Appunti per uno scenario

Con humor anglosassone, il Generale Frank la chiama “guerra asimmetrica”. Non sono carri armati contro carri armati. Quando due uomini con un fucile da caccia sparano dal tetto di un palazzo, le tue armi tecnologiche e potentissime non servono a nulla. Per stanarli, devi buttar giù il palazzo.

In Vietnam e nella Baia dei Porci, questa guerra asimmetrica veniva chiamata guerriglia. Allora, come oggi, gli americani pretendevano di realizzare l’ipocrisia della violenza sostenuta dall’opinione pubblica. Oggi pretenderebbero di corteggiare persino l’opinione pubblica nemica.

Ma qualcosa non funziona. Nella guerriglia la probabilità di essere sorpresi supera quella di prevedere. La logica dell’imboscata fa inanzitutto vittime psicologiche, e i soldati ai posti di blocco sparano sui civili in un disperato tentativo di sicurezza preventiva. La precisione chirurgica lascia il posto ad operazioni di macello. Le bombe intelligenti hanno finito i loro obiettivi, dovranno dedicarsi ad altro. Ancora, con freddezza anglosassone, questa spirale di massacro viene chiamata “escalation”.

Ieri, riprendendo in mano il Quaderno Speciale di Limes intitolato “Le spade dell’Islam” ho ritrovato una analisi di Fabio Mini che già all’epoca (era il periodo dell’intervento in Afghanistan) mi aveva impressionato. Rileggendola, la trovo più efficace oggi rispetto a quanto fosse efficace 14 mesi fa. E descrive perfettamente la situazione.

“Il mondo si organizza per un nuovo approccio alla lotta contro il terrorismo, per una guerra senza nemico visibile, localizzato, certo. E mentre si organizza, tentando di controllare e prevedere gli eventi, sembra non rendrsi conto che la situazione sta evolvendo secondo il processo non lineare del caos strutturato (Zn+1=zn2+c). Vale a dire che ogni evento (Zn+1) si sviluppa sulla base dell’evento precedente elevato al quadrato con l’aggiunta di un fattore costante, ma irrazionale.

Per un mondo abituato a ragionare secondo logiche e paradigmi razionali e a pretendere risultati lineari e immediati il risveglio passa per una terapia shock. In particolare occorre prendere coscienza del fatto che: 1) la guerra al terrorismo appena iniziata non ha nulla di convenzionale e non ha paradigmi lineari di riferimento; 2) non ci sono neppure le strutture operative idonee a condurla: 3) la probabilità di essere sorpresi supera quella di prevedere; 4) agende nazionali o interessi particolari possono inserirsi apportando nuove turbolenze, ma al buio. Per questo l’intero quadro internazionale è diventato il campo favorito della speculazione e dell’azzardo; 5) In particolare la campagna militare in Afghanistan (oggi in Iraq, n.d.r) non ha nessuna priorità militare, nessuna priorità economica e neppure un quadro di riferimento geopolitico cui tendere.”

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