
per far fronte agli obblighi di foliazione di un libro. Idee alla loro lunghezza naturale.
Però, soprattutto, c'è un soprattutto.
Razionalizzare queste cose mi ha aiutato a rendermi conto che essere stato sulla frontiera dell'editoria
in questi anni ha modificato molto la mia idea di cosa significa essere «autore» e la mia idea
di cosa sia un «libro». E non riesco più a convincermi che i due concetti siano correlati.
L'autore oggi è sempre più una persona che fa circolare idee che altri ricordano. E lo fa a
prescindere dal medium su cui le veicola. Medium che può essere un blog, un giornale, un
social network dove si apre un dibattito.
In un mondo con i costi di pubblicazione e di distribuzione che tendono a zero, almeno per la saggistica,
sono le idee (e non il supporto) a fare l'autore.
Ovviamente non pretendo che tu mi condivida. È una scelta che dipende da tante variabili: obiettivi, aspirazioni,
predisposizione, gusto per la sperimentazione.
Ma nell'universo anglofono il percorso di cambiamento di prospettiva che ti sto raccontando, quello mio personale, lo hanno fatto
in tanti. E il «nuovo modo di stare al mondo» per gli autori è sempre più codificato.
Così, per farti un'idea, puoi partire da un bel post di Guy Kawasaki che fornisce un sacco di
spunti.
Il più importante, se vuoi entrare in questa logica, secondo me è il punto numero 4: «comincia a costruire
la tua platform in rete molto prima di scrivere il libro». Ma nota anche che la prospettiva di Guy è
molto disegnata per le dimensioni del mercato americano (infatti suggerisce di investire almeno
10.000 dollari in una campagna di marketing e PR).
In Italia va rivisto un po' il contesto. Ma il problema vero non è più «pubblicare» o «distribuire»,
quanto far conoscere l'esistenza del libro a chi potenzialmente è interessato.
C'è poi la considerazione sul fatto di fare anche un'edizione di carta. Guy consiglia di farla,
io personalmente -guardando a come funzionano da noi le cose- credo che serva sempre meno. Soprattutto
se vuoi far circolare le tue idee. La carta è difficile da distribuire e in Italia se non sei Vespa
(o qualcuno dei pochi altri) il numero di copie vendute in media per un saggio non giustifica l'impresa.
Ma anche qui, sono
probabilmente preferenze personali e «vizi da frontiera».
In ogni caso il post è una buona lettura: The
Top Ten Mistakes Writers Make When Self-Publishing a Book.
Potresti poi leggere, per completare una panoramica, un bel pezzo di Damien Walter sul Guardian che riflette
sul concetto di «autore artigiano» e suggerisce che il «self-publishing sta diventando la norma
per una nuova generazione di scrittori».
Si intitola: Piracy is yesterday's worry for today's 'artisan authors'.
E merita anche la risposta che lo stesso Guardian dà a Damien, avvisando che il self-publishing
potrebbe non essere così facile come sembra. E non lo è: far conoscere il tuo libro è sempre
più difficile.
Ma il pezzo -che si intitola appunto Attention
'artisan authors': digital self-publishing is harder than it looks-
si conclude in un modo che mi piace: «Il futuro non sta arrivando. È già qui da un po'».
Twitter: @gg.
Cose scritte altrove.
Già oggi l'editoria è ibrida, tra carta e digitale. Ma la vera domanda è «quando arriverà il momento in cui la carta non sarà più sostenibile?»
La Stampa, Terza Pagina, Il futuro della carta.
 Uno dei temi che il digitale mette continuamente in agenda è il rapporto con le nostre capacità cognitive e con il modo in cui apprendiamo. Pierre Lévy segnala questa lettura, che mi pare interessante: Want to Remember Everything You'll Ever Learn? Surrender to This Algorithm
A margine, nella colonna di sinistra, c'è una lista di articoli (sempre di Wired), che vedi nella foto ( ingrandisci) e che costruisce quello che mi pare un buon promemoria. Sono tutte riflessioni su come cavare il meglio dalla nostra testolina.
I miei preferiti sono: 1. Distraiti, 3. Scegli le informazioni migliori, 12. rallenta.
Ma il più affascinante è sicuramente il 9: abbraccia il caos.
Lo speciale lo trovi qui: Get Smarter: 12 Hacks That Will Amp Up Your Brainpower
 L'altro giorno avevo scritto per La Stampa un pezzo su come il cinema stia utilizzando le micro-critiche su Twitter per lanciare e promuovere i film.
Al di là dell'articolo, sono state utili alcune reazioni che in qualche modo ragionavano sul ruolo del critico. Poi stamattina ho trovato un link interessante e -come al solito- te lo giro.
Il punto, forse, è che la critica accademica non è certo morta, ma ha cambiato ruolo e non ha più la funzione di scoperta e guida per il pubblico. Esattamente 20 anni fa mi stavo laureando in letteratura spagnola e stavo scrivendo una tesi su Antonio Machado. E già allora emerse una mia particolare idiosincrasia per certe pratiche, che hanno a che fare anche con il modo in cui parliamo di libri.
Ricordo di aver rubato -parafrasandola e forzandola un po'- una genialata a Clifford Geertz e di aver scritto che «la critica letteraria è una licenza intellettuale di caccia di frodo» . Era il 1993.
Poi, nel tempo, ho cominciato ad apprezzare (per diverse ragioni) sempre di più i «pareri degli altri» lettori e a schivare con buon metodo il lavoro dei critici. E mi è capitato di scriverne, qualche volta, ma senza mai mettere a fuoco bene il motivo della mia resistenza.
Alla fine ho trovato questa osservazione di Carlo Mazza Galanti che mi aiuta a razionalizzare. E che, secondo me descrive bene come il valore della critica accademica sia (oggi che ci sono alternative) destinato a rimanere nell'ambito degli studiosi e a essere poco di aiuto ai lettori.
«Perché gli accademici», scrive Carlo, «non sono abituati al corpo a corpo con il testo: lo osservano da distanze, siderali o microscopiche, che non facilitano certo l'empatia che uno scrittore vivente potrebbe richiedere a una lettura critica della propria opera».
E rincara la dose: «Non solo, nella complessa attrezzatura concettuale che li circonda, incapaci di quell'empatia, questi critici (che forse preferirebbero essere chiamati soltanto studiosi) neppure assorbono il benefico influsso dello stile che deriva per virtù naturale da una lettura disinteressata».
Ovviamente, al di là di quanto ha colpito me, il ragionamento di Mazza Galanti è più ampio e porta tesi sue. Ma fatti da solo la tua idea: Sulla Critica - Strascichi dell'Italogenerone.
Cose scritte altrove.
Una pubblicità dell'ultimo film di Ewan McGregor utilizza i tweet degli spettatori. «I TwitCrits sono qui per rimanere», dice L'Independent. Ma i critici professionisti rispondono.
La Stampa, Terza Pagina, La critica corre su Twitter.
Cose scritte altrove.
Twitter sta diventando la «moneta corrente della Tv». E sempre più persone la guardano utilizzando anche il «secondo schermo».
La Stampa, Terza Pagina, La televisione, sempre più fuori dalla televisione.
 «I grandi gruppi editoriali che pubblicano quotidiani di carta», scrive Henry Blodget, «stanno combattendo per soli 10 minuti di attenzione al giorno dell'americano medio».
Secondo Henry, il numero più importante per descrivere lo stato del mondo delle news è 70, esattamente quanti sono i minuti che un americano in media dedica a informarsi. Di questi 70 minuti la Tv ne conquista 32, l'online 13 (in crescita rapida) e la carta 10 (in discesa a precipizio).
Sono, tra l'altro, dati del 2010. Non saranno forse il «numero più importante» ma servono a fotografare la profonda disparità tra il risultato e gli sforzi e gli investimenti necessari per stampare e distribuire un giornale di carta.
Prendila con beneficio di inventario e fatti un'idea: And Now For The Most Important Number In The News Business....
E, se ti avanza qualche minuto, dai un'occhiata anche qui: The Transformation of Newspapers to Multi-Media Publishers.
 Iera sera la trasmissione di Santoro con Berlusconi è stata, a suo modo, abbastanza istruttiva. Chi l'ha seguita anche su Twitter, probabilmente, ne ha colto diversi lati divertenti. O grotteschi. O interessanti.
Al di là di quanto abbiamo visto ieri, a me continuano a girare in testa alcune considerazioni sulla relazione complicata tra politica e televisione.
Le condivido, magari le emendiamo e le miglioriamo insieme.
1. Intrattenimento vs Informazione. A parte rare eccezioni, la televisione non è il luogo dove fare informazione su temi complessi. Non lo è quasi mai per la politica (nei talk show quanto meno, che non a caso si chiamano show).
Questo accade per diverse ragioni: i tempi televisivi, la necessità di mantenere viva l'attenzione, i toni pacati che non fanno spettacolo, le opinioni non radicali che non fanno notizia, eccetera.
L'insieme di fattori genera uno schema comune a tutti i format. Funziona l'affermazione più efficace dal punto di vista comunicativo, e non quella più aderente ai fatti. Prevalgono tecniche retoriche come lo Straw Man Argument, e vince chi attacca la persona e non chi ragiona sui temi. Perché è sempre più facile.
Però, ecco, a me continua a piacere una vecchia idea di cui discutevamo già anni fa con Sergio, Mario e altri.
L'idea è semplice: una redazione che, a fine trasmissione, fa fact-checking sulle affermazioni dei politici e ricorda al pubblico cosa è vero, cosa è demagogia e cosa è una semplice balla elettorale.
(In rete questa operazione è più facile. Se vuoi approfondire dai un'occhiata a Pagella Politica e a FactCheck.it).
2. Il pollaio. Una cosa che impari, quando giri per conferenze, è che se ti chiedono di parlare di un fatto complesso in 15 minuti (o meno), la sfida diventa davvero grande. Nei tre minuti di tempo televisivo è ancora peggio.
Oltre alla semplificazione cui vengono obbligati i politici, la tendenza allo scontro e ad alzare i toni crea un effetto pollaio. Qui la sensazione è davvero molto personale, forse, ma io ogni volta che guardo una di queste trasmissioni ne esco con un'idea molto povera della qualità politica italiana.
Quanto dipende dai format e quanto dipende dalla statura della nostra classe dirigente? E poi, quanto questi format fanno emergere personaggi radicali e polemisti a discapito della pacatezza da statisti?
Non ho una risposta certa.
3. Efficacia. Il pubblico televisivo è un'altra variabile importante per considerare gli effetti della televisione sulla percezione politica che abbiamo.
C'è una minoranza crescente che oggi segue la televisione anche su Twitter, esponendosi per natura del mezzo a un'esplosione di senso critico. (Quando segui una trasmissione su Twitter hai un sacco di altre persone che ti forzano a vedere le cose anche da punti di vista diversi).
Ma in media non è così. Una cosa che mi sono sempre chiesto e se tutti coloro che in Tv accusano l'avversario di demagogia si rendano conto di un fatto banale: il pubblico che accetta gli argomenti demagogici difficilmente comprende il concetto di demagogia. E forse ha un'idea oscura anche del significato della parola.
Lo schema del talk-show favorisce la rissa (ne fa quasi il suo contenuto spettacolare), la battuta, lo slogan, l'alzata di voce.
Anche qui, secondo me, andrebbe immaginato un format che elevi il livello del dibattito politico, con strumenti per spiegare e rendere comprensibili i fatti complessi.
Magari non è così facile, ma aiuterebbe.
4. Par condicio. Ne comprendo perfettamente l'utilità e sono il primo a considerare fondamentale che tutte le opinioni abbiano la stessa possibilità di essere espresse. Ma la par condicio gestita su criteri quantitivi non è necessariamente il miglior modo per garantire questo diritto.
Su questa cosa c'era uno spunto di Telmo Pievani che forse vale la pena di ripescare.
Per qualsiasi dibattito, scriveva, si invita l'evoluzionista ma anche il creazionista, il laico e il clericale, l'astronomo e l'astrologo.
E poi conclude: «Poco importa se poi uno argomenta una tesi condivisa dal 99,9% degli scienziati, mentre l'altro rappresenta soltanto la propria idiosincrasia del momento. Il pubblico non se ne accorgerà, penserà che la comunità scientifica sia spaccata a metà e che quindi le ragioni degli uni e degli altri si equivalgano».
Anche per la politica vale lo stesso schema. E forse è un'altra cosa su cui potremmo provare a riflettere. Con qualche beneficio per il mondo in cui viviamo
Twitter: @gg
( L'immagine è uno screenshot preso da qui)
Cose scritte altrove.
Su Andrew Sullivan e sul rapporto diretto tra giornalista e pubblico.
L'Espresso, Media Shift, Il giornalista di domani.
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